1, 2, 6, 9…

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Uno, due, sei, nove…

Ecco Roberto, cominciamo da qui.

Per raccontare quello che per me avete significato tu e gli Skiantos stasera mi basta sfogliare le mie polverose agende dell’epoca, mentre ascolto con mia figlia tredicenne il frusciante abusato lato A di Mono Tono.

Inutile dire che io a 13 anni, il 77 musicale non potevo che viverlo in un mondo tutto mio compreso tra le pagine di Ciao 2001 e le onde risicate di Radio Montevecchia, che a stento nelle giornate terse arrivavano fino al mio balcone nei pressi del parco di Monza. Oppure quando andavo a trovare gli zii a Milano e ascoltavo ciò che ai tempi raccontava Radio Popolare. Bologna per noi era ancora un mondo strano e lontano e di certo per me, ancora non direttamente associabile a quello che stava succedendo in quei giorni, ma se riapro le agende e leggo nomi come Skiantos, Gaz Nevada, Kaos Rock, Kandeggina Gang, Take four doses, Confusional quartet, The Stupid set, qualcosa devo aver per forza inevitabilmente magicamente e orgogliosamente assorbito.

Voi però eravate sopra tutti, le leggende giravano ovunque e quegli spaghetti cucinati sul palco per noi fortunati piccoli e stupiti adolescenti, non erano solo una provocazione, ma un vero e proprio invitante salto nel vuoto: un’idea di musica che non era solo difforme e provocatoria, ma era il messaggio che qualcosa stava cambiando, ma soprattutto che qualcosa poteva essere cambiato. Qualcuno troppo facilmente vi assocerà al Punk e alla nascente new wave. No, troppo scontato e troppo banale, voi Skiantos eravate ben altro e lo capii in fretta che eravate, anche e soprattutto, quelli che poi vidi all’Arena di Milano al mio primo concerto il 14 giugno 1979, in ricordo di un Demetrio Stratos che ci aveva appena salutato. “Noi siamo gli Skiantos, noi non siamo cantautori, noi siamo poeti metropolitani…”, urlasti dal microfono; non suonaste ovviamente, ma che cambiava? I personaggi improbabili, ma neanche tanto, a cui dedicaste le vostre poesie “più importanti del novecento” non erano poi gli stessi delle vostre canzoni?

Lo ammetto, poi a poco a poco, ci perdemmo; Bologna era ancora troppo lontana e per noi arrivò inesorabile la New wave, i cantautori ebbero la meglio e io intanto, forse diventai grande; qualcuno nel frattempo e che ancora continuo a ringraziare mi regalò il vinile di MonoTono; passarono le Sbarbine, il Kinotto e qualcosa già si era spezzato o quanto meno alleggerito. Ma oggi, a pensarci bene (e di questo ti ringrazio, Roberto) mi accorgo che forse eravamo solo cresciuti perchè ci aveva nutrito quella violenta ma necessaria istigazione alla demenza che avrebbe spiazzato chiunque, anche chi di quegli anni continua a sventolare inutilmente la bandiera. Ma eravate Voi Skiantos la bandiera di quegli anni complessi che han lasciato troppe dolorose macerie; ce li avete fatti trascorrere (come l’amico Andrea Pazienza che avrei conosciuto troppo tardi) con gli occhi lucidi della provocazione, del disincanto e dello sberleffo. Il potere andava solo irriso e a quei tempi bastava una K di più per renderti complice di un destino più consapevole, Sì, voi ne eravate la bandiera e con lucida dignità l’avete via via ammainata, senza la prosaicità di un revival che ancora ci lascia solo l’amaro in bocca.

Roberto Freak Antoni adesso ci lasci; allora io per un attimo, prima di provare a salutarti, voglio ricordarti bidello in un film e mi piace conservarti così: un semplice cialtrone, complice delle marachelle di sbarbi nei corridoi.

Iacopo Ninni