Giorno: 18 marzo 2014

Pescando (per punti) nell’amarezza di Valerio Magrelli

covermagrelli

1.

Iniziamo con il fumo.
Leggo, a pagina 11, una poesia con dedica Per Stefano, distratto:

Stefano
sotto la doccia,
la sigaretta accesa,
dentro gli spogliatoi che fumano vapore
tu fumi un altro fumo da quello dell’omino
di fumo, un fumo d’acqua
fumante mentre parli,
e parli dell’altrove,
e parli dell’altrove
in cui fumi ignorando
di fumare.

Confronto questi versi con un testo apparso in Nature e venature, del 1987. E mi meraviglio:

Io cammino fumando
e dopo ogni boccata
attraverso il mio fumo
e sto dove non stavo
dove prima soffiavo.

Meraviglia il ponte costruito da allora a ora e come sull’una e l’altra sponda un’apparentemente semplice “distrazione” nella percezione visiva possa determinare uno “spostamento dell’io”. E con brevissimo scatto spazio-temporale ecco generarsi quell’“altrove” che istantanee dell’inquietudine, come sono queste poesie, rendono enigmatico e oscuro.

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2.

«Per me la ragione / della scrittura / è sempre scrittura / della ragione»: così chiudeva una poesia di Ora serrata retinae. Da sempre Magrelli ragiona, in poesia; ragiona attraverso il monologo, infine esposto e verificato, sapientemente, sulla pagina.
«Io sono ciò che manca / nel mondo in cui vivo,» scriveva in quella sua prima opera. Adesso l’endecasillabo portante di pagina 15 (la poesia riprodotta in copertina) recita: «ma sento che qualcosa è andato perso». Sì, continua a verificare il mondo, Magrelli, vedendosi (verificandosi) tra corpo e mente, che fanno casa all’essere e al tempo, al loro divenire.
Prima ancora che disposta (o deposta) sulla pagina, è una poesia, la sua, che si fa mediante il corpo e che in bocca lascia l’amaro.

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3.

Di Ripetizione e Mancanza – forze che dominano rispettivamente la Vita e l’Amore – ne troviamo in abbondanza. Tra le pagine de Il sangue amaro, l’esistenza, in questa nostra nuova età di mezzo, pare rivelare di quelle forze alcune spine mai così pungenti.
Emblematici in tal senso, a pagina 134, gli ultimi quattro versi, riferiti a piccole stanze d’albergo, ma evocativi appunto di tutta la condizione umana:

«Piccole macchine di grande solitudine,
là dove il celibato sposa l’alienazione
con me testimone alle nozze
fra la Mancanza e la Ripetizione».

Dalle punture sgorga un’amarezza che va oltre la dimensione del malinconico, avendo a che vedere con uno strato più profondo: un pessimismo fondato, sembra di poter dire, nel solco di una tradizione grande e nobile del pensiero.
Ad esempio in Timore e tremore, traendo spunto in partenza da Kafka e Hrabal, si espone, sempre mediante il corpo, in questa nitida metafora:

«Parliamo allora di questo movimento,
un vento che soffia da dentro
per scuotere le foglie delle dita
e non si ferma più».

Ecco nuovamente lo strato profondo, qualcosa che sempre è stato e ritorna e non si arresta.

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4.

Se penso a quanto spesso ho sentito e utilizzato, perlopiù come suggerimento in chiave negativa, l’espressione “non farti il sangue amaro”, leggendo a pagina 125 i tre versi finali della poesia, ne avverto come fosse nuovo, ora, tutto il significato e il peso:
«Io faccio Sangue Amaro. / Io mi faccio il Sangue Amaro. / È una specialità della casa / sin dal lontano 1957».
Penso in particolare a quel “mi”, tanto riflessivo che nella destinazione di tutto trovo ci sia la considerazione di un: “faccio tutto solo per me stesso”.

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5.

