Giorno: 11 febbraio 2014

Ombretta Ciurnelli, Scaline

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Ombretta Ciurnelli, Scaline

Appunti di lettura e ascolto di Anna Maria Curci

 

Quando ho letto la prima volta, qualche mese fa, La città del vento. Poesie in lingua perugina (Edizioni Cofine, Roma, 2013) di Ombretta Ciurnelli, ho scelto immediatamente questa poesia, Scaline, per la ‘mia’ lettura, che prende sovente le forme e i suoni di una trasposizione in lingua tedesca. Davvero questi versi rendono in maniera esemplare la musica e l’architettura della raccolta. La città del vento ha una voce che canta più melodie, spazia su tonalità diverse, come diverse sono le misure degli intervalli che comprende, dei passaggi o, per essere più precisi, degli intrecci tra maggiore e minore. Delle scalette che si inerpicano lente su per il colle ascoltiamo il respiro, la tensione e l’estensione della cassa armonica; la similitudine prima, e la seconda, introdotta da una disgiuntiva che è un invito alla facoltà immaginativa di chi legge e ascolta,  fanno volgere gli occhi alle pieghe di un organetto o a quelle di un ventaglio. Mantici e vezzi, bellezza e fatica quotidiana salgono fianco a fianco. Poi, nella quartina finale, sosta, ironia, contrasto e riflessione hanno i timbri ora gravi ora tintinnanti di tetti, di una ringhiera, dei sogni sbeffeggiati, del tiro mancino e preciso dell’onnipresente tramontana.

Scaline

Sajono lente
ji scaline ntol colle
che da millanne
’l chiameno del Sole
birate come fusson
’n organetto stirato
da le man de ’n sonatore
(o figurte sinnò
ventaje granne
merlette ormò scordate
e nute pietra)

Poggiata su pi tette
na lindiera
ncla tramontana
che canzona i súmmie

Scalette

Salgono lente
le scalette sul colle
che da secoli
chiamano del Sole
piegate come fossero
un organetto disteso
dalle mani di un suonatore
(o immagina se no
ventagli grandi
trine ormai dimenticate
e diventate pietra)

Appoggiata sui tetti
una ringhiera
con la tramontana
che si burla dei sogni

Treppchen

Langsam steigen
die Treppchen den Hügel hinauf,
den man seit Jahrhunderten
von der Sonne nennt,
gefaltet, als ob sie
ein kleines Akkordeon wären,
das von den Händen eines Spielers ausgedehnt wird
(sonst stell dir
große Fächer vor
nunmehr vergessene
und jetzt Stein gewordene Spitzen)

An die Dächer gelehnt
ein Geländer
beim Nordwind,
der sich über die Träume lustig macht

Ombretta Ciurnelli

(traduzione in tedesco di Anna Maria Curci)

Qui è possibile ascoltare la versione in tedesco di Scaline

11 febbraio

cope

1963, Londra: riversa a terra, la testa nel forno a gas, al 23 di Fitzroy Road, casa un tempo di Yeats, c’è Sylvia Plath. «La casa di un poeta che amo» – aveva dichiarato – «è con me, al mio fianco. Questa è la mia torre all’ombra del faggio rosso e le sue rose sono i miei fiori. La targa azzurra alla sua memoria in alto a destra del portoncino mi ha invitata. Ho sentito che questa doveva essere la mia casa, l’unica che fosse giusta per me. Un poeta irlandese morto ventiquattro anni fa è la sola compagnia che io ho».

1996, Roma: appartamento al quinto piano, in via del Corallo, una sedia appoggiata al davanzale della finestra. Poi, il corpo di Amelia Rosselli in fondo alla chiostrina interna.
Una dose estrema di solitudine, quindi la sequenza finale: l’ultimo giorno, l’ultima ora, l’ultima fotografia dedicata al mondo.

