Giorno: 22 marzo 2014

«L’Italia che vorrei»: tre ‘Risorgimenti’ che si stringono la mano. Seconda parte

Questo intervento segue e conclude quello pubblicato stamattina.

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Dal film Noi Credevamo di Mario Martone

«L’Italia che vorrei». Le Confessioni di Ippolito Nievo e Noi Credevamo di Anna Banti e Mario Martone: tre ‘Risorgimenti’ che si stringono la mano. Seconda parte

© Alessandra Trevisan

3. Contro i ‘revisionismi’: la prospettiva novecentesca di Anna Banti

Anna Banti[1] pubblica Noi Credevamo nel 1967, in un momento storico di fermento intellettuale e politico, alle porte del Sessantotto. L’intento del romanzo è quello di narrare il Risorgimento attraverso gli occhi di un suo avo, il gentiluomo calabrese Domenico Lopresti: la sua vita raminga, le amicizie e i tradimenti, la politica clandestina, la prigionia e la lotta repubblicana e poi garibaldina. La vicenda si svolge tra una Torino capitale morale d’Italia (siamo nel 1883, la capitale ufficiale è Roma), la città in cui Domenico oramai vecchio, sposato e padre, vive e lavora come commissario di dogana, e un meridione – quello pre-unitario – pesantemente sottomesso ai Borboni, che regge il peso di un sistema feudale ormai introiettato[2], e in cui gli ideali mazziniani progressisti e qualunque alternativa alla monarchia tardano ad attecchire. Si può dire di fatto che il protagonista viva tra una dimensione interna-claustrofobica (Torino e le prigioni) e una dimensione esterna (il sud selvaggio, e il territorio esplorato durante la spedizione dei Mille); Lopresti fu davvero, per dodici anni, prigioniero politico presso le carceri borboniche di Procida e Montefusco, poi garibaldino, e di fatto uno sconfitto al tramonto dell’idea di costruire l’altra Italia ‘possibile’, quella che una generazione sognava, poiché la Repubblica sarà di fatto proclamata solo dopo le due guerre mondiali, nel 1948.

Si considerino due passi significativi del romanzo:

Lentamente d’altronde il tempo medicava quella mia velenosa e un po’ vergognosa ferita. Volontariamente isolato, e quindi insensibile alle vicende e alle relazioni di un piccolo centro, di nuovo mi si apriva il vasto orizzonte delle fortune e sfortune nazionali […]. Tornava a confortarmi l’unità del Paese finalmente raggiunta: sia pur tristemente, Venezia era restituita, Roma conquistata. Questi avvenimenti mi riportavano al ricordo di quando, giovane e maturo, avevo sperato e disperato. Rinsavivo: l’idea democratica e repubblicana, il mio antico vangelo, era stata sconfitta, ma era sempre un miracolo che l’Italia esistesse.[3]

Pensavo alle barricate milanesi e napoletane, alla Repubblica Romana, a Garibaldi: ecco i fatti e i nomi che il popolo capiva d’istinto, quelli per cui i nostri uomini migliori avevano sacrificato la vita e la libertà. Non pochi anni, ma secoli potevano dividerci da quegli avvenimenti gloriosi.[4]

Con queste parole Lopresti sembra rispondere ad uno slancio di militanza preciso, profondamente radicato nel proprio essere, e che tuttavia si sta indebolendo ed è messo a dura prova dalla memoria. Il recupero ideologico di ‘ciò che può andar perduto’ è uno dei veri motori del libro, accanto a quello che spinge Lopresti a dar verità all’esperienza risorgimentale valicando la comune visione dei fatti sino ad allora ufficiale, ed è altresì funzionale a rendere la dimensione ‘chiusa’ dei luoghi (anche ‘ideale’) che coincide, metaforicamente, con l’impossibilità repubblicana. Domenico Lopresti è infatti un personaggio in fuga, che rincorre qualcosa, forse le sue stesse idee, durante l’intero corso della narrazione: è un personaggio che non trova spazi di contenimento. Pur incarnando l’anti-eroe, vive fino in fondo l’inquietudine e la frustrazione della mancanza del traguardo repubblicano, e ciò è forse dovuto alla sua autonomia di pensiero: autodidatta “colto” (tiene sempre con sé, in prigione, la Commedia di Dante) e non sempre mazziniano,[5] si converte al garibaldinismo dopo aver maturato come Nievo l’idea che i mazziniani non avrebbero potuto salvare la penisola e renderla indipendente. Nella Banti si avverte un’aspra critica di fondo, qualcosa di latente nei confronti dell’incapacità degli allora repubblicani all’azione, azione che appartiene idealmente a Lopresti.
La vicenda bantiana si muove fra realtà e fiction, con un lungo recupero in forma d’analessi, pesando tutto sul ruolo della Storia nella vita di Lopresti e di quella generazione che poi fu anche quella di Nievo, di quei giovani che abbracciarono anche se per un soffio, la democrazia e la libertà. La Banti non dimentica di restituire il ‘diario d’una carcerazione forzata’, la drammatica condizione in cui versavano i prigionieri politici dell’epoca, e soprattutto il naufragio della politica, la rabbia, l’illusione, che sta tutta chiusa nel titolo. «Eravamo tanti, eravamo insieme […] Noi, dolce parola. Noi credevamo…».[6]
L’autrice muove da un punto di vista completamente opposto rispetto a quello di Nievo, giustificato da una quasi totale rimessa in discussione – successiva alla caduta del Fascismo certamente – della storiografia risorgimentale fino ad allora conosciuta, accusata soprattutto dopo il centenario dell’Unità di ‘revisionismo’. L’intento di Anna Banti è quello di riprendere la parola e trattare di quel ‘Risorgimento tradito’[7], celato quasi fino al 1961 o ‘rivisitato’ senza slanci; l’Italia d’altronde ha attraversato di fatto una dittatura e una monarchia, conoscendo la Repubblica solo tredici anni prima: i tempi per un ritorno di verità sono maturi.
Il concetto di ‘patria’ si lega anche qui ad evocazione, memoria, esperienza e società. In primo luogo il desiderio di Domenico di «offrire ai destini della patria l’olocausto della mia vita»[8], prima della prigionia e poi il non riconoscere più l’immagine che egli aveva conservato viva: «La mia patria, insomma, è una nozione astratta il cui riflesso si proiettò su quel che trovai di concreto nella Livorno del ‘60».[9] La patria è dunque anche in questo romanzo è un ‘puzzle’, e lo è ancor più a causa di quella mancanza di contatto con il mondo.
La Banti è un’autrice che attinge a piene mani dalla Storia per farne narrazione, per calare i propri personaggi in un magma; la sua conoscenza approfondita e documentata vuole avvicinarsi il più possibile a quella dimensione di realtà che è solo in questa sede nieviana, a quell’’essere nelle cose, nei ‘fatti’ che è solo di chi vive e scrive di un tempo nel suo ‘compiersi’. Questa prospettiva altra, restituita per approssimazione, non può essere altrimenti essendo l’autrice vissuta durante il secolo scorso; è innegabile dunque essa debba dirsi ‘postuma’.

