Giorno: 2 febbraio 2014

Roberto Saporito – Già perché

biennale architettura 2010 - foto gm

“Sembra, ogni anno, che la violenza si riveli sempre meno come la capacità,  e sempre più come la pura e semplice opportunità, di fare del male.”

(David Foster Wallace “Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso”)

 

     Usciamo dal giornale alle due del mattino. Tutti i giorni usciamo alle due, tutti, tranne il sabato e la domenica, che non lavoriamo.

Come tutti i giorni a quest’ora abbiamo una copia del giornale, appena stampato, sotto il braccio. E come tutte le notti, io e il mio collega Andrea, ci fermiamo di fianco alla mia auto e lo sfogliamo con poco entusiasmo. Una volta ci sembrava una cosa sensazionale leggere il giornale prima che la città si svegliasse per andare a comprarlo. Ma ormai!

Questo giornale marchiato di blu, sulla prima pagina in alto a destra, con la scritta “Copia di servizio”, ci imbratta ogni volta le mani. Questo, forse, è l’unico lato negativo del giornale appena stampato.

In prima pagina c’è il resoconto dell’attacco, da parte di un caccia iracheno, alla fregata lanciamissili “Stark”, una delle sette unità della Task Force americana che pattugliano il Golfo Persico.

“Ce la facciamo una birra?” mi chiede Andrea ripiegando il suo giornale.

“Come no!” rispondo io, e dopo essermi guardato la punta delle scarpe, continuo “tanto non ho nessuna voglia di tornare a casa.”

Guidare a quest’ora è sempre un’esperienza rilassante. Si incrociano pochissime macchine, e i pochi semafori funzionanti è come se non esistessero. Una volta però, sempre verso quest’ora, un’auto della polizia ci ha fermati perché siamo passati con l’ennesimo semaforo rosso. Ed è stata una cosa veramente divertente. Andrea aveva fatto il militare, a Salerno, con uno dei due poliziotti, e così invece di multarci, siamo finiti tutti e quattro a bere birra. Finiamo sempre a bere birra in un modo o nell’altro. Sembra quasi che a quest’ora del mattino (o della notte?) non si possa fare niente di meglio che bere birra. Già!

Comunque oggi c’è una ragione in più. Questo vuol dire che la quantità di birra sarà sicuramente maggiore del solito. Non che beviamo poco di solito. Questo non si può proprio dire. E’ solo che questa notte (o mattina?) c’è una ragione in più, o quanto meno io ho una ragione in più. Anche se, forse, quello che è successo prima di uscire di casa per andare a lavorare, è stata unicamente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il vaso sono io, ed ero (o sono ancora?) pieno da far schifo.

Non poteva andare avanti ancora per molto tempo questa storia. No, non poteva proprio.

Passo con l’ennesimo semaforo rosso, Andrea sta leggendo la pagina sportiva del giornale, e per poco non prendo un taxi che sfreccia a velocità folle. Inchiodo, e Andrea va a sbattere contro il parabrezza. Inchioda anche il taxi, ma riparte subito sgommando sull’asfalto liscio e scuro.

“Tutto bene?” domando ad Andrea.

“Penso di sì!” dice lui massaggiandosi la fronte. Poi riprende il giornale a dice:

“Tu e la tua mania di passare col rosso.”

Riparto. Lo osservo un attimo. Non mi sembra ferito, ne niente.

I lampioni ci camminano vicini lentamente.

Accendo la radio e gli “X” stanno cantando “Under the big black sun” (Sotto il grande sole nero):

“Cosa ho fatto durante le mie vacanze / negli ultimi dieci anni. / Ho fatto fotografie della tua città / profumo scozzese nel mio alito. / Voglio dire che ho bevuto scotch / mentre giravo per la tua città…”.

Parcheggio la macchina di fronte alla birreria, che non chiude mai. Ma a quest’ora non c’è mai molta gente.

“Salve!” dice Paolo, il padrone del locale.

“Ciao” rispondo indirizzandomi ad un tavolino di legno vuoto.

“Per poco mi ammazzavi” dice Andrea guardandosi in uno specchio, non molto pulito, con la pubblicità della Martin’s Pale Ale, alla ricerca di qualche ferita.

Al terzo giro di birre Andrea dice:

“Tu sei laureato in lettere e filosofia…”

“Gia!” sbadiglio io.

“E vorresti fare il giornalista…” continua lui.

“Già!” ribadisco annuendo vigorosamente.

“E invece di scrivere articoli tuoi, correggi quelli degli altri…” continua lui.

