Giorno: 20 marzo 2014

Pasquale Del Giudice – poesie

berlino - foto gianni montieri

berlino – foto gianni montieri

Foglio di congedo permanente (2004 -2011)

*

Confessione sommaria 2.0.

Intento a decifrare circostanze
bossoli, accadimenti

considero i limiti di una sintesi
la sua possibilità più o meno assurda
enumero le separazioni avvenute
e intravedo le prossime,
la febbre promuove stasi e retroazione
l’acqua ristagna, invecchia la pietra
lima nei secoli il testo, il marmo, la forma

mio padre lavora, ordina dei blocchi
dissocia anche lui, smorza i rami di troppo
attenua le cime e in alcuni casi rimuove
abbiamo in comune
:::::::::::::::::::::::::::::::::::una pulsione chiarificatrice
e la cattiva coscienza di poterla realizzare,
la perfezione è verosimiglianza
la passione esercizio insufficiente

le schegge separate
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::sono i detriti della biografia
posso visitarla attraversando questa via
qualcosa resta, va in cancrena, ritorna
per caso, per cause oscure, non soltanto la notte
non solamente quando sono solo

ora, prima degli antibiotici, motivo le cure
simulo destini e diserzioni; si può vivere con poco
non si vive solo così, datti metodo
regole tue, scienza tua, risparmia nonnina
formichina non rinunciare, mi dico, non estinguerti
forse in fondo già preferendo il sonno
l’inedia e il disarmo ultimo dell’evidenza.

*

Cronenberg.

Corteccia su di sé ritorta
dal centro della propria collera nutrita
di sé rodendosi, redentrice
dei mali della pianta
crosta che ospita popoli, amici
oppure ignari a loro stessi e agli altri

tortuosa, torbida
in me contorta colonna
vocazione richiesta e rinnegata
a ghigni e narcisismi
riaccende piaghe, recalcitra
a dispetto degli azzeramenti simulati

lingua insidiata, madre
intrusa e anteriore,
osteggiata dall’interno, trave
che in sé sussiste, nel suo male scorrendo
febbricole covando
bulbi, bollori e quanto più
quanto di meglio c’è da trasformare
somatizzare per complicare

con o senza amore
con odio o per ubbidienza
nella cecità che muove il mondo
tu non meno vedente
tu nata dove riparò un superstite
dove l’ultima volta fu avvistato il sopravvissuto.

*

Inventario 3.0.

Omessa la biografia, dimesso il tempo
la terza notte d’Aprile
abbandona il diario
per l’immaginario, muove le acque
con la forza della penna, l’ordine del paesaggio
aumenta il mondo, rimette
una sfera al mondo, ha una nuvola
e una mela sullo scrittoio

puerile e onnipotente, convoca
le particelle, combina
le sillabe, tornando a capo, al primo giorno
trauma dell’inizio, ritmo e sisma
d’ogni capoverso, vincolo e debito della parola

riga dopo riga, linea
su linea, raggiunge il creato
divide, giura, giocandosi la vita
il poco della sua storia
nella vita, per la vita, sua vita
mia vita, mia poesia, tua poesia

tutti i ciottoli, le cellule
vogliono moltiplicarsi, diffondersi nella scrittura
anche il limone, le biro fanno cenno
i muschi, i reperti, i rifiuti
sgomitano, si muovono per rientrare
nella pagina, espandere l’organismo
la sinfonia delle lettere, il quadernetto delle note.

*

Zero.

Chi si basta ai primi tagli di luce
accoglie la consonanza dei moti
dirama il tatto, l’udito, l’olfatto
accorda ogni centro
alla risonanza dei corpi:

lingua risorgiva, ininterrotta
alfabeto chiaro
ai rudimenti del corpo,
è la mia stessa fibra
e la riconosco, farsi spessore
microcosmo.

Ogni cosa a suo modo si confida
mostra una presenza.
Così ogni mio gesto si dispensa
non dimentico, né ricordo, sono
il mio significato.

