Mese: febbraio 2014

Flashback – Zungoli

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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All’ora di pranzo mio nonno chiudeva la tenda per non fare entrare le mosche. L’aveva costruita nel corso degli anni, raccogliendo le lattine della Coca cola e ritagliando le scritte bianche annegate nel rosso. Lavorandole, aveva realizzato delle piccole lattine colorate, legandole fra loro con un filo metallico. Nei giorni di vento, appena finivo di mangiare, mi avvicinavo sempre alla tenda per guardarla oscillare. Un po’ il vento da fuori e un po’ io da dentro, a soffiare. Certe volte, con le mani, la dividevo in due metà esatte e tutto si apriva al mondo. Entrava la luce forte e il caldo dell’ultima estate senza pensieri. Il cane steso al sole, l’eco di un trattore e la voce di mio nonno, macchiata d’anice. Del terremoto restava una crepa a dividere in due la strada davanti.

© Marco Annicchiarico

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Corpo a corpo # 1: Epitaffio, di Giorgio Cesarano

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Gli altri che t’amano e io
— «è finita, finita, finita» —
gli altri che t’amano e tu e io
giustamente per sempre feroci,

noi che ci perdiamo sempre
apparendoci in lunghi corridoi,
noi siamo — tu bene della terra
inguaribile e noi di tanto niente

gli eroi, vivi le anime del niente —
siamo noi, gli altri che t’amano e io
— «così finita finita finita» —

i morti della vita, e tu la tersa
faccia, che ci trattiene veri di dolore,
della sorte, della vita che è persa,

ultimo crampo di inguaribile amore.

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Epitaffio di Giorgio Cesarano (Milano, 1928 – 1975) è la terza e ultima poesia della sezione Pastorale, pubblicata per la prima volta ne “La tartaruga di Jastov” (1966) e ripubblicata nel postumo “Romanzi naturali” (1980). La poesia è strutturata come un sonetto caudato, ma del sonetto non rispetta sempre la lunghezza dell’endecasillabo, anzi i versi si allungano e si contraggono per rendere in chiave metrica lo spasmo che caratterizza l’intero testo,  pur rimanendo fermi nella loro apoditticità, come scolpiti nella pietra di una lapide. Questa caratteristica – unita al ricorrere frequente dei pronomi personali, che si accavallano e che, paradossalmente, danno un senso di straniamento, impersonalità e indifferenza – fa sì che i due protagonisti della vicenda vengano come risucchiati in un vortice con i residui di tempo, del tempo del loro amore irresuscitabile, a cui si aggrappano.
Il titolo “epitaffio” assume, in questo testo, un’ampiezza che va al di là del significato letterale, o meglio, partendo da esso – “ciò che sta sopra il sepolcro”- allude all’intera vicenda umana, e in particolare a quella amorosa, dichiarandone la sua intrinseca fine. La prima quartina è strutturata, nella sua implacabile drammaticità, in modo da porre i due protagonisti, colti alla fine del loro amore, in contrapposizione agli “altri”. L’amore esclude, esclude tutti gli altri; in questo l’amore è “giustamente feroce”, cioè è conforme alla sua essenza, non c’è pietà o compassione che tenga, gli altri, nel momento in cui due si riconoscono reciprocamente come amanti, letteralmente non esistono più, non sono mai esistiti, esistono solo l’io e il tu che si riconoscono desiderandosi, di un amore crudele verso chi è escluso, ma anche così crudele verso gli amanti da portare all’ineluttabile fine del loro rapporto. A tal proposito è significativa la ripetizione del primo e del terzo verso con la variante del “tu” che rafforza il raddoppiamento, illuminandolo di una luce nuova e definitiva, resa ancor più lancinante dalla drammaticità anapestica del discorso diretto del secondo verso.
Quel che rende tragiche le nostre esistenze è che esse, come ogni cosa, sono condannate a finire, a infrangersi contro il muro invalicabile della morte, a concludersi in un sepolcro, il loro è uno stare provvisorio sopra il sepolcro che le accoglierà inevitabilmente. Ma tutto questo rende, al tempo stesso, stupendi perché strazianti, alcuni, pochissimi, momenti della nostra vita nella loro ineludibile e già decretata fine; fine che però in Cesarano non porta ad una disposizione d’animo e, tanto meno, a una resa poetica crepuscolare e malinconica o vuotamente sarcastica, ma fa sì che la parola e la vita e l’amore per esse assumano una luce cruda e furente. È ciò che ci rende niente, mortali, che ci rende al tempo stesso vivi, che ci rende eroi, ossia, quasi che Cesarano alluda ad una possibile etimologia alternativa, coloro che amano furiosamente, che sentono il crampo inguaribile della fame d’amore come un destino ineluttabile e atroce, destino che però, al tempo stesso, ci rende liberi, nell’unico modo possibile, aderendovi incondizionatamente, anzi mettendolo in atto, diventando, finalmente, ciò che già siamo, “eroi del niente”, dell’amore furioso che ci tiene in vita. È qui che si manifesta radicalmente la nostra terrestrità, il nostro rimanere fedeli alla terra, simbolo incarnato del nostro continuare a finire, il tragico esserle fedeli continuando ad amare “veri di dolore”, di un dolore che però ci fa precipitare in una verità che non ci salva, che non serve a niente. È per questo che l’amore è il luogo paradigmaticamente irredento, “inguaribile”, del nostro stare al mondo. Nel testo, infatti, “inguaribile” è da riferirsi sia all’ “amore” che alla “terra” : perché la disposizione ad amare è ineludibile alla nostra terrestrità e ne è il suo “bene”, come una malattia che non può essere curata, e che si manifesta con un “crampo” quando una storia sta finendo, ma non ancora il bagliore della scintilla che l’ha accesa, il sentimento che l’ha nutrita, che continua ad alimentarne le braci, a illuminarla di una luce sempre più cupa e livida. La separazione, per quanto “giustamente” eseguita, in quanto inscritta in un destino di parole non dette, lascia i suoi “feroci” interpreti soli di fronte al vuoto reciproco dell’assenza: spettri che si incrociano in contatti effimeri, apparizioni fugaci, nei “corridoi” lunghi e stretti dell’esistenza dove continuano a “perdersi”, incunaboli di un tempo ormai irrimediabilmente finito, sopravvissuti in un luogo ridotto a macerie, indifeso sotto il verdetto pronunciato e ribadito dalle parole del discorso diretto: “è finita…” –  verdetto ripetuto con la variante “è /così” nel secondo e nell’undicesimo verso – di anapestica gravità. La solitudine – che è ciò a cui porta l’esclusività dell’amore – dei due che furono amanti è accentuata dalla ripetizione – la seconda volta con una anastrofe – di “siamo noi”, che fa apparire le loro ombre più grandi, paurosamente, in mezzo allo sfaldarsi di quanto avevano costruito insieme e che li aveva legati.
Dunque l’intera poesia – nel suo ritmo franto e sincopato dalle virgole, dalle parentesi del discorso, dai piani delle immagini remote e immediate che si sovrappongono – appare come un unico ininterrotto spasmo, una contrazione del desiderio e della parola, un crampo dell’essere al mondo, per poi liberarsi in un ultimo furioso scatto, solo nell’ultimo verso, prima della definitiva fine, in un colpo di coda drammatico, dichiarandosi tale, “inguaribile amore”. Dichiarandosi quindi come mancanza che cerca di essere colmata da qualcosa che la esorbita e che non potrà mai riempirla, ma solo sommergerla nella sua immensità. Perché immenso è l’orizzonte del desiderare che – nel momento che ci rivolge lo sguardo mimetizzandosi negli occhi di chi amiamo – ci azzera, ci annienta, ci riconsegna al negativo che siamo, al nostro esistere, ossia, etimologicamente, essere sempre fuori di noi alla ricerca di qualcosa, di qualcuno che possa riconoscere e così dirci chi siamo veramente. Quel niente che siamo e che ci abita, che ci costituisce e ci rende vivi e feroci, ci consegna all’incubo di immensi corridoi in cui noi siamo stranieri a noi stessi, eppure proprio in quei corridoi da incubo noi, perdendoci, ci riconosciamo reciprocamente per quel che siamo, riconosciamo l’ombra che ci attraversa, la bellezza, la “tersa faccia”, che ci tiene in vita, appunto, e che fa trasparire il nostro essere mortali. La straziante condizione in cui gli amanti sono gettati e che, al di là delle loro intenzioni li rende uno carnefice dell’altro, è resa ancora più lancinante dall’uso accortissimo delle figure retoriche, come nella figura della sospensione, in cui la dichiarazione che dice chi “noi siamo” incomincia all’inizio del settimo verso, a metà della seconda quartina, e viene ripresa al dodicesimo, all’inizio dell’ultima terzina, in un crescendo esponenziale della tensione, che rende spasmodico l’andamento dei versi, in un susseguirsi di frasi interrotte, di visioni, ripetizioni, che prende letteralmente allo stomaco, fino al giungere alla verità che noi siamo “i morti della vita”, noi siamo una ferita aperta, una contraddizione irrisolvibile. Fino a dichiarare, in un climax  che esplode nei due versi finali, che noi non siamo altro che un perdere la vita. E se la poesia dice l’inguaribilità del “crampo” amoroso e se questo “crampo”, che è esso stesso il dire poetico, non può andare oltre la constatazione drammatica della nostra finitezza, allora non resta che allargare la ferita di questa vita che è già da sempre “persa”, fino alle estreme conseguenze.

© Francesco Filia

[L’interpretazione che propongo in queste righe, insieme ad un altro intervento pubblicato su Nazione Indiana (http://www.nazioneindiana.com/2012/11/26/appunti-damore-gioia-e-disperazione-una-lettura-di-pastorale-di-giorgio-cesarano/ ), è un atto d’amore verso un testo che mi ha “ossessionato” da quando ho incontrato la poesia di Giorgio Cesarano, grazie al suggerimento di Vincenzo Frungillo, con lui ringrazio anche Guglielmo Aprile per alcune sue, per me illuminanti, osservazioni su “Epitaffio”].

I Vitellini di Felloni – di Andrea Accardi

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La diatriba sui rapporti tra canzone d’autore e poesia andrebbe sempre precauzionalmente evitata. Tanto non se ne esce vivi, tra puristi irremovibili (“la poesia è un’altra cosa!”) e fan semplificatori (“i cantautori sono poeti!”). Possiamo comunque dire che la canzone d’autore ha una stretta parentela con la poesia, pur restando vincolata a una struttura musicale (fuori della quale il testo quasi sempre zoppica), e che i cantautori hanno rilevato il mandato sociale che era dei poeti (la maggioranza dei giovani cita più facilmente Battiato e De Gregori che Montale). I giudizi di valore e le gerarchie nascono dopo, e in fondo non spiegano molto. Una cosa che invece mi sembra sostanzialmente vera è che la canzone arriva in ritardo, ripete cose che la poesia aveva già detto in precedenza, e quindi in un certo modo segue la scia: lo disse Zanzotto a proposito di Conte, trovando nelle sue canzoni “una forma di dolce crepuscolarismo”. Probabilmente è così, ma quanta (buona) poesia di oggi sembra un po’ in ritardo sulla storia stessa della poesia? E quanti poeti sono sopravvalutati soltanto perché poeti?

Un’altra cosa va detta: essere cantautori in italiano è più difficile che in qualunque altra lingua. Questo perché la nostra tradizione fortemente austera e conservatrice ha scavato un solco profondo tra cultura alta e cultura bassa, e tra linguaggio poetico e linguaggio comune. Molto più ad esempio che in Francia o in Inghilterra (dove infatti i cantautori sono visti con molto meno sospetto). La stessa natura polisillabica dell’italiano rende particolarmente difficile adattare un testo “alto” a un’armonia semplice da canzone. Prendiamo il cantautore più importante della nostra tradizione, Fabrizio De André. Bene, prima di trovare nel dialetto genovese una duttilità metrica inconsueta, De André aveva scritto i suoi testi migliori grazie anche al virtuosismo della musica. Nei concept-album dei primi anni settanta, infatti, la collaborazione con veri compositori (Reverberi e poi Piovani) gli aveva concesso una possibilità di scrittura più ampia e complessa che in altri casi, una fuoruscita dalle forme prevedibili della canzone. Non a caso in Storia di un impiegato  il livello letterario è molto alto, così come lo sarà a maggior ragione in Crêuza de mä, dove il dialetto incontrerà la musica di Pagani.

