Giorno: 10 marzo 2014

Giuseppe Merico – Cemento

Biennale Archittettura 2010 - foto gm

Biennale Archittettura 2010 – foto gianni montieri

 

Cemento

di

Giuseppe Merico

.

Nero vestito
spezzato
teso
tra due pale di fico.

(da Fisica del dolore,
Claudia Ruggeri)

.

La placca di sabbia si stacca dalla riva, è nuda, ha vergogna di sé, del suo corpo da spiaggia, in una notte di febbraio, “mghhh” le esce dalla gola di sale, sta per andare, ha un sogno, ha paura. È ottimista.
Ciro odia il suo nome, le mani di terra di suo padre, il dosso di carne sul collo di sua madre. Non ha mai fatto queste cose, per diciannove anni ha camminato rasente i muri del paese guardando con un sentimento di invidia misto a disprezzo chi, suoi coetanei molto lontani da lui per storia e carattere, riusciva a fermare il traffico della via Brindisi per parlare di qualcosa di molto lontano da lui per contenuto e portata con qualcuno alla guida di una Golf Gt nera coi vetri oscurati, incurante delle automobili che seguivano. Culi stretti in Levi’s 501.
Quello che gli manca a Ciro è la presenza, e gli occhi.
Un giorno un suo amico, uno più grande di lui ha cercato di metterglielo dietro, per scherzo, ma Ciro mica riusciva a tirarselo via di dosso, quello. Per davvero.
Ciro non ha mai avuto un paio di occhi radar, semplicemente il giorno che li hanno distribuiti lui era in coda alla fila, quando poi è arrivato il suo turno, hanno chiuso, hanno preso su baracca e burattini e chi s’è visto s’è visto.
La sabbia è bagnata, compatta, grigia, il muretto che fa da confine alla piazzetta di cemento è crollato da una parte la sera in cui certi si son messi a prenderlo a calci per noia.
La placca di sale non ha un corpo umano, mentre avanza le viene pure di imitarlo e ci riesce pure, i corpi umani li conosce bene. Non li ama, preferisce la forma degli anemoni, le stelle marine la commuovono, granchi e gamberi la divertono, ma quello che più la definisce in quanto sabbia è proprio la mancanza di uniformità, l’avere una forma la atterrisce. Dover essere costretta ad affermare Io sono questo le pare riducibile a una concessione alla limitatezza dell’esistenza. Triste.
Il cielo sopra è grigio, senza nuvole, una lastra di ardesia, il mare lo riflette. I due si parlano, il resto è dettaglio.
Per suo padre e sua madre Ciro è un dettaglio, mai capiti tanto loro, manco si è sforzato a dire il vero, giusto l’indispensabile per sopravvivere in casa. Rasente i muri pure lì.
Con sua sorella è diverso. La mattina, orario di scuola guardavano assieme i mulinelli del canale nel Viale degli studi, l’acqua incolore, gli ombrelli aperti, poi lei prendeva la corriera per Lecce e lui se ne andava in sala giochi. Era sua sorella quella che doveva andare avanti, Ciro sarebbe rimasto lì, fermo, in piedi, in un posto un po’ più sicuro degli altri, avrebbe continuato a riparare ruote di biciclette e motorini, sostituito candele e guardato dormire il suo principale sulla poltrona rotta del suo ufficio nei lunghi pomeriggi d’estate. Una volta che lui fosse morto avrebbe preso il suo posto. Intanto aveva imparato da lui a grattarsi la guancia quando i discorsi dei proprietari di automobili, i forestieri soprattutto, perché coi paesani non succedeva, prendevano la piega furba del gioco di sponda per arrivare a un abbassamento del prezzo per il lavoro da compiere o già compiuto.
La piazzetta di cemento è un posto normale, normali sono i camerini dalle porte colorate che il proprietario del bar, lo stesso della spiaggetta privata, affitta ai bagnanti tutte le estati e normale è la faccia della sorella di Ciro il mattino dopo quando siede al suo posto per far colazione, normali sono le parole che si dicono la sorella di Ciro e sua madre e normale è l’odore del fumo di sigarette che arriva quando il padre dei due ragazzi fa sapere a tutti che lui alla loro età alle dieci del mattino, aveva già fatto, come si dice da queste parti, la giornata.
La striscia di sabbia è come Ciro, non conosce queste cose, ai suoi occhi di sassi e conchiglie frantumate tre che tengono ferma una contro il muretto della piazzetta di cemento non è più né meno una di quelle cose senza tanto senso che i corpi umani fanno quando entrano in acqua.