4. Convergenze e differenze tematiche e letterarie

Giunta quasi alle conclusioni posso riportare alcune delle numerose convergenze e divergenze anche letterarie fra i due romanzi, i quali abbracciano una porzione ampissima della Storia d’Italia ottocentesca, facendo proprio di questa una protagonista imprescindibile della narrazione (vero punto d’incontro tra i due romanzi è, all’incirca, il 1820, anno dei primi moti). La Storia tuttavia, narrata in entrambi i casi con un recupero memoriale, dunque in analessi, è vissuta da due prospettive diverse, ‘da Nord’ per Nievo e ‘da Sud’ per Banti, e tuttavia si potrebbe dire con spostamenti “a chiasmo” poiché i due protagonisti entrambi anti-eroi e repubblicani Carlino/Carlo Altoviti e Domenico Lopresti, viaggiano e si spostano nel Sud o nel Nord della penisola.
Altro aspetto cui non ho accennato prima è la duplice spinta sociale presente in Nievo e Banti, che intende proclamare l’incapacità dei patrioti ad aver trasmesso adeguata preparazione rivoluzionaria al popolo; entrambi i testi, infatti, ne trattano. Ulteriore aspetto che non ho adeguatamente esplicitato è il valore del Bildungsroman e della gioventù, esaltato dai due romanzieri e su cui avrò modo di tornare parlando del film: le esperienze di entrambi i protagonisti sono ‘di formazione’ e pare rispondano, come già evidenziato dalla critica, a un rifiuto ‘lirico’ tout-court, quasi a seguire quella massima pessoiana già nel Libro dell’inquietudine: «Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso», il che ha molto a che vedere con il ‘noi’ neviano e bantiano. C’è altresì anche un diverso modo di vivere le età della vita, opprimente in Banti, ironico o accettato in Nievo. In entrambi i romanzi, infine, la concezione di ‘patria’ è frammentaria come ho già detto, com’è frammentaria in Banti la scrittura, ellittica: Noi credevamo si sviluppa in brevi capitoli, che restituiscono la difficile ricostruzione dei fatti passati, che riportano di continuo la vicenda dal passato al presente. In Banti, dunque, è il tempo una cifra narrativa imprescindibile e caratteristica di una certa modalità del raccontare.
È il critico Cesare Garboli nel suo saggio Anna Banti e il tempo[10] a parlare del tempo-non tempo della Banti prosatrice. Quanto detto finora a proposito dell’approssimazione alla realtà della Storia viene ragionevolmente messo in discussione da Garboli, il quale percepisce in alcuni romanzi bantiani e certamente in Noi Credevamo, un «novecentismo involontario» dato dall’assenza di tempo. Garboli parla di un «passato asservito al presente», e non di un «romanzare il passato», sostenendo che quello della Banti è sempre un «passato cedevole», asservito alle passioni, che non va dritto ai fatti, ma va dritto alla cancrena della psicologia dei suoi personaggi, ingombrante e spesso d’ordine manicomiale, che dunque rende il tempo fermo, immobile. Questa lettura del romanzo, ragionevole e accorta, a mio avviso può ragionevolmente essere ricondotta a un’eco del presente storico e ingombrante: il valore collettivo del ‘noi’ esprime nel titolo non solo il Risorgimento ma anche un altro movimento ‘a venire’, anticipandolo, e cioè quel senso della Storia che si sta avvicinando, in Italia, nel tempo in cui la Banti scrive: la rivolta studentesca, la stagione dei grandi scioperi operai, le stragi di Stato e il Brigatismo, con straordinaria acutezza.[11] Banti, pur non esprimendo con una letteratura ‘dichiaratamente civile’ ciò che percepisce, sa guardare oltre e sa certamente immergersi nel passato sempre restando nella complessità del suo presente. Da questo saggio di Garboli, per sua stessa ammissione, Mario Martone ha tratto l’idea per realizzare il suo film.

5. Un film sul ‘Risorgimento’ mancato

Ciò che contraddistingue la letteratura
è la capacità di stare in mezzo a linguaggio diversi,
per tenere viva la comunicazione fra essi.
Italo Calvino

