Giorno: 18 gennaio 2014

Arno Schmidt, Leviatano

Leviatano
Da molto tempo desideravo scrivere di questo libro, che ho letto nella traduzione di Dario Borso. Lo faccio oggi, nel centenario della nascita dell’ autore del Leviatano,  Arno Schmidt, nato ad Amburgo il 18 gennaio 1914, appunto. Una vita, la sua, che inizia nell’anno dello scoppio della prima guerra mondiale e che viene letteralmente attraversata dalla seconda, la quale lascia tracce profonde – solchi e sentieri che seguono vie proprie e, per la loro cruda e verissima originalità, tenacemente avversate – nella sua scrittura. A proposito di guerra, il richiamo a Hobbes non si limita soltanto al titolo della sua opera di filosofia politica, ma anche agli effetti dei conflitti bellici vissuti, patiti, subiti da chi scrive su vita e visione della vita. Keine Delikatessen, non c’è spazio per bocconcini delicati, né, tanto meno, per qualsiasi varietà dell’ottimismo: ecco qui l’intenzionale sarcasmo del sottotitolo leibniziano: Il migliore dei mondi.
Scelgo, per presentare questo libro, un itinerario a ritroso, e parto dalla traduzione di Dario Borso. In questa traduzione, pubblicata con il testo originale a fronte, «che va a sostituire quella semiclandestina apparsa su “Il Menabò” del 1966»,  ogni pagina ha fatto brillare, talvolta con detonazioni evidenti, costellazioni inusuali e insieme rigorose. Il passaggio dal testo originale alla resa, l’andirivieni tra il riconoscimento (“Sì, è proprio così”) e lo stupore di conferma (“non ci avrei pensato, però è proprio vero, qui si che sì squarcia il velo”) hanno costituito un pungolo continuo. Pungolo a che? Pungolo a cercare ulteriormente, ad approfondire, a leggere oltre. L’apparato critico, formidabile e unico per ricchezza di riferimenti e acume nell’estenderne la rete, è senz’altro, in questo caso,  uno strumento di ricerca e, allo stesso tempo, un istigatore di ricerche successive.
La vicenda, narrata in quaranta pagine, si lascia sintetizzare in una frase: durante la seconda guerra mondiale un gruppo di sbandati  tenta una fuga disperata dalla Slesia verso l’Ovest. Lo scenario – devastazione, disfacimento, crollo – unito alla scrittura di Arno Schmidt, lo stile scattante nella sua perenne tensione, scelte lessicali rigorose anche nella temerarietà, fanno di questo testo non solo il primo in ordine cronologico (la stesura è del 1946), ma il più efficace a palesare l’orrore della guerra. Überlebender, Umsiedler, sopravvissuto, migrante, Arno Schmidt guarda con lucida consapevolezza e con ironia sferzante sia agli sviluppi della storia e della vita quotidiana a guerra fredda in corso, sia alle proprie speranze, che la puntuale delusione rende utopistiche.
Nella premessa al Leviatano di Arno Schmidt, Dario Borso scrive: «Il sergente artigliere Arno Schmidt fu catturato sul fronte occidentale dagli inglesi il 16 aprile 1945, e subito internato in un campo di prigionia nei pressi di Bruxelles. Liberato alla fine dell’anno, si ricongiunse in qualità di profugo slesiano con la moglie Alice a Cordingen (Bassa Sassonia), dove lavorarono entrambi come interpreti in una scuola di polizia ausiliaria per tutto il 1946, fino alla sua chiusura. Lì il giorno di ferragosto AS concepì l’idea di un racconto di guerra, e sempre lì recuperò la carta per scriverlo, tra il 3 e il 22 ottobre 1946, in forma pressoché definitiva.»
Leviatano o Il migliore dei mondi  uscirà per i tipi della casa editrice Rowohlt nel novembre 1949, insieme a Enthymesis o Q.V.O. e Gadir o Conosci te stesso. Tra le voci che si levarono all’epoca, mi piace riportare qui quella di Alfred Andersch, dai microfoni dell’emittente radiofonica tedesca Hessischer Rundfunk, presso la quale curava la rubrica “Bücherstunde” (L’ora dei libri): il 4 gennaio 1950 Andersch saluta «l’ignoto autore del Leviatano» come «genio».
Il racconto si presenta sotto forma di pagine di un diario (nella finzione letteraria e, dunque, nella lettera di accompagnamento posta in apertura, scritta in inglese e datata 20 maggio 1945,  un quadernetto di fogli volanti inviati da Berlino dal soldato americano Jonny – sic! – alla moglie Betty, insieme a orologi e gioielli bottino di guerra), ma i momenti non sono scanditi dall’indicazione del giorno – fatta eccezione per l’annotazione iniziale 14.2.’45 – bensì da quella dell’ora o di un avverbio di tempo, che colloca l’azione «più tardi». La guerra, la fuga, la ricerca disperata di scampo come alternarsi confuso e ininterrotto di giorno e notte, «il lungo crepuscolo». Proprio dall’affermazione «il lungo crepuscolo» prende le mosse il brano che riporto qui e che mi ha immediatamente colpito per la forza e la precisione, per la padronanza della tecnica nel catturare l’immagine istantanea, per il ritmo impeccabile delle frasi brevissime, talvolta composte da una sola parola.

