in-side stories # 26 – Una preghiera

berlino 2011 - foto gm

in-side stories #26 – Una preghiera

Aveva spento la sveglia e, come era solito fare, ancor prima di aprire del tutto gli occhi, si era dato lo slancio per buttarsi giù dal letto. Il piede destro non arrivò a toccare il pavimento, avvertì qualcosa che bloccava la coscia sinistra. Bestemmiò e aprì gli occhi. La gamba sinistra, dal ginocchio in giù era chiusa in una specie di casa di bambole, bestemmiò di nuovo. Provò a dare uno strattone per liberarsi e urlò di dolore. Il piede era, evidentemente, legato e bloccato dentro la casa. Pensò che avrebbe fatto tardi in ufficio, alla riunione, pensò che comunque nell’altra stanza avrebbe dovuto esserci suo figlio Matteo. Lo chiamò a gran voce.

L’idea di incatenargli il piede dentro una delle case di bambole che possedeva era stata geniale. Aveva scelto con cura quale usare. La più resistente, costruita in legno da un artigiano norvegese, si era rivelata la più adatta. La sera precedente aveva messo del potente sonnifero nel caffè che aveva preparato a suo padre. Un paio d’ore dopo era entrato in camera da letto, aveva legato il piede sinistro del padre a una catena e lo stesso aveva fatto con la parte della gamba, appena sotto al ginocchio, dopo aveva fatto passare entrambe le catene intorno a due ganci d’acciaio che aveva fissato in precedenza dentro la casa. Dopo aver bloccato la casa con dei perni alla rete, attraverso dei fori praticati al materasso, aveva guardato la sua opera con soddisfazione. A tutto questo pensava Matteo Negri alle 7,45, sull’autobus che lo stava portando all’università.

Aveva cominciato a coltivare la passione per quelle case dopo aver letto la sua prima rivista d’architettura. Erano quelli gli studi che avrebbe intrapreso qualche anno dopo. Quelle piccole costruzioni così perfette gli permettevano di avere sotto mano tutta una casa, dentro la sua camera e, successivamente, dentro lo studio ricavato dalla taverna. Le preferiva ai plastici perché erano più vive. Erano reali, le bambole erano persone. C’erano artigiani eccezionali che curavano gli interni fino al minimo dettaglio. Il suo scopo era studiare quegli interni e successivamente modificarli, era diventato bravissimo. Sarebbe stato un grande architetto d’interni. Tutto questo a suo padre non importava, non gli importava della sua passione per le costruzioni, per gli interni, per la ricerca dello spazio in piccoli ambienti. Non gli importavano i trenta e lode, gli importava solo una cosa: Matteo era gay e le case di bambole erano una cosa da ricchioni.

A Giacomo Negri scappava da pisciare, Matteo non rispondeva, non poteva credere che suo figlio gli avesse fatto questo. Aveva cercato il cellulare ma non era sul comodino, il telefono di casa era muto. Erano passate due ore, stava cominciando a sudare freddo, cosa sarebbe accaduto? Cosa avrebbe potuto fare? Fino a che ora avrebbe potuto resistere? Matteo sarebbe tornato a casa? Cominciò a rimpiangere la scelta dell’acquisto della villetta fuorimano. Perché non capiva che gli voleva bene, che quel suo difetto avrebbero potuto curarlo, che poteva renderlo nonno. Perché sua moglie era morta così presto? Urlò con tutto il fiato che aveva in gola e pisciò nel letto.

Le prime quattro lezioni erano andate. Matteo le aveva trascorse tra preoccupazione e euforia. Suo padre meritava una lezione ma forse c’era andato giù troppo pesante. In fondo era anziano, di un’altra cultura, non poteva capire. E invece no, porco cazzo, era un bastardo fascista di merda che lo aveva costretto per anni a fingere in pubblico. Ma fingere che? In fondo lui era un bacchettone: non si drogava, beveva poco, prendeva voti alti. Non c’era niente da fare, suo padre avrebbe anche sopportato l’idea che suo figlio fosse frocio, l’importante era che nessuno sapesse, nessuno parlasse. Potendo gli avrebbe procurato una puttana che facesse la fidanzata di facciata. Ascoltò tutte le lezioni fino alla fine e poi fece ritorno a casa. Aveva detto a Gennaro che quella sera non si sarebbero visti, che avrebbe dovuto parlare con suo padre. Gennaro si era fatto una risata. A lui non gliene fotteva  un cazzo di quello che pensavano i suoi.

