Giorno: 12 febbraio 2014

A Bologna se ne vanno tutti (un saluto a Roberto Freak Antoni

foto di Achille Jachetti (www.jachetti.info)

Si potrebbe definire Roberto “Freak” Antoni uno tra gli artisti più sottovalutati in Italia. In un paese che ha la forma di scarpa, dominato dai tanti talent e dai pochi talenti, l’artista bolognese faceva parte di quell’avanguardia che sul finire degli anni settanta diede una scossa alla città bolognese.

Figlio della rivoluzione studentesca del ’77, amico fraterno di Andrea Pazienza, con i suoi Skiantos fu il primo in Italia a mischiare il punk-rock con il demenziale, usando il suo sarcasmo per raccontare cose che in altri modi non si sarebbero potute dire.

La sua ironia, sottile e irriverente, era (è) sinonimo di un’intelligenza spesso non compresa. Sempre sulla cresta dell’onta, dopo trentacinque anni di grandi insuccessi aveva lasciato lo scorso anno gli Skiantos, per dedicarsi a un progetto solista insieme alla compagna Alessandra Mostacci.

Ci mancherai, caro Freak; anche se siamo e restiamo un pubblico di merda.

@ Marco Annicchiarico

***

DISFORICA UNO

4 maschere sedute
a un tavolo d’osteria
recitano il loro delirio consunto
Risate opache straziano l’anima
Sapevi che ho avuto un esaurimento nervoso, ma
mi sono completamente ripreso???
Non capisco dove appoggiare il mio mondo
né quale sia il mio posto
Stringo tra le labbra
l’ultima bestemmia.
Adesso dormo. Addio.
Lasciami i soldi dell’affitto
Sono talmente afflitto che
mi resta
intollerabile
il dolore.
Quando parte
l’ultimo treno
X Rovigo???
Mamma
perdonami.

dedicata ad Andrea (“Pompeo”) Pazienza

(da: Roberto “Freak” Antoni, Non c’è gusto in Italia a essere intelligenti (seguirà il dibattito), Feltrinelli, Milano 1991, p. 52)

***

A Bologna se ne vanno in troppi
sotto un cielo che sta a metà
com’è e come potrebbe essere

a Bologna se ne vanno in tanti
dalle tegole dei tetti, dalle scosse,
dai portici che non reggono più

niente e niente è come dovrebbe
essere a Bologna strada Maggiore
o alla Certosa. Non sono un duro

diceva la canzone, allora piango
il fatto è che non ho mai fumato
avessi imparato due tiri li farei.

(GM)

Le cronache della Leda #1: A proposito di Davis con lavatrice

catdavis - foto da static eyenetwork

Le cronache della Leda #1 – A proposito di Davis con lavatrice

 

L’Adriana e la Luisa, come sempre, con quel tono che sanno tutto loro, che hanno letto le recensioni sugli inserti culturali, alla fine mi convincono. In realtà mi prendono per sfinimento, sono pigra nel comportamento conversativo. Davanti alle chiacchiere e a una recensione di Foti mi arrendo. Domenica sera mi trascinano fuori di casa per andare a vedere il nuovo film di quei due fratelli americani, per carità loro a me piacciono, mi piace la malinconia. Ricordo di aver visto alcuni loro film e  spesso mi sono fatta delle belle risate. Avrei preferito starmene a casa, però, ero molto preoccupata perché mi si è guastata la lavatrice, loro due, si capisce, mi hanno detto su, che tanto di domenica non potevo mica pretendere che il tecnico venisse, che almeno al cinema mi sarei distratta. Il fatto, voi mi capirete, è che quando ho qualcosa che appartiene alla mia routine quotidiana che si guasta io avverto un malessere fisico. Sarei stata più tranquilla rimanendo a casa, certo mica seduta sul bidè a guardare l’oblò fino a lunedì, ma tenendo la mia lavatrice a una distanza che non superasse quella tra il salotto e il bagno. Tenerle compagnia come si fa con un malato, che mica quando uno sta male la domenica non lo vai a trovare? Comunque alle sei mi sono preparata, meglio anticiparsi che ci metto sempre un po’, con l’età si diventa più lenti, ora non state a pensare chissà che. Ho qualche doloretto, problemini di artrosi ma per avere l’età che ho mi difendo bene. Andiamo a vedere il film allora, il titolo è A proposito di Davis, ho saputo che dentro ci cantano anche, quando c’è la musica sono sempre ben disposta. Uscendo di casa ho salutato la lavatrice, a me capita di parlare con gli oggetti, gli elettrodomestici, non è mica una cosa venuta con la vecchiaia, lo facevo anche da piccola. Ho sempre pensato che se alle cose ci parli quelle, poi, ti vogliono bene e, a modo loro, ti rispondono. Non passa un quarto d’ora dall’inizio del film che la Luisa comincia una litania insopportabile: «Ma cosa siamo venute a vedere, ma qui cantano e basta, ci mancava il gatto, non succede niente.» Scaricando, naturalmente, la colpa della scelta del film sull’Adriana, che cercava di ribattere. Io cercavo di farle tacere. I nostri vicini di poltrona cominciavano a guardarci male e io sono arrossita colpevolmente. In effetti neanche a me  sembrava il film migliore della coppia di fratellini americani, ma comunque si trattava di una storia carina, potevano star zitte quelle due vecchiacce. Di colpo la Luisa si alza e dice di andare a controllare la durata del film. Tutti la guardano male perché tirandosi su, maldestra com’è, fa cadere il suo ombrello, la mia borsa e il Signore sa che cos’altro. Che bello però il gattino del film. Non ero rilassata per niente, mi stava prendendo un’ansia, per distrarmi ho cominciato a pensare alla lavatrice. Lunedì avrei trovato il tecnico? Sarebbe venuto subito? Le lenzuola quando avrei potuto lavarle? Di portarle in lavanderia non se ne parlava neppure. Dio mio, anziché distrarmi l’ansia mi è aumentata, nel mentre mi torna quella là e dice che il film durerà altre tre ore (naturalmente, non aveva capito nulla): «Andiamo via.» L’Adriana, ubbidiente, si alza immediatamente, le guardo, loro mi fanno dei cenni, ma anche dei gesti plateali, colma di vergogna mi alzo anch’io. Gli altri spettatori avrebbero voluto ucciderci. Io avrei voluto vedere il finale, giusto per sapere se ci fosse stato da ridere o per capire se quel Davis sfondava con le sue canzoni. Fuori dal cinema hanno attaccato una quaresima di chiacchiere che non avete idea, le ho salutate fingendo un mal di testa e sono andata via. Mentre camminavo verso casa pensavo alle mie cose, alla mia tranquillità, il silenzio della mia cucina, a quel bravissimo attore, quello grosso che sproloquia in macchina, e alla mia lavatrice. Le avrei detto due paroline, appena arrivata, e domani sarebbe andato tutto bene.

Leda

***

© Gianni Montieri