Giorno: 5 febbraio 2014

Michele Masneri – Addio, Monti (due appunti su)

masneri

Michele Masneri – Addio, Monti – ed. Minimum fax 2014, € 14,00; ebook € 6,99

.

Ho cominciato a leggere Addio, Monti di Michele Masneri con molta curiosità. Ne sentivo parlare da qualche tempo, era un libro atteso, persone di cui ho stima lo annunciavano come un libro da non perdere. Pur di non perderlo l’ho preso, grazie a un libraio compiacente, un paio di giorni prima dell’uscita. Ho cominciato a leggerlo un lunedì mattina, all’alba, sul treno Venezia – Milano. Speravo che mi catturasse subito, il Napoli aveva malamente pareggiato a Bologna, non era proprio il caso di buttarsi su La Gazzetta dello Sport. Dopo le prime pagine ho pensato: «Radical chic? Tutto un libro?» Masneri, però, a pagina 12, con un vero colpo da maestro, mi ha tirato dalla sua parte, facendomi cappottare dalle risate, con uno di quei formidabili elenchi che torneranno in tutto il libro, all’alba, su un treno pieno di gente che, se non dorme, parla al cellulare. Ecco in che modo:

E a Cala Rossa  si presentano davvero, poi, con tutto un corredo studiato e ristudiato a tavolino: la stuoia indiana, il Domenicale, una crema dell’erbolario, protezione trenta, al sesamo e alla carota, e almeno un paio di Adelphi – creme e tascabili hanno stessa grafica e lettering, lo avevi mai notato? Lei poi gira da anni col medesimo Meridiano della Recherche, che dice perennemente di rileggere, e non se ne separa proprio mai, in borsa, in spiaggia, sull’8, a Monti, in aliscafo, sul Frecciarossa, in Freccia Alata, e non mangia mai niente, si porta solo dietro, sempre, dei minuscoli fazzolettini in cui sputa il cibo velocissima, di nascosto, e poi se li mette in tasca. E sta lì ore, sulla spiaggia, magrissima, grinzosa: sembra morta. E lui spietato a un certo punto dice: “Le porto due grissini, per evitare il trasporto della salma a Ciampino col C130 dell’aeronautica”.

Letteralmente: sono scoppiato a ridere, ma non solo quello, ed è questa la cosa più importante. Da quel momento, da quel paragrafo, sono entrato nel romanzo, ho visto, perfettamente delineati, due dei personaggi principali, e ho capito come scriveva Masneri. Non sapevo, da lì in poi cosa mi sarei aspettato, ma potevo immaginarmi in che modo ci sarei arrivato, o meglio, come lo scrittore mi ci avrebbe portato. Non sono rimasto deluso. Addio, Monti, titolo che rimanda all’incipit de I Promessi sposi di Manzoni, incipit noto a chiunque sappia cosa sia un libro, almeno quanto il Chiamatemi Ismaele del capolavoro di Melville, non è un remake del capolavoro manzoniano. Non è la biografia di Heidi. Non è il diario di  un anziano e cattolico economista, amico delle banche. Non è un libro sul ritiro dal mondo dello sci della Compagnoni (anche se avrebbe potuto esserlo, vedi nozze con Benetton). È una storia, invece, sui nostri giorni, sul nostro piccolo mondo che naviga tra falsità e vacuità, tra il voler essere e il non riuscirci, sul continuo farsi passare per qualcun altro, qualcosa che non si è. Siccome le piccole vite si muovono in piccoli gruppi, in spazi concentrati, ecco che fa la sua comparsa e diventa il luogo, lo strumento, l’illusione, la bellezza, la decadenza, il fagocitatore, lo sfruttato: il quartiere Monti di Roma. Quartiere un tempo covo di prostitute, «ma le puttane scelgono sempre i quartieri migliori», ora diventato in. Masneri ci racconta questo mondo, ebbene sì, fatto di radical chic, ma li racconta in maniera nuova, efficace e molto divertente. L’aperitivo nel bar giusto; la corsa per gli inviti all’inaugurazione di una mostra dove non si può non esserci; il film, magari indipendente, visto nel cinema che deve essere quello e non un altro, all’ora giusta. Case dove fanno bella mostra di sé copie accatastate (ad arte) di: Domenicali, Micromega, Internazionale, Adelphi allineati come soldatini, Meridiani e vini pregiati piazzati sulle mensole giuste. Le Clarks, ovviamente. I jeans sdruciti come dev’essere. L’eloquenza brillante, la scopata giusta, i loft (che poi a Roma sono finti lo sanno tutti). Presenziare sopra ogni cosa, diventare altro da sé, avvicinare il potente, fingendo che qualcosa cambi e di sentirsi meno soli. La storia viene raccontata da due amici, una editor e un ghostwriter/escort, nel tempo di una spesa nella pregiatissima Sma di Monti, una domenica pomeriggio. La conversazione è intervallata dai continui dietrofront fatti col carrello, perché mancano le verdure bio o l’ananas che brucia i grassi. Leggi questo libro e, mentre ridi, pensi con tristezza al vuoto sul quale stiamo seduti, vuoto al cui scavo abbiamo contribuito. Il Monti che risucchia i protagonisti del romanzo è un po’ lo specchio del paese che ha risucchiato prima gli ideali, poi le idee. Masneri non giudica, osserva e acutamente registra. La distinzione tra uno di sinistra e uno di destra ma davvero deve farla l’Adelphi in borsa? Lo scrittore riesce a rendere bene l’idea di quello che ha fatto la sinistra italiana con Pasolini, sfruttandolo a proprio piacimento, all’occorrenza; lo fa prendendo Roberto, immobiliarista, uno dei personaggi principali, e facendogli usare il mito di Pasolini, dei suoi luoghi, per  alzare il prezzo delle case, l’allegoria (piaccia o no) è perfetta. Michele Masneri scrive bene ed è coraggioso. Finito il libro si ha voglia di nascondere la propria copia del Domenicale dentro La Nuova Venezia, in un’equazione che suona: meglio pirla che fighetto.