Il lungo crepuscolo. Trascinare.  Buio bisbiglia, al modo di un pittore che mescoli incerto un colore notturno. Trascinare. Giallo polveroso. Trascinare. Rosso fuligginoso. Trascinare. Da una finestra sul vuoto ammiccò pieno il primo astro: grasso, sfacciatamente giallo, un banchiere. Trascinare. Il cielo si fece chiaro e promise freddo in arrivo.

Dopo le 18.00

Già notte; ma brucia ovunque nella città di rame (prima là in fondo è crollata la chiesa cattolica). Fatto forse trenta viaggi ciascuno e sbuffato (e le raffiche di mitra crepitavano sopra i tetti);  si sono aggiunti altri, tre vecchi e due giovani in uniforme HJ (all’inizio non volevano collaborare alla «fuga», ovviamente). Abbiamo a occhio oltre cento quintali nel tender. Uno dei meccanici già attizza; se la portiamo sotto il bocchettone dell’acqua, va a finire che parte. Le donne e i bambini hanno recuperato da un carro-bestiame paglia vecchia, per cavalli, puzza, e piena di pulci garantito. Sto sdraiato tutto davanti in angolo, e accanto a me Anne Wolf. Comanda già nel vagone, e quindi ha prescritto anche questo. In città scoppia e trema.

(Arno Schmidt, Leviatano o Il migliore dei mondi. A cura di Dario Borso, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2013,  p. 21)

Ho chiesto a Dario Borso di aggiornarmi circa la sua attività di traduttore  di Arno Schmidt. So che ha terminato la traduzione e la cura del romanzo Die Umsiedler e il desiderio di leggere anche questa sua traduzione non può che farsi più forte nel giorno del centenario della nascita di Arno Schmidt. Questa è la risposta che mi ha inviato (grazie, Dario!)

«Mentre negli Stati Uniti esce la prima traduzione mondiale di Zettel’s Traum (il romanzo più lungo al mondo, se si esclude la Recherche proustiana che uscì scaglionata in sette volumi), qui in Italia nessuno, né grande né medio né piccolo editore, vuole assumersi il rischio di pubblicare Die Umsiedler [I migranti], romanzo breve di una sessantina di pagine che è il gemello di Paesaggio lacustre con Pocahontas (da me curato tre anni fa per Zandonai). Ciò pur essendo la mia traduzione e cura degli Umsiedler finanziata dalla Arno Schmidt Stiftung di Bargfeld, e i diritti concessi praticamente gratis dalla casa editrice Fischer.
Dalla vergogna, mi sono messo in proprio per onorare decentemente il centenario della nascita: mercoledì 22 gennaio alla Biblioteca Centrale di Milano (la Sormani) si inaugurerà una mostra a cura mia e di Alberto Casiraghi titolata DA ARNO AL POLO E RITORNO (sottotitolo: viaggio di un libretto in cerca d’autore), mentre il mese prossimo uscirà in diffusione gratuita per i “Foglietti del Baghetta”, a cura mia e di Domenico Pinto, il pamphlet di Arno Schmidt Ateo ? – Altroché !. Amen.» (Dario Borso)

