Giorno: 20 gennaio 2014

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg (doppia nota di lettura)

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Sibylle Lewitscharoff,  Blumenberg. Traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore, 2013 – euro 15,00 – ebook 4,99

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg
Nota di lettura di Anna Maria Curci

Di che materia è fatta questa morte?
«Ghermisce» è una parola accovacciata.
Bivacca, perde il pelo e pure il vizio,
sta nel disinteresse la sua chiave.

Anna Maria Curci

Regista abile e sapiente, Sibylle Lewitscharoff pone nello studio del filosofo Blumenberg il punto di partenza di una narrazione che tiene conto, intrecciandoli, separandoli, mettendone alcuni, di volta in volta, in primo piano, oppure, in un disegno contrappuntistico,  al rovescio, di una molteplicità inusuale di fili. Sono fili sottilissimi e robusti, assortiti in maniera sicuramente inedita, indubbiamente originale, sono fili che attraversano ambiti del sapere −  la filosofia, la storia dell’arte, la settima arte, la storiografia, la letteratura, l’ermeneutica e la traduzione, la storia del costume e l’indagine sociologica – e squarci sull’esistenza. Subito, da quello studio si parte per un viaggio che ha mete impensabili, senz’altro non scontate. La prima delle peregrinazioni è un pensiero, un’associazione,  il particolare di un quadro di Antonello da Messina: «E a destra, dietro il palco del sapiente, si affaccia dall’oscurità un misero leone. No, niente proporzioni leonine ed enormi zampe, ma provvisto di sottili arti scattanti, come un levriero. Probabilmente Antonello da Messina non aveva mai visto un leone di persona.» Il «misero leone» del quadro di Antonello da Messina è contrapposto al leone che, dalla sua prima apparizione notturna nello studio del filosofo, mentre questi registra su nastro le lezioni universitarie che la segretaria si premurerà poi di trascrivere, si manifesterà a Blumenberg fino alla conclusione di questo romanzo – ma il finale promette già una prosecuzione – in momenti significativi della vicenda: il leone non appare in tutte le sequenze di quest’opera dal fortissimo carattere visionario, eppure la sua presenza, silenziosa e forte, è dominante e costituisce un saldo punto di riferimento, avvio e approdo dei percorsi  qui narrati.
Un altro elemento, non un personaggio, ma un vero e proprio nodo concettuale – così l’ho definito nell’intervista a Paola Del Zoppo sulla traduzione di Blumenberg – permea l’intero romanzo: si tratta della «onnicomprensiva cura», concetto, impegno, attività che costituisce il titolo del sesto capitolo e che emerge in esplicita relazione con Käthe Meliss, suora conventuale,  uno dei personaggi più misteriosi e dotati di un quieto e formidabile potere (inattuale, fuori da ogni schema, da ogni modalità usuale) di attrazione: un’apparizione gloriosa, magnifica, come Lewitscharoff sottolinea nel testo, ricorrendo al corsivo. Probabilmente – ma la questione rimane aperta – è l’unica, oltre a Blumenberg, a poter vedere il leone. Non sono in grado di vederlo gli altri personaggi della vicenda, in prevalenza giovani, in prevalenza studenti universitari che frequentano le lezioni di Blumenberg: Isa – angelo fluttuante e fluente, una Ofelia innamorata di Blumenberg e della musica di Patti Smith -, Gerhard (Optatus, e sui nomi, le lettere che li compongono, i richiami intertestuali e intratestuali varrebbe la pena di istituire una vera e propria mappa), Richard, preda di incantamenti e miti, e Hansi, «bardo redivivo».
Nella complessità mai smentita, mai trascurata, anzi, saldamente padroneggiata, sono i luoghi a rendere più fitta e intrigante la trama. Sono i collegamenti a letture e a visioni di film a lanciare funi, liane e ormeggi: se l’itinerario di Richard in America latina, febbrile set cinematografico menziona esplicitamente Fitzcarraldo, più sottili, ma altrettanto tenaci, sono gli indizi che riconducono a Heinrich von Kleist nel capitolo Heilbronn (Das Kätchen von Heilbronn) e a Ingeborg Bachmann (Die ägyptische Finsternis, capitolo dell’incompiuto romanzo Der Fall Franza)  nel capitolo Egitto. Di che materia è fatta questa vita? Di che materia è fatta questa morte? I due quesiti guidano la narrazione, non indebolita, anzi irrobustita da considerazioni condotte sulla scorta di un’attenzione alta alla variazione e alla ‘sostenibilità’ linguistica di miserie minute, talvolta divertite e divertenti, di parabole e paradossi umani nel loro contendere quotidiano e nel loro timido, cauto ovvero temerario sporgersi verso l’altrove.

