Mese: febbraio 2014

Le cronache della Leda #2 – La torta, Pavese e Sanremo

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Le cronache della Leda #2 – La torta, Pavese e Sanremo

Ci sono cose che faccio ma che non dico. Non che siano proprio dei segreti inconfessabili, ma ci sono persone che mi immaginano e mi conoscono in un certo modo; non voglio creare scompensi e preoccupazioni: che continuino a vedere ciò che vogliono vedere. Prendete la questione della torta che ho preparato per questo pomeriggio. Alle cinque vengono l’Adriana, la Luisa e la Wanda. La Wanda è la quarta del nostro gruppo, esce poco perché ha dei problemi a un’anca, quando posso la coinvolgo in questi pomeriggi da tranquille anziane e lei con l’aiuto della Luisa, che passa a prenderla, si trascina fino a casa mia, che c’è l’ascensore.

Quando vengono, di solito il martedì pomeriggio, io faccio trovare loro una piccola torta, del giusto formato da dividere per quattro. Né troppo piccola, né troppo grande. A volte al cioccolato, altre alla crema, una volta il tiramisù; la torta alle carote, per oggi pomeriggio, è già lì sul tavolino del soggiorno in attesa. La signora Gianna me l’ha portata alle due esatte, appena sfornata. La torta che ho preparato l’ho comprata. Ecco, ho confessato. Naturalmente nessuno eccetto voi deve saperlo. Tutti si aspettano che una signora della mia età, ho settantasei anni, sappia fare i dolci, lasciamoglielo credere. La signora Gianna è la proprietaria del più antico laboratorio di pasticceria del paese, ci conosciamo da molto tempo. Saranno, ormai, una decina d’anni che prepara le torte per me all’insaputa di tutti. Lei prepara, io dispongo, lei porta, io pago, entrambe manteniamo il riserbo. Ci salutiamo con sorriso cospiratorio quando arriva fingendo di portarmi il pane che tanto è di strada. Trovate che sia disdicevole? Io no. Tutti hanno ciò che vogliono: Gianna i soldi e il gusto dello spionaggio, le mie amiche hanno la loro amica che sa far le torte, io ho la torta e la storia della torta da raccontare. Per ogni dolce la signora Gianna mi fornisce anche la ricetta e i tempi di cottura: siamo una squadra che funziona.

Prima delle cinque mi resta ancora un’ora, posso dedicarmi all’altra mia passione, la lettura. In questi giorni sto rileggendo Lavorare stanca del Pavese. Poche cose sanno portarmi lontano e tenermi compagnia come le poesie del Pavese, certi versi li ho imparati a memoria, come questi: Val la pena esser solo, per esser sempre più solo? / Solamente girarle, le piazze e le strade / sono vuote. Bisogna fermare una donna / e parlarle e deciderla a vivere insieme. Questo libro poi è un regalo. Era di Giovanni, un vecchio moroso delle superiori, me lo regalò prima di trasferirsi con sua moglie a Brisbane in Australia. Ah, Giovanni, quanti ricordi, è morto dieci anni fa, un attacco di cuore. Sua moglie è stata carina, mi ha mandato un biglietto, conservo anche quello. Ci sono un sacco di faccende che si conservano nei vecchi bauli. Ho sempre pensato che conservare, in qualche maniera, potesse preservarmi, anche se non so bene da cosa. Sono fatta così, meglio tenere, che a buttare si è sempre in tempo. Ma mi sono distratta, suona il citofono, eccole. Metto via Pavese che è meglio non disorientare le ragazze, lascio sul tavolino, accanto alla torta, soltanto il Sorrisi e Canzoni, l’argomento di oggi è Sanremo: la Luisa attaccherà con la sua adorazione per Fazio che sembra così tanto un bravo ragazzo, la Wanda che i veri festival erano quelli degli anni sessanta, l’Adriana (che da giovane ha studiato musica) dirà  che non esistono più le melodie. Io sorriderò sorseggiando il tè, quello so prepararlo, zucchero e limone come piace a loro, e penserò che questa combriccola di vecchiette scalmanate è una cosa che somiglia al mio baule. Una cosa da tenere.