©Anna Maria Curci, 18 gennaio 2014

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Arno Schmidt (Hamburg 1914 – Bargfeld 1979) è il prosatore forse più rappresentativo e certo più ardito del secondo Novecento tedesco. Ammirato da Hesse come da Jünger, da Benn come da Grass, egli ha saputo via via crearsi in patria e all’estero uno stuolo di fedelissimi il cui zelo è pari all’ironia e allo spirito critico – non in Italia però, a conferma di una nota anomalia. Umiliato da sei anni di guerra e prigionia, povero in canna fin quasi alla morte, Schmidt fece dell’umiliazione una forza e della povertà una virtù: da ciò forse l’inconfondibilità del suo stile, che tende al risparmio pur nello sperpero dei mezzi espressivi. Del resto, com’ebbe a dire appena uscito il Leviatano, lui mette il dado, all’acqua penserà il lettore.  (dalla quarta di copertina)

Dario Borso insegna Storia della Filosofia all’Università degli Studi di Milano. Impegnato da sempre a decifrare la modernità (tra Marx e Hegel, tra Benjamin e Diderot), è noto soprattutto per le sue traduzioni da Kierkegaard e Celan.

Sopravvissuti nel tempo

 Caduto-fuori-dal-tempo-Grossman

David Grossman, Caduto fuori dal tempo, Mondadori, 2012  

Non ci si può avvicinare al libro di David Grossman senza bruciarsi. E non solo perché il suo ultimo libro Caduto fuori dal tempo – una scrittura polimorfica, una mescolanza di poesia, racconto, testimonianza – parla del già terribile tema della morte di un figlio, perdita declinata man mano dai vari personaggi incontrati durante la lettura. È il senso rappreso di un lutto che si traduce in un cammino inestinguibile, il cui dolore evocato diventa un labirinto senza tempo. Cadere fuori dal tempo significa morire. Una profonda riflessione si disvela nell’intreccio delle storie: quando un figlio o una figlia viene a mancare, si muore con loro, si cade con loro, si entra in quel ‘fuori dal tempo’ insieme a loro. Può allora dirsi vita ricordare ogni giorno della notizia ricevuta, proprio quando ci si poteva aspettare di tutto tranne quella notizia? Esiste una sorta di agrapha della vita quotidiana, una logica cruda, non scritta ed è la logica del dolore naturale per cui se a mancare è un genitore, nonostante la sofferenza, la morte rientra in una sfera umanamente accettabile: un padre e una madre hanno percorso e concluso un ciclo di vita, sentiamo dire. È un sentimento forte, pur se rassegnato, che procede dal figlio verso il genitore amato. Lo dice il Vecchio Maestro di Aritmetica, il quale come tutti credeva nel biologico passaggio di testimone padre-figlio:

 “Un padre non sopravvivrà al figlio”,
questa è una regola la cui lucida
razionalità è radicata
non solo nella vita degli uomini ma,
com’è risaputo, anche nella scienza
dell’ottica, dove
(nello spirito dell’insigne
Spinoza, lustratore di lenti),
rinveniamo un’idea
estremamente audace: “All’oggetto
(la vita del figlio)
non sarà mai
concesso di trovarsi nell’universo
a una distanza
tale che il padre (il soggetto
spettatore)
non sia in grado di coglierlo interamente,
con un unico sguardo,
dal principio alla fine.”

