Mese: marzo 2014

Cartoline persiane#11

 

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Caro Rhédi,

alla fine mi hanno coinvolto in una partita di calcetto. Dal momento che ero l’ultimo arrivato, mi hanno messo in porta. E dal momento che non avevo un completo adatto, ho giocato in pigiama. La mia squadra era molto più forte dell’altra, e per questo ho passato buona parte della partita con le mani in mano. Guardandomi intorno ho notato che il campetto era circondato da palazzoni popolari. Ho osservato uno per uno i vestiti stesi e i vasi di fiori sui balconi. Una signora mi fissava da una persiana, e appena le ho sorriso ha chiuso. Sopra il tetto di una casa più bassa un gruppo di operai rumeni lavorava cantando. Al di sopra delle antenne un bastimento di nuvole si allontanava velocissimo, fino a uscire dalla città.

Le periferie si assomigliano tutte. “Io qui ci sono già stato” è un tipico pensiero da periferia. Immagina adesso che non esista separazione, ma che le città si tocchino ai margini, confluendo l’una nell’altra. Immagina le macchine che gettano rifiuti ai bordi delle strade di raccordo. Oppure un grande supermercato dove fanno la spesa abitanti di città diverse. Perché se tutto è continuo e senza interruzione dovremmo passare da una periferia all’altra senza nemmeno accorgercene. Sulla sommità dei cavalcavia di sera potremmo rendercene conto all’improvviso, vedendo dove le luci non finiscono. Oppure in una passeggiata domenicale (ma nelle periferie è sempre domenica) immagina di perderti e vagare tra gli spiazzi, senza neanche sapere l’ora, chiedendoti se la luce triste da cui eri partito sia la stessa in cui sei arrivato. Immagina di domandare al primo vecchio che capita: “Scusi ma questa che città è?”. Immagina di non poterne uscire più.

 

Dario Bellezza: poesie da Proclama sul fascino. Con una nota

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Si chiude oggi, con il terzo appuntamento, un ciclo di post e letture in memoria di Dario Bellezza, che è mancato proprio il 31 marzo del 1996. Come per i precedenti, non si tratterà di una nota critica bensì varrà da introduzione alle liriche scelte, tratte da Proclama sul fascino, volume uscito postumo per Mondadori nel 1996. In esso sono raccolti testi dell’ultimo periodo di vita dell’autore che, come recita la quarta di copertina, esprimono un «tenace desiderio di assoluto» tipico di tutta la sua poetica, intrisa di slanci ancestrali e di tradizione (come già detto qui e qui) ma anche e soprattutto di «un rinnovato gesto di fiducia nella parola poetica, per la verità che contiene, per la sua capacità di esprimere sempre vitalmente l’emozione e il dolore dell’esistere.» Bellezza, precocemente colpito dall’AIDS, stava morendo, eppure non smetteva di scrivere – sua vocazione e urgenza assieme –. Ne esce una raccolta che racchiude anche alcuni “Appunti per un romanzo in versi” pubblicati come ultima sezione, che risolvono quella tensione prosastica sviluppata nei romanzi, ma ben presente nella poesia ben da prima.

Nel 2006 Luca Baldoni scrisse un articolo dal titolo La poesia di Dario Bellezza a dieci anni dalla sua scomparsa pubblicato su «Italian Poetry Review» (vol. I); qui si intrecciano biografia e bibliografia ma anche le traduzioni in inglese di alcune poesie. Nell’intento di tracciare un percorso dentro la vita e l’arte, Baldoni ricorda che Bellezza era diventato tra gli anni Ottanta e Novanta un personaggio pubblico mediatico, riconosciuto da tutti perché spesso ospite al Maurizio Costanzo Show; schivando di continuo l’ambiente borghese romano che gli stava stretto, si ritrovava perciò in un luogo anomalo come la tv, per rappresentare il ruolo del poeta, “anacronistico” dice Baldoni, forse “fragile” e “donchisciottesco” diremmo noi oggi, non privo di conseguenze. Quelli sono anche i momenti in cui vengono a mancare due donne della sua vita, rievocate nel ’96 da Luciana Sica su La Repubblica, ossia Elsa Morante (che scompare nell’85) e Amelia Rosselli (suicida nel ’96 proprio, l’11 febbraio); sono tra le figure-chiave d’accesso a un mondo esteriore e interiore penetrato con la difficoltà dell’outsider, quell’outsider ‘tratto tipico’ anche, ad esempio di Goliarda Sapienza, che scompare sempre nel 1996 il 30 agosto. Tre fatti e tre morti che coincidono, e tuttavia servono a dichiarare una difficoltà d’indagine critica sulla produzione di autori la cui vita, a tratti, pare abbia assunto lo statuto di primaria importanza prevaricando l’Opera che essi hanno lasciato. Se Amelia Rosselli non è stata totalmente fagocitata da quest’operazione, Bellezza e Sapienza invece l’hanno subita e si dovrà (finalmente!) uscire da questi parametri non consoni (son passati quasi vent’anni) per salvare le loro opere dall’oblio, com’è stato anche detto nei commenti ai precedenti post su Dario Bellezza.

Tornando tuttavia a Proclama sul fascino, il volume risulta ricco di molti spunti degni d’interesse; è un “testamento” in cui funzionale risulta la sempre sagace e pungente comprensibilità di Bellezza che arriva al cuore delle cose senza intermediazioni. Le contraddizioni della vita (il fascino è quello del “tradimento” declinato in molteplici espressioni nella poesia che apre la raccolta e questo post) sono scompaginate a una a una e segnano un tempo che è – ed è soltanto – quel tempo ‘per sempre’. Si prenda ad esempio la lirica su Marilyn, donna-icona anche in alcune tra le migliori pagine “giornalistiche” di Lontano di Goffredo Parise, che diventa l’emblema di un momento (status?) della generazione del poeta Bellezza, generazione che in quegli anni Novanta si sta completamente sfaldando.
L’autore sa che la poesia può essere ‘casa’ e ‘può rispondere a una nostra domanda’ e mette così, chi ne fruisce, davanti a quella che Anna Toscano direbbe essere una ‘incresciosa intimità’ che caratterizza il dialogo poeta-lettore, e che fa sussistere la poesia. In assoluto, a mio avviso e concludendo, la peculiarità di Bellezza è e resta l’assunzione di una responsabilità poetica fuori dal comune, un punto di partenza ‘per dire’ e ‘dirsi’ che è anche quel tipo di responsabilità che si ha nella sfida (vitale) soprattutto con se stessi, fino alla fine.

