Giorno: 2 marzo 2014

F(r)attore Rezza.

Conosci il nome che ti hanno dato,
non conosci  il nome che hai

(Libro delle Evidenze)

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Se Santa Rita da Cascia fosse nata a Perugia o che so, a Boston, sarebbe mai stata la stessa?
E se tu indossassi il cappello di Rita, come potrei mai essere sicuro che tu sia veramente Franco?
E poi, dai:  sei proprio sicuro tu di essere uno Jacopo? E se ti chiamassi Timothy invece?
Cosa o chi saresti?

Senza il nome, siamo solo X, un algebrico “nulla” (ma un nulla che non è mai = 0) che assume significato attraverso modalità di relazione e di identità. Non c’è memoria o richiamo che tenga:  siamo solo eco di una voce solitariamente assertiva che si allontana, siamo come la terra che si oscura sotto la linea fratta del tramonto.
Partiamo da qui per addentrarci nell’ultimo progetto teatrale  sviscerato dalla coppia RezzaMastrella, che mi piace poter definire come un vocabolario che è rimasto aperto al termine “chiamare” .
Dopo 7-14-21-28 (2009), ancora la matematica; dalle tabelline alle frazioni dove il trattino del fratto non può che essere delimitazione tra chi sta sopra e chi sotto in un gioco di semplificazioni per arrivare a definire una X che non è più incognita da risolvere ma solo la vaga  possibilità di essere e soprattutto rimanere. L’essere corpo (x) è poco utile se non si è nome, se non si è padroni del proprio chiamarsi;  si resta preda distratta di  sostituzioni tendenti a infinito. La comunicazione diventa voce dell’altro; la modificazione e la manipolazione del ruolo giocano la parte del «fratto»: corpo, voce, parola diventano X che si mutuano in uno scambio continuo dove l’unica costante che si tutela una sua permanenza è il nome (Mario, Rita, Elisa, Timothy…). Ecco quindi l’importanza dell’identificarsi con un nome (sono Rita!). La denominazione e la conservazione mnemonica e associativa di un nome è l’ultimo margine di sopravvivenza di un’esistenza passata e presente. Il gioco delle luci, dei teli e delle voci snaturano e confondono identificazione e relazione, corpo e ruolo;  fino a separarsi dalla voce, che in mancanza di un corpo, è la nostra ultima profonda sicurezza. La manipolazione del proprio identificarsi al mondo non è inconsapevole, è quasi abitudine rassegnata che necessariamente ricerca una conferma nell’altro;  allora se è vero che tu parli con la voce mia, è anche vero che io te lo permetto, muovendo la bocca. Data per scontata l’impossibilità del non comunicare, RezzaMastrella (coadiuvati da Ivan Bellavista) presentano il conto delle molteplici possibilità del subire la comunicazione altrui in un crescendo fino al gran finale dove un gioco di specchi ribalta dal palco alla platea e rende forzatamente univoco il senso della comunicazione. È l’attore a dare voce e luce al pubblico che subisce indifeso e imprigionato un gioco di ruoli, voci, emozioni. È il ruolo stesso di spettatore che ti costringe a parlare con la voce dell’attore. Fino a che non ti alzi con la velata speranza che qualcuno ti chiami col nome giusto.

Note:
Suggestioni da involontario spettatore inconsapevole, coadiuvate dalla lettura di:

“Fratto_X di Antonio Rezza – Dell’uomo semplificato” di Simone Nebbia
“La Noia Incarnita”  il teatro involontario di F.Mastrella e A. Rezza, a cura di Rossella Bonito Oliva (ed Barbès)
“Tutti i nomi” J. Saramago, Einaudi 1998

Ottavio Olita, “Codice Libellula”. La verità negata (doppia nota di lettura)

codice libellula

Venti anni fa, il 2 marzo 1994, un elicottero della Guardia di Finanza, nome in codice “Volpe 132”, con due uomini a bordo, Gianfranco Deriu, maresciallo, e Fabrizio Sedda, brigadiere, sorvola la costa meridionale della Sardegna. L’ultimo contatto radio con l’aeroporto di Elmas avviene alle 19,15: «Ci dirigiamo sull’obiettivo segnalato sul radar». Alla domanda: «Volpe 132, quale obiettivo?» non c’è risposta. Silenzio anche al successivo tentativo di collegarsi con l’equipaggio, alle 19.52. “Volpe 132” è scomparso, inghiottito, cancellato. Quella che segue è una storia, specialità nostrana, di testimonianze ignorate,  di depistaggi e crimini, di «verità negate», la storia del caso definito  come “Ustica sarda”, che ha visto sei interrogazioni parlamentari –  la più recente del dicembre 2013 – e la richiesta dell’istituzione di una Commissione di inchiesta. A 20 anni esatti dal 2 marzo 1994 Poetarum Silva presenta, con una doppia nota di lettura, il romanzo che Ottavio Olita, giornalista e scrittore, ha dedicato al caso “Volpe 132”: “Codice Libellula”. La verità negata.