Leda

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@ Gianni Montieri

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Le cronache della Leda #1

Léggere

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Come affondare, volontariamente. Immergersi per arrivare a scrutare il fondo, un fondo sondabile secondo dettami di piacere. Certo, confidando che dell’acqua permanga durante tutta l’esplorazione la trasparenza inizialmente solo intravista. E con la certezza di riemergere, s’intende. Forse, nel caso della poesia quest’avventura si compie in modo se possibile ancora più vertiginoso: lì infatti l’immersione può farsi più profonda, l’esplorazione ardita e vasta − dati i nodi delle analogie e la libertà d’interpretazione che ne proviene. Comunque sia, da poesia e prosa di valore − e particolarmente laddove il confine tra esse si assottigli − l’emersione apparirà in massimo grado liberatoria, regalando tutta l’altezza della conquista. È in questa dimensione verticale di discesa-ascesa, tesa a inseguire i disegni del testo e le strade percorse dall’autore, che il meccanismo elastico al cuore della lettura si manifesta in tutta la sua capacità di estensione.
Estensione, già, e distensione. A questo proposito, tra le affermazioni di Proust troviamo: «Tutte le ansie legate all’amicizia scompaiono sulla soglia di quell’amicizia pura e tranquilla che è la lettura». Ecco, in quel “tranquilla” starebbe il nodo essenziale: l’esperienza fisica rappresentata dalla lettura. Sì, questa che Proust mette giustamente in luce è la sua qualità peculiare: un guardare paziente, un ascolto prolungato. Condizione fisica e disponibilità psicologica, appunto come quelle in gioco tra due persone che costruiscano nel tempo la propria amicizia.
Come per ogni effusione dello spirito, con la lettura si prova a riconoscere e superare il limite incarnato esattamente da se stessi. Tra fine e confine, leggendo, si cerca la libertà di affondare nel testo per uscirne liberi. Liberi di una libertà impensata prima perché inconsapevoli che una prigionia ci fosse stata imposta. Basterebbe in tal senso citare Čechov: «La vita è una marcia verso il carcere. La vera letteratura deve insegnare come fuggire, o promettere la libertà.»
È così che “affondando”, acquisendo cioè le stesse armi in mano allo scrittore, e quindi tramite di esse superandosi, il lettore potrà trovare il vero sé.
È il fuori-di-noi d’altronde, se attratti davvero dall’assoluto, dall’infinitamente-di-più, a guidarci tra le pagine, al fine di trovare, magari d’improvviso, una “possibilità di noi” (dando spessore, con questa affermazione, al “senso di possibilità” così come definito da Musil). Cosa che poi, in fondo, con l’azzardo di rischiare molto, potremmo anche chiamare “verità”. E ancora una volta, dato il rischio, è il caso di farci soccorrere da Proust: «…la verità, − afferma l’autore della Recherche − concepita ancora come qualcosa di esteriore, è lontana, celata in luoghi non facilmente raggiungibili. E allora sarà magari un documento segreto, delle lettere inedite, delle memorie, a gettare una luce inattesa su certi aspetti difficili da rintracciare. Che felicità, come è riposante per una coscienza stanca di cercare la verità in se stessa, potersi dire che essa si trova all’esterno…».
E se esemplare, quanto a libertà di interpretazione in forza al lettore, fino alla sua possibilità di reinventarsi da sé e per sé, è il verso di Borges: «Chi legge le mie parole sta inventandole», in tema di scelte e di opportunità di lettura, risuona ancora la considerazione di Auden: «Questioni di qualità a parte, è sempre preferibile leggere a fondo pochi libri che sfogliarne molti». Perché affondare è soprattutto approfondire. Per trovare e poi risalire.

Cristiano Poletti

Il Jingle Jungle di Alessandra Carnaroli. Recensione di Martina Daraio

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Per Alessandra Carnaroli la poesia è un’operazione di “scrosto”: consiste, cioè, in quella «passione insana che dimostrano i bambini nel levarsi le croste dalle ferite, quel farsi male con piacere, per vedere cosa c’è sotto, per amor del Cicatrene».
Pressoché priva di artifici retorici o di abbellimenti lirici, la sua ultima raccolta si propone allora di scrostare l’apparente civiltà della società italiana contemporanea lasciando emergere tutta la bestialità sottostante.
Il titolo, Animalier, è in questo senso già parecchio esplicativo: il termine rimanda infatti al campo tessile, e in particolare a quegli abiti leopardati, zebrati, tigrati, pitonati che rappresentano lo stile di chi si sente aggressivo, felino, e allo stesso tempo capace di cambiar pelle e di immedesimarsi in ruoli differenti purché interni a dinamiche animali del tipo preda-predatore.
Dalla fashion-jungle alla jungle-e-basta, come mostra Alessandra Carnaroli, il passo è però più breve di quanto si creda: Animalier è infatti il racconto di una società, la nostra, ancora descrivibile a pieno titolo attraverso logiche darwiniane basate su rapporti di forza e squilibri intrinseci anche alle più banali interazioni quotidiane.
Sono storie di violenza fisica o psicologica, come nel caso della poesia sui migranti in cui dalla voce “ingenua” di una bambina emerge la brutalità ideologica soggiacente ai contesti in cui cresce: «i musulmani gli puzzano le mani / dice mia figlia di sei anni / che glielo ha detto la collega bambina anche lei / della scuola primaria / primaria dell’odio / delle razze». Particolarmente riuscita, sempre nello stesso testo, la sovrapposizione della condizione dei migranti “spiaggiati” e quella dei turisti: «s’abbronzano i vermi in fila regazzine col costume spezzato / confrontano il segno dove finiscono le mutande inizia / il riconoscimento delle salme / un po’ d’olio nel sistema / solare per proteggersi dai tumori / della pelle esposta».
Il discorso scorre con un ritmo piuttosto accelerato nella forma di un flusso di coscienza, in cui le associazioni mentali si accostano in efficacissimi enjambement, smontando le tradizionali norme metriche in versi rotti, spesso formati da discorsi quasi prosastici (salvo il fatto di essere separati al loro interno da barre oblique), seguiti a poca distanza da versi composti da una sola parola e a volte anche meno. Un po’ come se l’urgenza del dire non avesse tempo per la grammatica e la forma, o come se in fondo la realtà descritta nemmeno la meritasse tanto è aliena dalla bellezza.
Tornano temi e stilemi di FemmINIMONDO, come in poesia su un proiettile che bucò i polmoni e lesionò il midollo in cui l’occasione è tratta da una tragedia probabilmente attinta da un fatto di cronaca o, peggio, da un trafiletto sul giornale a cui il tutto si è ridotto.
La Carnaroli sceglie un registro linguistico decisamente basso, piuttosto pulp: non si tratta infatti solo di rivolgersi alla quotidianità e alle sue situazioni, ma di una scelta più profonda che appiattisce il linguaggio alla sua forma meno controllata, quasi come se si trattasse di un verso animalesco talvolta quasi forzato, ostentato, pur di far sgorgare del sangue, al limite di perdere il contatto con quella stessa realtà che si vuole raccontare: «Noi teniamo la paura a novanta per montalle / Sopra e scrinare le natichelle / Alla chetichella scopare / spiegare / Il ventaglio delle possibilità arrese / Al deficit cognitivo all’handicap / psicofisico / Al ritardo / mestruale / Come scoreggia / amore profonde : / Invoglia / La bestia / riattacca il filtro catartico / e impietoso / Alla marmitta / Umana / Discende dunque / Dalla scimmia / dopo averla inculata». Frequentissimi sono i riferimenti al parlato: le ripetizioni, la deissi, le espressioni dialettali, l’utilizzo del che polivalente e dell’indiretto libero o dell’indicativo al posto del congiuntivo. Il punto di vista è quello di un io molto dialogico, completamente assorto nelle varie situazioni che la poesia mette in scena e dunque, nell’insieme, quello corale di un io collettivo.
L’aspetto più interessante di questa operazione sta nel riuscire, attraverso queste catene associative, a mostrare come le parole non siano mai innocenti e, anzi, spesso sottintendano delle idee del mondo discriminatorie o violente. Non direi che si tratti, però, di una poesia civile o di denuncia: lo “scrosto” infatti, più che un gesto di demistificazione e svelamento preparato al dolore che potrebbe conseguirne, pare nascere più come processo liberatorio, catartico. L’intenzione che spinge a togliere la crosta pare derivare, cioè, più da un profondo desiderio di provare (e provocare) dolore ostentando brutalità per poi liberarsene.
Tra le incrostazioni di cui disfarsi, infine, non viene risparmiata neanche la tradizione poetica, la forma lirica classica, gli autori del canone letterario. Ecco ad esempio il montaliano non chiederci la parola trasformato, ancora una volta, in un episodio di brutalità: «attaccata al ramo resisto / come nido come scimmia / non chiedermi il biglietto / che il ventre possa aprirmi / ho già pagato dazio ho / la ricevuta del pestaggio».
Infine: chi volesse leggere la raccolta, cosa io che consiglio di fare, sappia che sarebbe del tutto inutile rivolgersi ad una libreria o ad un editore. Fedele al suo rifiuto delle logiche di scambio capitalistiche, la Carnaroli baratta i suoi testi solo in cambio di altre bestialità, siano esse un pelo, una bottiglia di vino o la presente recensione.