Proviamo però a vedere cosa sapeva fare De André “con pochi mezzi”. Confrontiamo quindi due canzoni musicalmente facili, costruite su un giro armonico, e con testi piuttosto regolari. La prima è La guerra di Piero, una delle sue più famose. Tipica ballata alla maniera degli chansonniers francesi, linea narrativa semplice, immagini misurate e coerenti fra di loro. Alcuni versi sembrano sacrificati sull’altare della rima (“con le stagioni a passo di giava”), altri sono bellissimi, come i due che descrivono Piero più morto che vivo, e ormai incapace di parlare (“dentro la bocca stringevi parole/ troppo gelate per sciogliersi al sole”). Non ci sono molti dubbi, si tratta di una buona canzone, molto tradizionale sia nel tema che nella struttura, e insomma non c’è niente che possa far pensare a una poesia in musica. Qui il lavoro dell’artigiano di canzoni è troppo evidente.

Prendiamone invece un’altra, di molti anni successiva, scritta con Bubola: Rimini. Apparentemente si tratta ancora una volta di una canzone piuttosto tradizionale, con una storia raccontata, e un ritornello in maggiore a intercalare. Teresa, la figlia del droghiere, sedotta e abbandonata da un bagnino quando era ragazza, durante un’estate a Rimini. Questo è il tema narrato. Il colpo di genio di De André è però quello di accostarlo analogicamente, nella strofa centrale, alla vicenda di Cristoforo Colombo, a cui viene peraltro attribuita una sorta di innocenza, storicamente discutibile, rispetto ai massacri dei nativi americani (“per un triste re cattolico – le dice -/ ho inventato un regno/ e lui lo ha macellato/ su una croce di legno”). Ed è per questo che agli uomini dell’equipaggio (a tutti gli uomini di tutti gli equipaggi della Storia) raccomanda dolorosamente: “non regalate terre promesse a chi non le mantiene”.

Un verso del genere, inserito nella Guerra di Piero, l’avrebbe fatta esplodere, andare in mille pezzi. Rimini ha un testo molto più pregiato, e regge. Cos’è avvenuto? Una specie di lapsus, di scivolamento, che dall’espressione lessicalizzata “terra promessa” ritorna alle banali promesse del bagnino: entrambe le cose, le promesse e l’America, non sono state mantenute come dovevano. De André insomma, per dirla con Freud, qui tratta le parole come cose, scivola cioè sulla superficie dei significanti. Freud lo diceva a proposito del comportamento linguistico dell’inconscio e dei bambini, e Lacan andò oltre, scorgendo in tutti i nostri discorsi il predominio della lettera sul significato. Molta poesia di oggi sembra trattare le parole come cose, scoprire (o fondare) significati sulla faccia dei significanti. Lo faceva Zanzotto, non lo ha fatto De André, perché non era quella la direzione della sua ricerca. Eppure anche in una canzone semplice come Rimini può avvenire un’interferenza come quella che abbiamo visto, a conferma che i percorsi della canzone d’autore e quelli della poesia si incrociano di continuo. Se la poesia fosse ancora in metrica, probabilmente la confusione sarebbe maggiore.

De André era d’altronde consapevole di giocare sui due tavoli dell’emotività (le parole e la musica). Molto bella, in questo senso, una sua lettera di ammirazione e di “scuse” a Mario Luzi per il successo raggiunto, assai maggiore di quello dell’anziano poeta. L’unione di timidezza e pubblico è la contraddizione interna a questa nuova figura sociale che è il cantautore, animale ibrido tra l’artista pop e il bibliotecario. De André stesso raccontava di soffrirne molto, e pare che bevesse prima dei concerti per vincere la propria riluttanza alle esibizioni dal vivo. Durante il tour registrato con la PFM, fece così un famoso strafalcione, paragonando l’atmosfera della sua Rimini a quella della Rimini di Federico Fellini, ma invertendo le desinenze di regista e titolo: I Vitelloni di Fellini diventarono così I Vitellini di Felloni. Ecco un altro caso di scivolamento sulla superficie dei significanti, dovuto non all’intuizione poetica, ma all’alcol. E comunque passato alla storia.

Le cronache della Leda #3 – L’idea che ho di me

berlino 2011 - foto gm

Le cronache della Leda #3 – L’idea che ho di me

Ci sono cose alle quali non sono disposta a rinunciare. Non fraintendetemi, sono una abituata a fare a meno di molto, chi è vecchio come me sa di quel che parlo, chi è vecchio come me ha visto la guerra. La guerra è questo, abituarsi a fare a meno di qualunque cosa mentre cerchi di rimanere viva. Quando sei piccola, e io lo ero, puoi provare a trasformare ogni rinuncia in un gioco. Ad esempio avevamo inventato una specie di se dici che hai fame sei morto oppure giocavamo a trova il pane. Per un po’ funziona, poi capisci. Impari a riconoscere il terrore negli occhi dei grandi e in quel momento la guerra diventa anche una cosa tua. Comunque non intendo star qui a fare l’anziana che parla della guerra, che dio ce ne scampi. Dicevo, appunto, che so rinunciare e che l’ho fatto spesso, ma non intendo fare a meno delle mie piccole abitudini, prendendomi in giro da sola, le chiamo i miei momenti o i fatti miei.

Il giovedì mattina io vado al mercato. Non mi faccio influenzare dal clima né da eventuali problemi di salute stagionali, tantomeno da raccomandazioni del tipo: «Ma non uscire che hai il raffreddore, che ci devi andare a fare al mercato con il supermercato qui dietro» (mio marito prima che morisse). «Ma stai in casa che diluvia, io non ci vado» (l’Adriana, la Luisa o la Wanda a scelta). «Mamma, ma sei impazzita? Ieri mi hai detto che avevi la febbre.» (mio figlio che vive dall’altra parte del mondo e telefona ogni morte di papa, visto che ci sentiamo su Skype, ha un concetto bizzarro della parola: ieri). Io al mercato vado sempre, vado e basta. So a cosa state pensando: la risposta è no. Non sono una patita dei prodotti naturali e nemmeno di quelli a chilometri zero. Non credo che al mercato si trovi sempre roba migliore rispetto al supermercato che, tra parentesi, è dietro casa. Vado perché mi piace, perché mi dà l’idea di fare qualcosa di reale, qualcosa che non è sopravvivenza ma è vita. Il mercato è il luogo più vicino all’idea che ho di me. L’idea di me che mi sono fatta, per meglio dire. A questa idea che ho di me piace sorridere alla gente mentre è gentile, al mercato c’è tutto un sorridere,  un dire grazie, un dire per favore, un no, ma prego c’era prima lei, un aspetti che ho l’euro e venti in moneta, un mi fa un piacere grande, un è un po’ che non la vedo, un a casa tutti bene? un aspetti adesso l’aiuto a riempire il carretto. All’idea che ho di me piace tutto questo e certe volte anche a me, e allora vado al mercato per beccare una di quelle volte. Metti che un giovedì decida di stare a casa e capiti, invece,  una di quelle volte dove io e l’idea che ho di me ritorniamo a essere la stessa cosa.

Questo giovedì io e l’idea che ho di me non ci siamo incrociate.

Io avevo la tessera del Pci, io sono stata una militante del Pci. Io sono comunista. E in quanto comunista non sopporto la gente che non sa nulla e parla a caso. Questa cosa mi fa incazzare (passatemi il termine ma oggi sono furibonda). Non sopporto l’arroganza. Ripeto, io avevo la tessera del Pci, solo quella, tutte le derive e declinazioni successive non mi riguardano. Se poi la gente che non sa nulla e parla a caso ha meno di quarant’anni potrei uccidere. Adesso non prendetemi in parola, sono una vecchia signora col gusto della metafora. Oggi, mentre stavo comprando le mele da Giacomo, il fruttivendolo più simpatico che io abbia mai conosciuto, sento questi due ragazzi alle mie spalle parlare. Sintetizzo. La fiducia al Senato è ok; finalmente un giovane; cazzo questo qui ha le palle; visto come teneva la mano in tasca; è sicuro di sé; questo la spesa pubblica la riduce davvero; basta con i politici che fanno e non dicono;  hai visto quante donne? Farà una riforma al mese. Mi sono voltata, erano due studenti, avranno avuto vent’anni, li ho guardati, non ho fatto in tempo a pensare di tacere che già parlavo: «Cosa credete di sapere voi due? La mano in tasca? La sicurezza? Una riforma al mese? Voi che siete così giovani dovreste essere indignati, sconvolti, porca miseria, di avere un capo del Governo non eletto messo lì, uno che se la tira, un democristiano.» Mi hanno riso in faccia, hanno detto qualcosa tipo …rincoglionita e hanno fatto per andarsene via. Io avrei voluto inseguirli ma poi Giacomo mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto di calmarmi, che non era il caso, che quei due erano giovani e stupidi, che si meritavano tutto quello gli stava capitando. Mi ha detto che ero rossa in viso e che tremavo, mi ha fatto sedere dietro il banco della frutta e mi ha dato un bicchier d’acqua. Poi mi sono ripresa e Giacomo si è messo un po’ a parlarmi di Berlinguer, per calmarmi, come se Enrico fosse una tisana. Dopo un quarto d’ora mi sono alzata e prima di avviarmi verso casa, ho detto a Giacomo che non lo sapevo mica se quei due stupidi ragazzi se la meritassero quella roba, quel certificato d’inesistenza politica scritto sul loro futuro.

Oggi sono stata un po’ brusca, lo so, non vogliatemene.

Leda

@ Gianni Montieri

Dario Bellezza: alcune poesie da Libro d’amore. Una lettura

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Oggi e nelle prossime settimane proporrò alcuni testi di Dario Bellezza (1944-1996), nell’intento di rileggere questa grande voce del secondo Novecento, di riscoprirne la limpidezza e l’esattezza ma anche alcune cifre della poetica.
Le poesie scelte oggi provengono dal volume Libro d’amore; pubblicato dalla casa editrice Guanda nel 1982, nella collana diretta da Giovanni Raboni, raccoglie testi scritti tra il 1968 e il 1981. Si tratta della quarta raccolta del poeta, che fu presentato nel 1971 da Pier Paolo Pasolini come la ‘il migliore della nuova generazione’.
Quello di oggi e i prossimi saranno interventi in ‘memoria’. Per dire il suo secolo e il suo presente, Bellezza ha infatti recuperato qui una classicità “interna” (e propria), il mito, una certa ancestrale dimensione della realtà, con un linguaggio poco novecentesco; la sua è una lingua che affonda in un altrove lontano e ‘altro’. Per affrontare il tema dell’amore del titolo e attraverso esso sviscerare temi diversi quali il rapporto con la vita, le generazioni passate e presenti, ma anche con la critica, con una vena polemica sempre aperta, Dario Bellezza ha guardato alla tradizione della poesia di Sandro Penna, riferimento pregnante e calzante ma non totalizzante; Penna è un padre da cui prendere le distanze, dal momento che l’amore di Bellezza è “dolente fino allo spasimo […] bianco lutto […] osceno”, come recita la quarta di copertina e non ha quasi nulla di “lieve e gioioso”.
Il desiderio omoerotico che il poeta esprime non può relegarlo, tuttavia, in una nicchia: sarebbe una forzatura, una delimitazione; per l’appunto, esso diventa pretestuale per parlare di vita e di molto altro. Credo che una possibile chiave di lettura della raccolta possa essere quella di una ‘reazione’ al degrado della sua città, Roma, e della dimensione sociale, politica e culturale in cui essa si trova all’epoca della scrittura testimoniata da molte prose di quel periodo; siamo nei primi anni Ottanta e Bellezza, poeta romano, rifugge il pubblico rifugiandosi in un privato dire e ‘dirsi’. Lo stesso anno esce Sillabario n.2 di Goffredo Parise, in cui il racconto Roma tratta appunto di una cupezza che sovrasta la città intera (di cui parlai qui) e che la rende torbida, invivibile (ma anche Goliarda Sapienza più volte, nei suoi Taccuini degli anni Ottanta, parla di una città caotica e malsana). La Roma invivibile di Dario Bellezza è da lui stesso raccontata con un breve intervento che si può ascoltare qui. Per leggere le poesie qui proposte, trovo possa essere utile tenere a mente che vi è in filigrana una possibile contrapposizione con il presente, anzi una forte scelta di non adesione a esso; così l’amore muove verso una direzione diversa, riuscendo infine a vestirsi di un’inconsueta, sottesa, illuminante “grazia”.

