Giorno: 31 marzo 2014

Cartoline persiane#11

 

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Caro Rhédi,

alla fine mi hanno coinvolto in una partita di calcetto. Dal momento che ero l’ultimo arrivato, mi hanno messo in porta. E dal momento che non avevo un completo adatto, ho giocato in pigiama. La mia squadra era molto più forte dell’altra, e per questo ho passato buona parte della partita con le mani in mano. Guardandomi intorno ho notato che il campetto era circondato da palazzoni popolari. Ho osservato uno per uno i vestiti stesi e i vasi di fiori sui balconi. Una signora mi fissava da una persiana, e appena le ho sorriso ha chiuso. Sopra il tetto di una casa più bassa un gruppo di operai rumeni lavorava cantando. Al di sopra delle antenne un bastimento di nuvole si allontanava velocissimo, fino a uscire dalla città.

Le periferie si assomigliano tutte. “Io qui ci sono già stato” è un tipico pensiero da periferia. Immagina adesso che non esista separazione, ma che le città si tocchino ai margini, confluendo l’una nell’altra. Immagina le macchine che gettano rifiuti ai bordi delle strade di raccordo. Oppure un grande supermercato dove fanno la spesa abitanti di città diverse. Perché se tutto è continuo e senza interruzione dovremmo passare da una periferia all’altra senza nemmeno accorgercene. Sulla sommità dei cavalcavia di sera potremmo rendercene conto all’improvviso, vedendo dove le luci non finiscono. Oppure in una passeggiata domenicale (ma nelle periferie è sempre domenica) immagina di perderti e vagare tra gli spiazzi, senza neanche sapere l’ora, chiedendoti se la luce triste da cui eri partito sia la stessa in cui sei arrivato. Immagina di domandare al primo vecchio che capita: “Scusi ma questa che città è?”. Immagina di non poterne uscire più.

 

Dario Bellezza: poesie da Proclama sul fascino. Con una nota

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Si chiude oggi, con il terzo appuntamento, un ciclo di post e letture in memoria di Dario Bellezza, che è mancato proprio il 31 marzo del 1996. Come per i precedenti, non si tratterà di una nota critica bensì varrà da introduzione alle liriche scelte, tratte da Proclama sul fascino, volume uscito postumo per Mondadori nel 1996. In esso sono raccolti testi dell’ultimo periodo di vita dell’autore che, come recita la quarta di copertina, esprimono un «tenace desiderio di assoluto» tipico di tutta la sua poetica, intrisa di slanci ancestrali e di tradizione (come già detto qui e qui) ma anche e soprattutto di «un rinnovato gesto di fiducia nella parola poetica, per la verità che contiene, per la sua capacità di esprimere sempre vitalmente l’emozione e il dolore dell’esistere.» Bellezza, precocemente colpito dall’AIDS, stava morendo, eppure non smetteva di scrivere – sua vocazione e urgenza assieme –. Ne esce una raccolta che racchiude anche alcuni “Appunti per un romanzo in versi” pubblicati come ultima sezione, che risolvono quella tensione prosastica sviluppata nei romanzi, ma ben presente nella poesia ben da prima.

Nel 2006 Luca Baldoni scrisse un articolo dal titolo La poesia di Dario Bellezza a dieci anni dalla sua scomparsa pubblicato su «Italian Poetry Review» (vol. I); qui si intrecciano biografia e bibliografia ma anche le traduzioni in inglese di alcune poesie. Nell’intento di tracciare un percorso dentro la vita e l’arte, Baldoni ricorda che Bellezza era diventato tra gli anni Ottanta e Novanta un personaggio pubblico mediatico, riconosciuto da tutti perché spesso ospite al Maurizio Costanzo Show; schivando di continuo l’ambiente borghese romano che gli stava stretto, si ritrovava perciò in un luogo anomalo come la tv, per rappresentare il ruolo del poeta, “anacronistico” dice Baldoni, forse “fragile” e “donchisciottesco” diremmo noi oggi, non privo di conseguenze. Quelli sono anche i momenti in cui vengono a mancare due donne della sua vita, rievocate nel ’96 da Luciana Sica su La Repubblica, ossia Elsa Morante (che scompare nell’85) e Amelia Rosselli (suicida nel ’96 proprio, l’11 febbraio); sono tra le figure-chiave d’accesso a un mondo esteriore e interiore penetrato con la difficoltà dell’outsider, quell’outsider ‘tratto tipico’ anche, ad esempio di Goliarda Sapienza, che scompare sempre nel 1996 il 30 agosto. Tre fatti e tre morti che coincidono, e tuttavia servono a dichiarare una difficoltà d’indagine critica sulla produzione di autori la cui vita, a tratti, pare abbia assunto lo statuto di primaria importanza prevaricando l’Opera che essi hanno lasciato. Se Amelia Rosselli non è stata totalmente fagocitata da quest’operazione, Bellezza e Sapienza invece l’hanno subita e si dovrà (finalmente!) uscire da questi parametri non consoni (son passati quasi vent’anni) per salvare le loro opere dall’oblio, com’è stato anche detto nei commenti ai precedenti post su Dario Bellezza.