© Martina Daraio

Umberto Fiori: Poesie 1986-2014

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Avere tutte le poesie (compresi una parte di testi inediti) di Umberto Fiori in un libro solo è una gran cosa, una cosa che fa sentire meglio; proponiamo oggi una selezione di testi. (gm)

(Da Case 1986)

PARTENZE

Mentre il palazzo di fronte
riflette
il palazzo di fronte
nelle poltrone anatomiche
del terminale uno sente
la gente darsi ragione.
Rimane lì incantato: fermo rimane,
come nei piatti in tavola
un po’ di pane, una foglia,
il boccone della creanza.

.

*

COLLOQUIO

La faccia che abbiamo fatto
quando hanno visto che li stavo
guardando mentre guardavano
la gamba molleggiarsi sotto il tavolo
senza nessun ritmo, come lavorando
a nessunissima macchina.

.

*

CASE

Svoltato l’angolo di una casa
un’altra casa viene avanti, piena di sole.

A guardarla viene un vuoto
come una pena, ma poi

viene la stessa faccia da eroe.

.

*

(Da Esempi 1992)

CHIAMATA

Dal tetto dell’autosilo
sotto la nebbia
si vedono i viali e i vicoli
intorno, si sentono i motori
che vanno su di giri
e i cani, ai giardini, che abbaiano.

È come quando di nuovo
suona il telefono
e c’è soltanto un respiro.

.

*

FRASE

Quando un tram carico di gente
ti lascia a un incrocio, e sei solo
sul piazzale, davanti a un casamento
che in piena luce sta lì
piantato, chiaro, chiuso come un monte,
ti sembra di capir bene,
eppure non sai rispondere.

Ma poi a volte dentro
– giù, giù, sul fondo,
dove tutto il fiato è finito
e niente si lascia dire – viene una frase
e senti che sta già in piedi, che è viva,
che è vera come un naso, come una mano.

(Così al museo
due sale più lontano
uno sente arrivare una comitiva.)

.

*

(Da Chiarimenti 1995)

SPIEGAZIONE DELLE SIRENE

Le cose sono lì
svogliate, distratte: il mondo
sta insieme con lo sputo.

Colpa delle persone
che non rispondono bene al saluto.

Per questo giorno e notte
chiedono spazio
le sirene qua intorno,
chiedono aiuto.

.

*

RAMPICANTE

Parlando con qualcuno
è bello quando le frasi
vengono senza sforzo e vanno a mettersi
proprio dove dovevano,
come su un muro i rami
di un rampicante.

Ma se a cena comincia una discussione
com’è umiliante alla fine, senza più fiato,
starsi di fronte
a muso duro, a rinfacciarsi
di non sapere mai
nessuno niente.

.

*

(Da Tutti 1998)

ANNI

Quegli anni lì
era un po’ come quando
vengono i ladri
tutto sfondato,
buttato all’aria, aperto.
C’è più luce, le stanze
sono più grandi.

Si corre da una camera da letto
a una sala da pranzo, da un armadio
a uno scaffale. Il mondo si spalanca
dietro la testa.

È come non avere
altro che spalle
essere solo nuca, schiena, gomiti.

.

*

(Da La bella vista 2002)

XXII

Tu mi hai insegnato tutto.
Insegnami a morire, bella vista.
A scomparire,
come sei tu scomparsa.

Fa’ che non sappia più cos’è
chiamarsi:
essere Pera, Gustavo,
nave, mare, muretto.

Insegnami a mancare,
a tornare invisibile, com’era
l’occhio in cui ti ammiravi.

.

*

(Da Voi 2009)

Anche nelle giornate più serene
di primavera, quando i veli del mondo cadono
e il muro, la strada, il glicine,
ritorna chiara la gioia
che li sostiene e li illumina
– è inutile: prima o poi
mi sento mordere dentro un veleno,
un’ombra, un dispiacere.

Siete voi.

.

*

Eccovi ancora.

