Giorno: 3 febbraio 2014

L’alibi del Bonsai

bambinibonsaiTi racconterò i tempi della pioggia. Evocherò per te l’attimo sospeso in cui, dopo mesi e mesi di calura rognosa, apocalittica, omicida, l’afa raggiungeva il suo picco, il tempo era immobile, il corpo si scioglieva: il big bang era vicino, lo si poteva toccare. Ti spiegherò come, dopo il primo scroscio, noi bambini ci riunivamo in bande. Non c’era bisogno di conoscersi prima, né di vestire la stessa livrea: un istante simile a quello degli uccelli migratori avrebbe indirizzato pure noi”.


Sono troppi i riferimenti simbolici, visivi, immaginifici evocati in questo brano tratto dal romanzo di Paolo Zanotti: “Bambini Bonsai”  (Ponte alle Grazie, 2010) per non cadere nella piacevole trappola dell’azzardare una lettura poetica del Tempo, nell’accezione di coordinata, sensazione o illusione caratterizzante l’intero sviluppo narrativo del testo. Non passa inosservata la frequenza di riferimenti e metafore che riportano costantemente all’idea della crescita come atto totalmente dipendente da una presa di coscienza del tempo nel suo evolversi non solo come intuizione, ma come conseguenza e stimolo di relazioni con l’altro da sè.
Il titolo stesso cela una serie di riferimenti che inevitabilmente portano all’idea di “tempo”. Cosa è un Bonsai se non un’opera d’arte che si mette a confronto col tempo, un’opera che nasce e si sviluppa per durare indefinitamente a prescindere dal suo artefice, dilatando il senso del tempo a discapito dello spazio. Si è detto e scritto forse poco su questo bel libro di Paolo Zanotti,  unico romanzo pubblicato in vita. Volevo così ricordarlo a poco più di un anno dalla sua scomparsa. Un romanzo volutamente scritto al passato, un romanzo in un presente difficilmente definibile, un romanzo che affronta la crescita come susseguirsi indefinito di fissità, di contrapposizioni e di scambio. Un romanzo che si sviluppa come profezia futuribile ma è allo stesso momento atemporale come una fiaba.
La storia di Pepe ha inizio in un cimitero, il cimitero di Staglieno, Genova, il luogo dove è stata allestita una baraccopoli che ospita gli sfollati dell’ultima definitiva catastrofe naturale che ha portato a variazioni climatiche e alla scomparsa di tutti gli animali, delle piante così come dei profumi. Un cimitero, città dei morti progettata per fermare il tempo, luogo di memorie, di attimi fissati nella pietra, di date con un principio e una fine. All’interno di queste mura Pepe cresce in un continuo reciproco annullarsi di un passato e un presente che rinunciano a diventare futuro, complice un mondo di adulti che come obnubilati dal terrore sembrano pietrificati (come statue) nel ricordo delle occasioni perdute o nel mantenimento delle tradizioni. Una generazione ferma nel tempo e col tempo, come se la catastrofe e il conseguente crollo delle certezze “adulte” (il lavoro, la casa, i legami affettivi) avessero tolto ogni alibi ad un domani. Gli adulti appaiono così vittime del tempo e affrontano passivamente il loro quotidiano: I genitori di Pepe per esempio: una madre inquieta che non trova pace in nulla, che cerca negli altri e nell’altro un’adolescenziale liberazione da un presente diverso da come lo aveva sognato, dall’altra parte un padre, fermo, disilluso che procrastina ogni decisione (la costruzione di una casa che non finirà mai: metafora della stabilità, della sicurezza) e che si rinchiude nelle sue “droghe musicali”. L’adulto ha poche alternative ad un futuro che sembra essere dissolto, l’educazione dei bambini (quale miglior garanzia per un futuro?) è infatti delegata a “programmi”. Pepe cresce così tra i sentieri di Staglieno e le sue statue, feticci di un passato immobilizzato e oramai solo vagamente immaginabile, ma ha anche le sue statuine: feticci pupazzi in plastica degli animali, un gioco di altri tempi, regalo di una misteriosa prozia, unico adulto che sembra conservare ancora una forma di consapevolezza ancestrale del passare del tempo e quindi, della speranza. Una fata madrina che cresce Pepe, che gli mostra i segni del rimpianto per un passato che manca: è lei a profetizzargli l’arrivo della pioggia, è lei l’unico adulto che consapevolmente sceglierà di scomparire improvvisamente e quale altra lettura più rassicurante come un viaggio, potrebbe avere la morte per un bambino? Pepe resterà in attesa della profezia con le sue statuine, contenute in una scatola in latta sul cui coperchio c’è la fotografia di una bambina bellissima “con gli occhi di albicocca”. E’ in questa immagine che Pepe comincia a dipanare il filo che lega un passato al presente, Pepe se ne innamora ed è quindi inevitabile che quella immagine diventi l’alibi per la ricerca di ciò che può chiamarsi futuro.