Quello che non è normale sono gli occhi di lei che evitano quelli di Ciro, il suo tirarsi il collo alto del maglione a coprire la bocca quando ritiene di esser troppo guardata da lui, non è normale il fissare assente di lei lo schermo del televisore quando lui le chiede cos’ha e continuare a guardare con due occhi vuoti la pubblicità del Mars come se non avesse sentito niente, senza rispondergli.
Di fatto lei, la sorella di Ciro o quello che ne restava a un certo punto non ha sentito più niente, non i pollici che le premevano le clavicole contro il muretto, non quelli che le allargavano il buco, non le caverne che erano bocche che le sfiancavano le labbra e la lingua, non il forte schiaffo finale – manco suo padre, mai nessuno, la sua faccia – che gli è arrivato da quello che pensava fosse il suo ragazzo e che a un certo punto ha chiamato con un fischio gli altri due, sbucati fuori da dietro la parete col murales giallo e rosso con la lupa Forza Lecce e le tre docce.
La sabbia curiosa è sporca di sangue, non sa levarselo di dosso, questa era una cosa che faceva il mare, la lavava.
È andata che a un certo punto la sabbia si è sentita presa dalle dita di lei mentre i tre respiravano forte, stretta nel palmo della mano è andata a finirle sotto le unghie e per sopravvivere ha dovuto lasciare che una parte di sé, ma solo una parte, scappasse via, ritornasse da dov’era venuta. Avventura finita. Ma il resto si è ritrovato nella tasca del giubbotto di lei, nella sua camera da letto, sul piumone e da lì l’ha guardata tremare e piangere alla sconosciuta, togliersi i vestiti di dosso con lo sgomento, la paura e la stessa faccia di chi, prima di entrare in casa la sera abbia capito dalla serratura forzata che in sua assenza son venuti i ladri.
Per una settimana Ciro lavora nell’officina, più silenzioso del solito respira benzina e olio di ricambio, mani dure Ciro, ha imparato la presa sul bullone, dieci dita forti e sporche, anche se se le lava.
Un pomeriggio quando tira il vento vede passare dalla piazza un cammello tenuto alla corda da un giovane dalla pelle scura con un’uniforme rossa e i galloni dorati sulle spalle e sulle maniche, è il giorno che lei non ce la fa più, la mattina prima di andare a scuola lo prende da parte e gli racconta tutto. “Dov’è lui?” Le  chiede il fratello. Lei gli risponde di non saperlo più. “Come hai fatto non dirmi niente in tutti questi giorni?” Lei non risponde, scuote la testa, si è lavata i capelli.  Aspetta che lui la abbracci. Lui la abbraccia, sente l’odore dello shampoo al cocco. Tutti e due chiudono gli occhi, tutti e due li stringono.
È arrivato il circo, ma non al paese di Ciro, a quello vicino, a Cellino San Marco. Il giovane col cammello guarda il meccanico sulla porta dell’officina, il cammello lascia una fatta nella piazza, sopra lo stemma del paese, i volantini rossi e blu con sopra scritto il nome del circo e gli orari degli spettacoli volteggiano a pochi metri dal suolo, vengono schiacciati contro muri delle case, contro i marciapiedi.
Quando il principale torna Ciro non c’è, appesa al muro sopra la scrivania del principale non c’è più la roncola arrugginita col manico di cuoio, non c’è più mare per la sabbia nella stanza da letto della sorella di Ciro. Non c’è né nostalgia né tristezza.
Nelle strade vuote delle due del pomeriggio il passo del cammello è garbato, lento, le sue zampe richiudibili quando passa si riflettono sul vetro grande della sala giochi, lì c’è il ragazzo della sorella di Ciro, dà le spalle al cammello, al giovane coi galloni dorati, alla lama della roncola, al colpo.

© Giuseppe Merico

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Giuseppe Merico ha scritto la raccolta di racconti Dita amputate con fedi nuziali (Giraldi, 2007) e i romanzi Io non sono esterno (Castelvecchi, 2011), Il guardiano dei morti (Perdisa Pop, 2012), vincitore del Premio Puglia Libre. Scrive per la rivista Argo.

Il sito www.giuseppemerico.it sarà nuovamente attivo a breve.

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