Ecco l’accusa:  il muro,
la strada, il glicine, brillano
negli occhi di qualcuno.
Io. Uno.
E uno è troppo poco.
È niente. È il suo rimorso.

Invece voi – là, tranquilli:
siete i milioni, gli infiniti.

Chi potrebbe scampare ai vostri inviti,
ai vostri giochi? Sì, eccomi.

Forza coi quattro cantoni, la mosca cieca.
Via con la musica.
Pronti col ballo dell’orso.

.

***

UMBERTO FIORI, POESIE 1986-2014 (Oscar Mondadori, € 20,00)

Marco Di Pasquale, poesie da “Il fruscio secco della luce” (Vydia 2013)

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UN CUORE DI MARTELLO

.

in abbracci angusti

ad una ragazza da tempo morta

dialogando ne guardo
lo sprofondo della gola
ne traccio l’impreciso assaggio
ne faccio il sondaggio toccando
negando il sapore e la pece
di un pomeriggio di decubito

sotto le calze il pallore s’indovina
come già conosciuto altrove
in altri abbracci angusti
tra i marmi e le candele nuove

s’inchioda il futuro sotto il piancito
nel muro sarà serbato il calco
di un sorriso ormai serrato

.

*

laggiù mi sentivo in silenzio
come un respiro che sussulta
nel bagliore che disperde veemenza

in scivolo da qui mi sentivo
biglia incredula del destino
ma anche paga del rollio
lo schiocco dei penseri contro i vetri

non mutava alcun fattore interno
niente più questionari a compilarmi vivo

.

*

sparite le fosse di silenzio dagli occhi
il resto è placca di superficie
difesa di lacca blindata, osso
che rifiuta ogni tregua o pace
una firma in calce all’anno languente
a frantumarci brindisi nelle mani

.

*

brande torna alla guerra

è arrivata qui la storia
una voce tramortita
nei venti che ci abitano
da chiudere e atterrire
non resta che un granello
che soffre a scivolare

è arrivata e trema ancora
come saltando un fosso, una luce
che dilania negli occhi la fiducia

.

*

come la luna il tempo
aumenta fuori dalle orbite
che accudiscono il presente
finché si tende e non sfreccia
fuori dalle mani

temiamo ora l’odore dell’avvenire
come esalazione che svende
il sorriso conquistato alle svolte
dei lavori ritorti, delle pause forzose

nel giornale la luna non scrive novità
fuori dallo stimato, nel campo
della calma manca una croce

.

*

in un mattino d’indugi

da un inceppo della nebbia
è traboccato uno sgorgo di luce
descrivendo la pianura e
facendomi solo, appeso al greppo
ancora crinale tra me e lavoro
gli spiriti d’umido sorvolavano
l’asfalto e le rovaie, come per una
passeggiata in un mattino d’indugi
nell’ombra di mezza collina
noi cerchiati dallo scatto di una volpe
fiduciosi nel sentiero dei funghi
in un tempo da recludersi
e aspettare

.

*

Potrebbe confortarti
un cuore di martello
che nelle angosce genera allerta
se solo ragionassi con gli spigoli
se li piegassi alla planimetria
delle passioni

.

*

fa bene con questo sole estrarre
l’amore come un disegno dalla tasca
esporlo a fondere sopra l’orrore
della sete intorno di carne e metalli

voglio stringere una piega di calore
su di te, accecare il vento e scaldarti
dalla fatica di resistere

.

***

Marco Di Pasquale è nato a Ripatransone (AP) nel 1976. Si è laureato in Lettere Moderne a Macerata, dove risiede. Da alcuni anni svolge attività di divulgatore letterario nelle associazioni “Licenze poetiche”, “ADAM” e “UMANIEVENTI”. Ha coordinato i gruppi di lettura “I libri per l’isola deserta” a Tolentino (MC), “Un ponte di parole” a Montegranaro (FM) e “Le strade dei libri” a Cupra Marittima (AP). Dal 2006 al 2008 è stato direttore artistico del Festival delle arti “Rampe per Alianti”, mentre nel 2009 ha ideato e tuttora dirige il “Poesia Leonis Minifest” a Ripatransone (AP). Ha pubblicato sue sillogi nelle antologie L’opera continua, Roma, Perrone, 2005, e Scrittura amorosa, Rimini, Fara, 2008, in qualità di secondo classificato nell’omonimo Premio Nazionale di Poesia. Nel 2009 è uscita la sua opera prima, Il fruscio secco della luce, Porto Sant’Elpidio, Wizarts, uscita in un’edizione riveduta e ampliata per Vydia editore nel 2013.
Racconta la propria esperienza di scrittore nel blog http://www.marcodipasquale.it

Flashback 135 – Incontro

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Sono in anticipo di venti minuti. La strada è vuota, strano posto per il nostro appuntamento. Una costruzione marrone sulla sinistra e una rete improvvisata sulla destra mi fanno pensare a una zona industriale. La città è poco distante e devo ancora capire come sia riuscito ad arrivare fin qui. Si avverte un odore di bruciato, quello tipico dell’estate nelle campagne; mi fermo e respiro. In fondo alla strada si scorge una macchia di verde; forse si tratta di un piccolo parco. Una videocamera mi riprende dall’altro lato del marciapiede e nel frattempo preparo il mio sorriso migliore. C’è il sole ed è ancora freddo, mentre mi chiedo se davvero c’è chi paga qualcuno per costruire certi palazzi. Suona il cellulare ed è solo allora che mi sveglio: anche questa notte non ci siamo incontrati.

© Marco Annicchiarico

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Natalia Paci (tre poesie)

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Parto

Ho conosciuto Dio
ero proprio Io.

Nel mio universo in pancia
un Big Bang neonatale
Creazione monodose
a dimensione personale.