Certo, quanti, troppi elementi contribuiscono «a fabbricare dalle sue ceneri un personaggio, quasi un mito di consumo, con scarsa giustizia per un’opera poetica destinata a reggersi splendidamente da sé, senza bisogno di puntelli aneddotici»; vero specialmente nel caso di Plath, cui queste parole di Giovanni Giudici si indirizzarono. La cronaca, quella nudità dei fatti così sorpassabile, eppure tanto capace, frequentemente, di tornare a ferire. Con la decisione di sottrarsi alla vita, i modi e i momenti scolpiti in un gesto finale, la nudità del fatto diventa emblema fossile di dolore.
Tuttavia, è davvero decisivo andare oltre la data e il luogo del corpo spezzato:

(…)

ma solo spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch’io sono (…)

Questi versi di Zanzotto legano fortemente il pensiero alle due morti, di Sylvia e di Amelia.
Come non credere al cuore di quel “non”, negazione del nulla?
Alla parola scolpita cioè, al marmo in eterno. «Lo scopo dell’artista, sia egli poeta o altro, sta tutto nel produrre qualcosa di compiuto, duraturo e immutabile», afferma Auden ne La mano del tintore.
Ritagliamo perciò ora, come fossero in indelebile memoria, questi versi di Sylvia Plath: «La donna è perfetta. / Il suo morto / corpo veste il sorriso del compimento (…)»; e di Amelia Rosselli: «(…) Era necessario alla / sua altezza morale che fosse registrato su dell’inchiostro / nero il suo fallimento. Non era necessario alla sua / bassezza morale morire».
Morire, dormire. E, lasciandosi, lasciarsi incidere nel marmo. Perché mai, veramente, di mera espressione si parla, ma, appunto, di incisione.
«Greve marmo»: lì si scolpisce, come avviene sulla pagina, quanto passa da buio a buio per ruotare poi nella mente di chi resta.
Leggiamo, in tal senso, questa poesia di Amelia Rosselli, da Sleep, anno 1955:

Well, so, patience to our souls
the seas run cold, ‘pon our bare necks
shivered. We shall eat out of our bare hand
smiling vainly. The silver’ pot is snapped;
we be snapped out of boredom, in a jiffyrun.
Tentacles of passion run rose-wise
like flaming strands of opaque red lava. Our soul
tears with passion, its chimney. The wind cries oof!
and goes off. We were left alone with our sister
navel. Good, so we’ll learn to
ravish it. Alone. Words in their forge.

Dunque, va bene, pazienza per le nostre anime
i mari sono freddi, sopr’i nostri colli nudi
tremati. Mangeremo dalla nostra mano vuota
sorridendo vanitosamente. La teiera d’argento è
sbattuta;
ci siamo liberati subito dalla noia, in un attimocorsa.
Tentacoli di passione corrono come fanno le rose
come fiammanti colate di opaca lava rossa. La
nostra anima
si lacera con passione, suo camino. Il vento grida uffa!
e se ne va. Fummo lasciati soli con nostra sorella
ombelico. Bene, dunque impareremo
a stuprarla. Sola. Parole nella loro fucina.

[trad. Antonio Porta]

Questi due anni del Novecento che continuano a girare intorno all’11 febbraio, abbracciamoli allora, con l’affetto che altre due voci femminili hanno saputo regalare.

La voce di Vivian Lamarque:

Amelia da vive
non eravamo amiche, tantomeno
nemiche, tu eri sempre
come lontana e anch’io un po’ altrove
un po’ strana, mi parlava di te Emmanuela
Tandello ricordi? ti ricordi i ricordi? Sara
se chiamavi correva come una mamma
con Mimma, Daniela, Maria Clelia,
te lo ricordi Amelia? Ti portavano in montagna,
ridevi, perché non chiamarle anche
quel giorno? perché trasformare quell’11
in giorno di marmo, in giorno di morte
di Amelia?

(e dimmelo lo sapevi quella vigilia che l’11
febbraio era anche il giorno in marmo di Sylvia?)

E quella di Antonella Anedda, nei versi conclusivi dedicati nella morte di A. R.:

Non ho voce, né canto
ma una lingua intrecciata di paglia
una lingua di corda e sale chiuso nel pugno
e fitto in ogni fessura
nel cancello di casa che batte sul tumulo duro dell’alba
dal buio al buio
per chi resta, per chi ruota.

© Cristiano Poletti