Giorno: 5 marzo 2014

Le cronache della Leda #4 – Saverio

berlino 2011 - foto gm

Le cronache della Leda #4: Saverio

Non vi ho raccontato nulla di mio marito. La Luisa mi ha telefonato ieri e mi ha detto che sarebbe giusto farlo. Non ascolto quasi mai i consigli della Luisa, anche perché lei che ne dispensa a bizzeffe, più di tutti, non li conferma nei comportamenti; ci siamo capiti, non occorre che io vada a rispolverare vecchi proverbi sull’argomento. In questo caso, però, ho deciso di ascoltarla, sarà che in questi giorni penso a lui più spesso, sarà che piove, sarà che l’inverno non si è manifestato. Qui è come dentro un lunghissimo autunno, un film visto continuamente da un vetro: fuori la pioggia, dentro la malinconia.

Si chiamava Saverio, era nato a Pavia nel febbraio del 1938, insisteva col fatto che nascere quell’anno gli aveva garantito la guerra e concesso il diritto di vivere da sopravvissuto. Scherzava, naturalmente. Più che un sopravvissuto gli piaceva considerarsi un vivente, vivo in tutte le cose che faceva. Io lo chiamavo L’uomo all’improvviso. Non programmava, era istintivo e l’esserlo era il suo bello e il suo brutto. Lo conobbi così, mi si parò davanti all’improvviso mentre camminavo per strada, tornando dalla scuola dove insegnavo. Mi parve altissimo, più di tutti, e bello ma anche strano, con quel naso lungo e gobbo, che sembrava un po’ rotto. All’improvviso mi disse che offrirmi un caffè sarebbe stato un buon modo per salvare quella giornata. Accettai. Risposi all’improvviso, senza pensare. Ci sposammo l’anno dopo. Era il 10 maggio del 1965, in pieno boom, ma non lo sapevamo, te ne accorgi dopo di aver vissuto nel boom, nelle rivoluzioni, nel mondo che cambia. Quando ci vivi le cose accadono e basta, e tutte sembrano cose da tutti i giorni. Ha fatto il giornalista tutta la vita, la sua vita troppo breve. Amava tutto di quel lavoro, anche le ore in cui perdeva il sonno per finire un pezzo. Ricordo quando mi chiamava dal giornale, mi raccontava l’articolo che stava scrivendo, a volte me lo leggeva al telefono, lo ascoltavo, facendo una pausa nella correzione dei compiti dei miei studenti. Mi mancava la sera, ma poi finiva il pezzo e tornava. A volte arrabbiato e stanco, altre euforico. È stato un ottimo giornalista, aveva un’etica, c’erano notizie che andavano date in un certo modo. Diceva che c’erano due cose che contavano nel suo mestiere: il rispetto per i lettori e quello per le persone coinvolte dalla notizia che si sarebbe diffusa. Nostro figlio, Stefano, nacque cinque anni dopo, a giugno del 1970. Aveva compiuto da poco cinque anni quando suo padre morì, all’improvviso, così com’era venuto. Inciampò sulle scale della redazione del giornale, picchiò la nuca sull’ultimo gradino. Morto sul colpo. La fine di tutto. Non ci si riprende mai da cose così, la vita continua, si capisce, infatti sono qui e non ho vissuto male, ma qualcosa cambia per sempre, ora faccio un po’ fatica a raccontarlo, sarà che sta spuntando un po’ di sole; non è il dolore, è qualcosa di indefinito, una specie di taglio irregolare che ti si apre dentro, tu provi ad  adattarti a questo tuo nuovo interno e ce la fai, ma non sei più la stessa cosa. A Saverio piaceva tanto la musica, era un esperto, una volta o l’altra ve ne parlerò. Adesso devo uscire, ho bisogno di uscire. Il sole all’improvviso, come quella canzone, mi sa che qui si salta direttamente alla primavera. Mi domando cosa possa comportare nel computo degli anni un inverno non pervenuto.

Leda

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@ Gianni Montieri

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