Non c’è né giorno né notte nel parto
ma un tunnel spazio-temporale.
E fu subito Lucio: da nulla a tutto
a velocità esponenziale.

*

Puerparole

Tutto diventa tetta pappa nanna:
parole mai usate ripetute all’infinito.
Si torna bambini pure nel parlare
del puerpèrio la lingua speciale.

Una poesia per te dev’essere così
piena di popò e di pipì
di ninnananne stonate
prima d’ora mai cantate.

Tourbillon di carillon
di continuo a tette al vento
a prova di raffreddore
per provare il vero amore.

Non si contano gli anni
ma giorni e settimane.
In due mesi cambia tutto:
appena nati s’invecchia a vista d’occhio.

*

Prime parole

Bau Bau è il verso principale
di ogni animale. Nel tuo universo
personale si può certo incontrare
un Popoppo o un Kikonco.

Ai piedi si mettono le parpe
dentro casa c’è la luce della pampa
fuori nel cielo c’è la lua con le tetelle
e, a Capodanno, i fuochi dentifricio.

I cattivi sono quelli che soffiano
per buttare giù la casa di paglia.
I buoni ti prendono per mano
e ti fanno caro caro.

Nel tuo mondo senza religione
la mamma tutta tetta è tutto. È Dio.
Non c’è tuo e mio ma un tutt’uno di noi due
perché «mia mamma si chiama Io».

***

Nota dell’autrice: I tre testi sono tratti da un libro in preparazione dedicato a mio figlio Lucio

Natalia Paci (Ancona, 1974) è avvocato e professore a contratto di Diritto del lavoro presso l’Università di Urbino. Ha pubblicato la raccolta poetica Pronta in bilico (Sigismundus, 2012) e sue poesie sono presenti in riviste e nelle antologie: Porta marina. Viaggio a due nelle Marche dei poeti (Pequod, 2008), Calpestare l’oblio. Cento poeti contro la minaccia incostituzionale (Cattedrale, 2010), Registro di Poesia #5 (Edizioni d’if, 2012), Il ricatto del pane. Scritti e poesie sul significato del lavoro (ed. CFR, 2013).

1, 2, 6, 9…

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Uno, due, sei, nove…

Ecco Roberto, cominciamo da qui.

Per raccontare quello che per me avete significato tu e gli Skiantos stasera mi basta sfogliare le mie polverose agende dell’epoca, mentre ascolto con mia figlia tredicenne il frusciante abusato lato A di Mono Tono.

Inutile dire che io a 13 anni, il 77 musicale non potevo che viverlo in un mondo tutto mio compreso tra le pagine di Ciao 2001 e le onde risicate di Radio Montevecchia, che a stento nelle giornate terse arrivavano fino al mio balcone nei pressi del parco di Monza. Oppure quando andavo a trovare gli zii a Milano e ascoltavo ciò che ai tempi raccontava Radio Popolare. Bologna per noi era ancora un mondo strano e lontano e di certo per me, ancora non direttamente associabile a quello che stava succedendo in quei giorni, ma se riapro le agende e leggo nomi come Skiantos, Gaz Nevada, Kaos Rock, Kandeggina Gang, Take four doses, Confusional quartet, The Stupid set, qualcosa devo aver per forza inevitabilmente magicamente e orgogliosamente assorbito.

Voi però eravate sopra tutti, le leggende giravano ovunque e quegli spaghetti cucinati sul palco per noi fortunati piccoli e stupiti adolescenti, non erano solo una provocazione, ma un vero e proprio invitante salto nel vuoto: un’idea di musica che non era solo difforme e provocatoria, ma era il messaggio che qualcosa stava cambiando, ma soprattutto che qualcosa poteva essere cambiato. Qualcuno troppo facilmente vi assocerà al Punk e alla nascente new wave. No, troppo scontato e troppo banale, voi Skiantos eravate ben altro e lo capii in fretta che eravate, anche e soprattutto, quelli che poi vidi all’Arena di Milano al mio primo concerto il 14 giugno 1979, in ricordo di un Demetrio Stratos che ci aveva appena salutato. “Noi siamo gli Skiantos, noi non siamo cantautori, noi siamo poeti metropolitani…”, urlasti dal microfono; non suonaste ovviamente, ma che cambiava? I personaggi improbabili, ma neanche tanto, a cui dedicaste le vostre poesie “più importanti del novecento” non erano poi gli stessi delle vostre canzoni?

Lo ammetto, poi a poco a poco, ci perdemmo; Bologna era ancora troppo lontana e per noi arrivò inesorabile la New wave, i cantautori ebbero la meglio e io intanto, forse diventai grande; qualcuno nel frattempo e che ancora continuo a ringraziare mi regalò il vinile di MonoTono; passarono le Sbarbine, il Kinotto e qualcosa già si era spezzato o quanto meno alleggerito. Ma oggi, a pensarci bene (e di questo ti ringrazio, Roberto) mi accorgo che forse eravamo solo cresciuti perchè ci aveva nutrito quella violenta ma necessaria istigazione alla demenza che avrebbe spiazzato chiunque, anche chi di quegli anni continua a sventolare inutilmente la bandiera. Ma eravate Voi Skiantos la bandiera di quegli anni complessi che han lasciato troppe dolorose macerie; ce li avete fatti trascorrere (come l’amico Andrea Pazienza che avrei conosciuto troppo tardi) con gli occhi lucidi della provocazione, del disincanto e dello sberleffo. Il potere andava solo irriso e a quei tempi bastava una K di più per renderti complice di un destino più consapevole, Sì, voi ne eravate la bandiera e con lucida dignità l’avete via via ammainata, senza la prosaicità di un revival che ancora ci lascia solo l’amaro in bocca.

Roberto Freak Antoni adesso ci lasci; allora io per un attimo, prima di provare a salutarti, voglio ricordarti bidello in un film e mi piace conservarti così: un semplice cialtrone, complice delle marachelle di sbarbi nei corridoi.