«Papà stai bene? Papà?»

«Matteo, ma come vuoi che stia? Ho sete, liberami. Mi sono pure pisciato addosso e mi scappa da cacare. Ma cosa cazzo ti è saltato in mente? Liberami per favore, io ti voglio bene, lo sai.»

«Lo so che mi vuoi bene papà, anch’io ti voglio bene. Tra poco ti libero.»

«Dammi dell’acqua per favore.»

Giacomo era ridotto a un cencio; sudato e pallido da far paura. Matteo lo guardava come se non lo riconoscesse, qualcuno che non conosceva.

«Prendi, bevi. Bevi piano.»

Giacomo bevve tutta l’acqua in un sorso.

«Grazie figlio mio, liberami per favore. Liberami Porcodio!»

«Che fai papà bestemmi? Stai calmo non siamo qui per questo, tra poco ti libero, prima però dovrai farmi un favore.»

«Tutto quello che vuoi. Vuoi più soldi? Una macchina nuova? Vuoi fare un viaggio, sì?»

«Voglio che tu ripeta una preghiera insieme a me, una specie di mantra, vedrai ti piacerà. Preghiamo insieme papà? Come quando mi portavi a messa?»

«Se è questo che vuoi, dammi ancora un po’ d’acqua. Che preghiera è?»

Matteo gli riempì un altro bicchiere d’acqua.

«Voglio che tu ripeta con me: “Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay”, sarà il nostro rosario papà, vedrai dopo staremo meglio, dopo tutto sarà più facile, sei pronto papà?»

Giacomo bevve ancora.

«Tu sei pazzo, tu non sei gay. Mio figlio non è gay.»

Matteo tirò fuori dalla tasca della felpa una pistola e la puntò su suo padre.

«Tuo figlio è gay, tuo figlio ti sta puntando una pistola come un vero uomo, tuo figlio con piglio autoritario ti sta ordinando di pregare.»

«Stai caaaalmo. Va bene, va bene, calmati, se è questo che vuoi.»

Matteo cominciò il mantra e Giacomo lo seguì. Fuori era notte fonda, come ogni mantra le parole si levarono e dal coro diventarono suono. Un suono a volte quieto, a volte strozzato. Un loop come le loro vite.

«Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay…»

«Grazie papà, è stato bello vero? Sapevo che ti sarebbe piaciuto, che avresti capito.»

Giacomo non disse nulla, aveva gli occhi gonfi, stava piangendo. Matteo smontò la casa di bambole, staccò le catene dal gancio e lo liberò. Sparò a suo padre mentre questi pronunciava la parola: Grazie.

© Gianni Montieri

***

Aretha Franklin – I say a little prayer 1968 (scritta nel 1967 da B. Bacharach e Hal David per Dionne Warwick) – Album: Aretha Now

The moment I wake up
Before I put on my makeup
I say a little prayer for you
While combing my hair, now,
And wondering what dress to wear, now,
I say a little prayer for you

Forever, forever, you’ll stay in my heart
and I will love you
Forever, forever, we never will part
Oh, how I’ll love you
Together, together, that’s how it must be
To live without you
Would only be heartbreak for me.

I run for the bus, dear,
While riding I think of us, dear,
I say a little prayer for you.
At work I just take time
And all through my coffee break-time,
I say a little prayer for you.

Forever, forever, you’ll stay in my heart
and I will love you
Forever, forever we never will part
Oh, how I’ll love you
Together, together, that’s how it must be
To live without you
Would only be heartbreak for me.

My darling believe me,
For me there is no one
But you

***
ASCOLTA IL BRANO