(at)

da “Amore”

Nella mia notte il pessimo tuo mattino
sul lastrico mentre io vado a dormire
e tu non hai casa. Sei solo nel temporale.

Sì, nel lastrico, i marciapiedi a camminare,
sonno mai dormito per te. Invano io
nel letto e le sudate coperte

e tu mendichi a me piangendo la tua giornata
per accontentare la mia primordiale ferocità.

Che ora costringo il mio cattivo giorno all’aria
fino al castello delle tue ossa che un amante
inglese scrocchia.

Non c’è lutto per te, letto, usate
brande o mutande…

*

Il passato della felicità. La sigaretta
accesa dopo la congiunzione casuale
e orale. Tu nel letto a gambe semiaperte: –
incontro di materia, e il segno
della virilità ormai rimpiccolita,
tornata alla pigra quotidianità.

I critici malati d’immortalità:
regine dei giornali che sputano
sentenze mentre tu chiedi
una maglietta vecchia per andare
al mare dove non affoghi
bagnando le tue ali.

*

La leggera sciarpa avvolgi intorno
al collo sottile, con un giro
lunghissimo che sferza l’aria
e mi lega al vento mulinello
che produci e la Vergine o i Gemelli
invano saltano fuori con l’oroscopo
dal giornale.

Tu, stella mia, mi attiri.

*

O Narciso inesprimibile e leggero che fuggi
a me ormai dagli anni consunto, dalle ere
tutte sopra questa mia ambulante carcassa

fermati a guarire il mio cuore stanco
nella notte senza tempo del pensiero!

Sangue e morte e strazio i simboli
arcaici di chi si arrende al tuo fiato
profumato di viole, alla tua mano
dimenticata sul grembo virgineo

di te giovanetto insensato
per questo interamente dedito al passato
corpo interamente innamorato.

Per te cedere a questo bisogno d’infanzia
dell’età presta a passare dileguando.

*

da “De profundis”

Variante

Solo col mutamento ritornerai
rimorso della coscienza attutirai
al vaneggiante mio impossibile desiderio

ma quante volte busserai inascoltato
delittuoso intento mi precipiterà
nel tartaro di tutte le follie!

Magari potessi raggiungerti nell’imperfezione
della mia stracca carne di bestia avvilita e reclusa
farti ancora compassione, risparmiare fiato e voce
per le querele implacate dell’esecrazione.

Invece la monotonia cresce dal fondo
degli anni clandestini
i tiepidi mattini di primavera
lasciano solo amaro nella bocca.

*

Racconto l’affamato scontro di due vite
per impetrare nella vita idiota
la promessa felice della vittoria
sul ricordo del lupo e del pugnale
e voi assonnati adolescenti odorosi
di fumo presto sfiancati dalla maturità
rispettate il codice cupo di chi volle
strumento assurdo dell’eternità.

Il pane muffo e le patate bollite che mangiai
con uno di voi sonnolento buffone meritano
la muffa eterna della vigliaccheria o
la forza della misericordia che s’elimina
crescendo verso la dolcezza estrema
del suicidio più lento: vivere.

*

Bruciavo d’amore e voluttà
nei calzoni fiorenti dell’estate
il latte versavo chiaro
sull’erba matta dei giardini
solo le panche ci erano amiche.
Senza legge l’erotico abbandono
usciva illividito al suo bel bagno
sotto l’innaffio del chiodato airone
puro amore ribadito invano
le membra calde ribaciate intanto
rischiano lo sfacelo e il malefizio
delle generazioni possedute dalla morte.

*

da “Sesso”

Niente si offre per l’ultima volta,
perché tutto dopo il sonno ricomincia.

si riforma il seme dei ragazzi. Le
polluzioni sono infinite. Compagni,

ragazzi morituri, orfani matricidi
spegnete la sete che è in me d’amore
deluso in questi versi rattrappiti.

Giovanni Raboni – Devozioni perverse

2014-02-20 23.05.03

Giovanni Raboni, Devozioni perverse (riflessioni interventi polemiche), Rizzoli, 1994

Il libro raccoglie articoli scritti da Giovanni Raboni tra il 1988 e il 1991 sull’Europeo e su Il Corriere della Sera, libro da me trovato − per fortuna − in uno scaffale de Il Libraccio un paio d’anni fa, a 5 euro. Ne propongo oggi qualche estratto per ricordare ancora una volta la lucidità di racconto del poeta milanese, la capacità di osservazione e analisi delle cose della società, della cultura.  (gm)

***

1988

Esco deluso e amareggiato dalla lettura delle Lezioni americane, il libro postumo di Italo Calvino che ha portato in vetta alle classifiche dei libri più venduti un genere pochissimo avvezzo a quelle altitudini come la saggistica letteraria. Ho appena finito di scrivere queste parole e già mi sembra di sentire un ostile minaccioso mormorio: «Ma come? non ti fa piacere?» No, non mi fa piacere. Non mi fa piacere perché un consenso così anomalo, così insolitamente vasto, è stato ottenuto a prezzo di una semplificazione astuta e spietata di ciò che per sua natura è inesauribilmente, vitalmente complicato: l’idea della letteratura (che è poi, lo si sopporti o no, più o meno come dire: l’idea della realtà). Ridotto a piccole formule elementari, piacevoli, rassicuranti, a pochi temini brillantemente svolti, l’esaltante corpo a corpo che oppone e identifica le forme dell’esperienza e quelle della scrittura, l’incandescenza magmatica dell’emozione e la fredda precisione dell’oggetto poetico finito, viene ridotto qui a un gioco enigmistico e illusionistico di fraudolenza facilità. Di cosa dovrei essere contento? Chi ama la letteratura, e più ancora chi sente il bisogno di nutrirsene, deve innanzitutto rispettarla e temerla, e guardarsi bene dal pretendere o desiderare di venire a capo una volta per tutte.

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1989

È comparso da qualche settimana nella metropolitana milanese un manifesto contro le bande di piccoli vandali che imbrattano e danneggiano le vetture. Dubito che il manifesto varrà a dissuaderli; ma non è questo il punto. A colpirmi è l’abbigliamento del giovane reprobo che, nel manifesto si dà vilmente alla fuga dopo aver rotto un finestrino: blue jeans sbiaditi e desert shoes. Ma guarda un po’: esattamente la divisa, ormai desueta, dei «contestatori» del ’68… Con tutti i modelli (comportamentali ed estetici) di violenza e malavita giovanili succedutisi nel nostro Paese da vent’anni a questa parte, la fantasia dell’anonimo disegnatore non è riuscita a prescindere, a non farsi calamitare da quel remoto, nostalgico figurino.

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1990

Credo proprio che i lettori italiani, intenti come sono a contemplare le eleganti volute di fumo che Kundera riesce a sprigionare dalle ceneri del romanzo mitteleuropeo o, peggio ancora, a farsi deliziare dai suoi aforismi da Scettico Blu, non troveranno né tempo né cuore per rendere giustizia a un exploit come quello di Don Delillo, che nelle cinquecento pagine di Libra  rivive e ci fa rivivere una delle grandi tragedie storiche del secolo, l’assassinio del presidente Kennedy. Peggio per loro. A parte la grandiosa accuratezza della ricostruzione e l’interesse della tesi politica (Delillo è convinto che nel progetto originario della Cia, modificatosi poi strada facendo su «ispirazione» della United Fruit e di altri potentati economici, Kennedy dovesse uscire illeso dall’attentato, la cui paternità sarebbe stata attribuita a Fidel Castro per rilanciare in grande stile l’offensiva contro Cuba), il libro riflette come pochissimi altri in questi anni l’idea, per me fondamentale, che compito supremo di un romanzo non sia tanto formare con la scrittura una metafora della realtà, quanto riuscire a fare della realtà una nuova metafora romanzesca.

1991

Nell’imminenza del processo di secondo grado contro i presunti esecutori e i presunti mandanti dell’assassinio di Luigi Calabresi torna a circolare un’opinione che molti giornali avevano sostenuto o riportato subito dopo la condanna in primo grado di Sofri e degli altri imputati, ossia che il commissario ucciso era stato finalmente «riabilitato». La cosa mi aveva riempito, e ancora mi riempie, di stupore e di sgomento. In che senso la condanna degli assassini, quand’anche le persone condannate fossero davvero tali (e io sono sempre più convinto, anche grazie al libro di Carlo Ginzburg uscito nelle scorse settimane, che nessuno di loro lo sia), può «riabilitare» l’assassinato? In che senso l’innocenza di Calabresi rispetto all’assassinio – quello di Pinelli – di cui era stato a sua volta sospettato, può essere dimostrata dall’eventuale scoperta e dalla conseguente condanna di chi, per vendetta o per qualsiasi altro motivo, ha assassinato lui? Siamo, temo, in un territorio mentale molto oscuro, in cui l’idea della giustizia sembra sfumare in quella dell’ordalia e del sacrificio umano.

© Giovanni Raboni

Lorenzo Biagini – I tre tentativi di appressamento

foto gm

I tre tentativi di appressamento


C’era una volta un ragazzo, che era buono e gentile, ma era morto ammazzato.
E noi di quella morte non avevamo saputo che cosa pensare né cosa dire, non sapevamo niente. Ci aggiravamo silenziosi per la chiesa buia, a mezza voce o solo con gli occhi ci salutavamo, lungo attimi brevissimi ci guardavamo in faccia pensando: E tu che fine hai fatto? E tu dove sei stata tutto questo tempo? E tu? E tu? E lui? E lei? E noi, loro, io? Non sapevamo cosa rispondere.
Si era negli ultimi giorni della primavera del duemilatré, la scuola era finita da ormai sei anni. Da alcuni balconi e finestre sventolavano le bandiere della pace, arcobaleni ortogonali che, se appesi sui lati più esposti, iniziarono presto a scolorire. Di notte per le stazioni transitavano a bassa velocità i treni militari carichi di forniture destinate all’Asia. Le motrici urlavano come animali in gabbia, urla che in breve si annullavano sotto la montagna ferrosa e assordante dei vagoni. Collezionavo prospettive per il futuro, offerte di lavoro e relativi colloqui. Mi fermavo a parlare con tutti, con chi aveva appeso la bandiera, con chi era contrario e non voleva appenderla, con chi manifestava in stazione, con chi partecipava ai picchetti all’università, con chi era capitato lì per caso e voleva soltanto guardare i treni passare. La sensazione che avevo era che per tutti, per tutti quanti e anche per me, il mondo e gli eventi che in esso si susseguivano senza sosta fossero qualcosa che ci interessava, non importa come, ma ci interessava. Per lo stesso motivo collezionavo anche partecipazioni a matrimoni, feste di laurea, feste di compleanno, e fu in occasione di una festa di compleanno (quella del mio fratellino) che PJ mi telefonò per dirmi che avevano trovato il cadavere di Stefano.
Stefano, un nostro compagno di scuola, era stato ucciso non si sa da chi non si sa perché. In seguito ci dissero quando e ci dissero dove, ma fu una soddisfazione avara e meschina, perché in realtà continuammo a non conoscere niente di quella morte, niente di niente, non un accidenti di un cazzo di nulla, e non aveva senso chiedersi quando o chiedersi dove, dal momento che il quando e il dove era una congiunzione qualsiasi di variabili qualsiasi, un (x, y) disperso e irrecuperabile sotto un mantello di nebbia, sotto la lunga cappa impenetrabile agli sguardi che copriva gli anni che separavano la fine della scuola e quel funerale.
Chi è stato? Chiedevamo. Chi ha fatto questa cosa? Chi è stato? Non sapevamo rispondere.

