Giorno: 11 marzo 2014

Antonella Cilento – Lisario o il piacere infinito delle donne

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(Esce oggi il nuovo romanzo di Antonella Cilento, Lisario o il piacere infinito delle donne. Il libro sarà presentato tra due ore a La Feltrinelli di Napoli. Pubblichiamo di seguito la lettera che apre il libro e ringraziamo l’autrice per la gentile concessione. gm)

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Antonella Cilento, Lisario o il piacere infinito delle donne, Mondadori, € 17,50 [ebook € 9,99]

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Lettere
alla Signora Santissima della Corona delle Sette Spine
Immacolata Assunta e Semprevergine Maria

Signora mia Pregiatissima, Dolcissima e Valentissima,
oggi, addì 16 di marzo 1640, comincio questo segreto quaderno di lettere
all’età di anni undici a seguito di gravissima malattia, ovvero, come
ripete la Madre, disgrazia irrimediabile e, come chiosa Immarella, la serva,
“nu guaio troppo esagerato”.
Tu, che dalle Stelle vedi tutto, di certo conosci la mia casa ma, non volesse
il Cielo Ti confondessi con un’altra Belisaria Morales, detta Lisario,
per sicurezza aggiungo: abito nel Castello di Sua Maestà Cattolicissima
di Spagna, Napoli, Sicilia e Portogallo, Filippo IV, Dio lo conservi, locato
a Baia, presso la Splendidissima Città di Napoli e, comunque, basta
che chiedi e tutti Ti sapranno dire chi è la Figlia Sfortunata che Ti scrive.
Ti chiederai come, dacché alle Femmine è vietato lo Studio: appresi a
leggere un giorno di quattro anni orsono, mentre crescevo senza fratelli,
essendo io nata da Madre Difettosa e menata nell’aia come Gallina senza
istrumento, entrando in gran segreto nella Stanza del Padre dove erano i
Libri. Curiosa, mi arrampicai sullo scranno per afferrarli, caddi e i tomi
mi piombarono sulla testa!
Lì io credo Tu mi abbia illuminato, perché, da Gallina quale ero, mi ritrovai,
ripresi i sensi, Sperta di Lettura, e, comprendendo ciò che il libro
raccontava, lo rubai.
In pochi mesi appresi compiutamente il Leggere e lo Scrivere sfogliando
e risfogliando quel solo Libro che chiamasi Novelle Esemplari dell’eccellentissimo
Signor Miguel de Zerbantes, da lui dedicato a don Pedro
Fernández de Castro, Conte di Lemos. Ah, quale mondo si apriva ai miei
occhi! Certo, subito fui tentata di rubare altri Libri dalla stanza del Padre:
un’opera in versi, l’Orlando Furioso di Messer Ludovico Ariosto,
un’avventura avventurosa nomata Lazarillo de Tormes di Anonimo e
Ignoto Autore (Tu sai chi è, Suavissima?) e infine la commedia Otello
o il Moro di Venezia di un albionico a nome Guglielmo Shakespeare.
Le recitavo tutte a memoria queste scritture, intanto rubandone altre,
fino a che il Padre se ne accorse – dei furti! – e diede la colpa a Immarella,
che alla parola Libro sgranava grandi gli occhi e muoveva la mano chiusa,
come cucuzziello, valesi a dire zucchina.
Immarella fu punita e io in questa circostanza scansai disgrazia e appresi
l’arte del Recitare, poiché ad altri dovevo ancora sembrare Gallina,
ma avevo ormai anima di Volpe.
Suavissima, Ti prego però di tenere il silenzio e il segreto sul fatto che
