Giorno: 12 marzo 2014

un endecasillabo al giorno #100 di Davide Valecchi

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L’idea mi è balenata nella testa un giorno in cui mi sono reso conto che forse, fra tutti i social network, proprio twitter, con la sua drastica limitazione a soli 140 caratteri per post, poteva rappresentare un mezzo ideale per immettere nella rete una quotidiana dose di poesia. Un solo verso al giorno: la giusta quantità.
Il nome del progetto, “Un endecasillabo al giorno”, non è esente da ironia: richiama infatti certi noti proverbi che ci invitano ad adottare salutari abitudini. E, almeno per quanto mi riguarda, non posso pensare a niente di più salutare dell’abitudine quotidiana alla poesia. La scelta della forma metrica più cara alla tradizione poetica italiana se in superficie nasce per rendere omaggio ai poeti che fanno parte della mia formazione nasconde più in profondità un valore simbolico: andare da un’altra parte passando dallo stesso posto e, probabilmente, vedere un’altra cosa. Questi versi infatti non hanno carattere estemporaneo ma si inseriscono in un percorso di ricerca ed evoluzione che, nelle mie intenzioni, dovrebbe rappresentare il graduale superamento dei temi e delle modalità messe in atto nel mio libro del 2011 Magari in un’ora del pomeriggio (dove ho fatto largo uso dell’endecasillabo). I testi che sto raccogliendo da circa due anni in previsione di una pubblicazione in volume hanno un carattere nettamente diverso (per temi e forme) da quelli presenti nel libro e ho sentito quindi l’esigenza di preparare il distacco da una stagione poetica che mi ha accompagnato per quasi venti anni diluendolo nel tempo. Un distacco che si compie lasciando dietro di sé una lunghissima scia (o strascico, volendo) di motivi e suggestioni che si protrarranno per un anno intero.
Non ho ancora pensato a quale sarà il futuro di questi versi quando il progetto sarà concluso. Per adesso non è quello che conta.

© Davide Valecchi

Potete leggere alcune poesie di Davide tra cui alcune tratte dalla raccolta citata, in un precedente post uscito su Poetarum qui.

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Un endecasillabo al giorno

  1. Si apre una raccolta di elementi
  2. La sedimentazione non è certa
  3. Attraversando una soglia di fibre
  4. Resta sul fondo un tono innaturale
  5. Nessuna ipotesi di iridescenza
  6. Una stagione di polvere e luce
  7. Crescono solo parole parziali
  8. In piedi per un soffio, per un sibilo
  9. Il bianco aumenta la ripetizione
  10. Un punto dentro al mare di riverbero
  11. Tutto è stato diviso con un taglio
  12. Un lavoro di impronte sulla pietra
  13. Riflesso da una scheggia di calcite
  14. Il giorno cade, il nome si spegne
  15. L’aria contiene un luogo di radici
  16. Senza generazione, come un vuoto
  17. Il primo segno della tua vecchiaia
  18. Un pomeriggio immobile, arancione
  19. Un sigillo tentato, quasi innocuo
  20. Salire verso una definizione
  21. Nella misura di identità minima
  22. Tracce di ferro marcano il terreno
  23. Un cielo di centimetri, volatile
  24. Siamo spariti per un tempo breve
  25. Ritornando da luoghi non previsti
  26. Ricade il seme dell’imperfezione
  27. Dentro la consuetudine dei muri
  28. Per una conoscenza della linea
  29. Oltrepassare l’emisfero freddo
  30. Rivolto verso gli anni scoperchiati
  31. Fino all’attesa ricompensa d’acqua
  32. Chiusi nel confortevole congegno
  33. Tutte le insegne sono state esposte
  34. È il 1984
  35. La luminosità, riconosciuta
  36. Il tempo esatto di un’orbita intera
  37. Chi siamo quando il viaggio si conclude
  38. Senza conversazioni immaginarie
  39. Non è una religione ma una tecnica
  40. L’esperienza del taglio: l’esattezza
  41. Guardiamo fuori per sapere il giorno
  42. In comunione segreta e continua
  43. Tutto ancora davanti agli occhi, forse
  44. Ma ho chiamato amore qualcos’altro
  45. E il dettaglio si perde controsole
  46. Non c’è più niente di rinchiuso, qui
  47. Nell’incolumità degli anni luce
  48. Le immagini convergono, cambiate
  49. Il rifugio è invisibile da fuori
  50. La chiarezza dei giorni non si ferma
  51. Qualcosa nella stanza più lontana
  52. Un grado sopra il colore di fondo
  53. Piccoli segni di sostituzione
  54. Tutti i nomi coinvolti, sulla lingua
  55. Per ascoltare il crepitio dei muri
  56. Dentro un’eredità di scalfiture
  57. Ogni stato di luce ripercorso
  58. Nell’unico orizzonte del tuo corpo
  59. Chiuso dalla durata delle impronte
  60. Si tratta di frantumi in ogni caso
  61. Il dovere del tempo è una finzione
  62. Deposito di voci attribuite
  63. Conforto di macerie rinnovate
  64. Uscirne senza segni, senza nodi
  65. Nessuna cura per il desiderio
  66. Solo una serie di trasformazioni
  67. Il peso ininfluente delle ossa
  68. Tutto il lavoro per la vita incolume
  69. E per un crollo che avviene in silenzio
  70. Persone inesistenti, liberate
  71. Tracce organiche, come di parole
  72. Un bastione di cocci e terra nera
  73. Preparativi per il terraforming
  74. Un inabissamento controllato
  75. Identità pronta alla sparizione
  76. Fino a sentirsi bianchi, cancellati
  77. Dentro giorni affidati all’erosione
  78. Memoria delle mani in dissolvenza
  79. Qualcosa che hai lasciato da bruciare
  80. Da qui la vista è nuova, cambia il fuoco
  81. Canti della dorsale, sottopelle
  82. Viene alla luce l’era del distacco
  83. Giorni non veri scritti nella pietra
  84. L’ultimo pomeriggio di pulviscoli
  85. Dove non siamo mai nati davvero
  86. Il folto si interrompe all’improvviso
  87. Il sole impone di chiudere gli occhi
  88. Poi si prosegue sotto il cielo aperto
  89. Andando incontro a docili rovine
  90. La corona di carta sulla testa
  91. Vento ordinario, svuotato di voci
  92. Il luogo afferma la tua estraneità
  93. Con ogni movimento degli steli
  94. La pienezza si compie e muore subito
  95. Nel mondo percepito con le mani
  96. La casa non è stata mai finita
  97. Ora deve iniziare la discesa
  98. In direzione dell’iridescenza
  99. Considerando ogni filo impigliato
  100. Ogni microfrattura in superficie