L’arrivo della pioggia scardina, ma viene bene dire “scioglie” ogni legame tra mondo adulto e mondo bambino. Gli adulti spariscono, cadono in una forma di catalessi imbelle, spaurita; I bambini vengono come trascinati da una marea che li porta via dal cimitero e li fa vagare in una Genova quasi irriconoscibile, se non attraverso quei pochi precisi riferimenti che come metafore arricchiscono la narrazione. A quei bambini in fuga, una sorta di crociata con armi e bagagli, attrezzati per la pioggia si uniscono Pepe e la piccola ribelle volitiva e curiosa Primavera. Corrono tutti verso una Genova che si apre come un mondo vitale, che sotto una pioggia incessante e col sottofondo del mugghiare animalesco di un mare moribondo agonizzante (e ancora l’acqua che si fa metafora del tempo), si adatta a luogo del passaggio, dello scambio, della caccia, dell’incontro, dello scontro e tutto attorno alla chiesa di santa Eurosia, la santa bambina. Sono i bambini a rigenerare l’idea e la normalità di una vita quotidiana, Tempo e spazio tornano ad essere coordinate coerenti e interagenti dell’esistenza e ridanno momentaneamente vita ad una città, fino ad allora non luogo e non tempo: il mercato torna ad essere spazio dello scambio, la strada spazio dell’incontro e della perdita: punti di ri-partenza per la ricerca di Pepe e Primavera Il cui mondo si aprirà ad interazioni che genereranno conseguenze che non possono non tenere in considerazione la felice possibilità di un domani, e questo riguarda il loro destino ma anche quello della compagnia a cui si uniranno: la misteriosa Petronella con la sua valigia da streghetta, il fratellino e il suo giovane “precettore”. Una piccola compagnia di bambini, armati di magia, speranza, dubbi e contraddizioni in un viaggio verso la meta, quel castello di fiaba dove Pepe, quasi sotto l’incantesimo di Petronella in un prolungato rimpiattino attraverso le stanze di una casa che sembra vivere, respirare, allargarsi, arriverà a trovare un mare così come era prima della catastrofe, e sui cui scogli avverrà l’epifania dell’incantesimo malvagio di generazioni di adulti terrorizzati dall’idea della perdita ineluttabile dell’infanzia e la presa di coscienza di un necessario passaggio: sciogliere
l’atrocità di quel vincolo per imparare ad essere padrone del futuro e riparare all’errore più grave degli adulti: la paura di mollare la presa rassicurante del presente.

© Jacopo Ninni

5 testi da “Il non potere” di Davide Nota

davidenota

di Davide Nota


L’arcano


Nel cuore il sole immette un sortilegio
come un fantasma buono d’ambo i sessi
ed è una voce che traluce il nome
dentro la stanza che traduce oggetti.


Tu sei con loro nella storia vaga,
nel tentativo assurdo e il privilegio
di esistere per dote o per difetto
come un transex arcano per la strada

di chi non fa rinuncia e tutto perde,
di chi la morte preferisce a iosa
piuttosto che la corte vomitosa
dei lividi sorrisi e delle merde.

Tu sei nel rosso dove adesso appena il verde
lucore delle foglie sfiora il dosso,
ti chiese l’antenato di descrivere
la neve sopra il corpo e le radici.


Stanza


Questo naufragio di ventre e polmoni
sotto le costole marroni del tetto
è la riaperta ferita del neon
al clicchìo costretto degli interruttori.

«Che ridi?» mi chiedesti, sorridendo.
Io ti risposi un timido: «no, niente».
Contempleremo nel quartiere orrendo
i bar che si riempiono di gente.

«Tu vedi di studiare qualche cosa…».
Ma adesso pure noi si sa che si è
qualcosa, tra le cose: un accumulo

di prole in disavanzo,
che solo la bufera ci promette
sul tavolino bianco questa rosa.


Gli orfani


Occorre ritrovarsi. Su questo bagnasciuga
reticolato. Dentro queste macchie
di acquerelli e pixel. Nel cielo
sfibrato. Occorre comunque ritrovarsi.

L’immagine è sfocata. Un’ombra
accartocciata ai piedi del mare.
(Non lo so neanch’io, no: non lo so…).
Sulla battigia desolata
gli uomini in fuga cercano un rifugio
e i deboli un lungo sonno.

Così come orfani del mondo
incatenati nella febbre a vita
del giorno: è così, sì, va bene…
Ma sebbene le tubature siano molte
e la sorgente unica
l’origine, Giulia, è dentro l’assedio.


Leggendo Eschilo


La mia giornata è senza senso e non sarà
possibile costruire una fortezza necessaria
per dire è questo, è quello.
Io sfoglio libri alla rinfusa
come le pagine di Topolino e Focus. Non leggo Bataille,
inizio Proust ma mi distraggo. E presto è l’ora
di farmi un giro su Youporn.
E quando arrivo a sera sono stanco.
A volte penso che si perda crescendo
la facoltà di intendere le cose,
io per esempio non comprendo più cosa significhi
avere un mondo interiore.
Escluso dai candidi pepli e dai banchetti
esecrabili, non il canto delle Erinni
mi spezzerà la vita.
E nessun coro che scavi
in questo bulbo corroso.


La promessa del fiore


Brilla per sempre, relativa stella
alla distanza da cui mi avvicino.
Vederti è stare qui dove la riva
l’esistente in cammino ogni possibile
rifrange alla deriva d’occhio e luce.
Ma adesso è in questo immobile processo
in cui io e te miliardi di anni luce
distanti ci fermiamo ad osservarci.
La muta già corrode ogni esperienza
violata ma ti ho vista ora per sempre
brina dell’esistenza, non passata
visione, assenza che (forse) ricuce
l’improbabile promessa del fiore.



Davide Nota è nato nel 1981 a Cassano d’Adda, in provincia di Milano. Da sempre residente ad Ascoli Piceno ha studiato Lettere moderne a Perugia. Ha fatto parte del movimento “Calpestare l’oblio” (2008-2010) e della rivista di poesia e realtà “La Gru” (2005-2012). Ha svolto diversi lavori tra cui operaio in fabbrica, proiezionista per cinema, commesso librario, banconista alimentare e editore. Dal 2013 cura il blog di poesia “Fonti Coperte” per il sito de “L’Unità”. Vive e lavora tra le Marche e Roma. Il non potere (2002-2013) è il suo primo libro di poesia.