questa povera Cristiana sa scrivere e sa leggere poiché già troppe cose finirono
male nella mia breve vita. Eccomi, quindi, alla ragione della Lettera.
Io ho il gozzo. Un brutto gozzo, Madonna Mia Dolcissima, che cresce
e cresce. Colpa della mia costituzione canterina, dicono Madre e Padre,
malata dalla nascita di straparola.
Infatti, appena partorita, già cantavo, squillante come tromba, tanto
che il Medico guardò Madre e Padre, si fece il segno della Croce, e, per la
vergogna, giù schiaffoni per farmi tacere: e io mi tacqui. Ma, crescendo,
il vizio non scompariva, anzi vorticoso cresceva perché o io cantavo o io
parlavo, come speditissimo predicatore, cosa vietatissima alle Piccole Femmine
– e alle Grandi – dicendo tutto quello che mi passava per la testa.
Suavissima, mi informarono che la Femmina è nata per obbedire, tacere
e soffrire. E, a conferma, ogni volta che io cantavo o parlavo, riceveva
schiaffi e schiaffoni.
«Scignetella, agliòttiti la lengua!» dicevano le serve e complimenti simili
così tanti che io il canto lo ringoiai una, due, mille volte ed ecco,
all’improvviso, una grande palla in gola! E più mi dicevano di stare zitta,
più mi si gonfiava delle parole che non potevo dire e delle canzoni che
non potevo cantare!
Perché io, Suavissima, vorrei da grande fare la Cantante. Mi piacerebbe
assai cantare l’opera melodrammatica dell’Illustrissimo Maestro Monteverdi,
canzonette e balli di festa e le Tue Lodi, o mia Signora, ché già conosco
tutti i canti di Chiesa in latino!
Ma finisco la Triste Storia: questo gozzo cresce e cresce e tre mesi fa il
Padre chiama il Chirurgo e dice: «Taglia!».
E, con mio grande sconcerto, il chirurgo viene e prepara i coltelli.
Scappo, lo confesso, Vigliacchissima Lepre, inciampando lungo gli spalti
del Castello, fra le gambe dei soldati, mi calo nel chiassetto, fra sozzure
e merde, il gozzo quasi mi soffoca. A prezzo di Grande Schifo mi ero
quasi salvata che, ecco, non mi viene il singhiozzo? E così mi sfilano a
braccia dal chiassetto mentre non smetto di dibattermi, miserrima e lercia,
e finisco legata sulla sedia del Chirurgo. E qui, Orribilissimo Terrore:
mi piscio, mi caco, urlo! Ma, niente, neanche le implorazioni a Te, Signora
Mia Dolcissima, mi salvano. Mi aprono la gola col coltello: sento uno
strappo e vedo il sangue – il mio! – che cola sulla gonna. E penso: muoio.
Infatti, Suavissima, sono morta, per tre mesi. Ho dormito senza sogni,
chi Ti scrive è Lisario defunta. Però, proprio ieri, mi sveglio e chi ti vedo?
La Madre che piange al mio capezzale, il Padre serio, che la rimprovera.
Così io provo a parlare per dire: sono viva! Ma non mi esce fiato, non una
parola e odo le serve, che già conoscono la Verità: «Povera criatura, senza
lengua! Essa c’ ’a teneva accussì longa!».
Sono muta! Sono spenta, sono un Liuto senza Corda!
«’O Chirurgo ha sbagliato… Ha fatto nu guaio…» dice Immarella.
Corro per le mura, scappo, le mani sulla bocca. Che mi hanno fatto!
Da oggi solo Lettere a Te, Signora mia Dolcissima. Le nascondo qui,
sotto le pietre, nella spiaggia del Castello, dove ora scrivo. Arrivano, mi
cercano, che il mare le protegga.