(c) Alessandra Trevisan

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IL FASCINO

L’arcano fascino dell’amore tradito
che fa tremare il sogno e l’incubo
e poi si avvera, s’incista in maniera
che un’anima perduta, di sera,
tocca con mano alata il goloso,
sospirato tradimento, incerto e vero:
il tradimento del tradito, aspettiamo!
Qualcuno invece, mortificante osanna
dirà: Che fascino ha il tradimento?
Non è più affascinante e gaglioffo
virtuoso e immondo un amore felice?
Ma chi tremerà come trema il mondo
se non sente il fascino della persona
amata, non la rincuora e se esce di casa,
sale in macchina, in autobus, in taxi
e va all’appuntamento, al delirio
del destino innamorato che può morte
pretendere o vita presente, sangue,
ma sempre ti esclude, ti annienta
solidale nel silenzio dei sensi.
Cambiamo immagini al fascino
del poeta allora: se l’innamorato
è fedele? La fedeltà non esiste
dirà l’avvocato del Diavolo,
la Sfinge a tre Teste, l’Orrore Brutto, e
allora pensate ai pochi attimi di tempo,
ore, minuti, secondi forse che concede
la persona amata, che per voi ha fascino:
in un letto a palpitare di lussuria:
così circondata da un’aureola, come fosse
una luce di santità la seguite con gli occhi
della memoria, la rimpiangete, la perdonate,
la baciate sulle labbra fredde e intrise
di tradimento. La verità è che tradire
ha fascino, violento e incorruttibile,
e i traditori andrebbero puniti, marchiati
a sangue, bruciati vivi, sulla pubblica piazza!

Una morte lenta legata alla gelosia
dell’amante che non sa darsi pace,
e alla fine propone, invece del sangue
purificatore e smentito, un viaggio!

Ecco, ecco, nel viaggio il Fascino aumenta,
ritorna sublime, nel viaggio
tutto si sublima, si canta, si balla,
e la persona amata vi guarda, beata
mentre si vola, o in treno, o in nave
si fugge verso le Isole Felici o il Paradiso.
Allora sarete in Paradiso, e chi può dire
che lì tutti, compreso Dio, non abbiamo fascino?

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*

MARILYN

Marilyn, Marilina, come una canzone
marinera Marilina se ne andò all’alba,
uscì dalla favola stupida che fu la sua vita.
Qualcuno si ricorda una foto di lei,
povera creatura ignorante, anzi di te,
mia bionda sorellina senza pace ormai
con Carson McCullers, Karen Blixen
le streghe sono tornate! Fuggiamo
dall’intelligenza, e in più c’è Miller
Arthur il tuo pigmalione feroce
Arturo come Rimbaud dalle suole
volanti, no, nemmeno a parlarne,
un borghese meno capace di reggere
il confronto con la tua follia
di sorellina stupida e innocente
che vuole stare con le scrittrici,
gli intellettuali. Che noia!
Sperando che resti sempre Marilina,
Marilyn, bionda sorellina, oca
giuliva purtroppo con la nevrosi
giusta. Qualcuno, un cantastorie
di favole apocalittiche
dovrebbe cantare il modo
in cui partisti dal mondo dei vivi!
Delitto o suicidio, ma sempre Venere
in agguato a punirti, e al cui capriccio
tutto il tuo sangue ancora si ravviva
dopo la morte alata e non cercata,
e invaghirsi di te è un mistero
testamento e leggenda di spaesati
di vigliacchi untori dell’eros
la tua calda voce di sorellina,
la tua sostanza è impalpabile
ormai, rende concrete gioie serene
della nostra generazione perduta
che ti amò, mitica, o anche prima
come ballerina, certo, una bambola
di carne, non ha letto Freud,
per fortuna può far più male che bene,
ma tu volevi difenderti, o forse
esistere oltre l’apparenza
del tuo corpo muliebre e immortale
nella sua mortalità lasciato ai corvi,
ai nani, ai masturbatori solitari,
nel ricordo di chi ti vede;
vecchi bavosi e frustrati.
Ci volevano nervi più saldi,
e tu non l’hai avuti per resistere
alla sfida del tempo. Per questo
ci piaci; perché fosti
una vittima, una sconfitta
dal tempo e dalla storia infausta
del nostri giorni peccatori.

*

da IL NULLA

Trascolorano tutti i colori
i colori annullano se stessi
si rimane ciechi a guardare
fettuccine mie bambine
rimanete intatte, vereconde
ricordate tanti «restaurants»
tante preghiere di misericordia
prandiale inesistenza, vuoto.
Mie gocciole d’oro, lasagne,
manicaretti, spaghetti,
frizzuli, albertinetti
ormai lontani dal passo
giovanile dell’ubriaco pentito.

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*

Laggiù, oltre il telefono,
riposi in un letto matrimoniale
aspetti la sposa vera, la spirale
tratterà i dovuti suicidi.
Aspirare l’inverno o il vento
battendo sugli infissi d’alluminio
non c’è speranza oltre i secoli bui
del martirio. Attendo
il tuo corpo, l’anima è volata via.

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*

Ti aspetto col buio, nel buio.
E se la tregua convince le bellezze
davanti a me – nel letto sfatto
saranno – o come presente
il cuore vandalo verso la fine
trova la tregua al nascere
e al morire – sintassi estrema
prima di morire, morire.
Unica parola vietata, sincope,
deragliata, la fine, di tutto…

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*

Sei Dio forse
solo perché t’ho amato
e ora inguaribile
ritorno a te
bestemmia, insulto
emblema casto del Passato.

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*

Non si muore subito.
Si muore poco a poco
in ogni giornata,
impercettibilmente
in attesa di Lei
ci si copre la testa
per entrare nella Chiesa
in espiazione di peccati
mai commessi o tentati.

.

*

Al dunque
togliersi gli occhiali –
gli occhiali ciechi non guardano
ritentando il massacro, una poltrona
vuota, l’affitto da pagare

non perdono ribellioni
ad amici e colleghi.

.

*

I poeti animali parlanti
sciagurano in bellezza versi
profumati – nessuno li legge,
nessuno li ascolta. Gridano
nel deserto la loro legge di gravità.

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*

Saresti morto di AIDS
poeta assassinato
se fossi ancora restato
fra i vivi incerti

chi ti piange è perduto
al ricordo e al passato.

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*

Fugace è la giovinezza
un soffio la maturità;
poi avanza tremando
vecchiaia e dura, dura
un’eternità.

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*

CONGEDO

I critici ostili li ho amati invano.
Ora il Buddismo me li tiene lontani.
Dio mi assolva i peccati letterari.
Quelli sessuali non sono né tali
né osceni reati da prigione, lager
o manicomio. Se sono un expoeta è
solo colpa mia. I critici li perdono.

Una poesia di Dario Villa (1953-1996)

da Venere strapazzata dai lunatici

dario villa
moderately hard with arianna
(1980,1994)