1.
PJ, che è uno che non le manda a dire, era stato, per quello che so, il primo tra noi a far visita al luogo dove Stefano era stato ritrovato. Non ho notizia di altri che prima di lui ci siano stati, anzi sono sicuro (perché conosco PJ e so come è fatto) che è stato lui il primo ad andarci. Magari non sarà stato il primo a riconoscere che l’innocenza delle nostre giovinezze era finita per sempre, caduta in un pozzo di scolo, sepolta sotto macerie e materiali di scarto, ma so che lo fece, riconobbe anche lui questo dato di fatto, e agì di conseguenza. PJ fu (come del resto è sempre stato) coerente. Lo fu in questo caso nel volere rinunciare a ciò che era perduto, ben sapendo tra l’altro che l’atto di rinuncia poteva essere certificato in pochi minuti, grazie a una apparentemente breve e non impegnativa passeggiata nella prima periferia della città.
Il luogo era una zona industriale solitaria e in rovina, che rimontava al tempo in cui i canali della città ancora funzionavano. Giaceva in una piccola conca, un affossamento delle sabbie pleistoceniche, poco visibile dalle case e dalle strade all’intorno. Poco più a monte, da un balzo del terreno, da sotto il viadotto di uno stradone periferico e scuro, sbucava il corso di vecchio canale, che un tempo arrivava al porto, quando il porto ancora esisteva. C’era una chiusa, al centro dell’area, un casotto composto di blocchi squadrati e bracci che, da una parte e dall’altra, uscivano a coprire il canale. Il canale, giunto alla chiusa, si divideva in due rami, complicando la geografia di quel luogo e rendendo necessario il grazioso intrico di ponticelli in ferro che collegavano tra loro gli argini, come in una Königsberg in miniatura. La presenza dei macchinari e della chiusa aveva favorito in passato il sorgere tutt’intorno di alcuni pesanti capanni con comignoli in mattone, fabbriche tessili per la gran parte. Ora la vecchia casa di manovra, dismessa in mezzo al suo isolotto, contemplava la dismissione generale di quei muri e cancelli e lucernai ottocenteschi, i capannoni vuoti, le finestre senza vetri, i cancelli chiusi, e intanto i due stremati corsi d’acqua le scorrevano a fianco, pacifici, e la circondavano facendola sembrare un castelletto con i suoi fossati e ponti ed elementi aggettanti.
Avevo chiesto a PJ che cosa aveva visto.
Non c’è un cazzo, mi aveva risposto. Non c’è un cazzo da vedere. Me lo diceva come se quella cosa, cioè il fatto che non ci fosse nulla da vedere, fosse di per sé incredibile, molto più incredibile di qualsiasi altra fantasia, molto più incredibile del non potersi immaginare nulla, in quel luogo, a eccezione del nulla stesso.
PJ era andato alla chiusa durante i lunghi giorni che erano trascorsi dal ritrovamento del cadavere, in attesa del funerale, di cui non era stata ancora decisa la data, né si sapeva quando sarebbe stata decisa. Quei giorni dovevano avere snervato parecchio PJ, che spesso chiedeva, parlando fra sé oppure con noialtri: Quanto ci vuole per decidere una data per un funerale?
Credo sia stato per questo motivo – per il nervoso che lasciano gli appuntamenti sfocati e sgraditi – che senza aspettare nessuno e senza dirlo a nessuno PJ, un pomeriggio, era sceso nella zona dei canali. Non aveva visto un cartello e perciò aveva sbagliato strada una prima volta, allora aveva imboccato un paio di altri incroci ed era finalmente arrivato sul lato giusto dell’argine, sul lato dove c’è anche un parcheggio, da dove parte il sentiero che conduce alla casa di manovra.
PJ mi aveva poi spiegato come potevo raggiungere il luogo senza perdermi, ma poi, dopo che mi aveva risposto che non c’era un cazzo da vedere, non gli avevo chiesto più niente, e lui non mi aveva detto più niente.
Ma tra le cose che non mi disse c’era che aveva incontrato qualcuno, durante la sua escursione.
PJ lo aveva visto da lontano. Sembrava un uomo, alto, non magro, con dei vestiti che appoggiavano goffamente sulle spalle. L’uomo era in piedi, una mano sulla sottile spalliera di un ponticello, fumava una sigaretta. PJ riusciva a vedere il movimento del braccio e della mano che raggiungeva la bocca, e vedeva il fumo uscire poi dalla bocca dell’uomo. Non appena PJ distolse lo sguardo, per guardare a terra e per non inciampare nei gradini in discesa del sentiero, improvvisamente sentì una preoccupazione scendergli giù per la schiena. Chi è quello? si chiese.
Il sentiero scendeva dal parcheggio fino alla base dell’argine. Qui incrociava un altro percorso, parallelo al canale, che verso sinistra portava alla campagna e dall’altra parte alla città. Vi era poi un’altra breve scaletta che per pochi metri saliva fino sull’argine. Si trattava del percorso che PJ aveva in mente di fare. Dalla cima di questa seconda scala si raggiungevano infatti i passaggi che conducevano sull’altro lato della chiusa e che erano indispensabili da percorrere, per chi avesse voluto esplorare tutta l’area e averne una visione ben definita e completa. Il problema era che proprio a metà di uno di questi passaggi c’era uno sconosciuto dall’aria sospetta, sì, senza dubbio sospetto. PJ ora, dalla base della scala, non riusciva vederlo. L’argine non era alto, ma tanto bastava per nascondere la figura dell’uomo da quel punto. L’assassino torna sempre sul luogo del delitto, venne da pensare al mio amico. Un brivido gli fece tremare i polsi e la struttura vestigiale del coccige. Cambio di programma, si disse. Lasciò perdere l’ipotesi di salire sull’argine. Non intendeva minimamente avere l’occasione di ritrovarselo di fronte a una distanza non troppo sicura. PJ si voltò verso destra. Il sentiero che aveva incrociato si inoltrava stretto, tra il ponte d’accesso alla casa di manovra e l’alto muro di recinzione di una delle vecchie fabbriche. Il mio amico stava perdendosi in una ridda di pensieri, quando improvvisamente pensò potesse trattarsi di un poliziotto. Potrebbe scambiare me per l’assassino, pensò in quel momento, anch’io sono sul luogo del delitto. Prese a camminare con decisione in direzione della città. Il sentiero, con una salita non ripida, giungeva fino al livello degli argini e subito dopo piegava verso destra dietro il muro di recinzione, all’ombra di due robinie. Il ragazzo fece i pochi passi in salita. Ora, lui e l’uomo erano di nuovo visibili l’uno all’altro, e PJ si sentiva gli occhi dell’uomo addosso. Tra un istante sarebbe stato al sicuro, tra poco ogni dettaglio sarebbe rimasto nascosto. Ma poi, inconsciamente, si voltò. L’uomo era ancora nella posizione di prima. A PJ sembrò che il tizio gli avesse rivolto un cenno, e così PJ rispose, lo salutò da lontano, agitando la mano, poi si voltò di nuovo e riprese a camminare più veloce. In breve arrivò allo stradone che sovrastava l’area. Dovette quindi camminare una decina di minuti per tornare con calma al parcheggio, senza ripassare dalla chiusa e riprendendo fiato.
Quando alla fine si seppe in giro la data stabilita per il funerale, PJ tirò un sospiro di sollievo.

2.
Pochi giorni fa Spucchio, che sapeva che ero tornato in città, mi ha telefonato e mi ha chiesto che progetti avevo per la serata. Non ne avevo e lui mi ha invitato a uscire. Così l’ho raggiunto in un locale. Con lui c’erano anche una ragazza che non avevo mai visto prima e Algenio Farolfi.
Algenio è un ex studente della nostra stessa scuola. Non era in classe con noi, ma ugualmente lo conosciamo bene. A dir la verità, esce molto più spesso con Spucchio e con lui ha sempre parlato più che con me. Mi è sempre sembrato un tizio a posto, tranquillo, perché parla poco e, quando parla, lo fa a voce bassa, come per non disturbare. So che è un ragazzo serio, credo stia studiando all’università per un dottorato in filologia germanica. Per come me lo ricordavo, non mi era mai parso particolarmente teso o preoccupato nei confronti della vita.
Abbiamo bevuto delle birre, poi ci siamo spostati in un altro locale, ci siamo seduti a un tavolo e abbiamo continuato a bere, e mentre Spucchio parlava fitto con la ragazza, e intorno c’era un gran viavai di persone e bicchieri, Algenio mi ha parlato e mi ha raccontato la sua storia.
Ti ha mai detto Spucchio che qualche anno fa coltivavo la passione per i sonetti acrostici. Nel duemilacinque o nel duemilasei, non ricordo. Mi ero detto: Ehi! Ho sette lettere nel nome e sette nel cognome, posso comporre sonetti acrostici con il mio nome e cognome. Sono andato avanti per qualche mese, ne ho completati sei o sette e altrettanti ne ho iniziati e lasciati a metà, poi ho smesso, troppo impegnativo. E che impegno. Mi ero anche riletto Foscolo. E sai cosa mi era successo? Porca vacca. Stefano. Ti ricordi Stefano? Non so se tu e Spucchio ne parlate, di questa cosa di Stefano. Io ne ero molto ossessionato, in quel periodo, ci pensavo continuamente, e una notte lo ho visto, sognato. Nel sogno eravamo sotto un portico, c’erano anche Sergio e Plato, prima parlavamo di altre cose, poi Ste mi diceva che sia io sia lui abbiamo sette lettere nel nome e sette nel cognome, e mi diceva che potevamo tutti e due scrivere dei sonetti acrostici con i nostri nomi. Poi smettevamo di parlare e lui mi abbracciava e io nell’abbracciarlo pensavo Strano, non puzza, mi avevano detto che puzzava. Io nel sogno mi ero subito vergognato di questo pensiero, non so se anche a te ti capita, vergognarti di quello che fai nei sogni. Mi ero svegliato di botto e molto vergognosamente. Questo era nel duemilasei, sì, era l’anno dei mondiali. Erano passati tre anni da quando era morto. Tu pensa: passano tre anni in cui io meno il tempo a distrarmi, a seguire diversivi e stravaganze, a cazzeggiare tra incertezze e distrazioni, tutto pur di non pensarci, e poi all’improvviso mi torna in mente con una intensità tale che lo sogno addirittura. Mi sono detto: Saremmo capaci di passare interi lustri, intere generazioni occupandoci di altro, occupando i nostri cervelli con qualsiasi cosa altra da quello scempio irragionevole. Da quel momento ho lasciato perdere i sonetti acrostici e ho deciso che dovevo fare un atto psicomagico. Sai cos’è? Un rituale che ti permette di stare meglio. Lo sai, no? E ne ho concluso che l’atto psicomagico era: capirci qualcosa. Pensavo: ci sarà stata una ragione per cui mi sono comportato così, e per cui mi sono impegnato a non pensare alla morte, e magari la ragione era il puro e semplice istinto di sopravvivenza, cioè l’istinto a evitare quel misto di inazione e demenza che deriva dal permettere al pensiero della morte di affacciarsi alla tua mente e conseguentemente invaderla e farne un suo dominio. In quel momento ho avvertito un’altra e diversa esigenza, perché d’altronde si trattava pur sempre di un giallo senza soluzione, un omicidio senza colpevole. Certo non lo avrei risolto, però mi sentivo perfettamente in grado di capirci qualcosa, o almeno credevo di esserlo. Così sono andato a vedere il posto dove l’hanno trovato. Sì, proprio così. Non te lo consiglio. Se non ci sei mai stato, non andarci, a meno che non ne hai davvero bisogno. Io sentivo di averne bisogno, e infatti a me in qualche modo è servito, ma l’atto psicomagico, sai, è una questione personale: quello che è servito a me potrebbe essere dannoso per te. Io ci sono andato il giorno dei quarti di finale contro l’Australia, verso l’ora di pranzo, la partita sarebbe iniziata nel pomeriggio. E mentre ero lì mi tornava alla mente l’aria di vetro. C’è un poeta che parla dell’aria di vetro, pallida, o arida, non ricordo. È una poesia in cui lui si gira indietro, si guarda alle spalle e vede per un istante il mondo annullato, vuoto, e poi subito, l’istante dopo, ricompaiono tutte le cose, come su uno schermo. La luce del sole, che pareva una luce d’eclissi, e una leggera foschia, quell’endemica desaturazione dei colori che hanno i luoghi sabbiosi, mi facevano pensare appunto a questo. Ho camminato per qualche minuto, non ricordo più niente di quello che ho visto, suppongo fosse tutt’altro che degno di essere ricordato. Ho fatto semplicemente un giro. All’inizio stavo bene, provavo una sensazione tutto sommato piacevole, lontano com’ero dal rumore e dal traffico della città. Ma poi mi era successo che all’improvviso avevo sentito montarmi dentro una strana nausea, che quasi partiva dalla testa. All’improvviso avevo paura, una paura boia, mi ero chiesto: Dove sto andando? Dove arriva questo sentiero? Avevo accelerato il passo, ma per il nervoso i muscoli delle gambe mi facevano male. Mi sembrava di stare camminando senza sosta da anni. Volevo fermarmi, ma sapevo che se lo avessi fatto sarebbe stata la fine. Pensavo: Poco mi manca per diventare pazzo dietro questa storia. Non ero il primo ad aver sognato Stefano, non sarei stato l’ultimo. Conosco gente che lo ha sognato e che ci sono rimasti sotto, chi più chi meno. Plato. Ti ricordi Plato? Quando delirava e si strafaceva di casa e pantofole perché così Stefano gli aveva chiesto in sogno. Ricordi? Ero certo che mancasse poco anche a me per diventare così. Camminavo in una piana assolata, le ghiaie, gli sterpi, due rivoli, un cantiere, ma mi sembrava tutt’altro, era un abisso, riuscivo perfino a sentire l’eco dei miei passi sulla ghiaia del sentiero, o forse era un mostro che mi seguiva da vicino, una di quelle bestie oscure di cui si legge sui giornali, ma non mi sono girato indietro a guardare. Mi sono detto: tieni duro, tieni duro, non mollare. Mi sono ripetuto che non volevo farmaci e non volevo malattie e non volevo sentire dolore. Ho pensato che ne avevo abbastanza, di quella ossessione, sono andato via, sono scappato via, e ti giuro che finché non sono risalito sulla strada – e davvero non so come ho fatto a tornare da dove ero partito – per tutto il tempo ho continuato a sentire qualcuno che mi seguiva, mi seguiva da vicino, avevo la pelle d’oca. Ho messo in moto e sono scappato via di corsa. Avevo un appuntamento con Spucchio per guardarci insieme la partita, l’appuntamento era proprio qui, dove siamo adesso. Giù alla chiusa non ci sono più tornato, neanche avvicinato, e adesso, anche se a volte ci ripenso e ripenso a tutta la storia, comunque non ho più fatto brutti sogni su di lui.

