Giorno: 6 marzo 2014

O la colpa o la morte: una nota su “Il cane di Pavlov” di Vincenzo Frungillo

frungillo

Vincenzo Frungillo, Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia, Edizioni d’If  2013 

di Luciano Mazziotta

 

La rappresentazione della storia e delle nevrosi è sempre stata una delle tematiche fondamentali della poetica di Vincenzo Frungillo. Già in Fanciulli sulla via maestra (Palomar 2002) si avvertivano i primi sentori, ma il tutto diveniva più dirompente in Ogni cinque bracciate (Le lettere 2009) e in Meccanica pesante (Marcos y Marcos 2012). Nel primo poema la storia delle nuotatrici della Germania dell’Est era interrotta dall’exploit di Ute che, quasi nella forma di una seduta psicanalitica, parlava ed al contempo si confessava di fronte al padre. In Meccanica pesante, d’altra parte, si ritrovava la Confessione di Novella, all’interno della sezione, intitolata Iter stultorum, dedicata alla crociata dei fanciulli. In entrambi i casi, dunque, avevamo un monologo di una donna che rivelava le proprie colpe nell’ambito di una trattazione più specifica sui macroeventi storici.
Fin qui, però, si trattava esclusivamente di sequenze, sequenze di un “io” strappato agli eventi e messo di fronte alla propria coscienza.
Con Il cane di Pavlov Frungillo decide di non concedere più cornici ma fa di un monologo-confessione il centro del suo nuovo poemetto.
Il cane di Pavlov è, per l’appunto, il monologo di una impiegata media chiamata a confessare per la morte di un collega, complice e vittima allo stesso tempo di pratiche sadomaso, cui l’intraprendente donna e il più timido e inetto uomo si dedicano nel fine settimana, nei giorni, dunque, di pausa lavorativa.
Questa sintesi mette alla luce alcuni elementi di novità nella poetica di Frungillo rispetto ai poemetti precedenti, anche se, più che di vero e proprio nuovo, si potrebbe parlare di entropia e fuga dal controllo di tematiche che ancora erano rimaste inespresse o represse nelle opere precedenti.
Innanzitutto se c’è storia, non si tratta più di “macrostoria”, ma di “biologia del quotidiano”: né Olimpiadi, né crociate ma una piccola narrazione di alienazione quotidiana. E di alienazione ha senso parlare però solo nei termini in cui questa venga rappresentata come vigilia della morte: l’alienazione dei giorni lavorativi è nient’altro che la preparazione all’annichilimento della pausa lavorativa del fine settimana: la vacanza viene strettamente a coincidere con il vuoto ed il sabato e la domenica diventano l’ambientazione cronologica perfetta per le pratiche BSDM cui si danno i due impiegati. I due cercano la vitalità della dominazione e della servitù selvatica in questi giorni che fungono anche da spazio-tempo in cui essi mettono in stand-by la “civiltà” e ritornano allo stato ferino. Uscire dalla gabbia del lavoro e dalle sovrastrutture, d’altra parte, non può che significare l’estremizzazione delle nevrosi represse nei cinque giorni feriali e di conseguenza l’annullamento fisico – la punizione e la castrazione – fino alla morte.
A questo punto due sono i modelli che sembrano vicini a Frungillo: di certo la dedicataria della Ragazza Carla, la ragazza che nel fine settimana prendeva una dose di sonnifero tale da permetterle di dormire tutta la domenica per svegliarsi solamente quando era il momento di tornare a lavoro. Ma che Frungillo sia un estimatore e studioso di Pagliarani non è affatto una novità.
Quello che più sorprende è come la tragedia di Vincenzo riprenda ed al contempo arricchisca il dramma euripideo ed in particolare le Baccanti. In questo testo, di fatti, era presente la contrapposizione tra spazio della polis e spazio del monte, l’oltre-mura dove si incontravano le Menadi: l’uno appunto era il luogo del logos, l’altro il posto della sessualità sfrenata, della alogia; nell’uno dominava l’integrità della ragione, mentre nell’altro il disgregamento, simboleggiato, quest’ultimo, dalle stesse pratiche delle Baccanti, la cui attività è, propriamente, quella di “fare a pezzi”.
Nel Cane di Pavlov queste contraddizioni tragiche e greche per eccellenza si presentano però cariche di tutta la complessità del moderno: l’ufficio non è più il mondo del logos, caratterizzato da ordine e armonia consolanti. In esso domina un ordine nel senso di repressione e controllo, come tale era, del resto, nella Germania dell’Est in cui era ambientato il poema delle nuotatrici. La nevrosi, il selvaggio, l’ossessione, per cui, non sono del tutto assenti dal presunto “habitat” del “logos”: essi sono latenti nel quotidiano ed emergono nel momento della vacanza-vuoto. Non c’è spazio positivo e non c’è ratio che tenga.
L’unica possibile razionalizzazione è quella fornita dalla dicotomia stimolo-reazione espressa dalla legge di Pavlov che la segretaria applica al bondage. La legge, dunque, non è che l’estremo tentativo di dominare, scientificamente, il vuoto. Ma qualcosa sfugge e che la segretaria venga chiamata a testimoniare per la morte del suo dominato ci induce a pensare che ad uno stimolo di estrema vitalità le uniche risposte sono la colpa o la morte. Come se non ci fosse scampo dall’una e dall’altra. Perché non c’è scampo dall’una e dall’altra. “Tornare a salivare” nel Cane di Pavlov significa nient’altro che avvicinarsi alla morte, oppure essere colpevoli.

[Alcuni estratti del poemetto sono consultabili su Poetarum silva e su Nazione indiana]