è vero che per te
farei qualunque cosa
però potevi pure risparmiarmi
‘sta scappata a venezia quattro spettri
in tricorno e bautta che stazionano
nel sotoportego vorranno mica
significarci che è carnevale e allora?
allora scusa se mi girano le dita
infilate nei buchi del telefono
a consumarsi tutta la mattina
su numeri d’amanti acqua passata
amici conoscenti puri nomi
alla deriva sull’oblio che scia
tra un gorgo e l’altro della mia rubrica
non c’è stata risposta sono fuggiti
in massa da questa città improbabile
tra i tanti sogni della storia il solo
che la demente abbia realizzato
non doveva affondare? opere umane…
a maggior gloria delle pantegane…

affonderà…ma ancora non affonda
con tutto il suo arsenale di piccioni
e comitive in gondola o sciamanti
tra i chioschi dei ricordi

i musei sono scatole solcate
da alipedi furori i bar un incubo
ho chiesto un’ombra che non c’era
e mi han guardato come fossi un’ostrega
dove sono finite le osterie?
grazie del filo ma non me la sento
oggi di scendere nel labirinto
puoi andarci da sola a trovare
la tua povera amica carbonchiosa
o sedicente tale le venisse
un granchio alla laringe che la chela
le seccasse la lingua non fa che parlare di moda
con frequenti allusioni ai conti in banca
come cosa le racconti
tu che t’inventi sempre scuse strepitose?
davvero non vuoi fare brutta figura?
be’ dille che caduto nel canale
per sopraggiunta mancanza di fondamenta
mi son ritrovato
a dragare nel torbido e lei dirà come al solito

come passerò il tempo? è una domanda
filosofica mangerò qualcosa
poi mi sigillo in camera
e quando torni mi godo il muso che mi metti

mi darò al monologo interiore
meno male che l’albergo è triste
e in sala da pranzo ci sono solo io
con le mie moeche e mio terlaner tiepido
e il mio cameriere laconico specializzato
nell’imitazione del servo muto
senza pensare a niente di preciso posso
elaborarmi delle fantasie
deciso a non interrogarmi
sull’essenziale (il pezzo d’animale
che ieri mi aspettava dietro l’angolo
con una mezza idea di domandarmi l’ora
sotto la pioggia e non pensarci più)
è come passeggiare in una foto
tra il tragico e l’ironico nel fondo
di un’estrema provincia dello spirito
infatti salgo in camera
e chiudo le persiane
con l’idea di lasciare
che il tempo faccia quel che deve fare
e sia quel che ha da essere ma ecco
che arrivi tu ti tiri su la gonna
e devo ammettere che tra ginocchia
e reggicalze i miei progetti (essere
un altro uomo) vanno a farsi fottere
fuori c’è una laguna e due minuti dopo
anche se me l’hai data con una certa retorica
è stata una scopata di quelle svelte
ma devastanti che oscurano la memoria
prima che il mondo ricominci (il fatto
che solo stamattina due turiste
tedesche abbiano contribuito
a costruirmi dentro un trauma storico
è la conferma che la terra
ferma non esiste)




[Questo testo è tratto da Dario Villa, Venere strapazzata dai lunatici, Aiou 1995, silloge adesso contenuta in Dario Villa, Tutte le poesie 1971-1994, Seniorservice Books 2001]

Corpo a corpo # 2: Viene la prima, di Milo De Angelis

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«Oh se tu capissi:
chi soffre
chi soffre non è profondo».
Sobborghi di Milano. Estate. Ormai
c’è poca acqua nel fiume, l’edicola è chiusa.
«Cambia, non aspettare più».
Vicino al muro c’è solo qualche macchina.
Non passa nessuno. Restiamo seduti
sopra il parapetto. «Forse puoi ancora
diventare solo, puoi
ancora sentire senza pagare, puoi entrare
in una profondità che non
commemora: non aspettare nessuno
non aspettarmi, se soffro, non aspettarmi».
E fissiamo l’acqua scura, questo poco vento
che la muove
e le dà piccole venature, come un legno.
Mi tocca il viso.
«Quando uscirai, quando non avrai
alternative? Non aggrapparti, accetta
accetta
di perdere qualcosa».

 