3.
Non avevo mai ascoltato niente di più incredibile. Ma il racconto di Algenio aveva da essere soltanto l’inizio. Quella notte ripensai al funerale di Stefano, e così tutto il giorno e la notte seguente. Mi sarei fermato in città solo per poco tempo, dovevo prendere una decisione rapida.
E così alla fine arrivai anch’io al luogo stregato, al castello dei fantasmi, alla tana degli spettri. Era davvero passato tutto quel tempo che Algenio diceva essere passato? O eravamo ancora nel giorno e nell’ora esatta in cui tutto era aveva avuto inizio?
Algenio aveva sentito dei passi che non erano i suoi, anche se poi ammettere questa anomalia della fisica gli era costato una fatica enorme e ancora ne pagava le conseguenze. PJ lo aveva visto, lo aveva addirittura salutato. Ma chi? Chi era? Entrambi si erano resi conto che egli esisteva, entrambi avevano riconosciuto uno statuto sensibile a quello che altrimenti sarebbe rimasto un fantasma, un’ombra senza corpo. Ma chi era quel doppelgänger meridiano che ci si rivelava, che si manifestava a chiunque di noi si recasse in quel luogo con l’intenzione di renderlo un luogo della nostra propria anima? Chi ci impediva di raggiungere questo scopo? Perché ce lo impediva? Chi era, come era fatto, era giovane o vecchio? Era nato al tempo delle piramidi? O si era scavato una galleria nella materia fusa fino alle croste continentali? Aveva assistito allo sbarco degli dèi sulla terra e aveva visto gli eroi combattere tra loro lungo gli eoni trascorsi dalle età mitiche a noi? O forse era egli stesso una divinità generatasi in un tempo ancor più remoto, uno spirito genieno messo a guardia dell’acqua e dell’erba? Quali erano i suoi poteri? Di cosa era capace? Di cosa erano capaci i suoi sensi, la sua vista, la sua intuizione? Perché ci seguiva? Cosa ci voleva dire? Aveva qualcosa da dirci? Di certo si trattava di qualcuno che sapeva che cosa era successo. Non poteva non saperlo. Le connessioni ancestrali che lo radicavano in quel luogo dovevano per forza averlo messo in grado di conoscere quello che lì era accaduto in una delle ultime sere della primavera del duemilatré.
Non so chi fosse. Incontrarlo e farmi raccontare tutto quello che aveva da dire non mi ha dato risposta a nessuna domanda. Sono rimasto escluso dal comprendere il cuore di tutto il mistero, quel cuore spaccato dal coltello, quello squarcio in cui non si poteva guardare. Sono rimasto ad ascoltarlo per tutto il tempo, senza quasi parlare, senza riuscire a ricordarmi come lo avessi incontrato.
Il mestiere che faceva non me lo disse, ma credo facesse il casellante, o forse lavorava in una cooperativa di giardinaggio, e neppure mi descrisse sua moglie, che pure esisteva, trovandosi lui – come mi raccontava – tutte le notti a dormire con lei, tutte le notti da trent’anni o forse più, non mi disse neanche questo, suppongo fossero una trentina o poco più. Non riuscivo a cogliere distintamente i tratti dell’uomo che avevo di fronte, e la sua età mi era sconosciuta, e tuttavia, dalla voce e da certi termini che usava, immaginavo che avesse da poco passato la cinquantina. Eravamo sul ponticello che collega l’argine esterno dal lato del parcheggio alla lingua di terra che, a ridosso della chiusa e alla stessa altezza degli argini, separa i due canali. Lui mi parlava e io ascoltavo.
Più di una volta – mi raccontava – aveva sentito la faccia gonfiarsi e la massa del corpo gonfiarsi anch’essa, come un pallone a forma di corpo umano, con braccia e gambe gonfie e con in cima una testa tonda e gonfia, anche la testa gonfia come un grosso pallone. Gli succedeva quando intorno era buio e fuori era notte, dopo essersi svegliato e trovato tra la veglia e il sonno, nel silenzio imperfetto della città notturna. L’uomo sentiva solo i loro respiri nella stanza e pochi altri rumori sottili. Ascoltava i respiri cercando nelle simmetrie di inspirazione ed espirazione un pendolo ipnotico che lo riportasse dall’altro lato della coscienza, e intanto dentro all’orecchio appoggiato sul cuscino sentiva propagarsi basso il rombare del sangue, e sistole e diastole e sistole e diastole e a tratti credeva già di vedere persone che in realtà non erano presenti e di sentire parole che nessuno stava pronunciando per davvero. A un tratto sentiva che già aveva iniziato a gonfiarsi. Era una sensazione che sempre partiva dai denti. A un tratto sentiva che i denti erano circondati da uno strato molto spesso di carne, i denti erano immersi nella faccia, perduti in una massa enfiata e turgida, e la linea della bocca era una fessura sempre più stretta, stretta tra labbra diventate enormi per via di quel gonfiore. Non azzardava di aprire la bocca, né di muovere la lingua per toccarsi i denti, né di aprire lo spesso strato delle palpebre, poiché temeva più di tutto le lacerazioni della pelle. Sentiva la pelle tirarsi, come per voler da un momento all’altro incrinarsi e spaccarsi come la superficie secca di una bolla troppo piena. Gli occhi erano gocce cristalline immerse nella carne della testa, le unghie erano frammenti lunati incastonati nella carne delle dita. La pelle era tesa, tirata, la carne insensibile, era come un’anestesia. Quando al mattino si svegliava, le dimensioni del corpo erano tornate alla normalità.
Avevamo preso a camminare lentamente, lasciandoci la chiusa alle spalle e seguendo i corsi paralleli dei due canali nel loro perdersi nella pianura.
Camminavamo sul prato lungo e stretto in mezzo alle due acque. Vedemmo una donna venirci incontro, la donna passeggiava tenendo un grosso cane nero al guinzaglio e parlava al cellulare. Quando la incrociammo, notai con la coda dell’occhio un cenno di saluto tra lui e lei. Ne dedussi che l’uomo abitava non lontano da lì. Pensai che era uno a cui piaceva passeggiare nei dintorni. Forse anche lui aveva avuto un cane, in passato.
L’uomo aveva una singolare occupazione, mi stava raccontando. Cercava di comprendere il modo in cui la città aveva spinto i confini più in là stagione dopo stagione e anno dopo anno, e cercava in ciò di arrivare all’essenza dei frammentari e persistenti cambiamenti che a poco alla volta avevano coinvolto il tracciato delle strade e la disposizione degli edifici e il profilo degli isolati, arrivando a toccare vecchi cascinali e chiuse dismesse e inglobando obsoleti corpi di fabbrica che fino a mezzo secolo prima avevano giaciuto isolati nella polvere. La città si era ingrandita come un’arancia ipertrofica, mi stava dicendo l’uomo, dovevo immaginarmi che gli spicchi di questa arancia erano delimitati dalle antiche strade che un tempo si allungavano nel contado e che ora sfociavano nel nulla di una periferia che di botto terminava come una buccia, ma questa buccia, diceva, si era in alcuni punti come spaccata e poi slabbrata e rinsecchita, e in queste lacerazioni si annidavano spiriti di ogni genere, si nascondevano storie che pochissimi ancora ricordavano.
Ci stavamo avvicinando alla base di un alto ponte, alquanto imponente, di mattoni rosso vivo. Tre grosse arcate univano gli argini esterni dei due canali (che in quel punto erano molto elevati) e sovrastavano trasversalmente il nostro sentiero. Si trattava della linea ferroviaria che dallo scalo merci, a est, conduceva bisarche, cisterne e carri alle altre varie linee che portavano in altre città. Quando stavamo per passare sotto al ponte, un treno fece la sua sferragliante comparsa, colorato di tanti e diversi container.
Di giorno – mi raccontava, – quando era al lavoro gli succedeva di vedere persone che in realtà non esistevano. Si trattava di corpi diafani – diceva, – coscienze impalpabili che sgusciavano via tra la folla, incuranti di tutto, persino della propria non esistenza, cioè credendo di essere visti e toccati, quando tuttavia ciò non
accadeva né mai sarebbe potuto accadere. Mi raccontava queste cose con un tono che mi sembrava malinconico, ma non riuscivo a comprendere perché le note della sua malinconia fossero tanto evidenti e sincere, come se stesse parlando a un vecchio conoscente, o a un figlio, e non certo al primo incontrato per la strada.
Al termine del nostro passeggiare, poco prima di raggiungere un borghetto di case, l’uomo mi indicò un punto, poco sopra il sentiero che stavamo percorrendo. Sulla nostra destra – cosa di cui non mi ero affatto accorto – non c’era più traccia del canale. Doveva essersi interrato poco più indietro, perché al suo posto giaceva un campo arato, di cui avevamo percorso tutto il lato a ovest, e poco oltre, all’angolo del campo, svettava un ciuffo verde scuro di alberi. Il luogo che indicava era in direzione di quegli alberi e mi apparve come in una specie di visione. Davanti a noi era una baracca di lamiera arrugginita e storta, in ombra sotto i bossi e i mirabolani, un vecchio magazzino per gli attrezzi, basso, col tetto piatto e senza finestre. Tutto intorno alle pareti esterne era stato teso in più giri un nastro di plastica bianco e rosso, con una scritta nera “Polizia Scientifica”. Mentre guardavo il nastro, incapace di guardare altrove, sentivo la voce dell’uomo raccontarmi una storia di violenza, di innocenza recisa, e mi si si andavano formando nella testa immagini, una pensilina del bus, una sera senza luna, una ragazza di non più di quindici anni, e dentro alla baracca un cucinino rugginoso e un materasso, una bottiglia rotta, un mucchietto di mozziconi e carta straccia.
Era la voce dell’uomo, quella che stavo ascoltando?
Stavo ascoltando la voce di qualcuno che mi parlava?
Ebbi in quel momento la visione distinta e precisa del corpo greve della belva, il cadavere del mostro sgozzato per vendetta e lasciato a marcire sotto poca terra e foglie, a non molti chilometri, non più di dieci, in linea d’aria da dove eravamo.
Mi ritrovai fuori, alla luce del giorno. Ero rimasto solo.