Tornando tuttavia a Proclama sul fascino, il volume risulta ricco di molti spunti degni d’interesse; è un “testamento” in cui funzionale risulta la sempre sagace e pungente comprensibilità di Bellezza che arriva al cuore delle cose senza intermediazioni. Le contraddizioni della vita (il fascino è quello del “tradimento” declinato in molteplici espressioni nella poesia che apre la raccolta e questo post) sono scompaginate a una a una e segnano un tempo che è – ed è soltanto – quel tempo ‘per sempre’. Si prenda ad esempio la lirica su Marilyn, donna-icona anche in alcune tra le migliori pagine “giornalistiche” di Lontano di Goffredo Parise, che diventa l’emblema di un momento (status?) della generazione del poeta Bellezza, generazione che in quegli anni Novanta si sta completamente sfaldando.
L’autore sa che la poesia può essere ‘casa’ e ‘può rispondere a una nostra domanda’ e mette così, chi ne fruisce, davanti a quella che Anna Toscano direbbe essere una ‘incresciosa intimità’ che caratterizza il dialogo poeta-lettore, e che fa sussistere la poesia. In assoluto, a mio avviso e concludendo, la peculiarità di Bellezza è e resta l’assunzione di una responsabilità poetica fuori dal comune, un punto di partenza ‘per dire’ e ‘dirsi’ che è anche quel tipo di responsabilità che si ha nella sfida (vitale) soprattutto con se stessi, fino alla fine.

(c) Alessandra Trevisan

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IL FASCINO

L’arcano fascino dell’amore tradito
che fa tremare il sogno e l’incubo
e poi si avvera, s’incista in maniera
che un’anima perduta, di sera,
tocca con mano alata il goloso,
sospirato tradimento, incerto e vero:
il tradimento del tradito, aspettiamo!
Qualcuno invece, mortificante osanna
dirà: Che fascino ha il tradimento?
Non è più affascinante e gaglioffo
virtuoso e immondo un amore felice?
Ma chi tremerà come trema il mondo
se non sente il fascino della persona
amata, non la rincuora e se esce di casa,
sale in macchina, in autobus, in taxi
e va all’appuntamento, al delirio
del destino innamorato che può morte
pretendere o vita presente, sangue,
ma sempre ti esclude, ti annienta
solidale nel silenzio dei sensi.
Cambiamo immagini al fascino
del poeta allora: se l’innamorato
è fedele? La fedeltà non esiste
dirà l’avvocato del Diavolo,
la Sfinge a tre Teste, l’Orrore Brutto, e
allora pensate ai pochi attimi di tempo,
ore, minuti, secondi forse che concede
la persona amata, che per voi ha fascino:
in un letto a palpitare di lussuria:
così circondata da un’aureola, come fosse
una luce di santità la seguite con gli occhi
della memoria, la rimpiangete, la perdonate,
la baciate sulle labbra fredde e intrise
di tradimento. La verità è che tradire
ha fascino, violento e incorruttibile,
e i traditori andrebbero puniti, marchiati
a sangue, bruciati vivi, sulla pubblica piazza!

Una morte lenta legata alla gelosia
dell’amante che non sa darsi pace,
e alla fine propone, invece del sangue
purificatore e smentito, un viaggio!

Ecco, ecco, nel viaggio il Fascino aumenta,
ritorna sublime, nel viaggio
tutto si sublima, si canta, si balla,
e la persona amata vi guarda, beata
mentre si vola, o in treno, o in nave
si fugge verso le Isole Felici o il Paradiso.
Allora sarete in Paradiso, e chi può dire
che lì tutti, compreso Dio, non abbiamo fascino?