Viene la prima è una poesia del primo di libro di Milo De Angelis, Somiglianze (1976), ed è inserita nella lunga sezione intitolata “L’ascolto”. Già a partire dal titolo si crea una dimensione di sospensione e di straniamento, in quanto il legame tra il titolo e il testo è esso stesso enigmatico. A cosa si riferisce il titolo? A una persona, a un momento della vita, a un passaggio, a un rito d’iniziazione o a tutte queste cose insieme? Sono domande a cui il testo non risponde e lascia che sia il lettore a riempire il vuoto da cui i versi sembrano emergere per poi inabissarvisi nuovamente. La poesia si apre con un discorso diretto, che a sua volta ha come incipit, un’interiezione, quell’ “Oh” che è un’esortazione pacata e dolorosa, e che, nella sua forza ottativa, spalanca una dimensione in cui il discorso assume il tono di una vera e propria riflessione tragica, rafforzata dalla sospensione del periodo ipotetico, che dà al discorso un’enigmaticità sacrale: “Oh se tu capissi” questa evidenza originaria non ci sarebbe bisogno di comunicarla, di profanarla pronunciandola, sembra sottendere la voce in prima persona. La verità che viene comunicata è, niente di meno, che il senso del dolore, rafforzata, resa ancora più grave dall’anafora del “chi soffre”, il primo dei quali occupa da solo un intero verso, quasi a sottolineare l’inaudita imparagonabilità della verità enunciata nel verso successivo, “chi soffre non è profondo”. Il dolore non affina, non ci rende migliori, non ci rende più profondi, non ci fa conoscere di più. In questi primi tre versi si ha un congedo definitivo da qualsiasi metafisica romantica e, più ancora radicalmente, da qualsiasi concezione cristiana del dolore, di cui il romanticismo non è altro che un’estetizzazione moderna. Il dolore non ci salva, non è moneta per l’eternità, il dolore è oscuro, opaco, irriducibile; compiacersene, credendo che possa renderci migliori, è barare, essere inautentici. E qui emerge il fondo tragico del testo, tragico come l’assoluta gratuità e fatalità del soffrire. Sin dai primi versi, dunque, si mostra una dimensione del dolore affine alla sapienza dell’antica Grecia, filtrata dalle riflessioni sul tragico del pensiero contemporaneo (si pensi a Hegel, Kierkegaard, Nietzsche), in cui il dolore è ciò che si accetta come irrimediabile, una colpa che non riguarda tanto le nostre azioni ma il fatto di essere mortali, l’attrito tra la nostra singola arbitrarietà e l’ordine imperscrutabile del tutto. Per questo motivo il rimedio alla vita e al dolore non è alla portata degli uomini, o meglio dei “mortali”, perché i “mortali” sono gravati da una colpa che è oltre la loro capacità di agire, essa rimanda al destino muto dell’ordine cosmico, che nessun uomo o dio creò ma che sempre è. Ordine cosmico che si manifesta, nel testo, in un paesaggio da periferia cittadina, un coro silente e assoluto, come emerge chiaramente dai versi quindici, sedici e diciassette “E fissiamo l’acqua scura, questo poco vento/ che la muove/ e le dà piccole venature come un legno“. L’azione si svolge d’estate a Milano, un’estate cittadina assolata e solitaria, non passa nessuno, rade macchine parcheggiate. E questa estate metropolitana è un dilatarsi ad un’intera stagione dell’ora meridiana, l’ora del silenzio  epifanico – nella cui fissità si manifestano gli dei, le forze invisibili che determinano il nostro destino – in cui tutto rimanda a qualcos’altro, somiglia, è in relazione intima con qualcos’altro, tutto, anche un parapetto di periferia, sporto sull’orlo del nulla, una pozzanghera scura, insondabile come il fato, sono in ascolto sullo sfondo dell’immenso ed assumono una luce assoluta. Il tempo sembra fermarsi, anzi, sembra assumere la lentezza delle ere geologiche, somiglia, come l’acqua stagnante mossa dal vento, alle venature di un legno che collocano, incidono – attraverso il correlativo oggettivo reso ancora più stringente, da un lato dall’uso dell’articolo indeterminativo, dall’altro dalla metonimia –  i due personaggi, attoniti e sgomenti, come infinitesimi solchi del divenire. L’intera poesia è costruita come un dialogo tragico, di cui, però, si conosce la parola diretta di uno solo dei dialoganti, presumibilmente una donna, l’altro invece ne raccoglie il sapere e apre lo spazio scenico del discorso, come dimostra il terzo verso che definisce il tenore del testo, in quanto le annotazioni ambientali non hanno alcun valore descrittivo, ma servono, sottolineate dall’interpunzione forte, a dare, proprio per la loro precisione spaziale e temporale, una dimensione che va al di là del qui e ora e assumono un valore paradigmatico, evocano uno spazio iniziatico, un’ora decisiva, la legge del fato che prende forma. Non a caso il verso è chiuso con un fortissimo enjambement sull’“Ormai” che mostra l’ineluttabilità della situazione: tutto è consumato, tutto è prosciugato e ridotto alla sua essenza, siamo scoperti, nudi, non si può più barare, è l’ora della verità, non più della cronaca quotidiana, della chiacchiera inconsapevole, l’edicola è chiusa appunto. Ed è sull’“ormai” che si crea la tensione principale del testo tra le due forze che si incarnano nei due personaggi e che li sovrastano: tra chi è risucchiato dal passato e dall’irrimediabilità del dolore e chi, suo malgrado, può essere proteso in un cambiamento che passa attraverso il “diventare solo”, attraverso un “sentire senza pagare”, attraverso “una profondità che non/ commemora” e, quindi, attraverso una profondità che non ha l’ambizione di redimere il passato, di conservarlo, ma solo di accettarlo in quanto non più. Solo accettando che ogni cosa finisce irrimediabilmente, e con le cose una parte di noi, le si può rendere giustizia, sembra dire la voce del discorso diretto, essa stessa, in quanto ultimo barlume del passato che sta svanendo, vittima sacrificale del rito tragico della vita, non aspettare nessuno/ non aspettarmi, se soffro, non aspettarmi. Si rende giustizia alla vita e a ogni suo evento, relazione, gesto, non procrastinandola, non estenuandola, ma lasciando finire ciò che è già decretato finisca, questa è la vera profondità tragica, quella che non commemora, che compie interamente la sua giustizia essendo radicalmente ingiusta verso ciò che è destinato perisca. Anche nelle pause del monologo e nell’affiorare dei gesti minimi, essenziali come nel “Mi tocca il viso”, si avverte una tensione trattenuta, controllata, una tenerezza indicibile, quasi un passaggio di testimone  tra chi parla e chi ascolta. I due personaggi ci vengono presentati con un livello di consapevolezza diverso. La voce parlante nel discorso diretto è a conoscenza, attraverso un sapere sofferto e drammatico, di una verità che sente la necessità di condividere e tale condivisione è al tempo stesso un congedo di chi si sa figura del passato, ma è anche congedo dall’ora epifanica, in cui un barlume di verità si è rivelata e in cui un testimone è stato passato.  E adesso, chi è stato investito dalla drammaticità di queste parole, deve mostrare il coraggio di meritare il peso di questa rivelazione, di uscire e offrirsi all’evidenza del giorno, di accettare di perdere, di perdere qualcosa,  e qui è significativo il parallelismo tra l’anafora del chi soffre iniziale e dell’accetta dei versi finali, che fungono da sigillo all’intera poesia e ne chiudono circolarmente il senso; vero senso del dolore e accettazione della perdita che la vita è, sono l’uno la conseguenza dell’altro. E quindi il dislivello tra i due personaggi non è solo un diverso grado di consapevolezza, ma l’essere o meno iniziati a una verità che ha a che fare con la sacralità del destino, un passaggio da uno stadio ad un altro dell’esistenza, passaggio che non conserva dialetticamente ciò che supera, ma che obbliga colui a cui è rivolto il discorso a decidere, ad accettare di perdere una parte di sé che rimarrà come un’ombra incombente, mentre l’altra figura, nel momento in cui scandisce le sue ultime parole con lentezza epanalettica, con una domanda che è quasi una supplica, “Quando uscirai, quando non avrai/ alternative?”, esaurito il suo compito, sembra scomparire  inghiottita dal nulla. E’ qui che tragico greco e tragico moderno si saldano, nell’idea dell’irrimediabilità del vivere, che esistere sia essenzialmente una perdita e che solo a partire da questa estrema consapevolezza si può cambiare, rinascere forse, per diventare sé stessi, per essere radicalmente ciò che da sempre si è: finiti, mortali.

© Francesco Filia

Flashback 135 – Così

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

 

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Fermo al centro esatto della corsia di destra, l’uomo vestito d’arancione sventola la bandiera come fosse allo stadio. Accanto non ha né un pallone né una porta ma solo una fila di auto che, rallentando, passano e tirano dritto. L’uomo ha la faccia abbronzata e una mascherina che gli copre la bocca mentre i suoi colleghi sono seduti sul guard rail e ci guardano passare, in maniera distratta, parlando fra di loro. Dopo la galleria l’autista del pullman mette la freccia e riprende la solita velocità, sorpassando uno dopo l’altro diversi tir con targa straniera. Il panorama sembra cambiare di viaggio in viaggio ma le facce degli altri passeggeri si assomigliano tutte. Nel frattempo la radio trasmette il nuovo singolo di Ligabue; la ragazza alla mia sinistra sorride. Perché chi si contenta gode. Così così.

© Marco Annicchiarico

 

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Silvia Tebaldi – Cerchio d’ombra

Biennale architettura 2010 - foto gianni montieri

Biennale architettura 2010 – foto gianni montieri

SILVIA TEBALDI – Cerchio d’ombra

1.
Sì, ma quel fuoco strano, le storie che emergono dal vuoto – a lampi, a grappoli – e sere tra San Vitale e le Moline, a camminare, a parlare – di voci, di storie – a guardare il canale e dove era nebbia, dove era l’illusione quella rabbia, rabbia e luce, luce come un’alba o come un rosso di Mark Rothko e tutto quel tempo, quella luce, quel fuoco dov’è finito. Finito.
E allora fine della faccenda, basta. Regalare i taccuini ancora vuoti, basta con la scrittura, il mito della piccola Parigi emiliana, il passato prossimo e gli altri, remoti – i più ardui, pare, pieni di eccezioni e non solo grammaticali. E via, camminare. Zitti nel rumore bianco del mondo, nel grande ronzio, guardare gli alberi e camminare, come ora, qui – estrema periferia orientale, la terza domenica del mese, quasi nebbia, quasi sole. Qui nel gran cerchio d’ombra dell’inverno, fuori porta, ora.

2.
A camminarci in mezzo non ti perdi, non più che altrove; piazza a listone, olmi, una chiesa in fondo e attorno case, case a pettine e case in fila, cortili; su un lato della piazza, un portico che sembra un treno. E’ a guardarlo su una mappa – questo villaggio, questo passato prossimo, questo avamposto urbano anni sessanta – che davvero ti perdi: la città che avanzava imperterrita tra i campi e qui case, cortili, un labirinto minore, Bologna come fosse appena nata.
Io, questo posto lo conosco. Ci sarò venuta cento volte, quando scrivevo; c’è sempre poca gente, il posto giusto per domare le idee, le parole, anche solo per camminare. Ma oggi è la terza domenica, quella del mercatino delle pulci – banchi sulla piazza e nel portico, sciarpe e libri, bocce di vetro con le due torri e la neve – e gente, biciclette uscite dalle cantine e dal tempo ed era tardi, per me, per tornare indietro.