Noi Credevamo di Mario Martone (Italia, 01 Distribution, 2010),[12] dell’opera della Banti conserva in apparenza solo il titolo, l’esperienza di Lopresti interpretato da Luigi Lo Cascio (qui con un altro cognome però) e la prospettiva dell’Unità meridionale. Sette anni di lavoro e la collaborazione alla sceneggiatura di Giancarlo de Cataldo,[13] hanno portato alla realizzazione di una pellicola a mio modo di vedere abbastanza riuscita, che racconta episodi poco noti dell’esperienza risorgimentale.[14] La costruzione del film, ellittica, muove i tre protagonisti Domenico, Angelo e Salvatore tra il Cilento borbonico, una Torino in fermento, Londra e Parigi; nel 1828, ventenni, aderiscono alla Giovane Italia: gli ideali mazziniani, la libertà, la giovinezza che spinge all’azione, li portano poi a separarsi e intraprendere strade diverse, talvolta con un’autonomia ‘limite’. Il film dichiaratamente parziale, vuole restituire l’immagine di un Risorgimento difficile e altro, faticoso, sanguinoso, che s’inserisce appieno nella storia europea e soprattutto esprime quel ‘malessere odierno’ che sta, secondo il regista e la storiografia recente, nelle pieghe della nostra stessa Storia.
Martone lavora sulla lingua, autentica, tratta da carteggi e documenti ottocenteschi e dalla letteratura (si pensi ai Canti leopardiani), e sulla musica dell’epoca (si ascolti Verdi, se occorre citarlo); fa un film dichiaratamente politico e corale, che opera sulla rimozione repubblicana data dal revisionismo storico a cui ho accennato; non tralascia di raccontare anche episodi sbagliati della Storia, di terrorismo, ad esempio l’attentato a Parigi ai danni di Napoleone III del 1858 cui partecipò anche l’italiano Giuseppe Andrea Pieri, nel film rappresentato da Angelo (forse una delle figure più interessanti, anche per i tratti psicologici). Anche Martone si serve di personaggi reali calati nella fiction, e così compaiono tra gli altri Giuseppe Mazzini (Toni Servillo), Carlo Poerio (Renato Carpentieri) e Francesco Crispi (Luca Zingaretti). Unica protagonista femminile del film è Cristina di Belgiojoso, patriota realmente esistita morta nel 1871 dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia.
Attraverso tutti i suoi personaggi, Martone mette in scena la rivoluzione, ridà alla nostra Storia una dignità tragica; la rivoluzione è per lui «innanzitutto un moto dell’animo, prima di diventare un cambiamento. È una spinta […] qualcosa che dovrebbe essere considerato ancora oggi una possibilità presente.»[15] Egli perciò rintraccia l’idea di quel processo tradito, repubblicano prima, garibaldino poi e tuttavia collettivo che è già nel romanzo della Banti; da quell’io di Domenico al noi, il ‘noi’ del titolo, che sullo schermo si rafforza sino al finale, alla sconfitta. L’amarezza e delusione di Lopresti son vivificate e connesse al presente grazie ad una sceneggiatura che non ha paura di sembrare inadeguata nel far vedere dei luoghi dominati dal cemento armato ad esempio (verso la fine del film soprattutto) in cui i personaggi si muovono. Il regista cerca un legame tra la “guerra” per quale Italia far nascere e l’odierno presente liquido e precario, come ricordano le citazioni in esergo a questo post. In particolare Martone ricorda che capire quel passato aiuta a capire il Novecento italiano e le sue ombre, le stragi di stato, il terrorismo rosso, etc., ancora oggi destabilizzanti nella nostra Storia, in embrione per certi versi in quella risorgimentale.
A mio avviso però, si dovrebbe focalizzare un topos che lega tutte e tre le opere, ed è l’esperienza giovanile, ‘di formazione’, l’essere calati nella ricerca di se stessi e di una ‘definizione da dare al mondo’, unico vero modo di affrontare il presente qualunque esso sia. Martone coglie, nell’arco di tempo da lui considerato e cioè tra il 1828 e il 1862, una «temperatura emotiva che è comune a tutte le generazioni. La passione, la determinazione politica e anche la perdita, lo smarrimento, la rabbia e le disillusioni: tutte cose che appartengono in primo luogo alla vita.»[16] A proposito di questo s’è espresso anche il protagonista Luigi Lo Cascio (1967-) affermando in un’intervista che non è stato difficile incarnare il personaggio di Domenico Lopresti, attivo, cospiratore, segnato da un tormento intellettuale forte, un uomo che vive e fa delle scelte coscienti:

Sembra quasi che ci sia qualcosa che lega il mio personaggio al Nicola Carati che ho interpretato ne La meglio gioventù [di Marco Tullio Giordana, 2003, n.d.r.], che ci sia qualcosa che li unisce dal punto di vista della passione. In entrambi i casi sono personaggi legati ai propri ideali e la cosa che li può definire meglio forse è l’autenticità, cioè il fatto che sono persone che hanno deciso di vivere la propria esistenza all’altezza dei propri ideali, di modo che non ci fosse una cesura, una spaccatura tra quello che pensavano, quello che sentivano, e quello che andavano ad interpretare sul palcoscenico della Storia.[17]

Il paragone tra i due personaggi, connette ancora una volta sapientemente il passato al presente, e lo fa esaltando la vitalità di una figura genuina come quella di Lopresti. Scriveva Nievo nelle Confessioni: «La gioventù è il paradiso della vita»[18] e lo stesso Mazzini riteneva che fossero i giovani a dover ‘prendersi il mondo’, mentre il Domenico Lopresti di Anna Banti è ossessionato dal recupero di quel sentire, lontano, quasi dimenticato. Il film di Martone chiude il cerchio tenendo viva la comunicazione fra forme d’espressione diverse quali sono letteratura e cinema, recuperando soprattutto quella vitalità che lega con un filo rosso Nievo e la Banti al nostro presente, forse richiamando, in ultima sede, anche un’altra citazione di Italo Calvino tratta da Il visconte dimezzato – che accompagna anche me da qualche anno -: «Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane».

Bibliografia su Ippolito Nievo e Anna Banti

Allegri, Mario, Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, in «Letteratura italiana» diretta da A. Asor Rosa, «Le opere, III : Dall’Ottocento al Novecento», Torino, Einaudi, 1995, p. 531-571.

Banti, Anna, Noi credevamo, Milano, Mondadori, 1967.

Casini, Simone, Nievo e Mazzini. Le rivoluzioni del 1849 tra biografia e finzione. in Ippolito Nievo tra letteratura e storia: atti della giornata di studi di Sergio Romagnoli, Firenze, 14 novembre 2002, Roma, Bulzoni, 2004, pp. 117-135.

Cavalli, Patrizia, La patria, Milano, Edizioni Nottetempo, 2011.

Fofi, Goffredo, Tre Colori. Goffredo Fofi racconta “Le confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo, Radio3, 11.01.2011, <http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/popupaudio.html?t=TRE%20COLORI%2011.01.2011&p=TRE%20COLORI%2011.01.2011&d=&u=http%3A%2F%2Fwww.radio.rai.it%2Fpodcast%2FA0095147.mp3>.

