Giorno: 15 marzo 2014

Sogno#6

Quando alla tv annunciarono la morte di quel cantante, lui e il resto della famiglia erano seduti a pranzo.
Senza proferire parola, il più grande dei suoi tre fratelli si alzò, si chiuse in camera e per ore in cuffia si passò tutti i vinili, il secondo uscì con la macchina e non tornò fino a che non ebbe ascoltato tutti i cd, mentre il terzo, si sdraiò sul divano con L’ipod nell’orecchio e fissando il vuoto canticchiò l’intera compilation di Mp3 in sequenza casuale.
Lui, il più piccolo, che quel nome non lo aveva proprio mai sentito, rimase seduto a tavola, mentre la madre in cucina singhiozzava una di quelle canzoni. Lui rimase lì, alla tavola ancora apparecchiata e non riusciva a muoversi come se fossero stati affidati a lui i quattro pesi di quella assenza. Quattro pesi più il suo, la sua astrazione da quel lutto.
Si sentiva come se stesse tentando di camminare con cinque palloncini pieni d’acqua tra mani piccole, quando il peso del liquido spinge verso il basso e deforma i palloncini e il loro equilibrio.
Rimase lì così per ore, con i suoi palloncini in attesa del ritorno del padre.
Quando tornarono tutti al tavolo per la cena, nel silenzio masticatorio provò a parlarne .

« Mangia un po’ di spinaci tesoro mio » lo interruppe la madre
« …che poi diventi come Braccio di ferro » aggiunse il padre.
« Ma, ma, ma non vi siete ancora accorti che sono cresciuto ? »

La madre lo fissò e prima di riprendere a masticare sussurrò  “allora, come Superman tesoro mio, come Superman!».

© Iacopo Ninni

Alcune poesie da Io: 1975-1982 di Dario Bellezza e una nota

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Anche oggi, come nel post già proposto il 25 febbraio, rendiamo omaggio a Dario Bellezza con alcune poesie tratte dal volume Io: 1975-1982, pubblicato da Mondadori nella collana Lo Specchio nel 1983; «Qui un sontuoso e a volte luttuoso artificio, un’ironica enfasi deformatrice <e amara>, una gravità stravolta agiscono e si compongono in suono, colore, atmosfera» come recita la quarta di copertina. Ritengo importante questa nota sull’atmosfera dei testi, intrisi di un andamento ma soprattutto di prestiti ancora fortemente penniani «dove l’io sa essere voce lirica che testimonia fermamente la pena e il disagio di esistere». Nel saggio di Antonio Veneziani Dario Bellezza (Fermenti, 1996) si incentra la storia poetica di questo autore sul tema dell’io «tra l’ombra della soggettività e la carnalità del nulla» ben presenti anche in questi testi. La raccolta, come si legge nel volume di Giorgio Manacorda La poesia italiana oggi: un’antologia critica (Castelvecchi, 2004), può essere inteso come prosecuzione del precedente Libro d’amore, anche se – a mio avviso – risulta più compiuta della precedente; l’ ‘io’ del poeta conosce e sa versificare le proprie spaccature e fragilità con consapevolezza, non si esime dal mostrarle e, anche se non esce dalla retorica del quotidiano (nota Manacorda), riesce a portare questa ‘retorica’ ad un livello poetico alto e altro, tesa da una, si potrebbe definire ‘drasticità’ poetica, lieve e, nel contempo, a-storica.

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POLVERE E CENERE

Ciò che in polvere è stremato
più di futuro non risorge
Chi è in Croce
alza gli occhi
e conta le costellazioni, almeno.

Beato chi è felice
a prevedere massacri
e strepiti e il nulla melodioso
inferno salutare.

Fragile me invece
che inginocchiandomi non so
sulla terra nuda e polverosa
e baciarla senza rancore
di doverci tornare.

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da IL VIAGGIATORE D’OMBRA

Sarebbe come scomparire dietro l’opera
bugiarda che si è involata di mattina
pensando invece che alle Opere, o
alle Forme, al bisogno reale
di niente dire, o galoppare in silenzio
verso lidi incogniti, bruciati
dalla salsedine, con l’idea dentro
trionfante del nulla miserabile.

