Giorno: 28 gennaio 2014

l’irragionevole prova del nove (gc) – continua

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cari sventurati lettori,

dispiacemi per quanti di voi erano in attesa del gran finale, la nona di nove puntate di questo dialogone, e non lo dico gran dialogo ché potrebbe apparire autotributarmene una grandeur che non ha, che non ho,  ma non ci sarà qui di seguito nessun’altra puntata, e la davvero irragionevole ragione di ciò ella è che la ‘provoletta’, – cosí amo definirla tra amici, – verrà incartata a breve in un poco voluminoso volume dalla Smasher Edizioni.

Sette anni sono passati dalla prima stesura, e, –  a parte i sentiti ringraziamenti ad Anna Maria Curci, che con infinite grazia e pazienza ha postate le precedenti puntate, qui su poetarum, e a Giulia Carmen Fasolo, che leggendole ha follemente deciso di editarle in un tutt’uno, e sperando che sia al meno questa volta una “ragionevole follia”,  –  ripeto oggi la dedica che mi si scrisse allora:

“a f.c. e a fiornando questo gran minuto foglio o feuilletton”,

loro, miei compagnisegreti per sempre, sanno perché.

teqnofobico chiocciola @lias gc @lias giovanni campi

Francesca Marzia Esposito – Particelle blu

berlin - east side gallery - foto gm

PARTICELLE BLU

I piedi si fermarono puntuali a metà banchina. Si sedette, stiracchiò le gambe, controllò le punte delle scarpe, erano in ordine. Qualcuno attraversò il suo campo visivo poi diventò un profilo sfocato nella distanza. Seguì i tondini di gomma nera che lastricavano la metro senza giorno né notte, ritrovò il distributore di merendine. Sul fianco, sul metallo, una scritta nera, bella, le o tonde, le righe regolari.

Eri seduto di fronte a me in un vagone della verde. Ti ho seguito fino alla mobile, ho pensato, solo se si gira. Hai delle Adidas a strisce verdi. Sono la ragazza con le ballerine nere, ho visto che mi guardavi le caviglie. Alla stessa ora, domani, ci sarai? 14-4-12

 

Arrivò una folata di vento e dietro il treno. Entrò inghiottita da uno shanghai di gente, aveva le guance a chiazze rosse, pulsavano, su un finestrino appannato un dito aveva scritto Tea nella condensa. Spingevano, pressione di corpi, di deodoranti scadenti, aliti cagliati, capelli unti. Trovò un punto vuoto su uno dei pali centrali, ci si puntellò con due dita. Fece il conto, erano passati sette mesi. Cercò un buco dove appoggiare lo sguardo, trovò una spalla con forfora, una cintura borchiata, pantaloni a vita bassa, una moltitudine di scarpe maschili appuntite, certe color biscotto, fibbie lucide di metallo, stringhe troppo corte, le stringhe sono troppo corte sulle scarpe degli uomini.

Al capolinea la mobile era sbarrata da un treppiedi, si incolonnò sulla sinistra, uomini e donne di spalle procedevano nella stessa direzione, fece le scale lasciandosi assorbire dal formicolio di corpi che risalivano all’aria.

Che sete.

Magari poi mi chiudo in bagno, faccio una doccia calda, così lui mangia prima.

Sbucò alla luce metallica della sera, un’insofferenza quando arrivava sera. E la mattina, troppe aspettative, la mattina, troppa roba da sostenere. Il pomeriggio le piaceva, durava meno, era più affrontabile. Sul viale i lampioni formavano un tunnel di luce continua, la gente le macchine i motorini, tutti bagnati di giallo. Sulla destra c’era un bar.

Magari mentre aspetto mi prendo una mezza minerale.

Invece lo vide comparire a fine pensiero, in orario come al solito. Edo le schioccò un bacio sulla guancia, sganciò la borsa dalla spalla di Giada e se la caricò assieme alla tracolla del mac. L’altra mano la infilò nella tasca del cappottino nero.

Odio quando fa così, mi sforma tutte le giacche, e devo sempre stare attenta a non lasciarci dentro niente.

Sai cosa ho visto prima in metro?

Se ci muoviamo riusciamo a passare al Super.

Edo affondò la mano nella tasca, fece per trascinarla.

La scritta, è ancora lì.

Edo si fermò sul cordolo del marciapiedi, Giada gli rimbalzò di fianco. Una tizia da dietro li superò, attraversò col rosso, le cuffiette nelle orecchie, la testa ficcata nella sciarpa, fece appena in tempo a superare l’incrocio, poi un’auto spazzò l’aria, luci rosse in allontanamento.

Le cose troppo veloci non esistono.

Pazzesco se ci ripensi, no?

Giada lo guardò, Edo non si mosse, era di profilo, stava pensando al Messico, faceva parte della sua scaletta di cose da fare prima di morire, iniziava a guadagnare bene, si poteva permettere una serie di chicche che i suoi amici non potevano nemmeno sognarsi.