Ieri ho telefonato ad Algenio Farolfi, ci siamo visti a casa sua. Mi ha offerto un tè al gelsomino e io gli ho detto cosa mi era capitato. Mi ha ascoltato, ha detto che mi capiva, mi ha persino rassicurato. Ha detto che riconosceva la situazione per averne letto in qualche polveroso libro di storia: ne parlavano antichi registri parrocchiali e, da quel che ho capito, c’erano anche state delle indagini da parte dell’inquisizione, ma non me la sono sentita di approfondire il discorso. Ha detto che non avevo nulla da temere, non mi sarebbe successo niente di male, e così abbiamo finito le nostre tazze di tè parlando d’altro.
Quando sono uscito da casa di Algenio, mi sono assolutamente deciso a concludere tutta questa storia in qualche modo, non importa come, solo concluderla, chiuderla in una bottiglia e buttarla a mare oppure scagliarla lontano, come una sonda interstellare in cerca di civiltà negli altri sistemi solari.
Scrivo queste pagine mentre ancora una volta – e spero per l’ultima volta – mi allontano dalla mia città decrepita di colpe, che pecca per troppo volere e che inesorabilmente ci divora. Sono ancora pieno di tutte le domande che avevo all’inizio, le stesse domande di sempre. Il mondo, per quanto impegno uno possa metterci, non girerà mai diversamente, e una volta che sia stato pulito, è difficile vederne le macchie che ci hanno segnati.
Quel giorno, al funerale di Stefano, in piedi in un angolo della chiesa buia, attraverso gli occhi di ogni nostro amico e vicino rientravamo nei nostri, e da lì nelle nostre teste tanto più illuminate, oh, quanto ci sembravano più illuminate di quella grigia e inutile chiesa di provincia, e così, pieni di fiducia, percorrevamo le sale e gli androni dei nostri cervelli, avvicinandoci a grandi passi verso ciò che sapevamo che ci avrebbe dischiuso tutte le risposte necessarie, e già potevamo vedere in fondo ai corridoi neuronali la meta e già quell’ultima stanza – quella con le finestre più ampie – era vicina, sempre più vicina, e infine davanti alla vetrata con bovindo in stile coloniale ci affacciammo sul grande giardino che da sempre abbelliva il retro delle nostre coscienze, sicuri che avremmo contemplato la verità, sicuri di scorgere qualcosa, almeno una traccia, un indizio, qualcosa, ma davanti a noi c’era solo nebbia fittissima, sporca, del colore dell’acciaio.

@Lorenzo Biagini

Nina Maroccolo, Malestremo

MaroccoloMalestremo

Nina Maroccolo, Malestremo

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Il percorso che tocca Sedici viaggi nell’Altrove – così recita il sottotitolo di Malestremo, terza e conclusiva  tappa della trilogia che Nina Maroccolo ha iniziato con le poesie di Illacrimata (2011) e proseguito con  il romanzo Animamadre (2012) –  è introdotto da un testo, Cambio l’incipit, il quale porta con sé, mescola, dosa, modula, alterna i due movimenti principali di riconoscimento e capovolgimento che ne animano la composizione. Letture che provengono da un’età nel quale appare spontaneo il processo di identificazione con gli eroi, umani e ferini, duettano con classici non più innocui, con miti della modernità occidentale e con la sapienza orientale conosciuta e misurata. Colei che compie i viaggi nell’Altrove padroneggia saldamente la barra del timone e le forme molteplici di cui narra le manifestazioni; il ‘ma’ avversativo mette in guardia da sbrigative semplificazioni circa le modalità espressive: «Una femmina sola, tigresca, un peach blossom purpureo. Scrivo→ma canto. Canto→ma scrivo. Scrivo→ma disegno. Teatralizzo la parte migliore di me stessa » → ma sono quel che sono. Dunque, prendetemi così, sincera e imbarazzante. Comune neorealista, nostalgica rétro. […] Figlio tigrottini→ ma poi mi manco di spirito urbano.» Così, l’invettiva di Karl Moor ne I masnadieri di Schiller diventa qui lucida constatazione e punto di partenza: «Uno schifo di secolo: s’oscurerà il pianeta per protesta». Del Faust contemporaneo afferma: «Non c’è Dio che tenga. Faust piange.»
Delirio? Suggestivo sperimentalismo? Eterea fluttuazione? Gioco di veli sollevati e sipari calati? Niente di tutto questo, ché accontentarsi dell’epidermide è fare il gioco dell’impostura e commettere l’errore di prendere alla leggera la dichiarazione di neorealismo palesata nell’incipit. La esemplarità di vicende – Beslan ne Il giorno della conoscenza, la scomparsa di Ettore Majorana e le responsabilità della ricerca scientifica in Malestremo – e di figure, storiche – Jeanne Roques in Musidora, Sarah Winchester in Winchester House – e archetipiche – Andromaca e la cognizione del dolore in Malestremo, Perceval e la quête perenne nel racconto omonimo – contribuisce a rendere più acuta e veritiera l’energia visionaria che sprigiona da questi viaggi. Qual è l’approdo? Non certo una deriva consolatoria, una deviazione nella terra dei Lotofagi, ma, al contrario, la consapevolezza dell’irreversibilità del processo di conoscenza del «malestremo chiamato identità»; chi lo ha guardato in faccia, non può negarne l’esistenza, circondarsi di cesellate chicchere e imbottirsi di vane chiacchiere in tranquillizzanti tè dalla raffinatezza narcotica: «le verità castigano l’innocenza».

©Anna Maria Curci

PROLOGO

Beslan, Ossetia del Nord,

(Cecenia 2004).

Si chiamava Sergej. Aveva otto anni.
Quel mattino Sergej camminava sul marciapiede costeggiando il muretto che separava il parco-giochi dalla via principale di Beslan. Passava sempre da lì per andare a scuola, e fu in quel tratto che gli fiorì un pensiero. Decise di chiuderlo a chiave in cantina, come si rinchiude l’ombra nera di qualche mostro.
Ed ecco che il cielo si fece basso per proteggere la terra in una stretta intima e silenziosa: Sergej guardava la sua mano bianchissima intrecciarsi a quella materna. Pallide mani da cui sorgeva qualcosa di simile alla gioia.
Sergej dondolò Gioia, dondolò mani di cielo e mani di terra fino a quando il pensiero non mise parola.
Mani di terra, a quel pensiero non fece caso.
Madre e figlio camminarono fianco a fianco. Arrivati all’edificio, il bambino si voltò ripetendo la stessa frase:
“Vieni a prendermi tardi, mamma. Molto tardi…”
*
Lei, Anja, ventiquattro anni, era una delle maestre di Sergej.

Lo chiamai Principio di Vita quel mattino a Beslan, che non ebbe a conoscere, sino allora, il tratto brevilineo dell’uomo, i
suoi cavernosi avvallamenti.
Il diritto alla contemporaneità si identificò nel pianoro rettangolare uso palestra, divenuto almanacco a breve scadenza; simbolo dei ribelli indipendentisti ceceni.
Mi sentii piagata dal vento.
Era il giorno della Conoscenza, il primo giorno di scuola.
Per molti bambini il primo nutrimento.
Trovarono l’avvenire: il pianto, la sete, il sangue. L’occhio ferreo che chi muore non nasconde ma langue soltanto.
Presagivo mausolei privati. Così sarebbe stato, affinché mezza verità negasse l’altra mezza.
Ci avrebbero fatti saltare in aria, probabilmente dopo un tentativo di liberazione da parte delle forze militari speciali.
Con fare ineluttabile del Cremlino.

Nascosi l’intelletto. Sapevo che la perdita di ostaggi avrebbe rappresentato il male minore; salvare il salvabile era un atto necessario non sempre lecito.
I nostri amorini alati: troppa luce avrebbe addolorato se mancante di resurrezione.
Il solo ed unico auspicio doveva confermare l’archiviazione della loro incolumità, la riconsegna alle famiglie, anche se queste ultime rigettavano qualsiasi soluzione armata.
Ma l’irruzione dei soldati russi era pressoché certa.
Divenni muta. La mia lingua, un tempo imbevuta d’etere, vagante tra profluvi di stelle, aveva il sapore del cloroformio.
«Sempre con la bocca chiusa!» urlava mia madre.
«Dalla tua escono solo fiamme… Lingua incendiaria!»
E gemevo con la voglia di essere dimenticata.
Lei era stata uno zoccolo scalpitante della rivoluzione del ’17. Disgiunta dallo stalinismo si lasciò invecchiare lustrando gli anni stupefacenti del comunismo più vero, ancora superba negli ideali, mai presa dal risucchio della Storia. Il suo intero sguardo volle armarsi di luce, come un’icona riparatrice. Urna memoriale della Russia traviata, quella dei versi spinati, dal divenire imperfetto:
«Perché, saremmo noi gli indegni? Noi del popolo, con le nostre fiaccole proletarie?! Feudatari dei GULag, vergognatevi!»
Prendevo le sue mani bianche, le serravo a ogiva:
«La rivolta in una preghiera, madre».
«Nessuno è ospite della mia casa che non sia incarnato!».
Fiordi gelidi erano i postumi della fede. Si sarebbe aggiudicata un aldilà turgido.
“Maestra… Non lo faccia…” disse Sergej.
“Fare cosa?”Anja rimase sorpresa. Cercava di non capire la precisione sensorea di quella domanda.
“Lo sa, maestra… Torneremo molto tardi stasera…”
Con ginocchia devote all’inchiostro mi strusciai verso i bagni. Con un cenno della mano chiesi il permesso a uno dei carcerieri. Avevo sete.
Lo guardai per ricevere l’assenso.
Avrei bevuto la mia stessa urina.
Diventai fortezza in rovina, eguagliata solo ai drappi neri del lutto. Avida di vita, avida a vita: proprio come Madre Russia. Dichiarai di non esserne figlia: Perché tu mi guardasti solo con gli occhi, che non mi videro.
«Il denaro è la stazione del pianto. Osservo il gradimento nelle tasche altrui… Cerco l’avere per il dare, cerco il pane dell’uguaglianza. O sono beati solo coloro che mangiano con il ventre già pieno, perché lo fanno nel nome del Signore?!».
Mia madre, ladra nel nome di Lenin.
«Noi del popolo, noi illuminati siamo la conoscenza della privazione, il rigore del nostro sangue!».
Cavalcavo ossessioni, schienali adunchi. Vennero a generarmi, i demoni.
«Eppure taci, figlia, col tuo ceppo di grida! Nessuno prega per te, solo tua madre… ».
Mi sentii una valvola inceppata.

