Giorno: 31 gennaio 2014

Flashback 135 – Legge

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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L’edicolante finge indifferenza e continua a seguire ogni mia mossa tra gli scaffali; il fatto che abbia sconfinato nella sezione libri, sembra averlo messo a disagio. Oggi non ho chiesto nessuna rivista musicale e nessun fumetto dal nome strano: la risposta, ormai ho imparato, sarebbe stata “mi dispiace, non c’è”. Ormai ci abbiamo fatto l’abitudine entrambi. Davanti a me, nella fila in basso, dietro una sfilza di Sellerio blu, in ordine sparso si notano dei libretti grigi con il logo de Il Sole 24 Ore. “Quelli si vendono in abbinamento con il giornale, ma non li compra mai nessuno”. Se voglio, aggiunge, posso non acquistare il quotidiano. Mette tutto in un sacchetto e poi, curioso, mi chiede cosa ne farò mai di tutti questi libri. “Li leggo”, rispondo sorridendo. “Contento tu”, risponde, smettendo di sorridere.

© Marco Annicchiarico
© Nella foto particolare di Apparenze (di Rosa Mangano)

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La poesia di Elena Carletti – di Roberta Sireno

San Paolo - foto gm

di Roberta Sireno



Se si tratta di inseguire un percorso dove la propria storia diventa non-storia, e quindi semplice suono vocalico e consonantico ridotto fino al limite stesso del silenzio, tale è la poesia inedita di Elena Carletti, nata nel 1987 a Pesaro. È un linguaggio che può essere definito spiraliforme per la sua capacità di captare segnali, anche ridondanti e frastornanti della realtà, e quindi di precipitare con essi nel bombardamento dei significanti, in una sorta di fobia del suono, che si prolunga all’infinito:

un boato prolungato
filamentoso
di luci blu
———blu di basso burrone
blu bottone (che infilo
che sfilo dall’asola aperta)
un boato proteso
———(un ponteggio)
sopra buche d’abisso teso

*

ci cammino sopra in punta di
pensiero ci cammino e la realtà
traballa come bolle in mezzo all’aria
e ho sotto le suole
un nero nulla e ho sotto un fiume
di tenebra e un cuore acceso
e brillo come una stella
esplosa brillo e anniento l’aria
——-bianca a mezz’aria
bagliori e luci e faci e scoppi
pirotecnici
——-(boati prolungati)
e brillo
bianca
e ballo folle
di splendore
morendo così

algida

a mezz’aria

Il paesaggio sonoro, ridotto alle componenti minimali del linguaggio, come in una serie rapida ed irrazionale di numeri matematici, diventa motivo corporale di «canto», un canto che si fa «nonnulla» per l’impossibilità di attingere qualcosa di puro al di là della materialità verbale:

io non sono io non parola ma vago nulla
io catino riempibile di segni o di segnali o di significanti che non
che mai che però tutto e tutto che però sempre
smarrito senso – smarrito oggetto duro – io non sono
io corpo che orina io spina nell’alba io indicibile nonnulla

È proprio dalla nullificazione – espressa in modo ossessivo dall’indicatore grammaticale del non – che l’io poetico decide di partire heideggerianamente alla ricerca del fondamento per l’accadimento autentico del linguaggio. Adottando come padre lo sperimentalismo neoavanguardistico, dove pure si proponeva «l’afasia del linguaggio» in una società cristallizzata e incapace di cambiamento tanto da inglobare i soggetti nella catastrofe, quelli di Elena Carletti sono invece tentativi, anche sottilmente aggressivi e provocatori, di trascinare con sé la materia verbale per immortalare un senso o significato pienamente libidico, che però subito si perde nella deiezione quotidiana. Siamo di fronte a un vero e proprio soggetto che, nel momento di vocazione corporale, si ritrova imprigionato in una macchina verbale, la cui funzione rimane quella di sibilare tra i «canini acuminati»:

Canto corporale

Ricondotta ancora allo schianto del pianto nel petto.
Accanto a cani dai canini acuminati: l’accanimento al canto.
(Il chiaro conteggio consonantico, il cauto e vocalico componimento).
Vorrebbe penetrare nei fonemi, vorrebbe dissolversi nel suono,
ma sono soltanto le spalle o i seni a saltarle sempre alla schiena,
così tanto aggressivi, così solidi e pieni che non si sfanno,
che non vibrano tremando tra corde vocali ma che stanno
e che stanno e che stanno corporali, fissati, così tristemente mortali.

La ricerca verbale nella poesia di Elena Carletti non è opposizione linguistica, ma sottrazione ad un montaliano fossilizzarsi del reale, dove «è accaduto / che tutti ancora parlano / e il mondo / da allora è muto». È quindi presa di posizione nella claustrofobia della parola, che esprime la propria inadeguatezza al presente, ad una realtà che vede il sogno linguistico sfilacciarsi: quel che rimane è un solitario senso di leggerezza, quasi utopica, di fuoriuscita dal proprio corpo, da un «ventre» che brucia, per immergersi nella dispersione.

vagavo sola
————nei buchi d’ozono
————nei buchi d’ossigeno pieno
vagavo volando leggera
vagavo fiera su buchi neri
su laghi d’inchiostro
d’agosto vagavo nel caldo
nei caldi infuocati del cranio

vagavo leggera senza
sentenze senza
maglie di ferro a proteggermi
dal niente che dilaga
che si propaga sui laghi
e sui buchi oscuri
————come sinistri ossari

ma io vagavo ancora
leggera mongolfiera dal ventre ardente

————[bruciando mi elevo e muoio
————ma piano
————bruciando io amo
————tutto il panorama sotto]

vagavo sempre piano
perdevo il corpo
———————-cellula per cellula

nei fori un ago mi passava
————–nei fori mi faceva
————————-trapunta di stella nera

Significato e significante mirano continuamente a quella unione originaria, dove il soggetto si fa tutt’uno con l’oggetto, con il rischio della perdita. Pure Zanzotto aveva sottolineato come la rincorsa verso l’autenticità può avvenire soltanto attraverso «l’oltraggio»: superando la soglia imposta dal silenzio, si può procedere oltre, compiendo un passo in avanti verso nuove soluzioni formali e linguistiche. Gli infiniti giochi grammaticali, semantici e fonetici, che vogliono rendere la parola principio vitale, possono giungere in casi estremi a un discorso privo di oggetto, e quindi diventare «metalinguaggio». Ma la poetica di Elena Carletti, per quando possa essere percepita come linguaggio allo stato puro, può diventare nel tempo lavoro concreto di un sottobosco, in cui il bosco affonda le radici, e quindi ricchezza di un brusio minore da cui prende forma il suono ansioso e palpitante di un’epoca, quella odierna, dove il disamore linguistico è spinta in avanti, movimento e materiale di ricostruzione.