Al buio, la sera, Edo pensava di meritarsi una vita migliore di quella.

Al buio, la sera, Giada pensava di meritarsi una vita migliore di quella.

Al buio, la sera, la tizia con le cuffiette pensava di meritarsi una vita migliore di quella.

Un semaforo rosso schiaffo bloccato, Edo sfilò la mano dalla tasca di Giada, schiacciò il pulsante pedonale, la testa in loop, campi lunghi, una jeep, una strada, sole ovunque che sgrana la vista, brucia pensieri. Non ne aveva mai parlato con Giada, lei aveva paura dell’aereo, dei viaggi, dei posti sconosciuti. Si voltò, fece per darle un buffetto sulla guancia, poi tornò con gli occhi all’incrocio, la faccia di Giada fissa sulle Adidas precise ben allacciate di Edo. Scattò il verde, lui fece un gancio col dito, lei sincronizzò il passo.

C’era silenzio tra le auto parcheggiate, si sentiva il rumore della ghiaia sdrucciola sotto le suole. Giada si lasciava guidare, testa bassa a cercare sassolini. Edo puntò il portachiavi alla cieca, due fari si accesero, si spensero. Scattarono le sicure, sul sedile posteriore depositò borsa e mac. Azionò il riscaldamento, il tremolio sotto al sedere diventò calore sui piedi. Giada e Edo, due profili paralleli in attesa che i vetri si scongelassero.

Non avrei mai immaginato che poi l’avresti letta.

Tutta colpa delle tue caviglie sexy.

Fece per toccarle sotto al polpaccio, uno dei loro gesti in codice. Il parabrezza si spannò, Edo infilò la retro. C’era un poster gigante inquadrato nel finestrino di Giada, una ragazza bellissima, delle mutande piccolissime, gambe lunghissime, i capelli biondissimi. Mai un pelo, una ruga, un brufolo, solo il rosso lucido della bocca, sui manifesti delle ragazze bellissime.

Poi la ragazza bellissima rimase lì stesa su un fianco, sospesa nel buio in fondo alla strada. Poi le luci azotate delle finestre, poi il viale, la luna, come un cerchio di latte molle, la luna.

Edo frenò inchiodando, Giada rinculò dentro la cintura, si voltò a guardare fuori dal finestrino. Una fila di auto scorreva lentamente, alla guida teste concentrate, memorie azzerate, stanchezza compressa, bisogni urgenti. La fila si bloccò, le capitò nel riquadro il mezzobusto di una donna, le mani aggrappate al volante, la fronte a ridosso del tergicristalli, una ruga sul setto nasale le concentrava la faccia.

Alla radio un tizio parlava di cibo, Edo era affamato, quarantacinque minuti di palestra, svestirsi mangiare, abbrutirsi davanti alla tele. Giada si raddrizzò, la sua gemella trasparente nel vetro si sovrappose al via vai che ricominciava.

Bisognerebbe cancellarla.

Edo alzò di tre tacche il volume.

L’auto prese l’onda verde, scivolò planando nel dislivello sotto il cavalcavia. Lo stomaco di Giada si svuotò, un filo di nausea salì in gola, si allentò la sciarpa. Edo si era incantato, la velocità gli faceva così, gli disintegrava tutto il resto, lo faceva inabissare in un tunnel di onde alfa. Cose da fare prima di morire, lanciarsi col paracadute. Frenò di colpo, diede una manata a stampo sul clacson, una catena improvvisa di macchine all’incrocio.

La nausea si trasformò in saliva, lo stomaco si riempì di succhi gastrici.

Edo rimase con gli occhi puntati sui fari dell’auto davanti, un vuoto musicale alla radio riempì l’auto.

Non dormo da te stasera.

Allora salta la palestra, mangiamo fuori.

Lo sapevo che si sarebbe seccato.

Sottocasa il Super era ancora aperto, Edo le ripeté le cose da comprare, disse di aspettarlo lì davanti, il tempo di una doccia. La macchina fece tic-tic-tic, come se dovesse esplodere invece di parcheggiare. Nel quadrante del cruscotto si illuminò la sagoma di un’auto in pianta, mano a mano che lo spazio della manovra si riduceva, il video diventava giallo arancione rosso.

Giada infilò un euro, slacciò una catenella da una fila lunga di carrelli incastrati uno nell’altro davanti all’entrata. Fece abbastanza presto, alla cassa c’era poca gente, riempì due sacchetti, lasciò fuori la mezza naturale, bevve a canna mentre tornò al portone. Citofonò.

Sali non sono ancora pronto.

Invece lei lasciò lì le buste e attraversò.