Ci scucimmo.
La nostra libertà non aveva sede di salvezza, un perimetro consolatorio. Ebbe solitudine da bisbigliare.
Il colonialismo, suolo capelluto affamato d’annessi cutanei, menzogna votata alle più sincere intenzioni, descrisse la Cecenia nucleo stellare morente. Poi, ininterrotto cinismo senza tempo né direzione.
Fu quello scatto, il non-ritorno.
“Maestra… Non lo faccia…” disse nuovamente Sergej.
“Torneremo a casa, stai tranquillo piccolo mio…”
Cielo plumbeo.
I miei roditori stavano giocando d’astuzia. Rosicchiavano, e rosicchiavano, e rosicchiavano in moto perpetuo, circolare, febbrile; ormai volontà povera, questa mia. Uncinata e santa.
“Perdonami, Sergej, le sofferenze che non riesco a trattenere” poi, il boato.
L’universo sintetico equipaggiò scandali umani: c’era sempre un’occasione di peccato tra fenomeni compatibili.

Impietrirono i giorni nostri, e i taccuini di stelle, le vertebre planetarie gemettero come tragici sassi privi di parole e di spina. La morte levigata d’universo: simultaneità del divino o dell’umano?
“… maestra… non mi lasci…” disse Sergej, ferito.
“Sono molto, molto cattiva!”
“… non l’ha fatto, maestra… non l’ha fatto!”
Dovevo suggellare effluvi per tacerli ai sensi, come residui della tua innocenza.
“Molto cattiva…”
“… io muoio per te…”
Per salvare le madri.
“Come ti chiami?” mi chiese un soldato russo.
“Il bambino, dov’è il bambino?”
Disertai contro la mia santità. Vi rinunciai.
Rinunciai a esplodermi.
“Respira! Respira!…” continuò il soldato.
“… dov’è il bambino? Sergej…”
Disertai contro la causa.
“Parla!… Non chiudere gli occhi! Dimmi il tuo nome, dimmi il tuo nome!…”

“…mi chiamo Grozny…”

(Nina Maroccolo, Il giorno della conoscenza, in: Malestremo. Sedici viaggi nell’Altrove, edizioni Tracce, 2013, pp. 77-82)

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Nina Maroccolo è nata a Massa nel 1966. Cresciuta in Sardegna da bambina, approdata a Firenze nel ’75 – dove ha studiato Arte e Musica – vive e lavora a Roma dal 2004.
Scrittrice, cantante e performer, autrice di testi teatrali, interprete, artista visiva.
Fa parte dell’“Atelier LiberaMente”e, dal 2009, del CREATIVE DRAMA & IN-OUT THEATRE (Roma), compagnia teatrale che trova in Grotowski, Moreno, Erikson, Langs i numi tutelari e i padri teorici.
Lavora a recital, perfomances, improvvisazioni, azioni sceniche, teatralizzazione di testi. Sono i “Canti per voce nuda”.
È membro della Factory AL-KEMI lab; redattrice dei blog collettivi “La Poesia e lo Spirito” e “NEOBAR”.
Nel maggio 2011 ha fondato le “Edizioni d’Arte Musidora”, umile remake delle “Arts and Crafts” di fine Ottocento.

Pubblicazioni: Il Carro di Sonagli (City Lights Italia 1999); Annelies Marie Frank (Empirìa 2004 – 2a ed. 2009), con prefazione di Alda Merini; Firenze-Roma (Pulcinoelefante 2004), a cura di Eric Toccaceli; Documento 976 – Il processo ad Adolf Eichmann -(testo drammaturgico tratto dalla silloge di teatro contemporaneo “Qui e ora”, con Marco Baliani, Serena Maffia, Giuseppe Manfridi, Nuova Cultura, Roma 2008), con prefazione di Fabio Pierangeli e Roberto Mosena; Malestremo (Le Reti di Dedalus 2008); Illacrimata (Ed. Tracce 2011), con saggio introduttivo di Paolo Lagazzi; Un angelo di farina – Cinque liriche e una ballata – (Lepisma 2011); S’impalpiti materia – Omaggio a Giacomo Manzù – libro-oggetto d’arte a tiratura limitata (Edizioni d’Arte Musidora 2011). Contributi letterari del gruppo sinestetico “perIncantamento”. Introduzione di Marcella Cossu, Direttrice della Raccolta Manzù di Ardea, e saggio critico di Plinio Perilli; Animamadre (Tracce 2012), romanzo: prefazione di Fabio Pierangeli, postfazione di Ubaldo Giacomucci.

Qui per proseguire la lettura delle note bio-bibliografiche.

Flashback 135 – Certezze

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Ci sono giornate come questa in cui è un continuo affollarsi di pensieri. Da una parte il sole annuncia l’estate e dall’altra le montagne restano coperte di neve. In mezzo ci passa il mare, una fiumara piena di oggetti più o meno smarriti. Nella casa qui di fronte hanno appena finito i lavori. C’è chi dice che i vecchi proprietari hanno sistemato i due piani per tornare a viverci in estate e chi, invece, che hanno già venduto la palazzina e a breve arriverà un industriale del nord per passarci le vacanze; altri ancora dicono che ci faranno un bed & breakfast. In tutte queste voci c’è sempre un tono che non lascia trasparire incertezza alcuna, ognuno con la propria verità. In mezzo ci sono io che da una parte ascolto e dall’altra dimentico tutto.

© Marco Annicchiarico

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Buon compleanno David

Due anni fa, quando avrebbe compiuto 50 anni, scrissi questa lettera a David Foster Wallace, non mi fido delle poste e nemmeno della sfera celeste, per cui ogni anno gliela rimando. Buon compleanno Dave

gianni montieri

david  

Buon compleanno David

E io che ti avrei preso anche i dolci. No, non una di quelle robe americane che avresti preferito tu. Avrei scelto un dolce italiano, uno delle mie parti. La pastiera, un vassoio di sfogliatelle. Sui dolci mi sento ancora di azzardare la parola: Italiano. Certo, mi avresti detto, in un lunghissimo, geniale, periodo, con una perfetta sintassi, che non c’è alcun modo possibile per mettere cinquanta candeline su una sfogliatella. Ma su cinquanta sì, vecchio mio. Te ne avrei prese cinquanta, dalla migliore pasticceria di Napoli. Poi ti avrei impedito di berci su una delle tue Dr Pepper. Per favore Dave, ‘ncopp ‘a sfugliatella minimo ci vuole un liquore da dolce, uno spumante come si deve. A volte penso, quanto ci saresti stato bene a Napoli tu. Subito dopo mi correggo, e mi dico che Napoli ti avrebbe mandato fuori di testa. Tu forse mi…

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Una piccola curvatura – di Chiara Tripaldi

in the mood for love

Una piccola curvatura

di Chiara Tripaldi

Un cappotto rosso lungo fino quasi ai piedi di una giovane donna taglia diagonalmente il parco: raggiunge, con passo fermo, un uomo seduto su una panchina di fronte a un chiosco. Dell’uomo si vede solo il collo, leggermente robusto, con l’attaccatura dei capelli bassa da cui penzola il cappuccio di una felpa.
La giovane donna raggiunge l’uomo, gli si siede accanto e cominciano a parlare, i loro gesti sottintendono intimità, ma sempre temuta e respinta: è un continuo allontanarsi e avvicinarsi di corpi.
I loro sguardi si soffermano su piccoli dettagli, la manica di una giacca, la tazzina del caffè, i movimenti dell’uomo che lavora al chiosco di fronte a loro. La luce che filtra dagli alberi taglia la metà esatta dei loro visi, e, visti da quassù, sembrano coperti da due strane maschere.
Intorno a loro, due bambini, entrambi biondissimi, forse fratelli, si rincorrono, mentre i due ragazzi guardano verso di loro, sorridono e li indicano: un pretesto per non guardarsi negli occhi.
Non si vedono da tempo, un mese, un mese e mezzo forse, ma ora sono lì, in un piccolo parco di periferia, luogo abituale dei loro appuntamenti.
“Come stai?” dice lui, e sorride e gli occhi si stringono chiudendosi in maniera impercettibile, timida, come timido era lui, di fronte agli occhi enormi di lei, perennemente spalancati a scrutare quello che c’è intorno, e soprattutto lui, che anche se si vedevano poco, vedeva il suo viso ogni giorno, nella sua testa, quando prendeva il metrò, quando schiacciava il viso sui finestrini bagnati dalle gocce di pioggia, quando ordinava il cibo alla rosticceria cinese sotto l’università, insomma durante ogni singolo quotidiano insignificante gesto lui era lì. E allora come faceva a rispondere lei, a una domanda così semplice se loro due, assieme, non erano semplici per niente.
“Sto bene, sai, Roma non è una città facile, non come qui, dove c’è tutto sotto casa. Lì ci metto un’ora ad arrivare all’università, ma la facoltà sai, mi piace, è pieno di gente sveglia, facciamo lezioni stimolanti, e poi, sembra tutto moderno, e anche se è faticoso, e poi cerco casa, forse ho trovato una stanza da amici di amici…”
Il discorso di lei è concitato, come se dovesse fare entrare in un piccolo spazio tante, troppe parole e immagini e momenti che lui non vivrà mai, con lei. Le sue parole, è come se dovessero entrare in una scatola di fiammiferi, quelli corti, ma è il tipo di fiammiferi sbagliati, perché i suoi sono lunghi, come quelli con cui si accende il fuoco.
Lui ascolta, e sorride, a volte replica, ma soprattutto sorride, sembra che si goda quel fiume di parole come un bagno in mare quando fuori ci sono trenta gradi.
Ha un’escoriazione sulla fronte, una sull’avambraccio destro.
“Mi sto riprendendo, piano piano, dall’incidente…è andata che ero in motorino, e una macchina mi ha tagliato la strada, e sono caduto…ho un’anca che mi fa ancora parecchio male…”
E lei lo guarda, disarmata, per quell’impercettibile segnale di debolezza di fronte a lei, e lo vede, indifeso, e le viene l’istinto, quello maledetto che hanno tutte le donne, di proteggerlo, perché ha i cerotti, è stato steso a letto una settimana, perché ha bisogno di quell’aiuto che lei avrebbe voluto dargli tutti i giorni, e invece no.
Lui parla lentamente, sembra sempre perso chissà dove, come se i suoi discorsi non lo riguardassero, come se non fosse realmente lì.
“E quando sei a Roma dove vivi?”
“Dal mio ragazzo”
Tre parole. Preposizione, pronome, nome, le tre parole più difficili da pronunciare. Quattro mesi, aveva atteso, per dire che non era più solamente sua. Come se lui non ce l’avesse, una ragazza, e non fosse quella stessa ragazza per cui l’aveva lasciata, e poi continuata a cercare, sempre, e sempre a incontrare, a rincorrere, tendendo fra loro quel filo ormai diventato cappio.
Non facevano più l’amore da mesi, ma ogni incontro era come un lento preliminare, c’era uno sfiorarsi, un accarezzarsi, un annusarsi, che tanto valeva fare l’amore, che tanto così si tradiva lo stesso, liberarsi di tutta quell’energia che i loro corpi sprigionavano assieme, che rimaneva lì, in attesa di chissà quale atto di coraggio.
Un silenzio, e lei credeva di avere sentito distintamente un piccola curvatura nell’impassibilità placida di lui, un movimento del cuore, uno spasmo dello stomaco.
“Ah…e dove abita?”
Aveva affondato una piccola lama dentro l’orgoglio di lui. Questo non la faceva sentire né triste, né felice.  Si sentiva solo un po’ male, perché l’altro le piaceva, ci stava bene, ma lui c’era sempre, e lo stava anche accettando, di non poterlo eliminare, solo che, una piccola soddisfazione voleva prendersela, per quanto quella parte di cuore continuava ad andare dove le pareva.
“Abita al Nuovo Casilino, un po’ lontano dall’università, ma per ora…”
Stiamo parlando di niente Tommaso, e sembra che ci piaccia pure, stare qui a fare discorsi vaghi, e io nemmeno ti ho mai chiesto cosa faccia lei, né dove viva, a malapena l’ho intravista e tu nemmeno lo sai, eravamo al Link, io sulla balaustra, voi due in pista, vi ho spiati e ho spiato quel momento che insieme non abbiamo mai passato, quella socialità che non abbiamo mai avuto, perché noi stiamo assieme da soli e non abbiamo mai voluto nessun altro, e abbiamo continuato a fare le cinque del mattino a ballare, ognuno per conto proprio, nella sua vita reale, con gli amici, quelli che fanno i grafici, gli organizzatori di eventi, gli uffici stampa, e che il weekend vanno ai concerti e a ballare l’elettronica.
Io ho un ragazzo, e non riesco a dirtelo, perché mi piace darmi l’illusione che io sia sempre tua, ma dovevo trovare un modo per salvarmi, da una vita di briciole, di resti di tempo.
“Qual è il tuo gusto di gelato preferito?”
“Eh?”
“Il gelato, che gusto mangi più spesso. Tipo la stracciatella, la fragola, il cioccolato…”
“Mmm…non saprei. Il pistacchio, forse. Ma perché questa domanda? E’ un mese che non ci vediamo e mi parli di gelato…”
“Un mese e mezzo. E poi perché no? Perché non parliamo mai di niente di normale, di quotidiano, noi? Come se nelle nostre vite fosse solo importante la musica, e l’arte, e tutte le passioni che condividiamo e che ci hanno fatto evitare di guardarci dentro.”
Un’altra piccola curvatura della labbra, un accenno di fastidio, un movimento nervoso della testa, come a scuoterla in un “no”.
La verità è che non so risponderti. O forse si, ma per farlo dovrei ammettere la mia paura, la paura di quella piccola curvatura delle labbra, della vertigine uguale a quando dormendo sogni di cadere. Sono troppe le cose che non so di te. Ci penso spesso, e me le invento. Ci penso anche quando non dovrei, anche quando sono con Giulia e passeggio per il centro mano nella mano,  mi chiedo dove sei, cosa hai mangiato a pranzo, se leggi prima di addormentarti. Ma la verità è che lo sapessi, io non sarei più lo stesso, e non potrei fare più a meno di te, delle tue abitudini, e quella maledetta, minuscola curvatura diventerebbe una smorfia, a volte di felicità, a volte di dolore, come quando non si è più da soli.
E allora, uno sguardo all’orologio, scappo con una scusa e due baci sulla guancia, proprio accanto all’angolo delle labbra, e torno alla mia vita, a incrociarti nei pensieri.
 “Devo andare. Quando torni?”
“Fra due settimane.”
“Che cosa fai stasera?”
Non c’è stato incontro in cui tu non mi abbia fatto questa domanda.
“Resto a casa”
Ogni sera, da mesi, la stessa storia. Agnese saliva sul palco, e metteva in scena la sua vita. Tommaso era venuto, una sera, a vedere lo spettacolo e chissà se aveva capito, che quel monologo parlava di loro due. Le mancava il coraggio, e allora ogni sera lo recitava, davanti a una platea di sconosciuti, che forse, a forza di provarci, prima o poi ci sarebbe riuscita, a dirglielo.