.

Nota fuori campo

Scrivo questa recensione il giorno primo febbraio 2014 a Venezia, nella biblioteca di Ca’ Foscari alle Zattere, caso ha voluto che io avessi con me, oltre al libro di Masneri, anche Trentasei moderni di Franco Fortini (Manni editore, 1996). Il primo dei trentasei ritratti che Fortini fa ad autori del secondo Novecento è ad Alberto Arbasino, l’incipit che usa è estratto da un racconto di un funerale fatto dallo scrittore di Voghera:

… ma a Villadeati in quella domenica ormai lontana come ‘Via col vento’ la banda del paese suonava monferrine da una loggia e c’era ‘Tutta Milano’. Giangiacomo (Feltrinelli) dava le salsicce a Wally Toscanini che diceva (come Gadda) ‘che bontà, che bontà’, seduta sul prato, Giannalisa e Inge vestite di rosso si parlavano in tedesco…

Sono i funerali di un noto editore, Fortini sottolinea come Arbasino “abbia un orecchio quasi infallibile per cogliere i mutamenti nella lingua conversativa dei ceti medi e medio-alti”. Fatte le debite proporzioni, di tempo e tempi, tra realtà e finzione, ecco come Masneri racconta i funerali di Angelino il barbone di Monti:

[…]«Di sfuggita: troppa gente, chiesa gremita, c’erano proprio tutti» e cioè nell’ordine: gli uffici stampa di Marsilio e Guanda e Ponte alla Grazie e Voland; due vicedirettori della Stampa e di Internazionale; l’antico fondatore del Manifesto, Zadie Smith, almeno tre finalisti allo Strega, Dariush, la signora Galliana, proprietaria del bar della piazzetta; il segretario generale del Quirinale, la signora Clio, con gesso; una gran delegazione di parrucchieri e vetrinisti; Pigi Battista; tutti i single e i possessori di cani, il capogruppo del Pd al Senato, un deputato negro d’An; Rula Jebreal e Julian Schnabel, in pigiama nero-lutto[…]”.

Fine della nota fuori campo. Provate a leggere questo libro e poi ditemi se Masneri, senza sputare sentenze, ma con l’orecchio all’Arbasino, non abbia saputo raccontare molto bene, divertendo, la deriva finto-chic/vuoto–patina che abbiamo preso.