Le cronache della Leda #5 – Roma non c’entra niente

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Le cronache della Leda #5 – Roma non c’entra niente

Mi è toccato rispiegare alla Luisa, ma soprattutto all’Adriana che l’anno scorso al cinema non c’era venuta, che non è un film su Roma. L’Adriana, come se fosse una che non può uscire di casa si è ridotta a guardare La grande bellezza in televisione, su Canale 5, non oso pensare al tributo patito in spot pubblicitari. Mi immagino uno yogurt bio appena dopo uno stacco sul Colosseo, mi piglia quasi uno spavento, dove dovrebbe esserci lo sgomento, lo stupore, oppure l’indifferenza, ma solo verso il film, e invece lo yogurt, invece l’Adriana.

Il giorno dopo la trasmissione televisiva mi telefona con il tono di chi abbia appena assistito a un’anteprima riservata alla stampa o alle autorità, e quindi con il tono che ancora nessuna recensione, nessun premio conferito, non ancora applausi, non ancora stroncature, e dice cose del tipo Ma un film sulla bellezza di Roma, una cosa come Fellini, una specie di  copia di Fellini, ma poi anche la decadenza, ma un film fatto apposta per gli americani, ecc. Ho dovuto sedermi, ripensare al film e dirle la mia, premettendo che il fatto che il film a me fosse piaciuto e a lei no c’entrava fino a un certo punto, c’entrava, piuttosto, il fatto che lei fosse fuori strada. Le ho detto delle giacche gialle e rosse di Servillo, le ho chiesto se le avesse viste, le aveva viste, e allora le ho detto se quelle giacche così sgargianti ma elegantissime non fossero l’abito perfetto per un uomo solo. Se i colori non servissero a contrastare la solitudine del grigio. Lei, invece, si era focalizzata solo sul Dandy, che pure contava, si capisce, ma mica era l’unica cosa, che cavolo. E poi le ho domandato se per caso le risultasse che ci fosse un altro regista italiano capace di lavorare così con la macchina da presa in esterna, di far parlare le immagini prima ancora delle persone, perché è un film, e al cinema contano pure i silenzi. Basta con questi film italiani pieni di interni, di tavole imbandite, di salotti, bar se va bene, autobus quando si cerca di essere grandiosi.

Lei mi ha detto che è un film vuoto (sono certa che questa l’abbia letta da qualche parte) e io le ho risposto che è un film che rappresenta un certo vuoto ma che quel vuoto non è slegato dalla solitudine dei protagonisti, tutti soli e tutti sconfitti e perduti.  Roma? Fellini? Ma se lo ricorda che nemmeno La dolce vita è un film su Roma? La grandezza di Fellini stava nel fatto che Roma avesse copiato lui, mica il contrario. E comunque se volesse trovare qualche somiglianza o omaggio la andasse a cercare in 8½. Poi le ho chiesto come stavano i suoi nipoti per stemperare e per non sembrare un’esperta di cinema. Dopo, però, le ho detto degli americani, ho usato la teoria di mio figlio che vive lì, in Connecticut e no non ci sono mai stata, le ho detto che esistono due tipi di americani quelli che amano vedere rappresentata l’Italia in una certa maniera, ma quelli sono la minoranza, e poi tutti gli altri, quelli senza passaporto, quelli che l’Italia non la vedranno mai, quelli che si sono consolati guardando Roma come se fosse un sogno e come se quel sogno, pur decadente, si potesse toccare con mano, e lì, mentre pensavo che si stava facendo tardi e che dovevo sbrigarmi per andare in posta, le ho detto: «Ma quando eravamo ragazzine e andavamo al cinema non era quel sogno lì che inseguivamo? Non era quello il cinema?» Della Luisa nemmeno sto a dirvi, che di queste cose con lei abbiamo già discusso più volte, che pesantezza. Ora vi lascio, devo fare un salto in posta a pagare una bolletta, poi tornare indietro e preparare da mangiare che per pranzo viene l’avvocato. È un vecchio amico di mio figlio, una volta a settimana pranziamo insieme, diciamo che adesso è anche amico mio.

Leda

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© Gianni Montieri

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