Garboli, Cesare, Anna Banti e il tempo, in Pianura Proibita, Adelphi, Milano, 2002.

Hom Cary, Stephanie,‘Patria’-otic Incarnations and Italian Character: Discourses of Nationalism in Ippolito Nievo’s Confessioni d’un italiano, in «Italica», Volume 84, Numbers 2-3, 2007, pp. 214-232.

Mengaldo, Pier Vincenzo, Appunti di lettura sulle Confessioni di Nievo in «Rivista di letteratura italiana», 1984, II, 3, 465-518.

Nozzoli, Anna, Anna Banti e il Risorgimento senza eroi in L’opera di Anna banti. Atti del convegno di studi: Firenze, 8-9 maggio 1992, a c. di Enza Biagini, Firenze, Olschki, 1997,

Bibliografia e filmografia su Mario Martone

Andrea Bajani intervista Mario Martone, a c. di «Redazione BookBlog» <http://www.youtube.com/user/RedazioneBookBlog?blend=1&ob=5#p/a/u/2/Awwps904bBA>, 07.06.2011.

Bobbio Film Festival incontra Mario Martone, <http://www.youtube.com/user/BobbioFilmFestival#p/u/32/prykdOd1yxo>, 06.09.2011.

Fabio Fazio intervista Mario Martone in occasione dell’uscita del film NOI CREDEVAMO, a c. di radiflo, 7.11.2010, <http://www.youtube.com/watch?v=ScTxeJkmJtw>.

Martone, Mario, Noi Credevamo, Italia, Palomar, 01 Distribution, 2010.

Id., Una guerra che non è finita: Noi credevamo di Anna Banti dal libro al film, in «Paragone» n. 81-82-83, 2009, pp. 44-51. 

Mario Martone a Tg3 Linea-Notte 9 nov. 2010, Il regista del film “Noi credevamo” intervistato da Maurizio Mannoni, <http://www.youtube.com/watch?v=rQxVS5ubGE4>.

NOI CREDEVAMO PREMIO DAVID DI DONATELLO 2011 – Intervista a Mario Martone, a c. di GenoaMunicipality, 24.09.2010, <http://www.youtube.com/watch?v=9VMde3cV60I>.


[1] Pseudonimo di Lucia Lopresti (1895-1985), scrittrice e traduttrice e dal 1924 moglie del critico d’arte Roberto Longhi, con il quale fondò la rivista «Paragone». Saggista d’arte ma soprattutto prosatrice, tra i romanzi celebri si ricordano Artemisia (Sansoni, Firenze, 1947) e per Mondadori Le donne muoiono (1951) e i racconti di Campi elisi (1963).

[2] Si veda, ad esempio, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Milano, Feltrinelli, 1958.

[3] Noi credevamo, cit., pp. 22-23.

[4] Ivi, p. 122.

[5] Si vedano p. 56 dove dichiara d’essersi iscritto alla Giovane Italia e dunque p. 102, dove rinnega tale ‘credo’.

[6] Ivi, p. 344 (corsivo mio).

[7] Così lo definisce Anna Nozzoli in Anna Banti e il Risorgimento senza eroi in L’opera di Anna banti. Atti del convegno di studi: Firenze, 8-9 maggio 1992, a c. di Enza Biagini, Firenze, Olschki, 1997, pp. 179-190. Per un completo riepilogo delle fonti storiche bantiane si consulti questo saggio.

[8] A. Banti, Noi credevamo, cit., p. 57.

[9] Ivi, p. 27.

[10] In Pianura Proibita, Milano, Adelphi, 2002, pp. 79-95. Considererò e citerò con le caporali espressioni contenute tra p. 89 e 95.

[11] Sono anche gli anni degli scritti di Pasolini quelli, da cui la Banti è lontana, da borghese ma con idee certo progressiste. Mi vengono in mente a tal proprosito le posizioni di Cristina Campo ne Lettere a Mita (Milano, Adelphi, 1999) in cui la Campo in più occasioni si scontra, apostrofandola con la Banti e il suo salotto. Mi viene in mente anche il peso della critica femminista dato ad alcune sue opere, in particolare all’esemplare Artemisia, cit.

[12] Mario Martone (Napoli, 1959-) è registra e sceneggiatore di cinema e teatro. Oltre all’esordio con Morte di un matematico napoletano (1992), tra le sue pellicole celebri si ricordano L’amore molesto (1995) e L’odore del Sangue (2004) entrambe tratte da due romanzi, rispettivamente di Elena Ferrante e Goffredo Parise.

[13] Giancarlo De Cataldo (1956-) è magistrato e scrittore, noto per aver narrato nel suo Romanzo criminale (Torino, Einaudi, 2004), la vicenda della Banda della Magliana.

[14] Si veda M. Martone, Una guerra che non è finita: Noi credevamo di Anna Banti dal libro al film, in «Paragone» n. 81-82-83, 2009, pp. 44-51.

[16] Mario Martone tg3 linea notte, 9 nov. 2010 in <http://www.youtube.com/watch?v=rQxVS5ubGE4>.

[17] Luigi Lo Cascio: in “Noi credevamo” un personaggio dai grandi ideali, a c. di EsperienzaItalia2011, <http://www.youtube.com/watch?v=UqmDYpQXAk0>,  14.09.2010.

[18] I. Nievo, Le confessioni, cit., p. 104.