Continuo a pescare, così, a piacimento, nel piatto amaramente ricco di Magrelli.
Natale, il tema del nascere.
Torna anche qui, profondo, il pensiero pessimistico: la vita è un’inflizione cui corrisponde, giusto all’altro capo della fune, la libertà di scelta, di quando e come morire: libertà propria del suicidio, dell’eutanasia, su cui Magrelli, appoggiandosi inizialmente a Montaigne, riflette con ironia (cioè “ricerca”, sofferta e che detta il gioco, nel suo significato più alto).
Se di creazione si parla, si tratta di una “creazione malvagia”. E l’amarezza addirittura può farsi desolante: «detesto vivere», confessa a pagina 33, per poi affermare:  «Ah, potessi convivere senza dovere vivere!»…

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6.

Sciolti o forse no, pesco bellissimi nodi d’amore:

– a pagina 27, un «Amore-clorofilla», che torce un figlio in carrozzina «come la pianta in cui si versa luce», porta il pensiero a una splendida poesia di Krumm, dal titolo Alla mia destra;[1]

– a pagina 33, l’endecasillabo «Insomma, sono ostaggio dell’Amore:» è sintesi di tutto il precedente ragionamento monologante sulla Morte. Scardinandone il senso, con mutata collocazione dei termini-cardine posti in essere all’inizio, scrive: «È lui il tremendo tesoro / che fa argine / sul ciglio del non-essere»;

– a pagina 47, pescando anche qui l’essenziale dalla decima poesia dell’ipertesto: «amore è la distanza che ci chiama» (…) «nel bisogno di essere strappati a noi stessi».

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7.

Rumore vs Silenzio. Torna in mente uno Short di Auden: «Bisognosi anzitutto / di silenzio e calore, produciamo / freddo e chiasso brutali».[2] Con la sezione intitolata Otobiografia si entra nel territorio dell’idiosincrasia principe di Magrelli, il fastidio per il rumore e per suoni “mal collocati”, incontrati per caso, subiti, ingombranti.
A partire da un phon malfunzionante, che è solo un pretesto, una “scusa”, si apre un’immaginazione capace di produrre un vastissimo racconto, ed ecco stagliarsi in piena luce questi versi:

«Se qualcuno ti chiama, non ci credere,
sarà un miraggio uditivo, un’impressione.»

(…)

«Che c’entro, io, con tutto questo sangue,»

(…)

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8.

Il corpo dell’amarezza trova la sua postura migliore – credo – nell’ipertesto sulla crudeltà della lettura. Qui infatti si legano tutti i temi, amore e mancanza, silenzio, vedere-vedersi, abisso e vertigine. A pagina 37, [Matrice]:

Ti guardo, cerco di guardarti dentro,
come se mi sporgessi su un abisso.
Mi affaccio al parapetto e guardo giù
in fondo al tuo silenzio, mentre leggi
in una lontananza irraggiungibile.
Vorrei stare con te lì in basso, invece
resto inchiodato a questo ponticello
atterrito e remoto, separato,
legato a una vertigine che amo,
se amore è la distanza che ci chiama
e insieme la paura di varcarla.

Compiuta e struggente, altissima qui l’amarezza insita nella distanza dalla persona amabile proprio per amore di ciò che separa. È l’orizzonte della lettura, ostinata e solitaria, che assorbe tutte altre maschere, altre persone, porta via, in un Vuoto amato: «paradiso perduto che la lettura addita / sul fondo incantato del non-io».
E per lo strano scherzo che a volte lega gli opposti, il tono ricorda L’abbraccio, splendida poesia di amore compiuto, di unione, apparsa in Esercizi di tiptologia. Sì, sembra di sentirne l’eco, l’intensità, la stessa sussurrata intimità.

Cristiano Poletti

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[1] Tratta da Respiro, di Ermanno Krumm, libro edito da Mondadori nel 2005: «A letto ti voglio sempre dallo stesso lato / non perché sia quello che preferisco / del corpo o del volto, ma perché / come i rami di un vegetale / penso verso la luce da quella parte / e a vederti mi sporgo / con gli occhi della giovinezza».

[2] Traduzione di G. Forti.