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MARILYN

Marilyn, Marilina, come una canzone
marinera Marilina se ne andò all’alba,
uscì dalla favola stupida che fu la sua vita.
Qualcuno si ricorda una foto di lei,
povera creatura ignorante, anzi di te,
mia bionda sorellina senza pace ormai
con Carson McCullers, Karen Blixen
le streghe sono tornate! Fuggiamo
dall’intelligenza, e in più c’è Miller
Arthur il tuo pigmalione feroce
Arturo come Rimbaud dalle suole
volanti, no, nemmeno a parlarne,
un borghese meno capace di reggere
il confronto con la tua follia
di sorellina stupida e innocente
che vuole stare con le scrittrici,
gli intellettuali. Che noia!
Sperando che resti sempre Marilina,
Marilyn, bionda sorellina, oca
giuliva purtroppo con la nevrosi
giusta. Qualcuno, un cantastorie
di favole apocalittiche
dovrebbe cantare il modo
in cui partisti dal mondo dei vivi!
Delitto o suicidio, ma sempre Venere
in agguato a punirti, e al cui capriccio
tutto il tuo sangue ancora si ravviva
dopo la morte alata e non cercata,
e invaghirsi di te è un mistero
testamento e leggenda di spaesati
di vigliacchi untori dell’eros
la tua calda voce di sorellina,
la tua sostanza è impalpabile
ormai, rende concrete gioie serene
della nostra generazione perduta
che ti amò, mitica, o anche prima
come ballerina, certo, una bambola
di carne, non ha letto Freud,
per fortuna può far più male che bene,
ma tu volevi difenderti, o forse
esistere oltre l’apparenza
del tuo corpo muliebre e immortale
nella sua mortalità lasciato ai corvi,
ai nani, ai masturbatori solitari,
nel ricordo di chi ti vede;
vecchi bavosi e frustrati.
Ci volevano nervi più saldi,
e tu non l’hai avuti per resistere
alla sfida del tempo. Per questo
ci piaci; perché fosti
una vittima, una sconfitta
dal tempo e dalla storia infausta
del nostri giorni peccatori.

*

da IL NULLA

Trascolorano tutti i colori
i colori annullano se stessi
si rimane ciechi a guardare
fettuccine mie bambine
rimanete intatte, vereconde
ricordate tanti «restaurants»
tante preghiere di misericordia
prandiale inesistenza, vuoto.
Mie gocciole d’oro, lasagne,
manicaretti, spaghetti,
frizzuli, albertinetti
ormai lontani dal passo
giovanile dell’ubriaco pentito.

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Laggiù, oltre il telefono,
riposi in un letto matrimoniale
aspetti la sposa vera, la spirale
tratterà i dovuti suicidi.
Aspirare l’inverno o il vento
battendo sugli infissi d’alluminio
non c’è speranza oltre i secoli bui
del martirio. Attendo
il tuo corpo, l’anima è volata via.

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*

Ti aspetto col buio, nel buio.
E se la tregua convince le bellezze
davanti a me – nel letto sfatto
saranno – o come presente
il cuore vandalo verso la fine
trova la tregua al nascere
e al morire – sintassi estrema
prima di morire, morire.
Unica parola vietata, sincope,
deragliata, la fine, di tutto…

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*

Sei Dio forse
solo perché t’ho amato
e ora inguaribile
ritorno a te
bestemmia, insulto
emblema casto del Passato.

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*

Non si muore subito.
Si muore poco a poco
in ogni giornata,
impercettibilmente
in attesa di Lei
ci si copre la testa
per entrare nella Chiesa
in espiazione di peccati
mai commessi o tentati.

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*

Al dunque
togliersi gli occhiali –
gli occhiali ciechi non guardano
ritentando il massacro, una poltrona
vuota, l’affitto da pagare

non perdono ribellioni
ad amici e colleghi.

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*

I poeti animali parlanti
sciagurano in bellezza versi
profumati – nessuno li legge,
nessuno li ascolta. Gridano
nel deserto la loro legge di gravità.

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*

Saresti morto di AIDS
poeta assassinato
se fossi ancora restato
fra i vivi incerti

chi ti piange è perduto
al ricordo e al passato.

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*

Fugace è la giovinezza
un soffio la maturità;
poi avanza tremando
vecchiaia e dura, dura
un’eternità.

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CONGEDO

I critici ostili li ho amati invano.
Ora il Buddismo me li tiene lontani.
Dio mi assolva i peccati letterari.
Quelli sessuali non sono né tali
né osceni reati da prigione, lager
o manicomio. Se sono un expoeta è
solo colpa mia. I critici li perdono.