Iacopo Ninni

In compagnia della Musa. La scrittura di Giancarlo Pontiggia

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Giancarlo Pontiggia, poeta, critico, traduttore dal francese e dalle lingue classiche è una figura schiva, appartata, ma che sin dagli anni Settanta ha dato un contributo determinante alla poesia italiana, sia come poeta – parsimonioso ma essenziale (Con parole remote, 1998 e Bosco del tempo, 2005) − che come osservatore attento e critico (Contro il Romanticismo. Esercizi di resistenza e di passione, 2002 e Selve letterarie, 2006) delle esperienze più interessanti del nostro panorama poetico: tra i primi, insieme a Paolo Lagazzi, a interessarsi in maniera critica e approfondita alla poesia di Attilio Bertolucci; redattore con Milo De Angelis della rivista “Niebo”; curatore, tra le altre, dell’antologia La parola innamorata (1978), che ha rivelato molte delle voci di maggior rilievo della poesia italiana degli ultimi decenni. Per molti poeti delle generazioni successive Pontiggia è un punto di riferimento costante con cui confrontarsi, un vero e proprio “maestro nascosto”, come è stato anche definito. Quello che affascina chi decide di inoltrarsi nella sua scrittura è la tenuta etica del discorso, sia poetico che critico, che non rinuncia ad un corpo a corpo costante con l’enigma dell’essere e del suo insondabile scorrere nel tempo, che non cede mai, però, al lamento o all’autocompiacimento della parola fine a se stessa, ma restituisce sempre il dettato poetico e critico come un atto di vigile resistenza al negativo che incombe sulla vita. La parola indaga e dice la mutevole presenza di ciò che appare e ne mostra lo stato d’animo originario attraverso la densità drammatica del discorso e delle immagini e la contemporanea estrema chiarezza del dettato. La sensazione è che ogni parola che appare sulla pagina sia uno sbocciare improvviso, come rose accese di scuro, di un senso, al tempo stesso inatteso e necessario e che nel momento in cui appare si lega, pur mantenendo la sua specifica bellezza e verità, in maniera indissolubile al flusso del verso. In tutti i testi di Pontiggia − e questo è un filo conduttore che unisce le sue due raccolte edite e anche gli inediti (alcuni dei quali pubblicati sul blog di Luigia Sorrentino, a cura di Chiara De Luca: http://poesia.blog.rainews.it/2013/10/06/giancarlo-pontiggia-poesie-inedite/) che annunciano il suo futuro libro, oltre che il testo teatrale Stazioni − si manifestano i due aspetti fondamentali della sua cifra poetica: l’attenzione per l’attimo irripetibile e decisivo di ogni vita, che ci deve essere o ci deve essere stato (l’estate/ era immensa, e ora, ovunque, è solo un algido vuoto),  e il sentimento dell’ineluttabilità dello scorrere del tempo e della fine di ogni cosa, sentimento molto vicino a un autore amato e tradotto da Pontiggia,  Rutilio Namaziano, ultimo esponente di un’epoca estinta per sempre e che esprime questo trapasso, connaturato al nostro abitare il tempo, con versi di sobria tristezza. Questa sobria tristezza la si ritrova, come stato d’animo predominante, nelle pagine di Pontiggia, che non esclude, però, l’attesa impossibile di una rivelazione, implorata con l’ultimo soffio di voce possibile. Dal conflitto indecidibile di queste due condizioni − un conflitto a volte sussurrato appena o sotteso allo scorrere apparentemente piano dei versi, altre esplicitamente dichiarato − nasce la tensione che percorre tutti i suoi versi e l’intera sua opera. Il conflitto si mostra in ogni accapo, nelle pause della punteggiatura che rallenta o accelera il flusso dei versi, che accompagnano il flusso inarrestabile dell’esistere, nei suoi momenti di lenta malinconia, come nei rari momenti di accelerazione gioiosa, che la parola poetica tenta, disperatamente, di  restituire, rivelandone il senso profondo, l’enigma che lega parola e cosa, che ci fa stare al mondo stupefatti e vigili (Perché proprio a noi/ questo impervio destino:/ cieli che spiovono,/ rime che franano/ sopra un fangoso mattino?). Perché attento e vigile dev’essere lo sguardo stesso di chi scrive, sguardo che in Pontiggia non cede mai ad un abbandono misticamente irrazionale. Il canto, che si ferma e si rafforza nella scrittura, è quel luogo invisibile che raccoglie ciò che andrebbe disperso nel labirinto, nella “pappa” informe del mondo o al contrario è ciò che arretra tacendo al cospetto della bellezza, dell’evidenza originaria della natura (Non servivano i versi/tra quei mari; erano loro, i mari/ liquidi e fulgenti, la stupefatta//poesia del presente).Questa visione della condizione umana è presente anche nel testo Stazioni (2010), libro di grande fascino, eccentrico e inquietante, un’opera teatrale impossibile eppure necessaria, dove l’attesa, presente in ogni testo dell’autore, qui assume, se è possibile, un carattere ancora più incisivo, si incarna nella vita dei personaggi che popolano queste pagine e che cercano un senso al loro agitarsi, a volte furioso, a volte tetramente quieto e che sono colti in uno stato di sospensione, di indefinitezza, ma comunque di preparazione, di tensione verso qualcosa che non si conosce, o forse che si conosce fin troppo bene, come traspare dalla quasi totalità dei frammenti di quest’opera, ossia il nulla, la morte, personificata in alcuni dei dialoghi e presenza incombente o sotterranea in tutti gli altri. Pur essendoci sullo sfondo questa dimensione angosciosa, non emerge predominante, nelle figure tratteggiate, la disperazione, che sicuramente c’è o c’è stata, ma si è trasformata in rassegnazione, ironia, “bizzarri umori”, antica sapienza e questa sedimentazione dà a tutta l‘opera un tono uniforme, allucinato, ma al tempo stesso domestico, intimo, come di una verità – anche quella della fine di ogni verità, al di là di ogni paradosso scettico – che non va urlata ma sussurrata, magari sotto un cielo purgatoriale, grigio e uggioso. Ed è proprio la dimensione purgatoriale quella più vicina alla condizione dell’uomo su questa terra. In fondo, nella vita, ed è forse questo il suo rovello, non c’è né la disperazione definitiva dell’inferno, né la beatitudine dell’essere presso dio, ma uno stato tra la speranza, fosse anche solo quella legata al passaggio dell’autobus Novantaquattro, di una felicità irraggiungibile e la rassegnazione a una vita grigia, “avvilente” e anonima. E, in questo stato, quei pochi che osano dichiararsi felici, ne sentono tutta l’illusorietà, la colpa e lo scandalo. La felicità non è per gli uomini, semmai è un dono divino, che però l’uomo non può che sentire come un’attesa sempre più remota e impossibile. Nella sua intera opera Pontiggia, ed è questo direi il senso del suo messaggio poetico ed etico, mostra in maniera estremamente consapevole che, nella solitudine che tratteggia la vita di ogni individuo, nel dramma della sua irripetibile singolarità, nello scontro che ognuno deve sostenere con le forze soverchianti del tempo e del destino, l’unico prodigio concessoci, al quale dobbiamo rimanere fedeli costi quel che costi, è quello della compagnia delle muse, che leniscono e donano un senso, debole, provvisorio, ma essenziale, al nostro stare al mondo. In fondo non è importante ciò che dicono ma che parlino e che in quella parola noi ci sentiamo per un attimo salvati (Ma alla fine, Musa, di’/ quel che ti pare:/ purché tu sia qui,/ purché rimani).