© Anna Maria Curci

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Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg

Chi vede il leone? di Gianni Montieri

 

Si può partire da un personaggio realmente esistito e immaginargli un’altra vita, una storia diversa. Gli si possono mettere intorno altre vite, vite di studenti, per alcune di queste si può annunciarne la morte, con la scrittrice che si inserisce nella trama, morte che avverrà molte pagine dopo, senza per questo togliere nulla al piacere di proseguire la lettura. Si può piazzare, al centro dello studio del filosofo Blumenberg, un leone che per buona parte del romanzo solo lui vedrà. Un leone per il quale proverà un timore mai eccessivo, curiosità; un leone che gli darà sicurezza e del quale, presto, non potrà più fare a meno. Un leone che non vedranno mai i suoi quattro studenti, gli altri protagonisti del libro. Non lo vedrà Isa, infatuata del professore, che vive in simbiosi con la sua colonna sonora fatta di Patti Smith e Bruce Springsteen. Saranno proprio le note di una canzone ad accompagnare il bellissimo capitolo che ne racconta la morte come se fosse una poesia. Non lo vedrà Gerhard, il ragazzo di Isa, studente brillante, molto intelligente, a questi la Lewitscharoff applicherà la sua fantasia, inserendosi nel racconto, come il tasto pausa dei vecchi stereo, con la voce fuori campo, e ne anticiperà lo svolgersi della vita negli anni successivi e la morte. Non lo vedrà Richard, che partirà per un lungo viaggio in Sudamerica, viaggio – manco a dirlo – senza ritorno. Non lo vedrà il bellissimo e strano Hansi, che passa le sere a leggere poesie nei bar. Solo un personaggio, forse, vedrà il leone, oltre a Blumemberg, sarà Käthe Meliss, una suora, dotata di  uno straordinario carisma, di  un potere mentale, nel quale il filosofo troverà una corrispondenza, comprensione e, una certa strana, compassione. Il Leone, immaginario o meno, infonderà nel filosofo una sicurezza tale da fargli tenere lezioni ancora più affascinanti, lo farà sentire bene, addirittura migliore. «Gli venne in mente la magnifica foto di Glenn Gould, da giovanotto, bellissimo, seduto al pianoforte a coda con il suo cane a chiazze bianche e nere, un cane altrettanto bello, con le zampe poggiate sui tasti, mentre guarda gli spartiti. I due davano l’impressione di suonare insieme, come se a Glenn Gould riuscisse ciò che faceva solo grazie alla partecipazione del cane.» La Lewitscharoff costruisce un bellissimo romanzo, la trama che tesse è fitta, ricca di riferimenti storici, filosofici, letterari, pittorici; ma non ne perde mai il controllo, è una maestra dell’ironia, è pungente ma dolce allo stesso tempo. Si inserisce nel racconto e subito si ritrae, ma non si inserisce per vanità. Si prende cura dei suoi personaggi, li accarezza, li accompagna per mano, fino a dopo la morte. Le parole, gli aggettivi, la costruzione delle frasi, l’originalità e la grande conoscenza dell’autrice, mettono a dura prova il traduttore, come spiega Paola Del Zoppo nella sua scatola nera, posta alla fine del libro. Tradurre la Lewitscharoff è una specie di avventuroso viaggio, lo stesso che l’autrice ha pensato per il lettore. Quel viaggio che vale la pena intraprendere per trovarsi dentro uno dei più bei romanzi usciti nel 2013. Un libro che pone la vita e la morte una sovrapposta all’altra, sullo stesso piano, per questo i momenti più delicati, quelli dove la scrittrice mostra la sua compassione, sono quelli che precedono e, immediatamente, seguono le morti dei protagonisti, mostrandoli in una sorta di fluttuare collettivo con il leone a vegliare.

© Gianni Montieri