Giorno: 10 febbraio 2014

Lucía Etxebarría, COSMOFOBIA (recensione di Anna Toscano)

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Lucía Etxebarría, COSMOFOBIA, Guanda, Parma, 2008,  Euro 16,50  

Cosa vuol dire quando un romanzo è un bel romanzo, quali canoni gli applichiamo, quali canoni scegliamo di applicare. Ci sono romanzi che sono belli e basta, di quel bello che per quasi quattrocento pagine il naso rimane incollato alla carta e che appena finito lo regali a un’amica perché spiegarlo sarebbe troppo complesso. Ecco, i libri di Lucía Etxebarría fanno questo, inchiodano con passione. L’autrice di “Amore, prozac e altre curiosità” ha ampliato il tema di quel romanzo dove trattava di amore, disamore e malinconia, per applicarlo su una strabiliante mole di personaggi. Perché è la gente a far da padrone in questo libro, una quantità di gente di origine, religione, estrazione, età, sesso e gusti così diversi da formare un carosello vorticoso. L’unico elemento che accomuna tutti è Madrid, e tutti i personaggi passano attraverso il popolarissimo quartiere Lavapiés: nelle vie che lo circondano si intrecciano i destini di molti, con un sottofondo di sapori, odori, colori, costumi e usanze. Ci sono bambini che frequentano la ludoteca del quartiere e tutto il mondo adulto che li circonda, come ci sono, nella sala accanto, le donne del centro di autoaiuto. Sono storie narrate in prima persona, interviste e confessioni di gente povera, poverissima, immigrati, clandestini ma anche artisti, scrittori e gente ricchissima.

Dire che è un romanzo multietnico sarebbe riduttivo, interetnico è più appropriato perché qui le persone interagiscono, non rimangono chiuse nella loro identità culturale.

È un mondo colorato e spesso triste, di quella tristezza che permea le mille ipotesi controfattuali di chi non si sente in pace col presente. Una sorta di affresco dove l’infelicità non è appannaggio solo di chi vive con poco, ma soprattutto di quella classe che tutto può, molto arraffa ma nulla stringe.

I destini si incrociano, per far emergere una fatica quotidiana così reale e vera. Ciò che rende così concreto il tutto è l’esatta coscienza di ognuno nella propria infelicità di sentire “dentro di sé, palpitante, la possibilità di essere felice”.

Forse non è solo un romanzo questo “Cosmofobia”, è una sorta di destini confessati e dichiarati usciti dalla stessa penna. Nulla è in formazione, è un romanzo del divenire e del dipanare del destino. Una scrittura rapida, veloce, compatta quella di Lucía Etxebarría, che non indugia sul male altrui ma lo pennella con colori cangianti, come i muri color canarino di una camera da letto.

Un libro da leggere, per guardare agli altri nelle infinite sfaccettature della sorte.

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© Anna Toscano

Carmen Gallo, Uno sguardo di rimando. Su Sereni

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Uno sguardo di rimando. Su Sereni

Negli ultimi anni ho incontrato e ho parlato con molti giovani poeti, e sempre, per quanto diversa apparisse la nostra ricerca, l’accordo più insperato si è raggiunto pronunciando il nome di Vittorio Sereni: Gli strumenti umani Stella Variabile sono considerate raccolte fondamentali, sia da quanti vi riconoscono un debito sicuro, sia da quanti vi avvertono ormai una distanza, e faticano a riconoscere la poesia sereniana come cifra risolutiva, o coincidente con ciò che tocca ora provare a raccontare.
Partire da questa relazione ambivalente, isolando alcuni degli spunti che essa offre, fa senza dubbio torto alla complessità di Sereni, ma mi pare in qualche modo utile per riflettere sul valore della poesia − quel valore che Sereni difendeva pure tra le macerie di senso che circondano il soggetto contemporaneo − e sul futuro di tre parole-chiave: liricità, esperienza, dialogo.
Se, contro le neoavanguardie, aveva ancora senso per Sereni difendere l’aggettivo “lirico”, le attuali contaminazioni prosastiche – che hanno ulteriormente abbassato e vaporizzato lo statuto diremo tragico della lirica contemporanea − mi paiono talvolta alimentare l’illusione che si possa fare a meno di questo slancio (foss’anche nel vuoto). E invece, soprattutto tra le maglie del discorso più colloquiale e quotidiano, l’azzardo lirico come infrazione sintattica e straniamento fonico e retorico può aprire squarci di un senso profondo, e sottrarre all’autoreferenzialità di uno sperimentalismo tardo, equivocamente postmoderno, o alla facilità psicologica o spontaneistica, la pretesa di una ricerca poetica concreta.
Tornare a lavorare sulle forme più “aderenti” che la lirica può ancora assumere in questo primo scorcio di secolo significa anche, per venire alla seconda parola chiave, restituire un valore fondante all’esperienza diretta del soggetto. E non è un dato così scontato, questo, in un tempo come il nostro, lontano dalla storia,che sistematicamente tende a sostituire l’esperienza con surrogati simulati, rarefatti, lasciandoci a lungo superfici lisce e inscalfibili, rivestite di discorsi e impulsi prestampati. Gli stessi che ci illudono di poter riciclare esperienze indirette, mediate (rimbalzate da giornali o ri-mediate nella rete), per fare i conti con quelle che Sereni, in una precedente stesura della Nota a Gli Strumenti umani, chiama «le intimidazioni e i ricatti dell’impegno di vario tipo». Mi pare questa un’altra delle questioni più delicate della poesia contemporanea, e non solo di quella dei cosiddetti giovani poeti: la tentazione di mettere in piedi una “operazione” letteraria di forte impegno (o ostentato disimpegno, che è uguale) politico, sociale, culturale ecc. che di fatto esaurisce nelle intenzioni o nelle premesse il proprio valore, e che pur di prescindere dall’autobiografismo rinuncia alla compromissione personale con gli aspetti più contraddittori della realtà.
Avere il coraggio di trovare l’esperienza nel mondo prima che nella parola. E poi, rimandare tutto questo a un destinatario, a un interlocutore, interno o esterno, vivo o morto: un altro, che rende il colloquio possibile, e chiude il cerchio del tragico e del vissuto nella forma di una relazione ancora possibile, come, per esempio, il dialogo, l’amicizia. Lo sguardo che tra le macerie cerca l’altro, un altro indistinto o interiorizzato, che ricambia l’offerta di una fiducia temporanea, di rimando, è il monito più prezioso della poesia di Sereni, perché allude al persistere di un campo in cui, anche se accerchiati dalla perdita di senso delle cose, riconoscersi è ancora possibile.
Tradurre e ricontestualizzare questa consapevolezza nella poesia a venire sarà desiderio non so di quanti, né si può escludere che questo debito se pure decisivo sarà a tal punto trasfigurato da essere irriconoscibile; tuttavia, mi pare questa la strada che condurrà, attraverso nuove forme, a una partecipazione più tenace, o disperata, alla vita del mondo: quanto più questa si fa impalpabile, e atomizzata, tanto più vale la pena tentare ancora, nella forma della poesia, lo scavo profondo, umano, condiviso.

© Carmen Gallo

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[Saggio pubblicato in Nuovi Argomenti]