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56534

«L’Italia che vorrei»: tre ‘Risorgimenti’ che si stringono la mano. Parte Prima

noi credevamo1

dal set di Noi credevamo di Mario Martone

«L’Italia che vorrei». Le Confessioni di Ippolito Nievo e Noi Credevamo di Anna Banti e Mario Martone: tre ‘Risorgimenti’ che si stringono la mano. Parte Prima

© Alessandra Trevisan

Ora se c’è una cosa amara, desolante
è quella di capire all’ultimo momento
che l’idea giusta era un’altra, un altro movimento.
Moriamo per delle idee, va beh, ma di morte lenta,
ma di morte lenta.
Fabrizio De Andrè, Morire per delle idee, 1974. [Originale di George Brassens, 1972]

Viva l’Italia, l’Italia presa a tradimento […]
l’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare.
Francesco De Gregori, Viva l’Italia, 1979

Povera patria! Schiacciata dagli abusi di potere […]
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni;
questo Paese è devastato dal dolore.
Ma non vi danno un po’ di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Franco Battiato, Povera Patria, 1991

Il desiderio di porre a confronto due romanzi che trattino del Risorgimento italiano quali sono Le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo e Noi Credevamo di Anna Banti – da cui Mario Martone ha tratto nel 2010 l’omonimo film –, è nato in sede accademica, a seguito di un corso monografico su la grande opera di Nievo, e si è sviluppato attraverso un’intuizione un po’ audace, forse: cercare un dialogo tra la saga ottocentesca e quella novecentesca postuma, non solo romanzesco ma anche e soprattutto storico e ‘ideale’. In un Paese che, oggi, a poco più di centocinquant’anni dall’Unità, è ancora alla ricerca di un’identità, leggere queste due opere e raffrontarle incrociandole, permette di farle dialogare, ed è stato per me come compiere un lungo viaggio che mi ha portato a riflettere sulla realtà in cui sono immersa quotidianamente. L’Italia che non ho vissuto, evocata dalle citazioni in esergo di alcuni cantautori che amo, quel secondo Novecento che rivive nelle parole dei miei genitori e dei nonni e che ancora influenza il presente, è un’Italia sotto molti aspetti vicina a quella che Nievo e la sua generazione ha conosciuto; d’altronde «Venire al mondo, venire alla luce, è faticoso», afferma il regista napoletano[1] a proposito dell’Unità, utilizzando la metafora di una ‘maternità sofferta’; aggiungerei anche che vivere la complessità odierna lo è, ancora. Con questo scritto intendo dunque riflettere sul ruolo della ‘Storia’ e sul concetto di ‘Patria’ pre e post-unitari, senza dimenticare il confronto letterario fra le due opere; servendomi di un adeguato apparato critico cercherò di costruire un percorso che vada a toccare sia i punti di tangenza sia le diversità che i due romanzi presentano, cercando di spiegare perché essi godono d’un valore nell’attualità. 

1. Peso e centralità della “Storia” ne Le Confessioni

Per una strana coincidenza Le Confessioni o meglio la prima edizione censurata Memorie di un ottuagenario e Noi credevamo sono stati pubblicati esattamente a un secolo di distanza, ossia 1867 (Firenze, Le Monnier) e 1967 (Milano, Mondadori); credo si dovrebbe parlare, in entrambi i casi, di una necessità letteraria e storica di diverso tipo, fortemente sentita. Nel caso di Nievo certo, la pubblicazione pareva inderogabile non solo per dare valore all’intento di un letterato di caratura ma perché il suo romanzo concentra letterariamente, traendo i propri repertori dalla realtà, la storia di un’Italia che sta ‘per farsi’ e l’embrione dell’esperienza risorgimentale: Carlino e gli altri protagonisti attraversano la Storia con la S maiuscola, che invade le loro esistenze e le muta talvolta radicalmente.[2] Si pensi all’arco temporale considerato da Nievo (1775-1855/’58) misurato sulla vita del suo protagonista: la focalizzazione dell’esperienza storica del Nord della penisola per Nievo, con al centro il Friuli e il Veneto e in particolare Venezia, gli permette di parlare della decadenza di una certa nobiltà quale è quella della sua ‘famiglia adottiva’ di Fratta, dei primi moti, di un’Italia che lentamente cambia volto, su cui pesa altresì una riflessione ‘sociale’ ampia e articolata che concerne l’impreparazione delle classi contadine all’Unità.
La Storia è vera protagonista delle Confessioni come ‘magistra vitae’, poiché insegna a leggere il mondo, quel mondo in evoluzione, sottoposto a rinnovamento. La vicenda di Carlino e, negli ultimi capitoli, del figlio Giulio a cui egli passa il testimone per ampliare ulteriormente la riflessione storica, si sviluppa in medias res ossia negli anni in cui anche l’autore è impegnato a ‘costruire l’Italia’, e soprattutto a ‘costruirsi’ una coscienza politica, e ciò accade per la maggior parte dei romanzieri del tempo di Nievo. Inoltre l’oscillazione d’idee, quello ‘stare in bilico’ che è di Carlino, appartiene anche a Nievo: pur non volendo in nessun modo identificare autore-narratore-personaggio, poiché già la critica nieviana si è battuta fortemente contro questa lettura, è innegabile la loro vicinanza ‘di pensiero’. E tuttavia Nievo matura la sua posizione poco più che adolescente; al contrario Carlino giunge in età adulta e in vecchiaia a considerare il corso della Storia nel suo compiersi, potendo verificarne gli esiti sino a quel momento, al concludersi d’un percorso di esperienze che lo portano a maturare una posizione più che favorevole nei confronti dell’Unità, esplicitata sin dall’incipit, in quel «morrò italiano».[3] Le posizioni democratiche e libertarie che attraversano il romanzo giungono alla bocca di un Carlino «educato senza le credenze del passato e senza la fede nel futuro»[4] grazie all’intervento di altri protagonisti: si pensi, pur nella complessità della trama, alla figura di Lucilio, ‘colto’, ‘lettore’, preparato ad affrontare il presente in modo critico, ed anche agitatore e in qualche modo rivoluzionario (si vedano i cap. II, p. 96 della mia edizione e cap. IX). Carlino dunque compie nel romanzo una formazione anche politica restando un ‘moderato’ che crede nella giustizia e nella libertà, e che non vive fino in fondo la condizione di lotta di alcuni coetanei; diversamente dall’attivismo nieviano, Carlino sta un po’ in disparte e osserva con una ‘lente’ la realtà in dissoluzione, che apre a qualcos’altro, un futuro incerto e ancora da comprendere ma da affrettare.[5] Carlino è un osservatore quasi non-giudicante o per meglio dire parzialmente giudicante poiché lontano da quell’attivismo politico forte invece ben presente nella Banti; è un osservatore che, come Nievo, comprende che il rapporto tra tradizione e progresso è ideale per uno sviluppo su tutti i fronti, sociale, politico, etc. A tal proposito riporto di seguito tre citazioni che ben rappresentano identificandola questa duplice spinta storico-sociale del romanzo. In apertura, ad esempio, Carlino afferma:

questi due secoli che resteranno un tempo assai memorabile massime nella storia italiana.[6]