3.
Dell’uomo mi colpì la voce; ferma e chiara, qualche accento romano, ma in fondo come un’attesa, come un omissis nel discorso. Per il resto era un tipo sui cinquanta, alto, calvo, forse un tennista o un medico. Vendeva vecchi sci Dynastar, libri, una sacca con racchette, l’edizione 1959 del Dorland’s Pocket Medical Dictionary, con la costola stinta. Con la donna del banco accanto – un banco pieno di tazze, uno specchio incorniciato da rose di ottone – parlava di trasporti.
Trasloco, mi disse l’uomo; con calma, trasloco.

I libri, neanche li guardai. Un coltello di ferro dolce, lo specchio quasi opaco tra le rose di ottone, un calamaio di vetro pervinca; e nello specchio un fondo verde, anzi turchese, e un uomo in tuta bianca in copertina, armato di fucile, e prima ancora del titolo mi colpì l’occhio quel bellissimo Helvetica nero anni settanta, e che il diavolo mi porti se non è lui, l’introvabile, l’errante – l’Eternauta che dà le spalle alla piazza, l’Eternauta dentro uno specchio opaco.

4.
Oesterheld; Breccia; quindici. Per lei son quindici, mi dice l’uomo: cioè niente, ma niente nostalgie. Mi raccomando.
Chissà che vorrà dire, ho pensato. Bel tipo, ma intanto avevo tirato fuori i soldi – che non cambiasse idea, altro che nostalgie – e avrei dovuto capirlo subito che c’era qualcosa, e invece eccomi lì a pagare, a giurare ridendo che io no, mai, niente nostalgie, qualsiasi cosa ciò volesse dire.

5.
Che c’è un intreccio atroce tra la storia dell’Eternauta – l’invasione aliena, la resistenza degli oppressi e la disfatta, il pellegrino del tempo – e quella di Oesterheld, il suo creatore, rapito e ucciso dalla dittatura argentina; uno tra i trentamila spariti nel nulla; che questa è la versione breve del romanzo, quella con le tavole dipinte (e i collage, i mostri, e la neve assassina) da Alberto Breccia nel 1969; più densa, scura, molto più politica; e che questo è il primo Eternauta uscito in volume in Italia, perché sia questa versione che l’altra – più celebre, più lunga, con le tavole di Francisco Solano Lopez – erano comparse qui in Italia su riviste, riviste di fumetti, pochi anni prima, insomma a metà degli anni settanta. Questo, e poco altro, quello che so del libro – di questo albo pubblicato proprio qui a Bologna, addirittura a pochi passi da qui, nel 1979, da un giovane editore che aveva chiamato la sua casa editrice L’isola trovata, nome ormai leggendario. Aveva acquisito i diritti, l’Eternauta stava ormai per uscire – anche la copertina era già pronta – ma gli toccò trovare un altro titolo, perché il nome dell’Eternauta era stato appena comprato da un gruppo editoriale per una rivista ancora non nata – perché i nomi, già allora, si compravano. E il libro che ho in mano adesso – questa brossura turchese, quest’uomo col fucile, questo Helvetica – il libro ebbe titolo Oltre il tempo.

6.
Che questa storia è un viaggio, per te che inizi a leggerla e insieme leggi e osservi; un viaggio, come tutte le grandi storie disegnate; che lo scorrere del tempo si modifica, che succede qualcosa di strano, tra l’io che legge e l’io che guarda. E a queste macchie all’apparenza informi – mostri, insetti, città, la neve fosforescente – il lettore dà la forma dei suoi incubi; l’ha detto anche l’autore, i critici, non dico nulla di nuovo, io. Io che avrei dovuto capirlo subito, che c’era qualcosa di strano – lo specchio, la rosa, la lama e il labirinto – io che mi siedo qui, su una panchina di piazza Lambrakis come se non ci fosse nessuno e nulla, così come su un’isola, e respiravo e aprivo piano il volume e semplicemente – sì, al passato remoto, come nei racconti di un tempo – semplicemente, vidi.

7.
Non la piccola sfera cangiante, di quasi intollerabile fulgore; non lo schema del mondo, sotto forma di gioco infantile, tracciato con un gesso sul selciato; non la rosa descritta dai mistici, non lo specchio di Alessandro Magno il Bicorne, che rifletteva intero l’universo; né i labirinti di Joyce, nostro padre, né quelli di Stephen King nostro fratello: nulla di questo, eppure che vertigine.

C’era, sulla coperta posteriore, un piccolo segno scuro; come una bruciatura, un forellino innocuo, nessun danno alle carte dentro il libro; intatta l’ultima carta, nel punto coincidente con il foro, il punto in cui l’eternauta si accorge – e si alza in piedi e se ne va, e alle sue spalle il narratore lo chiama, lo segue, ma invano – dalla data del giornale l’eternauta comprende che la sua storia non è ancora accaduta, che tutto deve ancora accadere; mentre sull’altra facciata della carta, in un quadro nero (e rami, e righe, e radici ripetute e ritmiche) il narratore sta in piedi e osserva e dice: “Tutto quello spavento, tutta quella morte… sarà possibile evitarli pubblicando ciò che l’eternauta mi ha raccontato? Sarà possibile?”
Niente di strano, insomma.
Eppure, seduta sulla panchina come su un’isola, nel tempo fermo dei grandi romanzi – sotto le dita quella pagina, in quel punto esatto, scottava.

8.
Sobria, del tutto sobria, malizioso lettore; suonava mezzogiorno al campanile di fronte, nebbia e sole ma più sole che nebbia, e vidi che la pagina era strana. Posticcia, incollata con maestria, a un millimetro dalla piega interna. Carta finale riparata ad arte: nemmeno troppo strano, nei libri antichi; più raro in un fumetto, pensai, e più strano ancora che scottasse, che continuasse a scottare, che non smettesse di scottare. E che fosse – come mi avvidi in un lampo, in una vertigine – manoscritta.

La confrontai con le altre del volume. Lo stesso lettering perfetto, lo stesso stile, la stessa grana fine. Ma scritta a mano, lettore.
Se sia davvero uguale alla pagina caduta, lo ignoro; il finale, i dettagli, tutto sembra uguale. Certo che potrei cercare l’originale, non è certo introvabile, metterli a confronto e levarmi il pensiero.
Ma credimi, lettore, non oso farlo.

9.
E le parti a collage, davvero tali; incollate all’ultima carta con cura assoluta; dipinte su carta di riso, leggerissima. Tenevo il libro in mano, la bruciatura centrale, e infine vidi.
Nessuna epifania, lettore. Vidi quello che c’era da vedere.