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*

Penso che dovrei avere un figlio:
che mi guardi dal letto sfatto e sorrida
mentre ascolto una musica lontana
celestiale, di sogno… La porta
aperta sull’infinito, e un’infinita
preghiera… Calme parole
sussurrate nel vento aperto
della notte oscura. Io ti guardo,
figlio, dormiente sereno
in un tripudio colorato, mimetico
di rosse coperte, su un divano bianco
un cappelletto blu in testa
a coprire i capelli tagliati corti
come un collegiale o un militare.

Io solo, solissimo ti guardo,
figlio, non avendo doni per te
oggi che splende il tuo sedicesimo
compleanno. Non trovo
che sommesse virtù per rasserenarti
in un futuro che nessuna morte
intoccabile sfiorerà
con la sua adunca orrida mano.

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da GATTI

Rimorso a guardarti nella confusione;
sei solo una gatta, anzi sei una gatta,
una natura felice, un miracolo, un incanto:
quando agiti la coda o cerchi di afferrarla
sei più dispettosa di ogni ragazzo,
più dolce di ogni zucchero filato.
Ma il rimorso mi divora, sapessi,
pensando che dovrò lasciarti,
non sono fedele negli amori,
non so sacrificarmi.
Dimmi che fine farai
lasciami libero di decidere,
di perdermi in un altro destino.

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Una giornata di maggio, piovosa
il cielo lassù senza speranza
incerto, timido di pioggia
da buttare purificando le Creature
Io passai, fantasma assorto
in un peccato paradisiaco
davanti a rovine antiche
e lì tre creaturine miagolanti
m’invitarono a soffrire con loro.
Erano dentro una busta di plastica:
umidi di guazza ma vivi, ed io
li raccolsi davanti a tutto
il concerto di gatti randagi
che aspettavano il cibo delle gattare
Io ero ormai un gatto: gli occhi
di sirena delle femmine-gatto
mi guardavano cantando mentre
accorrevo al trepido soccorso.
Io fuggivo con la busta, e le gatte
mi correvano dietro contente.
I ciechi pulcini si agitavano
in cerca delle poppe
che io non avevo, armandomi
di un sottile contagocce
Fui certo di perdermi
in quell’universo gattesco…

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LA GATTITÀ

È molto più gatto lui di lui…

Ma la gattità che cos’è? E dove
dovremo volteggiare per raggiungerla?
Io rispondo al querulo amico
che è dentro di me, o forse
nemico ai giorni e alle ore
della vita che passa senza speranza,
io appunto rispondo con sapienza
innocua e innocente, non lo so:
tanto mi basta sapere
che la gattità è un’entità
fissa e superba
di cui gli uomini sono
totalmente sprovvisti.

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Leggiamo le mie possibilità amorose.
Come avessi vent’anni, e andassi
per stracci, o fidanzate poco
credibili… La verità è che
non amo più, né sento niente
dentro se non sommessi insulti
a quel colui che ero, che non sono
più, tranne vendendo i reliquarii
di me stesso, fuggendo le pratiche
abominevoli di folli stregoni
chirurghi del mio corpo, saltando
verso la fine alcune brevi estati
di malinconia. Ecco la paura
di essere docili al piccolo
principe azzurro dei miei coglioni!

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da ‘io’

M’impaura la mia incerta voce
che certo smania il suo tono
implacabile di verità. Una voce
sottile, smagata che corrode
l’anima mia nera di peccati.

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Dura legge sapere che niente
potrà consolare il niente assoluto
che ci divora lontano dal mare
nelle sabbie ardenti, o nell’acque
sospirose di una fontana fresca
e salutare. Niente, dirò,
fra pietre immemoriali
che laggiù, nella mattutina
passeggiata, sedendomi
su uno scalino
di una scala lunga
come quella di Giacobbe
guardo.
Pietre, pietre sconnesse
da secoli non più a venire,
ma venuti. Pietre
dure, energiche, maschili
che mi coprirete
non nel linciaggio finale
ma nel dolce sonno del niente
che nessuno vuole sapere,
persona vuole vedere.

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