Dunque, all’inizio del sesto capitolo, a proposito della Rivoluzione francese e del passaggio di secolo, scrive:

Nessuno crede ora che la rivoluzione francese sia stata la pazzia d’un sol popolo. La Musa imparziale della storia ci ha svelato le larghe e nascoste radici di quel delirio di libertà, che dopo avere lungamente covato negli spiriti, irruppe negli ordini sociali, cieco sublime inesorabile. Dove tuona un fatto, siatene certi, ha lampeggiato un’idea.[7]

E ancora:

Intanto gioverà notare il peccato per cui cadde Venezia inonorata e incompiuta dopo quattordici secoli di vita meritoria e gloriosa. Nessuno, credo io, avvisò fino ad ora o formulò a dovere la causa della sua rovina. Venezia non era più che una città e voleva essere un popolo. I popoli soli nella storia moderna vivono, combattono, e se cadono, cadono forti e onorati, perché certi di risorgere.[8]

Nievo è capace di tipizzare le situazioni storiche e identificare quella che era la situazione della società del suo tempo, in un intreccio tra vicende personali e Storia che mantiene una continuità, permeando entrambe della «tensione che regge un secolo»[9] così definita dal critico letterario e giornalista Goffredo Fofi. La sua è una poetica di adesione al reale che non dimentica però l’invenzione e l’immaginazione, che sono funzionali alla vicenda di Carlino e alle vicende di una «Nazione che non c’è»[10] ancora.

Prima d’indagare il tema della politica nel romanzo vi sono almeno altri due temi di necessaria importanza che riguardano la Storia nelle Confessioni, di cui desidero trattare. Il primo è la ‘concezione laica’ diametralmente opposta a quella del Manzoni: Nievo e Carlino credono che la Storia sia fatta dagli uomini e che non vi sia alcun disegno divino a governarla, alcuna provvidenza a manovrarla; una concezione che viene ben quarant’anni dopo I promessi sposi, in controtendenza forse, audace rispetto ad un dictat letterario, ma aderente alle idee della generazione pre-unitaria e ‘attivista’.[11] L’altro cardine su cui la critica si è a lungo interrogata, è la possibilità di definire o meno quest’opera ‘romanzo storico’: a tal proposito Fofi ricorda che esso è stato tacciato di non essere ‘storico’ perché l’autore si permette l’inserimento di personaggi storicamente esistiti e l’utilizzo di ‘nomi veri della letteratura’ (Bonaparte, Foscolo e Parini, ad esempio) non per ritrarli come veri ma ‘verosimili’. Più articolata invece è la posizione del critico Pier Vincenzo Mengaldo, il quale asserisce che queste ‘comparse’ non sminuiscono il valore del testo né lo abbassano e anzi, rispetto alle narrazioni coeve europee, non c’è in Nievo alcuna ‘parodia storica’ nel rappresentare il mondo feudale settecentesco né la rivolta. Seppur l’autore si serva di descrizioni ‘caricaturali’, sua cifra certo, egli intende comunicare letterariamente anche la «necessità di un’iniziativa autonoma degli italiani».[12] Mengaldo individua inoltre una terza modalità di lettura di ‘romanzo storico’ in Nievo, poiché se questo genere oscilla tradizionalmente fra storia documentata e romanzata, Nievo si serve piuttosto di una «storia testimoniata», risolvendo a proprio modo lo sbilanciamento di proporzioni fra Storia e vicenda privata del romanzesco, in un «estremo tentativo di rifondazione di genere.[13]

2. La concezione politica in fieri di Nievo e il concetto di “Patria”

            Tenere insieme le direttrici dell’opera politica di Nievo non è cosa semplice se si considera come già anticipato la pluralità di spinte ideologiche che il romanzo contiene e che di capitolo in capitolo emergono, anche confuse, attraverso la voce dei personaggi. Intenzione programmatica la sua, e biografica, come rivela anche Simone Casini nel saggio Nievo e Mazzini. Le rivoluzioni del 1849 tra biografia e finzione.[14] Proverò a riassumere brevemente cosa accomuna l’esperienza autoriale all’esperienza romanzesca considerando soltanto, per ragioni che permettono una comparazione con la Banti, l’esperienza di Carlino. Non tengo in considerazione in questa sede le dissertazioni dei pensatori dell’epoca, di certo necessarie; per lo più cercherò di riportare il pensiero di Nievo, restando nel terreno dell’elaborazione di un uomo colto come tanti altri, ma non di un leader.
La ‘labilità ideologica’ diffusa che si confonde nelle pieghe della vicenda delle Confessioni a cui ho già ampiamente accennato, è individuata da Casini come tentativo di catturare il complesso sistema di pensiero di un’epoca e il complesso sistema di pensiero dell’autore stesso, che passa attraverso gli ideali repubblicani di Mazzini prima, il programma cavouriano (che egli in parte contesta) e infine giunge al ‘garibaldinismo’. Nonostante le zone d’ombra, Nievo sconfina, va oltre la politica, dirigendosi in quel territorio ultra-libertario e garibaldino che appoggiava una ‘rivoluzione nazionale’ a-politica. Abbracciato ma ben presto superato il confine del movimento mazziniano, articolato, complesso anche al suo interno diviso, promotore di un astratto desiderio di libertà incarnato dai “puritani” ossia gli esponenti oltranzisti, Nievo si dirige, aderisce all’idea di un’indipendenza realizzabile, e lo fa dopo il biennio 1948-’49, in cui l’esperienza mazziniana trova una prima capitolazione. È il momento di proclamazione della Repubblica Romana, della sua repressione, e della proclamazione e repressione della Repubblica Toscana. Nievo vive, seppur non esplicitandolo nelle lettere personali,[15] questo passaggio, in quei territori tra la Toscana e Roma appunto, ma non prende – ancora – una posizione militante; l’autore è speculare al personaggio di Giulio Altoviti, che non affrettando la Storia[16] sceglie d’incarnare un certo ‘moderatismo’, forse più radicale di quello paterno, ma fondato sulla convinzione di lasciare spazio al futuro e ai giovani. Quest’eredità e l’allontanamento dal proprio centro sono le ultime spinte della biografia dell’autore stesso, che dalle pieghe del romanzo si fan vita, s’incarnano. In particolare Casini si sofferma su «lo stato d’animo [e] l’incertezza delle scelte da prendere»[17] nel 1849; vi è in una lettera di Nievo, l’uso di un marcato ‘noi’, su cui anche Casini si sofferma: «queste medesime turbolenze che ci ànno messo contro di noi un partito che è forse il più grosso»[18], a proposito delle divisione interne di partito e della caduta della Repubblica Toscana guidata da Guerrazzi. Il ‘noi’ restituisce una dimensione collettiva di partecipazione alle rivoluzioni soffocata fino al Novecento, che riemerge non solo nel romanzo della Banti – come vedremo – dopo il centenario dell’Unità. Casini conferma che la sfida di Nievo è proprio quella di restituire il suo presente e dunque anche la difficile elaborazione critica e personale di democrazia, libertà, unità ed indipendenza.
Patria, patriottismo e senso della ‘patria’: l’epoca di Nievo, lo ripeto, è un ‘momento’ di costruzione di modelli e ‘senso civico’; è un ‘primo momento’ di elaborazione storica, e dunque anche il concetto di ‘patria’ modernamente inteso sfugge. Ma l’Italia è ancora una nazione che soffre della mancanza di interezza. Carlino ne è alla ricerca, come è alla ricerca di un proprio cammino, di una completezza per la sua esistenza. Si veda questo passo su Venezia:

