Giorno: 9 marzo 2014

Mai più senza # 6 – “Il velo dipinto” (e certe donne di Maugham)

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

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W. S. Maugham, Il velo dipinto, Adelphi 2011 (3)
Traduzione di tutti i brani citati (inclusi quelli da La diva Julia, Adelphi 2000)
a cura di Franco Salvatorelli.

Belle, certe donne di Maugham. Mi sono chiesta spesso perché il loro creatore sia accusato continuamente di bistrattarle, di dipingerle, al contrario dei loro più vellutati comprimari maschili, con un repertorio di toni che va dal cinismo spietato alla satira condiscendente. Sarà per La lettera. Sarà per Acque morte. O per l’infinito numero di esempi in cui è riproposta la medesima figura da Medea, la medesima durezza assassina non appena una passione violenta – quella stessa passione verso uomini forti e distratti che Maugham si concedeva con i suoi amanti ma negava al mondo di provare – toglie loro ogni briciola di senno.
Più probabilmente, sarà perché Maugham era questo: un arrotino finissimo, un raffinato esploratore di sacche velenifere, un bazzicatore di meschinità da salotto da distillare in comodi preparati di alcool e ortica. E se si cerca un atto d’amore nei confronti delle sue creature femminili, lo si veda nell’attribuire a loro la massima bravura nella sottile arte di essere detestabili.

E infatti belle, certe donne di Maugham, e belle di quella bellezza che lui stesso coglieva e su cui puntava una luce obliqua e invasata: belle della loro ferrea vanità, del loro opportunismo di serpe, dell’ottusità delle loro passioni, della consapevolezza svagata, spesso erronea, del loro ruolo nel mondo, belle della loro volontà incrollabile a percorrere la loro strada verso la fragilità e la distruzione.
Dove non c’è redenzione, sono loro ad aver scacciato con un gesto la salvezza. E dove c’è, va fatta una precisazione: non si redimono, le donne di Maugham, ma cadono in piedi. Il loro ritorno nei ranghi di personaggio amabile opera nel cerchio di ciò che è sano e utile alla loro gioia. È la bellezza di un riscatto tra l’egotico e l’autosufficiente.

 Ma almeno due donne sfuggono a questo ritratto volutamente inviperito.

Leggevo Il velo dipinto, e ripensavo al più delizioso ritratto femminile mai costruito da Maugham, La diva Julia. Rivedevo quella signora smaliziata ma cieca per amore, in equilibrio su un filo troppo sottile per tutelarla sia sventagliate particolarmente adoranti sia spintarelle ben dosate, e riascoltavo i suoi cortocircuiti tra un desiderio totale di abbandono e sincerità e il destino (la fortuna?) di appartenere al regno delle creature da palcoscenico:

«E’ la nostra debolezza, non la nostra forza, a renderci cari a coloro che ci amano», replicò.
«Questo in che commedia lo dicevi?»
Lei represse un gesto di irritazione. Le parole le erano salite spontaneamente alle labbra, ma dicendole si era accorta che appartenevano a un testo teatrale.

Il velo dipinto non ha niente, se non la grazia folgorante dei dialoghi, di quel mondo brillante che circonda Julia. Non solo per l’ambientazione (la colonia inglese di Hong Kong, l’Estremo Oriente del villaggio di Mei-tan-fu) ma soprattutto per il suo portamento quieto, delicato, con un profondo senso del tragico a fare da basso continuo a luminose aperture.
Kitty, la protagonista, è una strappata dal mondo. Come conseguenza – questa, più che “punizione”, sembra essere la parola esatta – di un suo tradimento, il marito, medico, la porta con sé in un villaggio devastato dal colera, il luogo più vicino all’inferno che possa offrirle.
Maughan scrisse Il velo dipinto sulla scorta dell’episodio di Pia de’ Tolomei, e questo è dichiarato fin dalla prefazione. Così, se Kitty ne ha la certezza solo grazie al senso di colpa e al terrore, per noi che siamo nelle mani abilissime e ragnesche di Maugham le intenzioni del dottore sono chiare fin dall’inizio, ed è magnifica, nel carniere mai banale della costruzione dei personaggi di questo autore, la costanza con cui il dottore ci appare: muto anche mentre parla, sordo anche quando ascolta, il dottore non cerca litigio né recriminazione, evita il dialogo oppositivo come un muro e scivoloso come una biscia, si ostina nel suo lavoro letale, si piega senza problemi alla sfida suicida della moglie di mangiare verdura cruda nel luogo più infetto e mortale al mondo:

Cominciò a mangiarla, spinta da non sapeva che impeto di baldanza. Guardò Walter con occhi beffardi. Le parve che impallidisse un poco, ma quando l’insalata gli fu porta si servì. Il cuoco, visto che non la rifiutavano, ne mandava in tavola ogni giorno, e ogni giorno, vezzeggiando la morte, loro ne mangiavano. Era grottesco correre un simile rischio. Per Kitty, terrorizzata dalla malattia, era non solo una maligna vendetta su Walter, ma un modo di farsi beffe dei propri disperati timori.