10.
Inchiostro.
Vidi scrivere adagio, a inchiostro, un passo in cui un tal professor Stoner guarda oltre la finestra, nella notte gelata del Missouri, e sente l’anima uscire dal suo corpo – la mano che scriveva era grande, una mano da contadino e una stilografica verde e il segno fluiva chiaro, fine, consumando il bianco. Vidi il contenuto di un calamaio convertirsi in un corsivo spezzato e teso (le mani che tagliavano la penna con una lama sottile, la rosa incisa su un anello, la scrittura continua, la pazienza di un ottico o di un orafo), nell’incipit vertiginoso dell’Ethica more geometrico demonstrata. Il grattare incostante della penna, piccole gocce sulla carta opaca e l’ultimo quadro del fumetto, la saga dell’eternauta che termina – no, non la saga, solo questo frammento, ché i cicli epici non hanno inizio né fine – con le parole SERA POSIBLE.

Non nomi, non autori, non facce né fantasmi di identità. Solo scritture, vidi: scritture nel loro nascere, segni, nient’altro che segni – il punto in cui l’inchiostro incontra la carta, il rumore continuo, grafie diverse e inchiostro, mani e carta – e tutte le scritture vidi nascere, continue, infinite, interminabili: segni, tessuti, tracce, trame nascenti e intelligibili.

11.
Posso sedermi? Ehi, scusi?
Fu una voce legnosa e acuta a riportarmi di qua, da questa parte. Dovevo esser lì seduta da ore: gli occhi sull’ultima carta, le scritture, persa oltre il tempo. La donna che si stava sedendo aveva un basco blu, ricci grigi e una gran voglia di attaccar discorso.
Non mi venne in mente nient’altro che chiederle l’ora. Dodici e cinque, mi fa lei tutta allegra; anche l’orologio del campanile dice dodici e cinque; e il mio vecchio Citizen, e anche il cellulare. Era passato un attimo, un battere di ciglia: come nei sogni, in cui passano ore in un secondo.
Attraversai la piazza come un grido – ma un grido muto, in mezzo a bancarelle e biciclette.
Il medico o tennista era sparito. Al suo posto nessuno, niente, il vuoto.

12.
Molti anni dopo, ormai scrittore importante, l’editore di Oltre il tempo scriverà che quel titolo era stato ben augurante, perché la figura e l’opera di Héctor German Oesterheld erano ormai oltre il tempo. Anche la bozza di quel testo vidi, quella prosa lucente – vidi scriverla in fretta, su carta fine, sulla soglia del tempo che giungeva.

13.
Poi son venuti giorni gelidi – il giro d’ombra, i giorni più corti dell’anno.
Giorni.
Facevo le solite cose, tutto come sempre, ma appena si squarciava il velo delle faccende quotidiane eccola lì, la scrittura. Tutta la scrittura, quel fuoco, quel nero iridescente – come se avessi già letto tutto, la scrittura che nasce e continua a nascere, a formarsi come una tela immensa, come un’altra pelle del mondo. Tutto già scritto e tutto da riscrivere, fare e disfare in eterno.

Una notte, sognai che disegnavo a matita – su un vecchio foglio da spolvero – una fuga di strade e prospettive, che appena disegnate scomparivano. Fuori c’era una coltre di neve ed ero la quindicenne che fui, magra, con tutti i nervi scoperti, capace di stare ore a disegnare; tempi in cui davvero si poteva passare ore a disegnare, o incontrare per la prima volta l’eternauta, o essere un editore a venticinque anni.
Mi svegliai, era mattino presto e la neve c’era davvero. Era caduta nella notte e sul prato dietro casa era intatta, senza segni, senza impronte, un foglio bianco.
Tornai a dormire; la scrittura infinita non tornò. Oppure, come si legge in certi racconti, sopravvenne l’oblio.

Poscritto del 24 febbraio.
La provvista di mele sta finendo; le più appassite le ho tagliate fini, con un coltello che aveva quasi perso il filo, e la torta di mele è quasi cotta. Ho fatto bene a regalare i taccuini vuoti, almeno qualcuno li userà. Non scrivo mai. E’ ancora inverno, ma mentre impastavo la torta ho pensato che la primavera si avvicina e che si potrebbe fare qualcosa, per esempio tirar fuori Oltre il tempo – fuori dal fondo del cassetto in cui l’ho chiuso appena portato a casa, un cassetto remoto e chiuso a chiave, senza più osare aprirlo – metterlo in un sacchetto e portarlo alla Biblioteca Universitaria, far la richiesta, sedermi e confrontarlo con la copia che hanno là . Una copia normale, almeno a giudicare dalla scheda.
Oppure trovare il modo di incontrarci e camminare tra san Vitale e le Moline, e parlare, e guardare il canale come se ardesse un fuoco strano, un vuoto incandescente, una scrittura; noi, fermi e chiari in mezzo al cerchio d’ombra, a parlare oltre il tempo con un editore di ventisei, forse venticinque anni.

Per Luigi Bernardi.
11 gennaio – 22 febbraio 2014.

© Silvia Tebaldi

Letture recitate di scene dalle opere teatrali di Elio Pagliarani

lunedì 31 marzo alle 21
 
Teatro Vascello
Via Giacinto Carini 78, Roma
 
in occasione dell’uscita di
Elio Pagliarani, Tutto il teatro
a cura di Gianluca Rizzo (Marsilio)
 
SERATA UNICA
 
un evento speciale a cura di
Simone Carella
 
letture recitate con la partecipazione di
 
Walter Pedullà, Cetta Petrollo, Luigi Ballerini, Andrea Cortellessa, Vincenzo Ostuni, Francesco Muzzioli, Tommaso Ottonieri, Luca Archibugi, Luciano Mazziotta, Lidia Riviello, Gilda Policastro, Maria Grazia Calandrone, Sara Ventroni, Laura Cingolani e Fabio Lapiana, Manuela Kustermann, Alessandra Vanzi, Patrizia Bettini, Marco Solari, Patrizia Sacchi, Carola De Berardinis, Federico Pacifici, Massimo Napoli, Veronica Zucchi, Guidarello Pontani, Luigi Rigoni, Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, Areta Gambaro, Luca Venitucci
 
serata a ingresso libero e in diretta streaming su http://www.docstation.org/
SERATA UNICA

Adrienne Rich (1929-2012): la responsabilità della parola

la politica e la poesia richiedono entrambe l’immaginare radicale del non-ancora, del se-soltanto”

Adrienne Rich in 2006.  Photograph: David Corio/Getty Images

Adrienne Rich in 2006. Photograph: David Corio/Getty Images


In un’ intervista del 1991, Adrienne Rich critica il suo uso della metafora del taglio di diamanti in una poesia di 30 anni prima, The Diamond Cutters (I tagliatori di diamanti), in quanto a quel tempo non prendeva in considerazione la realtà della vita dei lavoratori sud-africani.
Alla domanda, ‘allora la scelta di una metafora comporta una responsabilità politica?’ Rich risponde con un ‘si’ risonante. Per Rich, la parola scritta non può che essere politica, perché non esiste cesura tra la nostra storia personale (my story) e quella condivisa con tutti gli altri che abitano e hanno abitato il nostro mondo (History). In risposta alla famosa frase del poeta W.H. Auden, “La poesia non fa succedere niente”, Rich risponde che la poesia non ha senso se non viene per cambiare qualcosa, se serve solo per conservare lo status quo in un paese invecchiato e depresso, guidato da presidenti collusi con “trafficanti / di gas nervino”, vergognosi rovesciamenti del Lincoln cantato da Whitman nel famoso “Capitano! mio Capitano!”. La poesia per Rich è la ricerca di un linguaggio comune (perché scrivere è ri-nominare), la creazione di un atlante per districarci in questo difficile mondo dove per sopravvivere è necessario creare legami tra il personale e il politico, tra la “mia” e la “tua” storia. Nei suoi testi in poesia e in prosa è in atto una re-visione, è data voce a chi è stato tradizionalmente zittito dalla storia, per capire che “questo modo di soffrire/è condiviso, non necessario/è politico” e che la politica non è qualcosa “là fuori ma qui dentro”.