Così la mia vita cominciava ad aggirarsi fra le rovine […]; l’amore mi torturava, mi mancava la famiglia, mi moriva la patria. Ma come avrei potuto amare, o meglio, come mai quella patria torbida, paludosa, impotente, avrebbe potuto destare in me un affetto degno, utile, operoso? Si piangono, non si amano i cadaveri. La libertà dei diritti, la santità delle leggi, la religione della gloria, che danno alla patria una maestà quasi divina, non abitano da gran tempo sotto le ali del Leone. Della patria eran rimaste le membra vecchie, divelte, contaminate; lo spirito era fuggito, e chi sentiva in cuore la devozione delle cose, sublimi ed eterne, cercava altri simulacri cui dedicare le speranze e la fede dell’anima.[19]

In poche righe Nievo concentra la perdita di forza della Serenissima, di un mondo che non c’è più, che ha perduto i punti fissi su cui era imperniato. Si consideri invece quest’affermazione di Lucilio: «Dicono che si farebbe atto di patria carità e prova d’indipendenza correndo incontro alle ottime intenzioni degli altri»[20] Sembra parafrasare invece quel ‘morire per delle idee’, la morte per ghigliottina del militare e patriota Ettore Carafa cui Lucilio, la Pisana e Carlino assistono a Napoli. Esistito anche nella realtà fu giustiziato nel 1799 a seguito della mancata rivoluzione partenopea del 1799: «Egli volle essere decapitato supino per guardare il filo della mannaia, e forse il cielo, e forse quell’unica donna ch’egli aveva amato infelicemente come la patria.»[21] E ancora in chiusura di romanzo la magnifica lettera in cui si richiama alla memoria lo sforzo di chi, dal basso, combatte per la patria senza desiderare un riconoscimento; qui si richiamo le imprese della Roma Antica.[22]

Nel romanzo ‘patria’ conta più di cento occorrenze ma, in due casi soltanto a mio avviso rilevanti, vi sono accenni a un duplice rimando patria-donna che è stato ben evidenziato da Stephanie Hom Cary, docente dell’Università di Berkeley, California nel suo articolo ‘Patria’-otic Incarnations and Italian Character: Discourses of Nationalism in Ippolito Nievo’s Confessioni d’un italiano[23]. Hom Cary riflette sulla rappresentazione di ‘patria’ nel romanzo, sostenendo che essa è strettamente connessa anche a ‘indole’ e ‘carattere’, tratti personificati da Pisana: principale personaggio femminile delle Confessioni, la Pisana è stata in numerose occasioni critiche definita come esemplare per la letteratura italiana – e non solo – dell’Ottocento e oltre. Eterno amore di Carlino, inquieta, in continuo movimento, personaggio a tutto-tondo e dunque in evoluzione, la Pisana è già immagine simbolica della ‘patria’ nell’introduzione al Meridiano Mondadori in mio possesso, secondo la definizione di Marcella Gorra, la quale in particolare evidenzia che la rubrica dell’ultimo capitolo del romanzo contiene un chiaro suggerimento di Nievo a tal proposito. Carlino afferma in questa sede: «Chiudo queste Confessioni nel nome della Pisana come le ho incominciate; e ringrazio fin d’ora i lettori della loro pazienza.»[24] Hom Cary sostiene la personificazione data dai caratteri della Pisana, ‘più che umani’: sposa, moglie e amante, Pisana coniuga in sé le contraddizioni politiche, sociali, civili d’un Paese in rivolta. Le Confessioni iniziano e si concludono nel nome della ‘patria’, una patria che veste un abito femminile, com’è da Virgilio in poi, passando per Dante e Petrarca, e soprattutto una patria che è frammentata, storicamente frammentata.

Leggendo le Confessioni m’è sembrato di riascoltare i versi di un poemetto di Patrizia Cavalli dal titolo La Patria, scritto nel 2008 e pubblicato nel 2011; eccone alcuni versi:

Ostile e spersa,
stranita dalle offese dei cortili,
dalle risorse inesauste dei rumori
per varietà di timbri e gradazioni,
braccata dalle puzze che sinistre
si alzano sempre non si sa mai da dove;
[…] sempre più
dubitando, eccomi qui obbligata
a pensare alla patria. Che se io l’avessi non dovrei pensarci, sarei nell’agio pigro
e un po’ distratto di chi si muove
nella propria casa, sicuro anche al buio
di scansare, tanto gli è familiare,
ogni più scabro spigolo di muro.