“Già!” sospiro io.

“Perché?” domanda spalancando gli occhi Andrea.

“Già! Perché?” affermo solennemente.

Alle tre e venti ce ne andiamo.

Appena saliti in macchina dico (ed era tutto il giorno che volevo dirlo a qualcuno):

“Sai cosa ho fatto prima di venire a lavorare?”

“No!” dice Andrea distratto.

“Ho ucciso mia moglie e mio figlio, e il gatto” affermo guardando la città che dorme intorno a me.

“Scherzi?” domanda Andrea con un’espressione indecisa negli occhi.

“No!” dico voltandomi per guardarlo, per rendere ancora più sicura la mia affermazione.

“Ma perché?” quasi urla lui leggendo nei mie occhi una verità.

“Già, perché…”

***

© Roberto Saporito

Gian Maria Annovi – La scolta

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Gian Maria Annovi – La scolta – ed. Nottetempo – ebook euro 1,99 – edizione cartacea (con tiratura limitata) euro 4,00

Canto e controcanto, coro a due voci, domanda e domanda, risposta e risposta, un’attesa e l’altra. Una resta se l’altra resta viva, va se l’altra muore. Nessuna delle due rimane. Una è una badante arrivata da un paese dell’est, l’altra è un’anziana ricca, malata e morente. Gian Maria Annovi mette in scena un dialogo in versi che lascia di stucco e commuove. La scolta è la guardia che nell’Orestea di Eschilo recita il monologo iniziale e racconta l’anno passato in attesa del segnale che sancirà la fine del suo compito; in una nota, posta in coda al libro, l’autore sottolinea, giustamente, come la funzione della scolta consista unicamente nell’attesa; compiuta questa attesa, il personaggio svanirà. In questo dialogo, questo rimbalzo di voci, la  scolta è la badante, la signora è la vecchia, la signora parla per prima, contrariata: “me la mettono in casa per forza / ad aspettare che muoia / una non italiana / una troia // io che insegnavo il latino / che traducevo il greco // e ora una cosa che sbatte le ciglia / che appena mugugna // un sacco di ossa e respiro // e lenzuola”. La badante, dal suo canto, registra la ricchezza e sta attenta, si prende cura della vecchia e della casa, vuole che viva. Vuole restare. L’italiano della signora è impeccabile, quello della scolta è, meravigliosamente, sgrammaticato. Questa rappresenta la maggiore spinta del libro di Annovi. Tentando (e inventando) la lingua delle donne arrivate, da poco tempo, dai paesi dell’est, il poeta riesce a entrare nei loro cuori, nelle loro solitudini e  nelle loro poche speranze. Lo dimostra, ad esempio, in una delle prime poesie: “matina lava Signora con carozina. / lava tutta. con saponetta. con spunia. / lava capelli anche. / lava là in fondo che Signora non vuole / e mi grida. / ma io volio profuma di buono / non quello suo odore // di donna che more.”  La vecchia, invece, dal detestare e rifiutare la badante passerà al tentativo di comprendere, di entrare nel cuore di chi, per sopravvivere, si sta prendendo cura di lei. “la sento che striscia / nella notte che non dorme / la segue il rumore delle ciabatte // si ferma in cucina e mi apre / la mia celletta dei surgelati / e ne vedo la luce glaciale / che goccia da tutte le fessure // lei ci resta davanti per mezzora // (è la neve, io penso, che ci vede: / il bianco notturno del suo paese)”. Il libro prosegue fino a un punto in cui la scolta e la signora pare si fondano, perché l’attesa è una sola. La stessa per entrambe. Queste poesie sono scritte partendo da un’idea classica, costruite con un passo classico, in una lingua che su carta non esiste. Una raccolta moderna che dimostra (ancora una volta) che si può stare dentro il nostro tempo, non dimenticando ciò che ci ha preceduto e senza perdere il gusto di inventare.

© Gianni Montieri

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Nota biografica: Gian Maria Annovi (Reggio Emilia, 1978) ha esordito con Denkmal (L’Obliquo, 1998), seguito da Self-eaters (FCRM, 2007), Terza persona corteseReality in sette visioni (d’if, 2007), Kamikaze (e altre persone) (Transeuropa, 2011, con un’introduzione di A. Anedda e un cd di J. Keckler) e Italics (Aragno, 2013). Nel 2006 ha vinto il premio Russo-Mazzacurati e nel 2007 è stato finalista al Premio Antonio Delfini. Vive tra New York e Los Angeles, dove insegna Letteratura italiana.