Raggiunte le basse pressioni
il ritmo combacia con l’onda meridiana
e un quadro di numeri
ricompone il primo arazzo.
Niente diverge, ciò che si tramanda
prosegue, qui sono da sempre
definito e amplificato dai sensi.

*

Le regole dell’attrazione.

Velare, rimandare
alimenta il desiderio
la pulsione rinviata a domani
all’occasione propizia,
la lingua richiede ritardi
maturazioni oscure
lente glaciazioni, illusioni
care ai poeti più che ai prosatori,
io misuro la pressione, la temperatura
dell’accumulo, durante il pranzo
o anche prima di dormire
perfezionando nel tempo le teorie
le leggi e gli strumenti del carotaggio,
maniacale, persecutoria, la mia scienza
non entra nelle scuole
non può insegnarsi, assurda e pericolosa
suscettibile e capricciosa
arte della seduzione, dell’appetenza
e dell’autosuggestione, eppure questa attesa
mi tiene in vita, mi attrae
al suo campo gravitazionale
e io sto attento a girarci intorno
gioco col trenino, con l’aeroplanino
metto in ordine la stanza
per paura, per tenermi a distanza
e insieme prossimo,
dedito a quel rischio e a quel fuoco.

*

Vampirismi.

Ostruiti i condotti
i padiglioni auricolari
mammifero domestico
inoperoso titano, slitto dagli incastri
slegando ai fatti me stesso,
fuochi, corti si generano
per le strade e nelle reti neurali
correnti, ciarle ammalano
il ritmo labiale, vizio del palato
questa carogna parlante, inchiostro
contaminato da suoni e significati
batteri alleati al destino
alla staffetta dei padri, canini-costrutti
morse in cui resiste una voce,
nel taschino del mondo
sul filo del sogno, tra le bolle
caleidoscopiche del possibile
aumento i giri dell’ironia, giocando a rifiutare
il palpito verbale, la sintassi ladra
io stesso trama e parassita, creta
carne e testo friabile
in cui scrivo e sono scritto,
delle parole figlio, delle parole che figliano
dandoci fiato, oscurandoci
fagocitandoci, autofagocitandosi.

*

Traduzioni.

:::::::::::::::::::::::::::::::::::ad A.

Gli scricchiolii sottopelle
i rami, le rigature
di ciò che scorre
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::e tutto così
perché tremino un po’ le linee
si scoprano i volti, le trame
di un cordone ombelicale
e la corrente rifluisca, cresca di conca
in conca l’acqua, di catino
in catino il formicolio dei canti;
non un filo non un’umile corda
che oscillando non moltiplichi pieghe
a nuove onde
più remoto il richiamo più rischiosa
la tensione dei sensi, più sottile
il filamento che ci tiene in vita; i nuclei
si squassano, le membrane
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::si contraggono
rilanciano le linfe
verso telai intatti – foce
e trapasso delle acque –
palpitii, minimi lacci
e noi qui l’anello duro d’un’oscura
catena di trasalimenti
socchiudiamo le palpebre, il libro
nella cura del cosmo
per un battito di presenza, vita sincrona
espansa.

*

Semiotica in giardino.

Magnolie, alcuni noccioli, foglie
come famiglie
fratelli e sorelle fanno segni
giochi di proprie parole
io, molti io di molti moti e linguaggi
figli dal volto chiaro, padri
patriarchi stanchi
che verde più non danno o quel verde danno
che ancora il tempo per caso risparmia

due merli, qualche passero
cugini nella stessa casa in cui qualcuno
parente non troppo lontano ne scrive
traducendo la loro vita
da una pagina d’aria
a un’altra di cristallo

su un ramo prima, su un muro poi
per un insetto, un seme
o qualche paglia per il nido
tutto lo spiazzo è sottoposto al vaglio
e la radura, orbita oscura
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::si concede
come ad assolvere un debito;
i pioppi, fedeli sentinelle
sorvegliano il campo
che sfili, collezione di vinti
la sequenza delle stagioni

non troppo diversamente opera
da quegli uccelli
chi del libro mondano l’umano decifra
setaccia termini, terreni
chicchi, fuscelli
perché concordi, s’imprima la forma
di significato, la tela d’un ricordo
della ferita.