Con i suoi sessanta anni di scrittura poetica e saggistica, Adrienne Rich ha profondamente segnato la scena letteraria e intellettuale americana per più di mezzo secolo. Nata a Baltimora di padre ebreo, professore di patologia alla John Hopkins, e di madre di buona famiglia protestante del sud, a Rich l’appartenenza ebraica viene negata, quasi nascosta: è persino battezzata metodista per motivi di convenienza. In seguito, riappropriarsi dell’appartenenza ebraica è il primo passo verso una ri-creazione, un allargamento, della propria identità che la porterà a riconoscersi lesbica dopo essere prima sposa e madre, come prevedeva il ruolo femminile degli anni ’50 (interessante qui il confronto con la contemporanea Silvia Plath).1 Da sempre studentessa brillante, la Rich si laurea al prestigioso Radcliffe College e pubblica la sua prima raccolta di poesie A Change of World nel 1951, che vince il prestigioso Yale Younger Poets Award. Come nella vita privata, anche nelle prime poesie Rich si conforma ai modelli dominanti – difatti, nella sua introduzione al libro, il poeta W.H. Auden loda la “grazia e la modestia di questa voce”. È della metà degli anni ’60 l’inizio del suo risveglio politico, intimamente intrecciato con quello personale (la protesta contro la guerra in Vietnam, il divorzio, il lesbismo) e il relativo cambiamento della sua poesia, che passa ad affrontare temi sociali attraverso il verso libero. La svolta è completa nella raccolta Diving into the Wreck del 1973, dove rivisita i parametri mitici del rapporto uomo-donna. Quando il libro riceve il prestigioso National Book Award, la Rich lo riceve, insieme alle altre vincitrici, le afro-americane Audre Lorde e Alice Walker, in nome di tutte le donne. Accanto alle poesie la Rich produce un rilevante corpus di opere in prosa, la cui influenza rischia in un certo senso di mettere in ombra la produzione poetica, in America ma ancor più in Italia. Di questo corpus ricordiamo qui solo Of Woman Born: Motherhood as Experience and Institution del 1976 (più volte ristampate in Italia dal Garzanti come Nato di Donna, ma oramai fuori commercio). Altrettanto importante, per l’influenza che ha avuto, è il suo lavoro come insegnante di scrittura creativa in numerose scuole e università in tutti gli Stati Uniti. Tantissime sono le raccolte poetiche (l’ultima, Tonight No Poetry will Serve: Poems 2007-2010 è del 2011). Purtroppo, di tutta questa vasta produzione le poche traduzioni in italiano sono attualmente fuori commercio, comprese le due belle antologie curate da Maria Luisa Vezzali per conto dell’editore Crocetti, Cartografie del silenzio del 2000 e la recente (ma già quasi introvabile) La guida nel labirinto (2011).

1 Della riappropriazione della sua identità ebraica parlerà in Split at the Root: an Essay on Jewish Identity (1982), pubblicata in Italia in 1985 con la traduzione di Liana Borghi, insieme alla raccolta ‘Sources’ e un’importante postfazione della curatrice. Mentre l’esperienza del matrimonio e della maternità è sviluppata nel saggio sul tema della condizione femminile e della scrittura, When We Dead Awake: Writing as Re-vision (1971), e ovviamente nel citato Of Woman Born.

Il testo presentato è quello scritto e letto il 18-03-2014 da  Brenda Porster nell’ambito della rassegna fiorentina “Perchè poeti in tempo di libertà” . Ringrazio Brenda a nome di tutta la redazione per il prezioso dono.

Il cane di Pavlov e Heloysa novissima

cop 9788867300129

SABATO 29 MARZO
alle ore 18

PRESSO LA LIBRERIA TREVES
DI NAPOLI

GIANCARLO ALFANO E FRANCESCO FILIA

Presenteranno i volumetti
EDIZIONE D’IF

Heloysa novissima e Il cane di Pavlov

di
GAIA GUBBINI e VINCENZO FRUNGILLO

L’ingresso della libreria è alle spalle di piazza del Plebiscito
in via Piazzetta Carolina, 10

Le cronache della Leda #7 – Il cappotto verde

parigi 2010 - foto gianni montieri

parigi 2010 – foto gianni montieri

 

Le cronache della Leda #7 – Il cappotto verde

 

 

Non sono mai stata un esempio di eleganza nel vestire. Eleganza in senso classico. Se si dovesse classificare il mio abbigliamento, quello di quasi tutta la vita, bisognerebbe usare termini come sobrietà e praticità; con questo non voglio dire che mi manchi il gusto, ma mi è sempre mancata la necessaria pazienza, non ho mai posseduto quel pizzico di vanità necessaria al salto di qualità, a marcare la differenza tra l’acquisto di un capo pratico a quello di un capo chic. Per cui pantaloni di taglio morbido, spesso i jeans, molti pullover comodi, camicie, poche, pochissime, gonne. I miei studenti, mio marito, i miei amici, almeno per quello che riguarda l’abbigliamento, hanno sempre saputo cosa aspettarsi da me ed è sempre andata bene così. I miei colori preferiti sono il grigio, il blu, il bianco, l’azzurro d’estate, il rosso scuro ma solo qualche volta. Detesto il giallo.

Io e Saverio riuscimmo ad andare a Parigi una volta sola. Lì nella meraviglia, nel romanticismo più spinto nel quale io sia mai caduta, nelle passeggiate lungo la Senna, nel nostro fare tutto a piedi, i Boulevard, i caffè, le gallerie, i musei, inciampai nell’unica concessione che io abbia mai fatto alla moda, un cappotto verde, un bellissimo, più alla moda che mai, cappotto verde. Era il 1967, il cappotto era corto sopra al ginocchio, di pura lana, bottoni molto grossi, alla marinara, era mio, era un regalo di Saverio, era francese. Non me ne sono mai più separata. L’ho usato con parsimonia, volevo che durasse tutta la vita, per adesso è ancora lì.

La mattina che Stefano doveva partire per gli Stati Uniti, per la prima volta, carico di entusiasmo e di bagagli, era verso la metà di novembre. All’aeroporto lo accompagnammo io e l’avvocato. In macchina per nascondere l’emozione Stefano e Luca scherzavano e mi prendevano in giro come se stessimo andando a una gita scolastica. Io stavo al gioco, tutti e tre stavamo mentendo. Tutti e tre eravamo carichi di speranza. Stefano entusiasta per la nuova avventura. Luca felice per il suo migliore amico. Io felice, certo, ma una mamma non può essere mai totalmente felice sapendo che un figlio si trasferirà, forse per sempre, dall’altra parte del mondo. Era una bella giornata, ma fredda. Arrivammo a Linate in anticipo, avevamo tempo di fare colazione e di farci prendere ancora un po’ dalla malinconia. Quel giorno prima di uscire di casa avevo dato a Stefano gli occhiali da vista di suo padre. «Sono tuoi.» Gli avevo detto. «Anche se non avrai bisogno di usarli.» Stefano non disse niente ma aveva le lacrime agli occhi, sapeva che passargli quegli occhiali era molto di più che cedergli un oggetto tanto caro appartenuto al padre, era un modo di dirgli che mi fidavo di lui, che lo ritenevo degno di suo padre, delle cose che quell’uomo aveva amato.