Le vetrine erano specchi bui, si vide riflessa, una donna qualsiasi in cappottino nero. Un negozio era ancora illuminato, la donna fantasma sparì assorbita da una vetrata che esponeva tempere tubetti tele pennelli. La vetrina successiva era una porta, Giada si fermò, la spinse. Una pioggia minuscola di note  cosparse dall’alto appena entrò, al bancone non c’era nessuno, dopo poco dal retro sbucò un uomo che allargò le braccia, le lasciò cadere lungo i fianchi, Saremmo chiusi, disse.

Il display di un telefonino si illuminò sul bancone, iniziò a compiere una rotazione sul suo asse. La stanza si concentrò sull’aggeggio che continuava a vibrare, a roteare, lampeggiava verde, non smetteva. L’uomo stordì gli occhi da tutte le parti.

Venticinque anni, venticinque anni che siamo sposati, ventiquattro che abbiamo il colorificio, lavoriamo otto ore fianco a fianco, tutte le sere si dimentica di chiudere la porta davanti e arrivata quest’ora mi chiama e, sa cosa mi dice?

Cosa?

Dove-sei.

Giada sorrise.

Lei non è sposata, è evidente.

Sul volto di Giada c’era spazio per un sorriso, la distanza, il silenzio.

Allora, cosa le do?

Spray blu, buio blu.

L’uomo aprì una scaletta, la piazzò tridimensionale davanti a una libreria di dorsi di latta etichettati da bollini che sfumavano per gradazione e colore, si arrampicò piano in cima. Venticinque anni fa sua moglie gli assicurava la scala, una mano poggiata sul polpaccio, lo guardava a mento in su.

Giada pagò, uscì.

Le buste del Super non ancora vuotate si trovavano sul ripiano angolo cottura. Edo era in piedi, di coccige appoggiato al frigo, l’orecchio attaccato al cellulare. Squillava, dava libero, cadeva la linea. Prima lo stordimento, poi il nervoso, la fame, l’incazzatura. Cose da fare prima di morire?

La metropolitana era un deserto al neon, come se fossero tutti arrivati o partiti per sempre. La scritta elettrica diceva tre minuti di attesa. Tre minuti sono un sacco di tempo, a Milano. Una luce bucò il tunnel, arrivò una strisciata di colore ad alta velocità. Nel vagone una puzza di piscio le si infilzò tra gli occhi. Giada superò dei sacchetti lerci di roba arrotolata, un paio di gambe scomposte dal sonno, delle ciabatte con alluci a vista incrostati da tempo e sporcizia. Si sedette in fondo al vagone, scese dopo quattro, il barbone rimase lì, la pelle rosso cotenna, la faccia appesa in un sonno violento, vertiginoso.

Il distributore di merendine, la fiancata metallizzata, Eri seduto di fronte a me in un vagone della verde. Ti ho seguito fino alla mobile—

Tirò fuori la bomboletta, la agitò, la vernice fece rumore di palline di ferro grippate emulsionate. Si guardò intorno, solo la banchina che si stringeva nel punto di fuga. Spruzzò, particelle di colore prima rade, poi compatte, la scritta sparì, rimase un pezzo di cielo blu cobalto senza stelle.

La luna era un’ostia di luce sospesa nel vuoto della notte, in tasca il telefono vibrava chiamate perse.

Ho voglia pizza e birra.

Milano di pizzerie ne trovi quante ne vuoi. Difatti alla prima entrò, chiese un tavolo vicino alla finestra, il cameriere tolse un coperto. Non aveva mai mangiato da sola in pubblico. Arrivò la birra, sempre lo stesso messaggio, Dove sei.

La schiuma le fece solletico al labbro superiore, gli occhi diventarono liquidi. Il cameriere portò la pizza in equilibrio su una mano. Giada tagliò uno spicchio fumante, il filo di mozzarella fece una curva lunga elastica.

Sette mesi fa. Giorno dopo giorno qualcosa di impercettibile, di microscopico, lentamente l’aveva intaccata, corrosa, sbriciolata. Non c’era altro da dire, non c’erano grandi scenate da fare, solo l’esito naturale di una parabola che terminava diversamente da come immaginato.

Nell’angolo della sala una coppietta di quelle con gli occhi addosso avevano nel piatto la stessa cosa.

È solo questione di tempo.

Dovrei comprarmi un paio di orecchini tipo quelli di lei.

Il telefono accanto alla birra pulsò intermittente e silenzioso molte volte, poi si spense. La batteria si scaricò definitivamente quando uscì fuori. L’aria pungeva di umido, provò a riaccenderlo, niente.

Una pizza e una birra dodici euro, non è tanto, di solito almeno il doppio, ovvio.

Giada infilò le mani nelle tasche, sentì con le nocche la fodera liscia, fredda, fece per cercare alla cieca qualcosa, una caramella, un foglietto, un biglietto, niente, solo fodera liscia, e fredda.

 

© Francesca Marzia Esposito