Se lei lancia provocazioni alla morte, il dottore è spento. E chi abbia visto il film tratto da questo libro lo dimentichi immediatamente, sappia di aver guardato al massimo una storia parallela, e corra a procurarsi il testo, e legga cosa ne sarà di questa figura feroce e delicata come un Caronte senza remi.

Fluttuante, pastoso, il libro scivola tra immagini terrifiche e fumate d’oppio; attaccate al raziocinio, le menti (tranne quella devastata dal dolore del dottore) traballano tra ricerche cui mancano obiettivi ed epifanie cui mancano i destinatari. La comunità di suore che si prende cura delle bambine (a patto, solleva il dottore, di convertirle e indirizzarle al monastero) sembra offrire un’ipotesi di quiete operativa, di senso, da cui Kitty si sente però sempre scudata da una sorta di inferiorità nei loro confronti; l’amico Waddington, ometto gentile e con la testa sulle spalle, si è votato da parte sua ad altro tipo di riflessioni: «Il Tao. Alcuni di noi cercano la Via nell’oppio e altri in Dio, alcuni nel whisky e altri nell’amore. E’ sempre la stessa Via e non porta da nessuna parte». E ad altri tipi di addestramenti: «[ha senso?] A volte, quando ho bevuto una mezza dozzina di whisky e guardo le stelle, penso che forse sì.»

Ma qualcosa insiste, lungo tutto il libro, nel dimostrare quanto il punto di morte perenne sia il luogo più prossimo alla chiarezza. Mentre il colera devasta la popolazione, mentre il dottore soffre di un dolore sordo che non viene sfogato né verbalizzato, Kitty, progressivamente, si sveglia:

Il mattino avanzò e la bruma toccata dal sole brillò del niveo biancore di un astro morente. Sul fiume la luce lasciava discernere debolmente le file di giunture assiepate e la fitta foresta dell’alberatura, ma là di fronte c’era ancora una muraglia luminosa che l’occhio non riusciva a penetrare. A un tratto da quella nube candida emerse, poderoso, un alto bastione. Sembrava che non fosse il sole rivelatore a renderlo visibile, bensì che sorgesse dal nulla al tocco di una bacchetta magica. Torreggiava sul fiume, roccaforte di una gente barbara e crudele. Ma il mago lavorava rapidamente, e ora un frammento di muro colorato coronò il bastione; in un momento, grandeggiante dalla nebbia e toccato qua e là da un raggio dorato di sole, apparve uno sciame di tetti verdi e gialli. Parevano enormi, e non si discerneva un disegno; l’ordine, se un ordine c’era, sfuggiva; capriccioso, bizzarro, ma di una magnificenza inimmaginabile. Quell’edificio non era una fortezza né un tempio, era il palazzo incantato di un imperatore degli dèi, dove nessun uomo poteva metter piede. Era troppo aereo, fantastico e immateriale per essere opera di mani umane; era il tessuto di un sogno.
La faccia di Kitty si bagnò di lacrime; guardava rapita, le mani strette al petto, la bocca semiaperta perché le mancava il respiro. Non si era mai sentita il cuore così leggero, e le sembrava che il corpo fosse una guaina giacente ai suoi piedi e lei puro spirito. Vedeva la Bellezza. La accolse come un credente accoglie nella bocca l’ostia che è Dio.

Uscendo dalla sua stagnazione, e con un esercizio che è assieme offerta e solitudine, Kitty si addestra a coltivare la bellezza al centro della morte, il compito nel mezzo della vita; si impara, e impara a diventare libera («Libera! Libera!») da sentimenti sprecati e colpe indotte, minuscole di fronte allo spettacolo del colera e del tanto lavoro da fare per arginarne i danni terreni.

Quindi belle, certe donne di Maugham. Altre, lieta che esistano in letteratura e, se ne esistono fuori, il cielo semplicemente ci scampi dal trovarcele tra i piedi.

© Giovanna Amato