È invece innaturale e insopportabile il contrario, il dolore qui procede dal genitore sopravvissuto verso il giovane. L’esistenza di una famiglia intera si ferma, si blocca l’orologio vitale, le lancette rimangono fisse, da quel momento in poi tutto è cambiato, la mente diventerà un disco dove la puntina del grammofono ricadrà sempre sulla stessa traccia senza mai uscirne, inceppando così il suo meccanismo. Elena Loewenthal, recensendo il libro di Grossman circa un anno fa, ha scritto che la lingua ebraica possiede «un ricco lessico del dolore, possiede diverse parole per dirlo, ognuna ricca di sfumature» e infatti «l’ebraico ha una parola per indicare il genitore che ha perso il figlio. È un participio passato che si applica tanto agli uomini quanto agli animali, ha un significato inequivocabile ed assoluto, un suono dolente». Nella nostra lingua italiana, come nelle altre lingue europee, non esiste un termine unico per indicare un ‘genitore orfano di figlio’. La lingua ebraica, per esprimerne la morte collegandola a un tragico accaduto, ne possiede finanche quarantanove. Ma prescindendo dalla terminologia, s’intende comunque il senso della privazione, del genitore ‘senza’, incompleto per il figlio o la figlia che «più non è» e non esiste più nel tempo. Diverse sono le figure coinvolte in questo lutto generale, troviamo l’Uomo che cammina, la Levatrice, la Donna nella rete, il Ciabattino, tutti hanno attraversato lo stesso dramma. Nello scorrerle da vicino, c’è un Duca. Chi è il Duca? È colui che ha imposto allo Scriba (pure lui orfano di sua figlia Hanna) di «camminare giorno e notte per le strade e di annotare le storie degli abitanti della città a proposito dei loro figli». Perché il Duca vuole conoscere le loro storie? Lo incontriamo dopo le prime quaranta pagine, pare lontano dal soffrire dei cittadini, lo rincontriamo poco dopo la metà del libro e lo scopriamo vivere la condizione che lo affratella ai cittadini. Il libro, poetico e toccante, è abitato da queste voci che convivono senza resa nel tentativo di superare la sofferenza. In esse si fonde o si confonde la voce di Grossman e nulla vieta di rivedere nell’opera un canto d’amore per suo figlio Uri, caduto durante il conflitto israelo-libanese nel 2006. Forse il suo alter ego potrebbe essere, come suggerito dalla Lowenthal, il Centauro, un personaggio metà uomo metà scrivania che nel riferire allo Scriba con accanimento rabbioso e disperato l’accaduto dice «Ma se non scriverò non capirò». Scrivere diventa il mezzo necessario per comprendere e affrontare un tormento onnipresente.

Un libro sul dolore possiede nella fattispecie una marcata soggettività, tale soggettività rischia di essere valutata soltanto per il taglio documentario (o peggio ancora cronistico) desuntovi, adombrando di conseguenza la sostanza poetica. Non accade così per il nostro scrittore, Grossman esprime l’universale sofferenza dei personaggi, universale a quanti come lui vi sono passati sopra.

Ad un tratto nel meccanismo inceppato, nel dolore irrisolto, accade qualcosa ai genitori, un desiderio li spinge a muoversi verso una direzione, una meta. Tutti escono di casa. Non si limitano più a vivere ostinatamente fuori dal tempo, vogliono raggiungere il non-luogo situato fuori dal tempo, quel laggiù, una terra di mezzo dove ognuno spera di incontrarsi col proprio figlio. Camminano, non sono svegli, ma non dormono, vivono una condizione di cosciente dormiveglia. Il monologo di ciascuno – così prolungato, così silenzioso, pronunciato solo a se stessi o all’orecchio del compagno – affianca il tentativo di esodo verso l’ignoto confine, contrassegnato da una lacerazione acuta, vibrante ad ogni parola.

È una ferita forse senza rimarginazione. Genitori o no, nel leggerlo sentiamo un dolore salato come il Mar Morto. L’impressione è di un’isola di sopravvissuti catturati nella rete del tempo, in attesa, mi correggo, in cerca di quel luogo inafferrabile, lo «spazio-mondo» spirituale dove, ricongiungendosi pur se per un momento con il figlio, potrà finalmente cessare il dolore.

E laggiù, amore mio,
tra le ombre,
nell’aldilà,
tra figlio e padre,
troverai
riposo,
per lui
e anche per te

Davide Zizza ©

Articolo precedentemente apparso su Patria Letteratura