Giorno: 26 marzo 2014

Il cane di Pavlov e Heloysa novissima

cop 9788867300129

SABATO 29 MARZO
alle ore 18

PRESSO LA LIBRERIA TREVES
DI NAPOLI

GIANCARLO ALFANO E FRANCESCO FILIA

Presenteranno i volumetti
EDIZIONE D’IF

Heloysa novissima e Il cane di Pavlov

di
GAIA GUBBINI e VINCENZO FRUNGILLO

L’ingresso della libreria è alle spalle di piazza del Plebiscito
in via Piazzetta Carolina, 10

Le cronache della Leda #7 – Il cappotto verde

parigi 2010 - foto gianni montieri

parigi 2010 – foto gianni montieri

 

Le cronache della Leda #7 – Il cappotto verde

 

 

Non sono mai stata un esempio di eleganza nel vestire. Eleganza in senso classico. Se si dovesse classificare il mio abbigliamento, quello di quasi tutta la vita, bisognerebbe usare termini come sobrietà e praticità; con questo non voglio dire che mi manchi il gusto, ma mi è sempre mancata la necessaria pazienza, non ho mai posseduto quel pizzico di vanità necessaria al salto di qualità, a marcare la differenza tra l’acquisto di un capo pratico a quello di un capo chic. Per cui pantaloni di taglio morbido, spesso i jeans, molti pullover comodi, camicie, poche, pochissime, gonne. I miei studenti, mio marito, i miei amici, almeno per quello che riguarda l’abbigliamento, hanno sempre saputo cosa aspettarsi da me ed è sempre andata bene così. I miei colori preferiti sono il grigio, il blu, il bianco, l’azzurro d’estate, il rosso scuro ma solo qualche volta. Detesto il giallo.

Io e Saverio riuscimmo ad andare a Parigi una volta sola. Lì nella meraviglia, nel romanticismo più spinto nel quale io sia mai caduta, nelle passeggiate lungo la Senna, nel nostro fare tutto a piedi, i Boulevard, i caffè, le gallerie, i musei, inciampai nell’unica concessione che io abbia mai fatto alla moda, un cappotto verde, un bellissimo, più alla moda che mai, cappotto verde. Era il 1967, il cappotto era corto sopra al ginocchio, di pura lana, bottoni molto grossi, alla marinara, era mio, era un regalo di Saverio, era francese. Non me ne sono mai più separata. L’ho usato con parsimonia, volevo che durasse tutta la vita, per adesso è ancora lì.

La mattina che Stefano doveva partire per gli Stati Uniti, per la prima volta, carico di entusiasmo e di bagagli, era verso la metà di novembre. All’aeroporto lo accompagnammo io e l’avvocato. In macchina per nascondere l’emozione Stefano e Luca scherzavano e mi prendevano in giro come se stessimo andando a una gita scolastica. Io stavo al gioco, tutti e tre stavamo mentendo. Tutti e tre eravamo carichi di speranza. Stefano entusiasta per la nuova avventura. Luca felice per il suo migliore amico. Io felice, certo, ma una mamma non può essere mai totalmente felice sapendo che un figlio si trasferirà, forse per sempre, dall’altra parte del mondo. Era una bella giornata, ma fredda. Arrivammo a Linate in anticipo, avevamo tempo di fare colazione e di farci prendere ancora un po’ dalla malinconia. Quel giorno prima di uscire di casa avevo dato a Stefano gli occhiali da vista di suo padre. «Sono tuoi.» Gli avevo detto. «Anche se non avrai bisogno di usarli.» Stefano non disse niente ma aveva le lacrime agli occhi, sapeva che passargli quegli occhiali era molto di più che cedergli un oggetto tanto caro appartenuto al padre, era un modo di dirgli che mi fidavo di lui, che lo ritenevo degno di suo padre, delle cose che quell’uomo aveva amato.

L’avvocato, che è sempre stato un signore, offrì la colazione e continuò a far battute cercando di stemperare la severità del momento ma non gli veniva mica bene come le altre volte. Io continuavo a pensare di non dover fare a mio figlio stupide raccomandazioni. Raccomandazioni a cui pensavo, continuavo a dirmi di sorridere. E sorridevo, con i crampi nello stomaco.  Tutto quello che ero stata fino a quel giorno non mi avrebbe risparmiato. In quei minuti ero soltanto una madre il cui cucciolo parte per il fronte. Ero una madre come tutte le altre.

Al ritorno dissi all’avvocato di lasciarmi sola, che sarei tornata a casa in treno. Presi un autobus e arrivai fino a Piazza San Babila, passeggiai come una senza pensieri, una che ha in mente cose normali tipo lo shopping, tipo il pranzo, tipo un caffè. Passeggiai almeno per due ore, faceva freddo, si era alzato come un vento disonesto, soffiava a tradimento. A quel punto Stefano sarebbe stato a Roma in attesa del volo per New York, l’avvocato rientrato al paese da un pezzo. Nei momenti difficili, quelli in cui ci sente perduti, spesso, vengono in mente cose che non c’entrano niente. Non fu così quel giorno, a me venivano in mente soltanto gli Stati Uniti d’America che dal quel momento per me si trasformavano in una specie di catena, una prigione costruita come un’altalena tra la gioia e la malinconia. Attraversai Piazza della Repubblica e mi diressi sempre a piedi verso la Stazione Centrale. La Stazione di Milano vista da fuori, specie se ci arrivi da lontano, mette sempre un po’ paura, così solida e immobile, così fascista.

Il vento soffiava fortissimo anche sui binari, presi il treno e tornai a casa, cos’altro avrei dovuto fare? Una madre deve saper lasciar andare il proprio figlio. Con Stefano ci vediamo una, o due volte l’anno. Decisi quel giorno che io non sarei mai andata a trovarlo laggiù. Arrivata a casa spazzolai il cappotto e lo posai, al suo posto, in armadio. Non l’ho mai più indossato.

Leda

***
© Gianni Montieri

***

Leggi tutte LecronachedellaLeda