 © Francesco Filia

A Bologna se ne vanno tutti (un saluto a Roberto Freak Antoni

foto di Achille Jachetti (www.jachetti.info)

Si potrebbe definire Roberto “Freak” Antoni uno tra gli artisti più sottovalutati in Italia. In un paese che ha la forma di scarpa, dominato dai tanti talent e dai pochi talenti, l’artista bolognese faceva parte di quell’avanguardia che sul finire degli anni settanta diede una scossa alla città bolognese.

Figlio della rivoluzione studentesca del ’77, amico fraterno di Andrea Pazienza, con i suoi Skiantos fu il primo in Italia a mischiare il punk-rock con il demenziale, usando il suo sarcasmo per raccontare cose che in altri modi non si sarebbero potute dire.

La sua ironia, sottile e irriverente, era (è) sinonimo di un’intelligenza spesso non compresa. Sempre sulla cresta dell’onta, dopo trentacinque anni di grandi insuccessi aveva lasciato lo scorso anno gli Skiantos, per dedicarsi a un progetto solista insieme alla compagna Alessandra Mostacci.

Ci mancherai, caro Freak; anche se siamo e restiamo un pubblico di merda.

@ Marco Annicchiarico

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DISFORICA UNO

4 maschere sedute
a un tavolo d’osteria
recitano il loro delirio consunto
Risate opache straziano l’anima
Sapevi che ho avuto un esaurimento nervoso, ma
mi sono completamente ripreso???
Non capisco dove appoggiare il mio mondo
né quale sia il mio posto
Stringo tra le labbra
l’ultima bestemmia.
Adesso dormo. Addio.
Lasciami i soldi dell’affitto
Sono talmente afflitto che
mi resta
intollerabile
il dolore.
Quando parte
l’ultimo treno
X Rovigo???
Mamma
perdonami.

dedicata ad Andrea (“Pompeo”) Pazienza

(da: Roberto “Freak” Antoni, Non c’è gusto in Italia a essere intelligenti (seguirà il dibattito), Feltrinelli, Milano 1991, p. 52)

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A Bologna se ne vanno in troppi
sotto un cielo che sta a metà
com’è e come potrebbe essere

a Bologna se ne vanno in tanti
dalle tegole dei tetti, dalle scosse,
dai portici che non reggono più

niente e niente è come dovrebbe
essere a Bologna strada Maggiore
o alla Certosa. Non sono un duro

diceva la canzone, allora piango
il fatto è che non ho mai fumato
avessi imparato due tiri li farei.

(GM)

Le cronache della Leda #1: A proposito di Davis con lavatrice

catdavis - foto da static eyenetwork

Le cronache della Leda #1 – A proposito di Davis con lavatrice

 