L’avvocato, che è sempre stato un signore, offrì la colazione e continuò a far battute cercando di stemperare la severità del momento ma non gli veniva mica bene come le altre volte. Io continuavo a pensare di non dover fare a mio figlio stupide raccomandazioni. Raccomandazioni a cui pensavo, continuavo a dirmi di sorridere. E sorridevo, con i crampi nello stomaco.  Tutto quello che ero stata fino a quel giorno non mi avrebbe risparmiato. In quei minuti ero soltanto una madre il cui cucciolo parte per il fronte. Ero una madre come tutte le altre.

Al ritorno dissi all’avvocato di lasciarmi sola, che sarei tornata a casa in treno. Presi un autobus e arrivai fino a Piazza San Babila, passeggiai come una senza pensieri, una che ha in mente cose normali tipo lo shopping, tipo il pranzo, tipo un caffè. Passeggiai almeno per due ore, faceva freddo, si era alzato come un vento disonesto, soffiava a tradimento. A quel punto Stefano sarebbe stato a Roma in attesa del volo per New York, l’avvocato rientrato al paese da un pezzo. Nei momenti difficili, quelli in cui ci sente perduti, spesso, vengono in mente cose che non c’entrano niente. Non fu così quel giorno, a me venivano in mente soltanto gli Stati Uniti d’America che dal quel momento per me si trasformavano in una specie di catena, una prigione costruita come un’altalena tra la gioia e la malinconia. Attraversai Piazza della Repubblica e mi diressi sempre a piedi verso la Stazione Centrale. La Stazione di Milano vista da fuori, specie se ci arrivi da lontano, mette sempre un po’ paura, così solida e immobile, così fascista.

Il vento soffiava fortissimo anche sui binari, presi il treno e tornai a casa, cos’altro avrei dovuto fare? Una madre deve saper lasciar andare il proprio figlio. Con Stefano ci vediamo una, o due volte l’anno. Decisi quel giorno che io non sarei mai andata a trovarlo laggiù. Arrivata a casa spazzolai il cappotto e lo posai, al suo posto, in armadio. Non l’ho mai più indossato.

Leda

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© Gianni Montieri

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Leggi tutte LecronachedellaLeda

Inediti – “Quadri del consistere” di Gianfranco Fabbri: quattro brevi prose.

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da Inverno 1996-’97

 5.

 Ciò che mi frega è lo specchio.
 Di quando mi ci metto davanti.
Profilo; di fronte; di nuovo profilo.
Non sono mica contento.
Riprovo.
Profilo; di fronte; ah, dimenticavo: tre quarti.
Patemi del tipo La bella del reame. Ma, d’altra parte, ognuno ha le sue miserie.
Poi mi tiro su dicendomi sotto voce che in fondo ho altri problemi:

                            -che sono precario;
                            -che del domani ho tutte le incertezze.

È solo una questione di profilo.

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 6.

 Verrebbe voglia di dare nuove definizioni della prosa. Prosa creativa, romanzo. Ma sempre ci si accorge che tale disegno risulta impervio, quasi più difficile per me che allacciarmi bene la scarpa.
Renato Serra avrebbe forse detto: Oh, intendiamoci; le lettere sono ventuno, come son sette le note. Le pa­role che un individuo può utilizzare saranno circa il dieci per cento del bagaglio lessicale della lingua alla quale appartiene. Ciononostante, un pezzo di talento è sempre solo, come isolato in cima alla montagna della bravura. E allora? Come può lo stile soltanto dare una così grande energia a quello scritto? Chissà! Sarà per­ché quello è compromesso con la pasta dell’uomo/artista, dell’uomo immaginifico, dello sciamano che vive oltre il tempo. O forse sarà perché la stoffa è in proporzione diretta con i difetti, con la mollezza dei sensi, con la porosità “a pelle”, con l’irrazionalità e il saper speculare l’intreccio. Grazia, estetica e fianco prestato alla commistione fanno del talento la più completa foggia della chiarezza. E non occorre essere onesti, in senso intellettuale. Anzi, è vero il contrario. Più s’infrange il rigore e più si spe­cula sul vincolo del creare. Soltanto i critici hanno il dovere dell’onestà. Per una specie di contraltare, che permette il giudizio scientifico del testo.

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da Estate 1997

 1.

 Oggi pomeriggio è venuto il temporale tanto atteso.
Da una parte all’altra della città i fulmini hanno av­volto l’atmosfera, che sempre di più sapeva di ozono.
Poi il rovescio, la massa flessuosa di acqua scendere giù secondo dinamiche d’elicoide.
Venti variabili.
Temperatura in discesa; pozzanghere a forma di cri­stallo nel terrazzo del bar.
E il respiro è tornato a farsi di menta.

.

 4.

 È quando il sole fa piangere gli occhi che poi si chiude lo stomaco.
Un senso di nausea, da fotofobia.
Il sole per i campi, oltre l’autostrada, che inorgogli­sce le  piante rinsavite dall’acqua di ieri. Ecco l’esatta idea di questo luglio, qui.
Basta un temporale che l’aria si ravviva di un colore diverso da quello di soli venti giorni fa. Un settembre sembra che spii dietro le nubi ormai assottigliate. E nonostante il caldo, tornato ad avvampare, il pome­riggio riprende uno dei tanti quadri di scuola veneta, con i suoi cieli, incerti se risultare azzurri oppure  croma cobalto.
Cantano comunque gli uccelli e le cicale.
Un cane, per suo conto, ruspa la terra ancora bagna­ticcia.

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Le prime due prose tratte da Quadri del consistere si possono leggere qui.

Cartello stradale

DSCN1446

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“Cimitero/Altre direzioni”,
dice un cartello al bivio di un paese.
Poesia involontaria dei piani regolatori,
umorismo nero su fondo turchese.
Qualcuno ride probabilmente,
qualcuno riflette sull’alternativa.

O la borsa o la vita!
Se vai di qua,
perdi tutto perché si muore.
Se vai di là,
sopravvivi in qualche modo,
ma per una direzione che scegli
tutte le altre non sono.

Resto fermo davanti al cartello,
guardo le vecchie dirette al cimitero,
sulle proprie gambe, per questa volta.
Le immagino sedute in penombra,
guardandosi perplesse,
piccoli lumi, colpi di tosse.

Ha ragione il cartello,
ha ragione l’assessore
che sa tutto della vita e della morte.
Qualunque direzione è meglio di quella,
ma questo plurale senza fine
che sacrifica più di quello che trattiene
lascia un problema in sospeso,
che non so ignorare.

Dovrebbero essere più chiari
quando preparano la segnaletica stradale.

.

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