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Ottavio Olita, ” Codice Libellula”. La verità negata – Edes, 2013 – euro 18,00

«Per quantità di ragioni nessun periodo del passato ci è tanto ignoto quanto i tre, quattro o cinque decenni che dividono i nostri vent’anni dai vent’anni dei nostri padri».  R. Musil

Giusto una decina di giorni fa è stato riaperto il processo per la strage di Piazza della Loggia  a Brescia. La Corte di Cassazione ha annullato le assoluzioni (primo e secondo grado) di Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi. Ci sarà un nuovo processo d’appello, la Cassazione ha ridato di nuovo speranza ai parenti delle vittime. Da quella strage sono passati quarant’anni e ancora non esiste una sentenza che rechi i nomi di tutti i responsabili. In Italia siamo abituati, verrebbe da dire: Ustica, Bologna, Piazza Fontana. Abituati alle domande senza risposta, a non conoscere tutta la verità, al tentativo di farci un’idea, a scuotere la testa, a sperare che venga fatta giustizia. Tra poco, il 20 marzo, saranno passati vent’anni dagli omicidi di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, in Somalia. E oggi, 2 marzo 2014, sono vent’anni dalla scomparsa in mare dell’elicottero della Guardia di Finanza, nome in codice “Volpe 132”, lungo le coste della Sardegna. Ottavio Olita parte da questo ultimo fatto e costruisce un romanzo avvincente e inquietante, ma andiamo per ordine. Lo scrittore in esergo pone (insieme ad altre due citazioni) questa frase: «Per trovare la giustizia bisogna esserle fedeli: essa come tutte le divinità, si manifesta soltanto a chi crede». Il pensiero è di Piero Calamandrei e rappresenta il principio cardine sul quale Olita fa ruotare il romanzo: cercare la giustizia e, soprattutto, non smettere mai di credere che questa venga fatta.

In una grotta subacquea viene rinvenuto uno scheletro umano. Si pensa possa trattarsi di una vittima dei sequestri di persona in Sardegna, uno dei molti che non hanno fatto ritorno a casa. Se ne occupano i carabinieri di Cagliari e i due principali quotidiani dell’isola. Un’indagine parallela svolta dal Capitano dell’Arma Murgia, da poco rientrato in servizio, insieme a due suoi vecchi amici, un avvocato e un giornalista in pensione, indirizzerà presto la raccolta di indizi in un’altra direzione. Lo scheletro, con ogni probabilità, è quello di uno dei due elicotteristi della Guardia di Finanza, scomparso in mare il 2 marzo 1994. L’avvocato ha a cuore l’inchiesta in quanto rappresenta i parenti delle due vittime: gente ferita e determinata, disposta a tutto pur di ottenere la giustizia, da troppo tempo, negata. L’elicottero precipitato in mare è una questione che lo Stato classifica Top – Secret, quasi certamente, per coprire un traffico d’armi la cui consegna si svolgeva lungo la costa sarda. Gli elementi di prova raccolti e l’accelerazione delle indagini metteranno in allarme i servizi segreti, che tenteranno di fare terra bruciata: inquinando, cancellando, eliminando testimoni- Così come la lentezza e l’omertà fanno naufragare, spesso, le inchieste nell’oblio, la fretta degli agenti segreti li porterà a commettere delle ingenuità che lasceranno un margine di manovra agli inquirenti ufficiali e al trio che opera semiclandestinamente. L’ansia e la sete di verità dei parenti delle vittime, l’intelligenza e l’abilità investigativa di chi li assiste, il proficuo scambio di informazioni con la stampa e il coordinamento con i carabinieri (nonostante gli errori che anche i buoni commetteranno) faranno sì che forse – stavolta – dopo molto tempo – tutto non venga di nuovo insabbiato.

Ottavio Olita scrive un romanzo dalla parte della giustizia, mettendosi nei panni dei parenti delle vittime, provando a guardare con i loro occhi, immaginandone il dolore e i silenzi. Compie, anche, uno sforzo maggiore, il libro funziona perché ognuno dei personaggi vede l’azione narrata dal proprio punto di vista, così che il lettore vedrà prima l’ideazione, poi l’azione, poi le conseguenze, da una prospettiva che cambia di volta in volta. Prima sarà lo sguardo di chi commette il reato, dopo quello di scopre un dettaglio, poi arriverà la volta di chi nasconde una prova, dopo ancora di chi dice troppo e di chi tace.