L’Adriana e la Luisa, come sempre, con quel tono che sanno tutto loro, che hanno letto le recensioni sugli inserti culturali, alla fine mi convincono. In realtà mi prendono per sfinimento, sono pigra nel comportamento conversativo. Davanti alle chiacchiere e a una recensione di Foti mi arrendo. Domenica sera mi trascinano fuori di casa per andare a vedere il nuovo film di quei due fratelli americani, per carità loro a me piacciono, mi piace la malinconia. Ricordo di aver visto alcuni loro film e  spesso mi sono fatta delle belle risate. Avrei preferito starmene a casa, però, ero molto preoccupata perché mi si è guastata la lavatrice, loro due, si capisce, mi hanno detto su, che tanto di domenica non potevo mica pretendere che il tecnico venisse, che almeno al cinema mi sarei distratta. Il fatto, voi mi capirete, è che quando ho qualcosa che appartiene alla mia routine quotidiana che si guasta io avverto un malessere fisico. Sarei stata più tranquilla rimanendo a casa, certo mica seduta sul bidè a guardare l’oblò fino a lunedì, ma tenendo la mia lavatrice a una distanza che non superasse quella tra il salotto e il bagno. Tenerle compagnia come si fa con un malato, che mica quando uno sta male la domenica non lo vai a trovare? Comunque alle sei mi sono preparata, meglio anticiparsi che ci metto sempre un po’, con l’età si diventa più lenti, ora non state a pensare chissà che. Ho qualche doloretto, problemini di artrosi ma per avere l’età che ho mi difendo bene. Andiamo a vedere il film allora, il titolo è A proposito di Davis, ho saputo che dentro ci cantano anche, quando c’è la musica sono sempre ben disposta. Uscendo di casa ho salutato la lavatrice, a me capita di parlare con gli oggetti, gli elettrodomestici, non è mica una cosa venuta con la vecchiaia, lo facevo anche da piccola. Ho sempre pensato che se alle cose ci parli quelle, poi, ti vogliono bene e, a modo loro, ti rispondono. Non passa un quarto d’ora dall’inizio del film che la Luisa comincia una litania insopportabile: «Ma cosa siamo venute a vedere, ma qui cantano e basta, ci mancava il gatto, non succede niente.» Scaricando, naturalmente, la colpa della scelta del film sull’Adriana, che cercava di ribattere. Io cercavo di farle tacere. I nostri vicini di poltrona cominciavano a guardarci male e io sono arrossita colpevolmente. In effetti neanche a me  sembrava il film migliore della coppia di fratellini americani, ma comunque si trattava di una storia carina, potevano star zitte quelle due vecchiacce. Di colpo la Luisa si alza e dice di andare a controllare la durata del film. Tutti la guardano male perché tirandosi su, maldestra com’è, fa cadere il suo ombrello, la mia borsa e il Signore sa che cos’altro. Che bello però il gattino del film. Non ero rilassata per niente, mi stava prendendo un’ansia, per distrarmi ho cominciato a pensare alla lavatrice. Lunedì avrei trovato il tecnico? Sarebbe venuto subito? Le lenzuola quando avrei potuto lavarle? Di portarle in lavanderia non se ne parlava neppure. Dio mio, anziché distrarmi l’ansia mi è aumentata, nel mentre mi torna quella là e dice che il film durerà altre tre ore (naturalmente, non aveva capito nulla): «Andiamo via.» L’Adriana, ubbidiente, si alza immediatamente, le guardo, loro mi fanno dei cenni, ma anche dei gesti plateali, colma di vergogna mi alzo anch’io. Gli altri spettatori avrebbero voluto ucciderci. Io avrei voluto vedere il finale, giusto per sapere se ci fosse stato da ridere o per capire se quel Davis sfondava con le sue canzoni. Fuori dal cinema hanno attaccato una quaresima di chiacchiere che non avete idea, le ho salutate fingendo un mal di testa e sono andata via. Mentre camminavo verso casa pensavo alle mie cose, alla mia tranquillità, il silenzio della mia cucina, a quel bravissimo attore, quello grosso che sproloquia in macchina, e alla mia lavatrice. Le avrei detto due paroline, appena arrivata, e domani sarebbe andato tutto bene.

Leda

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© Gianni Montieri

Ombretta Ciurnelli, Scaline

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Ombretta Ciurnelli, Scaline

Appunti di lettura e ascolto di Anna Maria Curci

 

Quando ho letto la prima volta, qualche mese fa, La città del vento. Poesie in lingua perugina (Edizioni Cofine, Roma, 2013) di Ombretta Ciurnelli, ho scelto immediatamente questa poesia, Scaline, per la ‘mia’ lettura, che prende sovente le forme e i suoni di una trasposizione in lingua tedesca. Davvero questi versi rendono in maniera esemplare la musica e l’architettura della raccolta. La città del vento ha una voce che canta più melodie, spazia su tonalità diverse, come diverse sono le misure degli intervalli che comprende, dei passaggi o, per essere più precisi, degli intrecci tra maggiore e minore. Delle scalette che si inerpicano lente su per il colle ascoltiamo il respiro, la tensione e l’estensione della cassa armonica; la similitudine prima, e la seconda, introdotta da una disgiuntiva che è un invito alla facoltà immaginativa di chi legge e ascolta,  fanno volgere gli occhi alle pieghe di un organetto o a quelle di un ventaglio. Mantici e vezzi, bellezza e fatica quotidiana salgono fianco a fianco. Poi, nella quartina finale, sosta, ironia, contrasto e riflessione hanno i timbri ora gravi ora tintinnanti di tetti, di una ringhiera, dei sogni sbeffeggiati, del tiro mancino e preciso dell’onnipresente tramontana.

Scaline

Sajono lente
ji scaline ntol colle
che da millanne
’l chiameno del Sole
birate come fusson
’n organetto stirato
da le man de ’n sonatore
(o figurte sinnò
ventaje granne
merlette ormò scordate
e nute pietra)

Poggiata su pi tette
na lindiera
ncla tramontana
che canzona i súmmie

Scalette

Salgono lente
le scalette sul colle
che da secoli
chiamano del Sole
piegate come fossero
un organetto disteso
dalle mani di un suonatore
(o immagina se no
ventagli grandi
trine ormai dimenticate
e diventate pietra)

Appoggiata sui tetti
una ringhiera
con la tramontana
che si burla dei sogni

Treppchen

Langsam steigen
die Treppchen den Hügel hinauf,
den man seit Jahrhunderten
von der Sonne nennt,
gefaltet, als ob sie
ein kleines Akkordeon wären,
das von den Händen eines Spielers ausgedehnt wird
(sonst stell dir
große Fächer vor
nunmehr vergessene
und jetzt Stein gewordene Spitzen)

An die Dächer gelehnt
ein Geländer
beim Nordwind,
der sich über die Träume lustig macht

Ombretta Ciurnelli

(traduzione in tedesco di Anna Maria Curci)

Qui è possibile ascoltare la versione in tedesco di Scaline