*

Richiesta perentoria.

Quella che stai mettendo alle tue spalle
definitiva porta d’orgoglio, sigillala
col piombo, col sangue non versato
col tempo mancato, notte che non esiste
terreno integro, ultimo sfondo
nero slargo continuo, respingi gli imbrogli
qualunque radicella di papavero
lascia girare il mondo contro di te
guardalo andare al macero con te
babele, raffica di mestieri, riti opportuni
al flusso degli inganni, siamo suolo debole
alle offerte di senso, butta fuori gli amici
i compiti che illusero, lasciati dietro
la gravità, fino al sopraggiungere
nei pressi della fine, dell’ultimatum
la clinica è lontana, fissa, attesa
buia promessa, forse nessuna riga
mente, nessuno sguardo conosce
vero è il gioco vicino, l’acqua di là che fugge.

*

Senza titolo.

Ramaglie, groppi
paste dove s’ingrana il male
rivi intrecciati, polifonie
pigmenti;
qui non ci sono margini
ma aperti lembi, noduli, punti
circondati da punti e ognuno è centro
e sguardo, viso e spillo,
carne e teatro;
dalla chimica al volto, dalla globulina
al simulacro.
L’ufficio della tela è silenzioso
disfarsi, raggiungere
le scintille improvvise, diradare
i cigli
farsi fragile, plurale
così che il gessetto estenda
il raggio di bonifica, la geografia
dell’impensato:
quali circuiti della tuba
rischiarerà il fiato
per un intarsio sempre più complesso
un concerto per più orecchi
risonanze, ricettori.

*

Chiaroscuro.

Chiedersi ancora dell’inverno
per leggerezza e confusione
nembi, stoppie
impediscono la vista, la vita
distante un bacio

non occorre Dicembre
per fitte nebbie, raffiche nuove
bucce, semi
:::::::::::::::::::::::::::::::::sassi

ognuno è quello stesso messaggio
questa notizia conservata
di corolla in corolla
di traduzione in transizione
parola, latenza, spiga
nel vaso dimenticata

::::::::::::::::::::::::::::::::::si stenta
a decifrarla
sotto il tiro degli eventi
al buio delle immagini,
cresce oltre il foglio
::::::::::::::::::::::::::::::::::il disordine

fa’ che non sia poco, affonda
la casa è il nido
che una gazza raccoglie
e un capriccio disperde.

*

Benedizione della cenere.

Terra di senso, se dal fianco
che ci accoglie di colpo si spegnessero
ragioni, motivi d’essere, non lasciarci
interrotti, troncato lo sguardo
serrati i sensi, patria che non muta
di te è il filo secreto, delle musiche il nesso.

Se ogni cosa fu la stessa ogni cosa
è lo stesso, ciò che naturalmente
si riconosce, un’altra notte ha condiviso.
Qui il dolore è negarti, nominarsi
dalla solita distanza, l’identico peso
d’ogni parola avventurosa; resistono
i contorni, la durezza dei corpi, delle dighe.

Fai crocevia di note e sangue
i corpi impregnati del tuo fiato, tu seme
d’ascolto, pagina dove la voce
d’ogni dettato attecchisce, muore,
risorge senza domandare. Questa traccia

mortale ricomincia. A te ritorna.
Non ho destino, poichè sono il tuo destino.
Nata dal fango, sporca di sangue
la pelle di crudo profuma, di anno
in anno, la pioggia dissipa l’aroma.

*

Blackout.