[…]
Certo,
sarebbe un gran vantaggio
poterla immaginare, tutta intera,
dai tratti femminili, dato il nome.

[…]
immobile a chiederti cos’è
quel denso concentrato di esistenza
sorpresa dentro un tempo che ti assorbe
in una proporzione originaria.
Più che bellezza: è un’appartenenza
elementare, semplice, già data
Ah, non toccate niente, non sciupate
C’è la mia patria in quelle pietre, addormentata.[25]

Cavalli rivela qui una profondissima capacità di adesione al reale, fatta di moti vorticosi dell’animo: calandosi completamente nell’attualità ritrae l’Italia di oggi, alla ricerca di un’identità come sempre, e ne vivifica le contraddizioni con meticolosa e ironica osservazione. C’è molta della sua Roma in questo testo: la città che l’ha accolta sta nelle strade, nei colori e nei profumi, nelle persone, e tutto è spoglio e vivo e assolutamente antiretorico. Cavalli è una di quegli autori che vivono il proprio tempo, e si misurano quotidianamente con esso, con ciò che li tocca e li investe. In questa poetessa contemporanea c’è, vive, esattamente quel senso della ‘crisi dell’appartenenza’ che è sì del Novecento, ma è in Nievo con centocinquant’anni e più di anticipo perché già nelle Confessioni si riscontra l’‘appartenenza elementare’ e soprattutto la frammentarietà della ‘patria’ restituita con l’acutissima frammentarietà del corpo e carattere femminile di Pisana.[26]


[1] Noi Credevamo premio David di Donatello 2011 – Intervista a Mario Martone, a c. di GenoaMunicipality, 24.09.10, <http://www.youtube.com/watch?v=9VMde3cV60I>.

[2] «È la storia – protagonista incontestabile delle Confessioni, come tutti i lettori hanno ormai convenuto – a governare la parabola di Carlino» afferma il critico Mario Allegri in Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, in «Letteratura italiana» diretta da A. Asor Rosa, «Le opere, III : Dall’Ottocento al Novecento», Torino, Einaudi, 1995, p. 539.

[3] A tal proposito si veda la posizione di P. V. Mengaldo,Appunti di lettura sulle Confessioni di Nievo in «Rivista di letteratura italiana», 1984, II, 3, p. 481. Mengaldo sostiene appunto che Nievo abbia utilizzato quest’abile modalità narrativa per veicolare le proprie idee.

[4] La mia edizione de Le confessioni di un italiano è edita da Mondadori nella collana I Meridiani, Milano, 1981. Questa citazione è tratta da p. 86.

[5] Ivi, p. 86.

[6] Le confessioni, cit., p. 4.

[7] Ivi, p. 257.

[8] Ivi, p. 532 (corsivo mio).

[9] G. Fofi, Tre Colori. Goffredo Fofi racconta “Le confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo, Radio3, 11.01.2011, <http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/popupaudio.html?t=TRE%20COLORI%2011.01.2011&p=TRE%20COLORI%2011.01.2011&d=&u=http%3A%2F%2Fwww.radio.rai.it%2Fpodcast%2FA0095147.mp3>.

[10] Ivi.

[11] Questa posizione è esplicitata anche da P. V. Mengaldo, cit., p. 517-518, ed è altresì sostenuta da Goffredo Fofi nel documento anch’esso già citato.

[12] Ivi, pp. 474–475.

[13] Ivi, pp. 477–479.

[14] In Ippolito Nievo tra letteratura e storia: atti della giornata di studi di Sergio Romagnoli, Firenze, 14 novembre 2002, Roma, Bulzoni, 2004, pp. 117-135. Riassumerò le direttrici principali del saggio per riuscire a dare una fotografia dell’ideologia di Nievo e dei suoi personaggi.

[15] Si vedano a tal proposito i carteggi nieviani curati da Marcella Gorra, Lettere in Tutte le opere di Ippolito Nievo, Milano, Mondadori, 1981. L’accenno è già in Simone Casini, cit., p. 126 in particolare, ma già pp. 125-130.

[16] «Grande stupidità è la nostra di misurare la vita dei popoli da quella degli individui; i popoli devono perché possono aspettare; lo possono perché hanno dinanzi non venti trenta o cinquant’anni ma l’eternità» in Le Confessioni, cit., p. 1043.

[17] Nievo e Mazzini. Le rivoluzioni del 1849 tra biografia e finzione, cit., p. 129.

[18] Ivi, p. 129. Già in una lettera del 13 aprile 1849, in Lettere, cit., p. 32 (corsivo mio).

[19] Le Confessioni, cit., pp. 354-355.

[20] Ivi, p. 511.

[21] Ivi, p. 762.

[22] Ivi, p. 1041-1042.

[23] In «Italica», Volume 84, Numbers 2-3, 2007, pp. 214-232.

[24] Le confessioni, cit., p. 1038.

[25] Il testo de La Patria è stato scritto nel 2008 per il “Festival dei Due Mondi di Spoleto” e pubblicato per la casa editrice milanese Nottetempo, collana “I sassi”, nel 2011; stralci o la lettura intera son reperibili ai seguenti indirizzi: <http://www.youtube.com/watch?v=VgrQMiaKQ8M> e http://www.youtube.com/watch?v=sDoDE-sjm90>. Patrizia Cavalli è nata a Todi nel 1952 e vive da molti anni a Roma. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia edite da Einaudi e Nottetempo: la sua è una poetica volta a comprendere la gestualità del corpo femminile e la gestione degli affetti, una poesia profondamente legata all’umano, aspetto che si vivifica anche in altri temi. Nel 2011, Cavalli è stata definita dal critico letterario Alfonso Berardinelli, una delle «punte della poesia con intelligenza letteraria di estrema raffinatezza» del nostro Paese, oggi (si consulti a tal proposito l’intervista http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=323069>).

[26] I tratti di Pisana sono stati ampiamente esplorati da, ad esempio, Marcella Gorra nell’introduzione alle Confessioni già citata e da Stephanie Hom Cary.

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