@ Gianni Montieri

in-side stories #29 – Ambrosiana Cohen

berlin 2011 -foto gm

in-side stories #29 – Ambrosiana Cohen

Il venerdì lo chiamiamo “il giorno tutti fuori” o “liberi tutti”, che in due parole significa che io e i miei colleghi facciamo pausa pranzo ognuno per i fatti propri. Per nessun motivo in particolare, soltanto perché ci va. Magari è solo un modo per avvicinarsi al weekend più rapidamente, illudendoci così facendo di accelerare il processo che mette fine alla settimana lavorativa. Stronzate, starete pensando. Beh, potreste avere ragione ma non tutte le volte, perché ogni tanto funziona. Io, di solito, in queste pause pranzo, mi faccio un giro, passeggio o vado in libreria, poi mangio un panino e via. Non questo venerdì. Oggi sono andato a pranzo in uno dei nostri soliti self-service convenzionati, quello arredato in stile americano. Tipo rapina in Pulp Fiction, ma molto meno bello e, vagamente, cupo. Metto un paio di portate sul vassoio e mi siedo a un tavolino in fondo alla sala. Una decina di metri davanti a me, due gradini più in basso rispetto alla specie di palchetto dove sta il mio tavolo, un uomo, forse un collega, totalmente calvo, sta mangiando con la testa, rosea, praticamente nel piatto. Credo mangi una zuppa di cereali o legumi. Qui, d’inverno, le zuppe non mancano mai: costano poco e illudono i clienti di mangiare in abbondanza. Ne conosco parecchi che, un po’ per economizzare un po’ per pigrizia, fanno il pieno a pranzo e la sera si arrangiano. In più, le zuppe scaldano. L’uomo solleva la testa di tanto in tanto, per guardare i video musicali che scorrono, ininterrottamente, sul televisore piazzato sulla parete di fronte al tavolo dove sta seduto. Qui, mentre fingo di non sapere che sto mangiando degli orribili broccoletti, la scena comincia a rallentare, i colori a sfumare. Una cameriera passa di fianco al tavolo dove sta seduto l’uomo e raccoglie un vassoio vuoto, si ferma un attimo rapita da un qualcosa, ecco cos’è: una canzone, un video musicale. Sono lontano e non riesco a distinguere la musica, facile che sia uno di quei cantanti usciti dai talent show, ma posso vedere. La donna rimette il vassoio sul tavolo e rimane rapita a fissare lo schermo, le brillano gli occhi, alle sue spalle le fanno, in una finta prospettiva, da aureola, delle lucine di Natale, ancora illuminate a un mese dalle fine delle feste. Io e i miei broccoletti (che ormai tratto da popcorn) assistiamo alla scena come se fossimo al cinema. L’uomo solleva la testa dal piatto, guarda lo schermo, guarda la cameriera e sorride, si alza. Il suo movimento distrae la donna che lo guarda, sorride a sua volta. L’uomo, grosso come pochi, le si avvicina, le prende la mano, le fa un inchino e un cenno, indicando con lo sguardo uno spazio tra i tavoli. La cameriera, maglietta e cuffietta verde, arrossisce ma si lascia portare. Cominciano a ballare. Come una coppia di sessantenni in una balera della Bassa, ma sembrano pure due invitati di un matrimonio del Vermont o dell’Ohio. A questo punto è tutto in bianco e nero. Non so quanta gente sia ancora seduta a pranzare, non so se qualcuno stia vedendo quello che vedo io. I due continuano a volteggiare sotto le stelline di Natale, in una danza che commuove ma, non capisco il perché, mette anche un po’ di tristezza. Per un attimo mi sembra di identificarli dentro una felicità provvisoria e meravigliosa. L’istante dopo li vedo in piccoli appartamenti, li immagino vivere dentro una roulotte in Iowa, giocare a Bingo sulla circumvallazione esterna, chiedere un prestito e non ottenerlo, con figli divorziati e lavatrici rotte. E non so il perché. Intanto loro vanno avanti a ballare. Ballano, anche quando la canzone finisce. Poi di colpo, come se qualcuno li avesse svegliati da un sogno, smettono, ridono imbarazzati. Lei si passa le mani sulla gonna, si mette a posto la cuffietta. Lui si allontana e farfuglia qualcosa. Mi alzo e chiedo alla donna quale fosse la canzone e lei mi risponde con aria assente: «Quale canzone?» Guardo l’ora, mi restano dieci minuti di pausa, le rispondo: «Niente, mi scusi.» E vado via.

© Gianni Montieri

***

Bob Dylan – The man in me, 1970 – Album: New Morning

The man in me will do nearly any task,
And as for compensation, there’s little he would ask.
Take a woman like you
To get through to the man in me.

Storm clouds are raging all around my door,
I think to myself I might not take it any more.
Take a woman like your kind
To find the man in me.

But, oh, what a wonderful feeling
Just to know that you are near,
Sets my a heart a-reeling
From my toes up to my ears.

The man in me will hide sometimes to keep from bein’ seen,
But that’s just because he doesn’t want to turn into some machine.
Took a woman like you
To get through to the man in me.

***