[racconto già apparso qui.]

La foto è tratta dal film In the mood for love di Wong Kar Wai.

*

chiara tripaldi

Chiara Tripaldi è nata nel 1987; ha vissuto e vive tra la sua città, Udine, e Padova, Bologna, Milano. Si è laureata in Lettere Moderne all’Università di Bologna con una tesi We want roses, but bread too. La questione femminile nelle lettere delle militanti di Lotta Continua (1974-1977) mentre ora frequenta un Master in Art Direction e Copywriting a Milano. Ha lavorato nell’ufficio stampa di alcune realtà culturali bolognesi, fra cui Biografilm Festival e RoBOt Festival ma anche alla Biennale Cinema di Venezia per l’Istituto Luce.

Poesie scelte di Charles Juliet

radici

da Radici della luce

traduzioni di Federico Mazzocchi

Atteint le dernier degré de l’épuisement Quand tu avais perdu tes
semblables Quand il n’y avait plus de but de repère de chemin
Quand il n’y avait plus d’issue Quand la seule énergie qui te venait
naissait de l’horreur de te savoir à l’agonie

Sur ordre de la voix tu t’es dressé as risqué tes premiers pas

Inconnus la contrée les accidents du terrain Mais familière la nuit
Et tout autant la peur de cet inconnu dont tu dois te nourrir et que tu
redoutes de rencontrer

Que cherches-tu Tu avances erres te traînes renonces pars
rebrousses chemin tournes en rond Ton oeil empli par la nuit
tu cherches le lieu Le lieu où tu serais rassasié Où se déploierait la
réponse Où bouillonnerait la source

Tu ne sais que marcher La nuit et la peur te harcèlent Et aussi la soif
Mais à chaque pas la hantise de faire fausse route D’accroître encore
la distance Tu cherches le lieu Le lieu et le nom Le nom qui saurait
tout dire de ce en quoi consiste l’aventure.

Tu ne sais où tu vas ni ce que tu es ni même ce que tu désires mais tu ne
peux t’arrêter Et tu progresses À moins que tu ne t’éloignes Sans fin
tu erres te traînes rampes tournes en rond Et tu renonces Et tu
repars Jusqu’à n’être plus qu’épuisement

Survient l’instant où tu dois faire halte Faire ton deuil du lieu et du
nom Et à l’invitation de la voix définitivement tu renonces t’avoues
vaincu Alors tu découvres que tu auras chance de trouver ce que tu
cherches si précisément tu ne t’obstines pas à le chercher

Tu repars Des forces nouvelles te sont venues Ton oeil qui s’écarquille n’est
plus dévoré par la soif Tu ne sais où tu vas mais tu connais ce que tu es

Tu avances d’un pas tranquille désormais convaincu que le lieu se porte
à ta rencontre Le lieu où mûrir l’hymne la strophe le nom Où jouir
enfin de ce qui s’est jusque-là dérobé



Raggiunta l’estenuazione estrema Quando avevi perso i tuoi simili
Quando non c’era più alcuna meta o base o cammino Quando non
c’era più via di scampo Quando a soccorrerti era solo l’energia che
nasceva dall’orrore di saperti agonizzante

Al comando della voce ti sei drizzato hai arrischiato i primi passi

Ignote la regione le asperità del terreno Ma familiare la notte E
non meno la paura di quell’ignoto di cui ti devi nutrire e che temi di
incontrare

Che cosa cerchi Tu avanzi erri arranchi rinunci te ne vai
ritorni sui tuoi passi giri in tondo Il tuo occhio colmo di notte tu
cerchi il luogo Il luogo in cui tu sia saziato In cui si dispieghi la
risposta In cui gorgogli la fonte

Non sai far altro che camminare La notte e la paura ti bersagliano
E così la sete Ma ad ogni passo l’assillo di sbagliare strada Di
accrescere ancora la distanza Tu cerchi il luogo Il luogo e il nome Il
nome che sappia dire tutto di ciò in cui consiste l’avventura.

Non sai dove vai né ciò che sei e nemmeno ciò che desideri ma non puoi
fermarti E prosegui A meno che non ti allontani Senza fine tu erri
arranchi ti trascini giri in tondo E rinunci E riparti Fino a non
essere altro che estenuazione

Giunge l’istante in cui ti devi fermare Mettere una pietra sopra luogo
e nome E all’invito della voce definitivamente tu rinunci ti dài per
vinto Allora scopri che avrai una possibilità di trovare ciò che cerchi
proprio se non ti ostini a cercarlo

Riparti Ti sono venute nuove forze Il tuo occhio spalancato non è più
divorato dalla sete Tu non sai dove vai ma conosci ciò che sei

Avanzi con passo tranquillo ormai convinto che il luogo ti si faccia
incontro Il luogo in cui possa maturare l’inno la strofa il nome
Dove infine gioire di ciò che sinora si era sottratto


*


Quand j’ai faim tout me nourrit
racontait cette chanteuse
dont le nom m’est inconnu
un visage la pluie l’aboiement
d’un chien moi aussi
quand j’ai grande faim
musardant par les rues populeuses
dérivant au gré de mon humeur
je m’emplis de tout ce qui s’offre
des visages des regards un arbre un nuage
la lumière du jour le sourire d’un enfant
tout est absorbé tout me nourrit



Quando ho fame tutto mi nutre
così cantava colei
il cui nome mi è ignoto
un viso la pioggia il latrato
di un cane anch’io
quando ho molta fame
vagabondo per strade affollate
deviando in preda al mio umore
mi riempio di tutto ciò che si offre
dei visi degli sguardi un albero una nuvola
la luce del giorno il sorriso di un bambino
tutto è assorbito tutto mi nutre


*


je fouille ta terre
pour la première fois

très vite
ce faible appel plaintif
ce doux halètement
qui emplit la nuit
me roule dans sa vague
me rive à toi
sur l’autre versant

la féconde lumière
de ton visage
monte au flanc
de la déchirure
et je ne sais plus
que l’amour
est solitude
et souffrance

je fouille ta terre
pour la première fois

et tes eaux
gémissantes
me lavent

me rendent
au primordial

l’indemne
l’à jamais
intact

et tu es
la seule

la première



perlustro la tua terra
per la prima volta

prontamente
questo flebile lamento
questo dolce affanno
che riempie la notte
mi sospinge nella sua onda
mi salda a te
sull’altro versante

la luce feconda
del tuo volto
risale le pendici
dello squarcio
e io non so più
che l’amore
è solitudine
e sofferenza

perlustro la tua terra
per la prima volta

e le tue acque
gementi
mi lavano

mi restituiscono
al primordiale

l’indenne
l’eternamente
intatto

e tu sei
la sola

la prima


*


tantôt
cette lie
au fond
de ma sébile

et tantôt
ce marc
qui me cingle
le sang

ainsi j’erre
sous un ciel
vide
la main
tendue

ou bien
je titube
l’oeil égaré
suffoqué par
la surabondance



talora
questa feccia
sul fondo
della ciotola

talora
la vinaccia
che mi frusta
il sangue

così erro
sotto un cielo
vuoto
la mano
tesa

oppure
vacillo
l’occhio smarrito
soffocato dalla
sovrabbondanza


*


chassé
livré à la nuit et la soif
alors il fut ce vagabond
qui essaie tous les chemins
franchit forêts déserts
et marécages
quête fiévreusement
le lieu où planter
ses racines
cet exilé
qui se parcourt et s’affronte
se fouille et s’affûte
emprunte à la femme
un peu de sa terre et sa lumière
ce banni que corrode
la détresse des routes vaines
mais qui parfois
aux confins de la transparence
hume l’air du pays natal
et soudain se fige
émerveillé



scacciato
abbandonato alla notte e alla sete
fu allora quel vagabondo
che tenta ogni cammino
varca foreste deserti
e paludi
febbrilmente mendica
il luogo in cui piantare
le sue radici
quest’esule
che si percorre e si affronta
che si scandaglia e s’affila
prende in prestito dalla donna
un po’ della sua terra e della sua luce
questo fuggiasco che corrodono
sconforti di strade vane
ma che talora
ai confini della trasparenza
fiuta l’aria del paese natale
e subito si arresta
meravigliato




Charles Juliet nasce nel 1934 a Jujurieux, nel dipartimento francese che prende il nome dal fiume Ain, un affluente del Rodano. Dopo i primi tre mesi di vita, costretto a separarsi dai genitori a causa della precaria salute mentale della madre, viene affidato a una famiglia di contadini svizzeri, di cui diverrà il figlio adottivo. La madre, internata in un ospedale psichiatrico, morirà di malnutrizione sette anni più tardi, senza mai ricongiungersi col figlio. Nel 1946 entra nella scuola militare di Aix-en-Provence: otto anni di fatiche e umiliazioni, ma anche di duro apprendistato. Poi, gli studi di medicina all’École de Santé Militaire di Lione, interrotti al terzo anno. È da quel momento che Charles Juliet decide di votarsi alla scrittura, facendone il compito e il mestiere di una vita.
Quest’anno Juliet è stato insignito in patria del Prix Goncourt de la poésie (sezione poetica del Prix Goncourt, il riconoscimento più importante per un autore francese dal 1903), grande soddisfazione per Valigie Rosse che nel 2012 ha pubblicato “Radici della luce”, la sua prima opera in lingua italiana. L’autore francese era già stato candidato al premio Nobel. Nel 2012 quando è stato premiato da Valigie Rosse, si è detto onorato dell’essere tradotto in lingua italiana dal giovanissimo Federico Mazzocchi del 1988.