Giorno: 26 febbraio 2014

Le cronache della Leda #3 – L’idea che ho di me

berlino 2011 - foto gm

Le cronache della Leda #3 – L’idea che ho di me

Ci sono cose alle quali non sono disposta a rinunciare. Non fraintendetemi, sono una abituata a fare a meno di molto, chi è vecchio come me sa di quel che parlo, chi è vecchio come me ha visto la guerra. La guerra è questo, abituarsi a fare a meno di qualunque cosa mentre cerchi di rimanere viva. Quando sei piccola, e io lo ero, puoi provare a trasformare ogni rinuncia in un gioco. Ad esempio avevamo inventato una specie di se dici che hai fame sei morto oppure giocavamo a trova il pane. Per un po’ funziona, poi capisci. Impari a riconoscere il terrore negli occhi dei grandi e in quel momento la guerra diventa anche una cosa tua. Comunque non intendo star qui a fare l’anziana che parla della guerra, che dio ce ne scampi. Dicevo, appunto, che so rinunciare e che l’ho fatto spesso, ma non intendo fare a meno delle mie piccole abitudini, prendendomi in giro da sola, le chiamo i miei momenti o i fatti miei.

Il giovedì mattina io vado al mercato. Non mi faccio influenzare dal clima né da eventuali problemi di salute stagionali, tantomeno da raccomandazioni del tipo: «Ma non uscire che hai il raffreddore, che ci devi andare a fare al mercato con il supermercato qui dietro» (mio marito prima che morisse). «Ma stai in casa che diluvia, io non ci vado» (l’Adriana, la Luisa o la Wanda a scelta). «Mamma, ma sei impazzita? Ieri mi hai detto che avevi la febbre.» (mio figlio che vive dall’altra parte del mondo e telefona ogni morte di papa, visto che ci sentiamo su Skype, ha un concetto bizzarro della parola: ieri). Io al mercato vado sempre, vado e basta. So a cosa state pensando: la risposta è no. Non sono una patita dei prodotti naturali e nemmeno di quelli a chilometri zero. Non credo che al mercato si trovi sempre roba migliore rispetto al supermercato che, tra parentesi, è dietro casa. Vado perché mi piace, perché mi dà l’idea di fare qualcosa di reale, qualcosa che non è sopravvivenza ma è vita. Il mercato è il luogo più vicino all’idea che ho di me. L’idea di me che mi sono fatta, per meglio dire. A questa idea che ho di me piace sorridere alla gente mentre è gentile, al mercato c’è tutto un sorridere,  un dire grazie, un dire per favore, un no, ma prego c’era prima lei, un aspetti che ho l’euro e venti in moneta, un mi fa un piacere grande, un è un po’ che non la vedo, un a casa tutti bene? un aspetti adesso l’aiuto a riempire il carretto. All’idea che ho di me piace tutto questo e certe volte anche a me, e allora vado al mercato per beccare una di quelle volte. Metti che un giovedì decida di stare a casa e capiti, invece,  una di quelle volte dove io e l’idea che ho di me ritorniamo a essere la stessa cosa.

Questo giovedì io e l’idea che ho di me non ci siamo incrociate.

Io avevo la tessera del Pci, io sono stata una militante del Pci. Io sono comunista. E in quanto comunista non sopporto la gente che non sa nulla e parla a caso. Questa cosa mi fa incazzare (passatemi il termine ma oggi sono furibonda). Non sopporto l’arroganza. Ripeto, io avevo la tessera del Pci, solo quella, tutte le derive e declinazioni successive non mi riguardano. Se poi la gente che non sa nulla e parla a caso ha meno di quarant’anni potrei uccidere. Adesso non prendetemi in parola, sono una vecchia signora col gusto della metafora. Oggi, mentre stavo comprando le mele da Giacomo, il fruttivendolo più simpatico che io abbia mai conosciuto, sento questi due ragazzi alle mie spalle parlare. Sintetizzo. La fiducia al Senato è ok; finalmente un giovane; cazzo questo qui ha le palle; visto come teneva la mano in tasca; è sicuro di sé; questo la spesa pubblica la riduce davvero; basta con i politici che fanno e non dicono;  hai visto quante donne? Farà una riforma al mese. Mi sono voltata, erano due studenti, avranno avuto vent’anni, li ho guardati, non ho fatto in tempo a pensare di tacere che già parlavo: «Cosa credete di sapere voi due? La mano in tasca? La sicurezza? Una riforma al mese? Voi che siete così giovani dovreste essere indignati, sconvolti, porca miseria, di avere un capo del Governo non eletto messo lì, uno che se la tira, un democristiano.» Mi hanno riso in faccia, hanno detto qualcosa tipo …rincoglionita e hanno fatto per andarsene via. Io avrei voluto inseguirli ma poi Giacomo mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto di calmarmi, che non era il caso, che quei due erano giovani e stupidi, che si meritavano tutto quello gli stava capitando. Mi ha detto che ero rossa in viso e che tremavo, mi ha fatto sedere dietro il banco della frutta e mi ha dato un bicchier d’acqua. Poi mi sono ripresa e Giacomo si è messo un po’ a parlarmi di Berlinguer, per calmarmi, come se Enrico fosse una tisana. Dopo un quarto d’ora mi sono alzata e prima di avviarmi verso casa, ho detto a Giacomo che non lo sapevo mica se quei due stupidi ragazzi se la meritassero quella roba, quel certificato d’inesistenza politica scritto sul loro futuro.

Oggi sono stata un po’ brusca, lo so, non vogliatemene.

Leda

@ Gianni Montieri