Lisario, la Tua Servitrice

Lettera dal letto

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11 marzo 2014

Scusa.
Ho scritto la data ben grande e in rosso, per rassicurarmi che tu continui a leggere ciò che adesso continuo a scrivere. Siediti, per favore, un attimo al tavolo della cucina, fai posto tra ciò che resta della vostra colazione, fissa bene l’orologio e se Soledad è lì vicina, falla sedere sulle tue ginocchia e lascia pure che la legga insieme a te mentre io sono ancora a letto. Oggi ho deciso di non alzarmi e sepolto qui sotto scrivo per te e per lei queste righe per raccogliere in un’ultima istanza i frammenti di quella mattina. Lei pigra, i cui occhi chiusi, anche mentre nasceva, sembravano dire:”
Vi prego, ancora due minuti; anche quella notte, come tante altre, era piombata nel nostro letto e con un cucciolo istinto, sonnambula si era immersa tra noi. Tu poche ore dopo, come tutte quelle mattine, ti alzasti. Poi sarebbe toccato a noi, ma la caparbia profondità del suo sonno mi convinse invece che neanche per me fosse ancora giunto il momento di levarsi. Combattuti tutti e due nelle troppo immediate scelte del mattino, ci trovammo subito complici di quel torpore a intrecciare i diversi percorsi del sognare. Giocare a riprendere per la coda quei sogni che a primavera diventano meno profondi e si appiccicano volentieri come gocce alle ciglia. Perché allora lasciarli evaporare e consumarli negli occhi stanchi delle maestre e degli altri bambini, o peggio ancora dei miei colleghi? Meglio tenerli per sé e proteggerli sotto queste coperte. Dopo quell’inverno, nessun senso del dovere avrebbe mai potuto strapparci da lì proprio quel mattino così troppo vicino a primavera. Al diavolo l’asilo, le urla di bimbi frignoni, i frivoli benvenuto delle maestre, le raccomandazioni di genitori frettolosi, Al diavolo le fredde luci della stazione, il vociare cupo nei corridoi, i glaciali meccanici annunci dei treni in arrivo e partenza, la fredda risalita dal metrò. Così siamo rimasti là sotto; sediziosamente abbandonati tra il calore e una necessaria inconsueta indifferenza a quanto potesse accadere fuori dalle coperte, dalla stanza, dalla porta, dalle finestre. Accumulare pigrizia, svilire ogni tensione, lasciare che se qualcosa doveva succedere oltre, accadesse pure ad altri; resistere alla tentazione dei sensi di colpa. Affossati lì sotto a scambiare complici il suo infantile bisogno di sicurezza con il mio bisogno di convalescenza; sentinelle vigili del nostro calore vitale.
Poi, due ore dopo, inevitabile la radio sveglia che accuratamente avevo resettato. E così anche oggi, nel riudire quel ronzio, pigramente, a stento tiro fuori la testa e le braccia da questo calore ed è inevitabile il rimandarmi a quel mattino nel ghigno della luce dell’alba che filtra dalle persiane mentre la radio, puntuale mi tranquillizza su una giornata da iniziare e concludere e che io puntuale stasera, resetterò. Da quella mattina preferisco pensare che niente sembra mutato anche se sono sette anni che ho cambiato casa, quartiere e forse idea sul modo di attraversare le strade. Ogni mattina ha solo assunto altre inquietudini e io non sono più costretto a sprofondare in quel pozzo che troppe volte mi aveva già dato la sensazione che per molti fosse senza possibilità di risalita. Soledad è solo cresciuta: stamattina si è svegliata con te e ora è lì, vestita per bene, i denti lavati, la treccia fatta e con la giacca indossata pronta per scendere alla fermata vicino al chiosco dove passa un autobus per portarla ad una scuola che porta il nome di Uno importante: le fiabe sono finite da tempo anche per lei. Tengo conto dei suoi anni: 12, li tengo protetti in un orologio che le ho appeso nel corridoio che porta alla sua stanza. Una foto per ogni anno, un anno per ogni ora. Stanotte alle 2 mi sono alzato per ricordarla come quella mattina, poi sono passato dalla cucina e dopo essermi versato un bicchiere d’acqua fresca mi sono seduto a fissare la credenza vecchia, quella piena di vecchie foto, dove in uno dei cassetti continuo ad aggiungere giorni alla collezione di calendari; ho posato il bicchiere sul tavolo e mi sono alzato per aprirlo e rassicurarmi così che non ne mancasse uno, che non mancasse una sola veglia, non un risveglio. e se li sfogliassi bene anche tu tutti quei giorni, mi crederai che non è proprio cambiato nulla, perché a conti fatti non manca proprio nulla. Mancano solo quei successivi momenti: quel senso di sospensione, le notizie frastagliate dal gracchiare della radio che rendevano sempre più doveroso e necessario il resistere, lo sprofondare sempre più sotto le coperte, a contare e conservare ogni prezioso respiro in più, ogni odore, ogni russare di Soledad vicina. Voglio confessarvi che a ripensarci; di quella mattina mi resta la stessa sensazione di quando da bambini ci si fa eroi nell’affrontare un film che spaventa, ma ci si nasconde poi dietro ad una poltrona nei momenti decisivi: “
