Giorno: 25 marzo 2014

Inediti – “Quadri del consistere” di Gianfranco Fabbri: quattro brevi prose.

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da Inverno 1996-’97

 5.

 Ciò che mi frega è lo specchio.
 Di quando mi ci metto davanti.
Profilo; di fronte; di nuovo profilo.
Non sono mica contento.
Riprovo.
Profilo; di fronte; ah, dimenticavo: tre quarti.
Patemi del tipo La bella del reame. Ma, d’altra parte, ognuno ha le sue miserie.
Poi mi tiro su dicendomi sotto voce che in fondo ho altri problemi:

                            -che sono precario;
                            -che del domani ho tutte le incertezze.

È solo una questione di profilo.

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 6.

 Verrebbe voglia di dare nuove definizioni della prosa. Prosa creativa, romanzo. Ma sempre ci si accorge che tale disegno risulta impervio, quasi più difficile per me che allacciarmi bene la scarpa.
Renato Serra avrebbe forse detto: Oh, intendiamoci; le lettere sono ventuno, come son sette le note. Le pa­role che un individuo può utilizzare saranno circa il dieci per cento del bagaglio lessicale della lingua alla quale appartiene. Ciononostante, un pezzo di talento è sempre solo, come isolato in cima alla montagna della bravura. E allora? Come può lo stile soltanto dare una così grande energia a quello scritto? Chissà! Sarà per­ché quello è compromesso con la pasta dell’uomo/artista, dell’uomo immaginifico, dello sciamano che vive oltre il tempo. O forse sarà perché la stoffa è in proporzione diretta con i difetti, con la mollezza dei sensi, con la porosità “a pelle”, con l’irrazionalità e il saper speculare l’intreccio. Grazia, estetica e fianco prestato alla commistione fanno del talento la più completa foggia della chiarezza. E non occorre essere onesti, in senso intellettuale. Anzi, è vero il contrario. Più s’infrange il rigore e più si spe­cula sul vincolo del creare. Soltanto i critici hanno il dovere dell’onestà. Per una specie di contraltare, che permette il giudizio scientifico del testo.

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da Estate 1997

 1.

 Oggi pomeriggio è venuto il temporale tanto atteso.
Da una parte all’altra della città i fulmini hanno av­volto l’atmosfera, che sempre di più sapeva di ozono.
Poi il rovescio, la massa flessuosa di acqua scendere giù secondo dinamiche d’elicoide.
Venti variabili.
Temperatura in discesa; pozzanghere a forma di cri­stallo nel terrazzo del bar.
E il respiro è tornato a farsi di menta.

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 4.

 È quando il sole fa piangere gli occhi che poi si chiude lo stomaco.
Un senso di nausea, da fotofobia.
Il sole per i campi, oltre l’autostrada, che inorgogli­sce le  piante rinsavite dall’acqua di ieri. Ecco l’esatta idea di questo luglio, qui.
Basta un temporale che l’aria si ravviva di un colore diverso da quello di soli venti giorni fa. Un settembre sembra che spii dietro le nubi ormai assottigliate. E nonostante il caldo, tornato ad avvampare, il pome­riggio riprende uno dei tanti quadri di scuola veneta, con i suoi cieli, incerti se risultare azzurri oppure  croma cobalto.
Cantano comunque gli uccelli e le cicale.
Un cane, per suo conto, ruspa la terra ancora bagna­ticcia.

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Le prime due prose tratte da Quadri del consistere si possono leggere qui.