Alla fine della storia non possiamo che porci ancora una volta le domande: Lo Stato, di cui siamo parte, di cui deteniamo la sovranità come la Costituzione ha stabilito, la terra di cui siamo cittadini e figli, quante cose cii ha nascosto? Quante verità ci ha negato? In nome di quale ragione di Stato? La ragion di Stato qual è  se non è la nostra?

© Gianni Montieri

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Il mare che si contempla dall’alto. Il mare che si sorvola in una missione di ricognizione. Il mare che inghiotte. Il mare che restituisce. È il mare, il mare della Sardegna – già personaggio di primo piano nel giallo precedente dello stesso autore, Il faro degli inganni –  ad aprire il romanzo di Ottavio Olita sul caso “Volpe 132”, “Codice Libellula”. Le verità negate, che dell’enigma, tuttora irrisolto, della scomparsa nel nulla di un elicottero della Guardia di Finanza il 2 marzo 1994 propone ipotesi di soluzione, oltre che di smascheramento dei ripetuti tentativi di depistaggio.

Da un viaggio per mare si mette in moto la trama del romanzo, con Lorenzo, uno dei giornalisti che appaiono nella storia, a realizzare un sogno coltivato da tempo; da un ritrovamento in mare tutta la vicenda riceve, fin dalle prime pagine, un’accelerazione,  un ritmo rapido in tutti i suoi passaggi e nei numerosi scenari che via via si aprono: notizie ad accendere gli animi in cronaca, inchieste, ricerche, indagini, immersioni, inganni, lutti, sofferenze, vendette, trappole, desiderio di giustizia, attesa, tenacia.

Un ritrovamento, dunque, e un caso che si riapre, scatenando reazioni in più ambiti: la stampa, e con essa la competizione dei due principali quotidiani sardi, “Il Corriere sardo” e “La voce della Sardegna”,  i servizi segreti, votati al tentativo di soffocare qualsiasi ipotesi di svelamento della verità e per questo disposti a ricorrere a ogni mezzo – messinscene, camuffamenti, omicidi – le forze dell’ordine, i testimoni, le famiglie dei due finanzieri scomparsi per le quali si riaccendono le speranze di conoscere finalmente di verità.

Chi ha letto Il faro degli inganni ritrova qui il terzetto di amici pronti a unire le loro forze e a correre rischi nella comune ricerca: l’avvocato Giuliano Deffenu,  l’ufficiale dei carabinieri Gino Murgia e il giornalista in pensione Nicola Auletta. Particolarmente efficace e molto attenta alla presentazione, attraverso parole e gesti,  di elementi di carattere individuale da un lato e di  specificità culturale dall’altro – la dignità, la fermezza, la lealtà a principi, l’amore, materno. fraterno e filiale – la resa dei familiari delle due vittime, che nel romanzo hanno i nomi del maresciallo Bachisio Chessa e del brigadiere Giovan Pietro Podda: Angela e Mariangela, rispettivamente madre e figlia di Bachisio Chessa, e Assunta e Giuseppe, rispettivamente madre e fratello di Giovan Pietro Podda.

La verità negata, e svelata qui, è amara e cupa, immersa in uno scenario di bassi e potentissimi interessi internazionali. Ma è verità svelata, appunto, e le trame tese, i delitti commessi in nome del depistaggio sono denunciati chiaramente. Tempo, come afferma tzia Assunta, di «far rientrare la luce.»

© Anna Maria Curci

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Ottavio Olita ha insegnato Lingua e Letteratura Francese nell’Università di Cagliari dal 1974 al 1980. Poi è passato al giornalismo: Agenzia ANSA, La Nuova Sardegna e, dal 1988, Rai. Dal 1992 si è dedicato anche allascrittura che inizialmente ha riguardato soprattutto la saggistica. I lavori più significativi sono stati Vite Devastate. Il Caso Manuella, Edes 1995; Alle origini del muralismo,  AM&D 2007.
Nel 2009 è passato alla narrativa per cercare di fondere stilisticamente le sue due grandi passioni di penna: la cronaca e la letteratura. Gli argomenti prescelti sono vicende reali irrisolte, con le vittime che non riescono ad ottenere alcuna forma di risarcimento per le loro sofferenze. La borsa del colonnello  (Cuec) è del 2009; Il faro degli inganni (Edes) è del 2012; “Codice Libellula” – La verità negata (Edes) è del 2013. Protagonisti un avvocato, un capitano dei carabinieri ed un giornalista che formano un pool di investigatori privati.
Tra autobiografia e racconto dei problemi che incontrano i malati oncologici che in Sardegna devono affrontare viaggi e code interminabili per essere curati nelle strutture sanitarie regionali si sviluppa l’altro suo romanzo, Il futuro sospeso (Cuec, 2010). Ora sta lavorando ad un romanzo che affronta un’altra grande tragedia che ha condizionato lo sviluppo economico e sociale sardo: i sequestri di persona.