ditemi quando lo ha ucciso!o di quando da studente si esorcizza l’ansia per un esame concentrandosi esclusivamente sull’indomani, come imprigionando tra parentesi un accidente alla normale quotidianità. Normalità che si è via via dissolta in un debole e rassegnato affidarsi ad un altrui copione. Ma non è cambiato nulla, potrei giurartelo, solo una battaglia quotidiana contro una dilatazione di possibilità fino all’estrema definizione di un contorno privo di me: uscire così ogni mattina, infilarsi le chiavi in tasca non prima di aver adempito ad un ordine da lasciare nell’immaginarsi un dopo; la paura di ciò che potrebbe restare incompleto, insoddisfatto, interrotto. Passare nottate ad allestire addii: testamenti, segreti da rivelare, ricordi, oggetti: cosa lasciare e a chi; a chi le lettere, a chi i progetti sospesi, il quadro da finire, l’ultimo messaggio, il chiarimento, la coscienza e la consistenza di un ultimo saluto. Ma non ci sono cascato fino in fondo, mi bastava aprire la porta a qualcuno diverso da me perché neanche quel Pozzo mi risucchiasse del tutto, fino ad arrivare ad annegare le intenzioni in una vita da condannato in cui il tempo che ti resta concesso è solo la cinica occasione per riordinare, preparare una valigia dei pensieri migliori, salutare e andarsene. Non è cambiato nulla, no, se non che, proprio come un condannato ho imparato a difendere il respiro di ogni occasione. Pensaci bene anche tu e ripetiamocelo, scandiamocelo bene ad alta voce stamattina, il cui ritorno pare aver risvegliato le sospese sentenze che quel mattino hanno sfregiato il lento risveglio di questa città, Pensaci bene e urlalo se vuoi, mentre mescoli il tuo caffè, che realmente quella mattina bene o male si era tutti implicitamente condannati ma a nessuno era stata concessa la grazia della consapevolezza. Per questo, da quel giorno ho scelto di accompagnare ogni mia lentezza con un pensiero di esistenza. Ho smesso solo di rifare il letto, me lo concedo come capriccio, in modo che chiunque dovesse poi passare da questa casa trovi il bandolo giusto per riprendere in mano i miei pensieri, caldi esattamente come li ho lasciati. Ricordi? Dopo quel giorno, ho deciso che Soledad l’avrei portata all’asilo sempre e soltanto io e ogni mattina, lentamente, per due anni ancora, chiusa la porta con rassegnata lucidità, ci avviavamo verso l’asilo; (te lo ricordi ancora il nome, Soledad? Cenerentola si chiamava). Poi ci tornavo prima che il tramonto tramortisse Madrid con quel suo stentoreo respiro serale. Solo lì dentro ho scoperto di non essere l’unico e lo leggevo nel condividere la stessa lentezza preziosa nei movimenti di chi a stento, con occhi lucidi, lasciava l’abbraccio o la mano dei bambini e quanto fosse importante nell’uscire conservarne il calore fino a sera per prepararsi all’altro abbraccio come al ritorno di un lungo viaggio. E davvero non è cambiato nulla: da quella mattina, giorno dopo giorno, lentamente il tempo ci è solo scivolato con violenza fino allo stomaco che a fatica ho imparato a proteggere dalle sue ulcere con la patina sottile di un rituale mattutino. Prima che tu uscissi, nel salutarti ti sussurrai da sotto le coperte:”Oggi sto meglio, ce la posso fare, prenderò il treno!. Mentii e oggi sono ancora qui a scriverti di me e a lasciare invece che il tempo-coperta possa solo scivolarmi addosso senza seppellirmi. E’ tardi immagino e lo scuolabus sta per passare. Ma sono passati anche dieci anni, calori diversi al risveglio lo sappiamo bene tutti e tre; ma perdonami se inevitabilmente riprendo su tutte le mie dita il conto di tutto ciò che rende ancora vivo quel giorno: il bisogno di rassicurarti, di sentire al telefono il saluto di Soledad, poi tirerò fuori dall’armadio lo stesso vestito, lo appoggerò sulla sedia, in cucina aprirò l’altro cassetto e ne tirerò fuori l’abbonamento del treno, il cd che dovevo restituire alla ragazza che nello scompartimento mi parlava come se mi conoscesse da sempre; chiuderò allora il cassetto e risponderò con un sorriso al quotidiano saluto di circostanza del controllore e all’ometto dall’accento strano che ogni mattina trovava il motivo per parlarmi di un figlio, perso chissà su quale altro treno.
Sono le 7 e 41 e anche oggi vi saluto da qui, da qui sotto perché è solo per questo calore che ancora son vivo e io ancora non ho trovato altre risposte. Adesso quindi che il sole sembra poggiarsi indolore su quest’altro 11 marzo, concedimi, ti prego, questo pensiero di vicinanza e intanto, come davanti ad un film, resterò fetale sotto le coperte e chiusi occhi e orecchie a quanto possa accadere, aspetterò qui ancora un po’, sentinella vigile di quello stesso calore.