Sovrapponendo i volti
emergono le coordinate
di un viso minimo
comune denominatore

sulla faccia dei passanti diventa
un immobile quadrante e ognuno
assimilandolo ne sporca i confini
ne tempera il taglio e la perfezione

quale carne saprebbe
reggerne l’accordo
l’estrema tensione
degli zigomi delle corde

noi non siamo così integri
stiamo ancora crollando
stiamo ancora raccogliendo
qualche fascina di legna per l’inverno

forse un blackout
una pulsazione uno stordimento
trance improvvisa fragilità perfetta
intercettare l’intermittenza

frequenza che batte
la tempia imprendibile del traffico.

***

© Pasquale Del Giudice

***

Nota: Del Giudice Pasquale Pietro, nato nell’87, vive in provincia di Napoli, studia (?), passeggia e sporadicamente appare, anche su carta, Nodo sottile 5 (le lettere), da cui sono estratti alcuni di questi testi, aggiustati o peggiorati, nel tempo riplasmati.

Charlotte Brontë, Jane Eyre (Le Grandi Scrittrici; Neri Pozza)

Jane Eyre

Debutta oggi la nuova collana di Neri Pozza “Le Grandi Scrittrici” a cura di Monica Pareschi (che ringrazio per questa anteprima). Il primo romanzo è l’indimenticabile Jane Eyre, in questa nuova edizione, introdotto da Tracy Chevalier e tradotto da Monica Pareschi, presentiamo qui alcune pagine dal primo capitolo. (gianni montieri)

*

“Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli”, scriveva Calvino. Siamo partiti da qui per inaugurare una nuova collana dedicata ai capolavori della letteratura femminile, senza limiti di spazio e di tempo, con l’intento di creare, appunto, le condizioni ideali per le lettrici e i lettori di oggi: un’operazione editoriale che rende accostabili e godibili alcuni dei libri più amati di sempre, con nuove traduzioni che ne sottolineano tutta l’attualità, per chi si accinge a rileggerli ma anche per chi vi si accosta per la prima volta.” (Monica Pareschi)

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Charlotte Brontë, Jane Eyre, Neri Pozza (€ 12,90)

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Capitolo 1

Impossibile fare una passeggiata quel giorno. In realtà, la mattina avevamo vagato per un’ora tra gli alberi spogli; ma a partire dall’ora di pranzo (la signora Reed, quando non c’erano ospiti, mangiava presto), il freddo vento invernale aveva portato con sé nuvole così fosche, e una pioggia così penetrante, che qualunque altra attività all’aria aperta era ormai fuori discussione.
Ne ero felice; non mi sono mai piaciute le lunghe passeggiate, soprattutto nei pomeriggi gelidi: era orribile tornare a casa nella luce cruda del crepuscolo, con le dita delle mani e dei piedi intirizzite e il cuore triste per i rimbrotti di Bessie, la bambinaia, umiliata dalla consapevolezza della mia inferiorità fisica rispetto a Eliza, John e Georgiana Reed.
I quali Eliza, John e Georgiana erano adesso raccolti intorno alla madre in salotto: lei era adagiata su un divano accanto al caminetto e, circondata dai suoi diletti (che per il momento non si accapigliavano né piangevano), sembrava perfettamente soddisfatta. Quanto a me, mi aveva dispensata dall’unirmi al gruppo, dicendo che «le dispiaceva di esser costretta a tenermi in disparte; ma finché non fosse stata informata da Bessie, e non avesse constatato di persona osservandomi che mi stavo sforzando sul serio di comportarmi come s’addice a una bambina, mostrandomi socievole, affabile, lieta – dovevo essere più vivace, più schietta, più spontanea insomma – le toccava proprio escludermi dai privilegi destinati solo ai bravi bambini che non fanno i capricci».
«Ma Bessie cosa dice che ho fatto?» domandai.
«Jane, non mi piacciono i curiosi o quelli che trovano da ridire su tutto; e poi c’è qualcosa di davvero sgradevole in un bambino che si permette di rimbeccare i grandi in questo modo. Vatti a sedere da qualche parte; e finché non avrai qualcosa di gradevole da dire, taci».
Accanto al salotto c’era una saletta per la colazione, e mi infilai lì. Nella stanza c’era una libreria e ben presto mi impadronii di un volume, dopo essermi assicurata che avesse tante figure. Mi arrampicai sul sedile nel vano della finestra e, sollevando anche i piedi, mi sedetti a gambe incrociate, come un turco; infine, dopo aver tirato quasi del tutto le pesanti tende rosse di tessuto marezzato, mi ritrovai doppiamente protetta, come una reliquia.
Lembi di stoffa scarlatta mi impedivano la vista a destra; a sinistra i tersi riquadri di vetro mi isolavano senza separarmi dalla cupa giornata novembrina. A intervalli, mentre giravo le pagine del libro, studiavo il pomeriggio invernale. In lontananza, nient’altro che un biancore vacuo di nebbia e nuvole; più vicino, uno scenario d’erba bagnata e cespugli flagellati dal vento, lunghe raffiche luttuose che spazzavano via con violenza la pioggia incessante.
Tornai al mio libro, la Storia degli uccelli inglesi di Bewick: del testo non mi importava granché, in generale, eppure c’erano alcune pagine introduttive che, pur essendo una bambina, non riuscii a saltare a piè pari fingendo che non esistessero. Erano quelle che trattavano dei luoghi abitati dagli uccelli marini; degli «scogli e promontori deserti» che essi soli popolano; della costa norvegese, costellata di isole dall’estremità meridionale, il Lindesnes – in inglese Naze – fino a Capo Nord,

Là dove l’oceano nordico, in vasti vortici,
Ribolle tra le nude, malinconiche isole
Dell’ultima Thule; e l’atlantico flutto
Si scaglia tra le Ebridi selvagge.

Né potevo ignorare la menzione delle rive desolate della Lapponia, della Siberia, delle Spitzbergen, della Novaja Zemlja, dell’Islanda, della Groenlandia, con «le sconfinate regioni artiche, e quelle lande dimenticate da Dio di spazio sempre uguale; quella riserva di gelo e neve, dove duri campi di ghiaccio, accumuli secolari di inverni cristallizzati uno strato sopra l’altro fino a raggiungere altezze alpine, circondano il Polo e concentrano, moltiplicandoli, i rigori del freddo estremo». Di questi regni bianchi come la morte mi ero fatta un’idea tutta mia: confusa, come ogni nozione compresa solo a metà che fluttua nel cervello infantile, ma stranamente potente. Le parole di quelle pagine introduttive si collegavano alle illustrazioni seguenti e davano un senso allo scoglio che si ergeva solitario in un mare gonfio e spumeggiante; al vascello spezzato e arenato su una costa desolata, alla luna fredda e spettrale che, attraverso una prigione di nuvole, occhieggiava un relitto sul punto di colare a picco.
Non so dire quale sentimento gravasse sul cimitero solitario con la sua lapide incisa; e il cancello, la coppia d’alberi, il basso orizzonte cinto da un muro diroccato, la falce di luna appena sorta a indicare l’ora serale.
Le due navi immobili su un mare torpido mi parvero fantasmi marini. Girai in fretta la pagina col demonio che sistemava il fagotto sulle spalle del ladro: l’immagine mi terrorizzava.
Come pure quella con la creatura nera e cornuta seduta su un masso in disparte, a guatare di lontano una folla radunata intorno a una forca.
Ogni figura raccontava una storia; spesso misteriosa per la mia mente acerba e la mia sensibilità infantile, e tuttavia profondamente interessante: interessante come le storie che Bessie narrava le sere d’inverno quando capitava che fosse di buon umore; e quando, dopo aver spostato il tavolo da stiro accanto al focolare nella stanza dei bambini, ci lasciava sedere intorno a lei e, mentre rassettava le gale e i pizzi della signora Reed e pieghettava i bordi della sua cuffia da notte, nutriva la nostra avida attenzione con brani romantici e avventurosi tratti da vecchie fiabe e antiche ballate; o (come scoprii in seguito) dalle pagine di Pamela e Henry, conte di Moreland.