Nota:

A 10 anni dalla serie di attentati che sconvolsero Madrid e la Spagna intera a 3 giorni dalle elezioni, ritengo necessario non dimenticare non solo i 191 morti e 2057 feriti, ma quanto le conseguenze del cosiddetto M11 abbiano influito sul futuro della Spagna e quanto avrebbero potuto influenzare le sorti di  quella parte di Europa che da un anno si era infilata in un conflitto inutile e fazioso, rendendosi complice di un’ingiustificata invasione e responsabile di una serie di mutamenti sociali e economici di cui ancora si pagano le conseguenze. Nei giorni successivi agli attentati, il governo Aznar, alleato di Bush nel conflitto contro Saddam Hussein, fece in modo che tutte le colpe degli attentati ricadessero sull’ETA, manipolando l’informazione e diffondendo slogan contro un presunto terrorismo anticostituzionale fino a trasmettere, la sera prima del voto, un film sull’omicidio di un deputato da parte dell’organizzazione basca.  La notte stessa, le vie di Madrid vennero invase da una manifestazione rumorosa che terminò alla Stazione di Atocha. Contemporaneamente si stava sviluppando una rete di protesta che, forse per la prima volta nella storia, dilagò grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie (Blog, SMS) favorendo così la nascita di un movimento crescente di sdegno verso la manipolazione delle informazioni che portò all’insperata vittoria di Zapatero, Il resto poi è altra storia.
Tornando ai nostri piccoli protagonisti  invece, vogliamo solo dire che
L’asilo Cenerentola a Madrid presso la stazione El Pozo; accoglie per lo più i figli dei pendolari. La sera dell’undici marzo 2004, 7 bambini hanno aspettato invano il ritorno dei genitori.

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