Giorno: 15 gennaio 2014

l’irragionevole prova del nove (gc) – 8

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l’irragionevole prova del nove – 8

 

Complicatibus: – Qua e là è stato detto. Qua e là è stato già detto, già. Fuori e dentro. Fuori è dentro. Già tutto è stato detto, già.

Simpliciter: – O fuori o dentro. Non può essere insieme dentro e fuori. Non può essere. Proprio non può essere.

Complicatibus: – Non c’è proprio senza improprio. Non c’è proprietà senza improprietà. Non c’è possibilità, se non impossibile.

Simpliciter: – Lei proprio non c’è. Lei è impossibile.

Complicatibus: – Non c’è orizzonte, se non senza orizzonte; non c’è limite, se non senza limite; non c’è attesa, se non senza attesa, o solo e soltanto disattesa: non c’è speranza, se non senza speranza, o solo e soltanto disperante, e disperata.

Simpliciter: – Non Le mancano queste mancanze? Lei è privo di tutto. Lei si priva di tutto. A Lei manca tutto, proprio tutto. Non Le manca tutto? Cosí facendo, non Le resta nulla.

Complicatibus: – Non manca che quel di cui si è privo, o privato, per altro verso, per altro verso segreto; non manca che quel di cui si è privo, o privato, per altro passo, per altro passo segreto; o per altra nota, per altro segreta; o per altro appunto, segreto; o parte, segreta; o figura, o imagine, o storia, per altro segreto, segrete. E non resta del resto di quel che non manca solo quel che manca, solo e soltanto quel che manca, solo e soltanto quel che si manca, solo e soltanto quel che ci manca.

Simpliciter: – A Lei allora che Le manca? Forse non Le manca niente?

Complicatibus: – Forse non manca niente; forse non si manca se non quel che non si è; forse non ci manca che quel che non c’è.

Simpliciter: – Dunque non Le manca niente? Forse Lei ha tutto?

Complicatibus: – Forse, pur avendo tutto, non si ha quel che è tutto: questo è tutto. Si può non essere tutto per qualcuno, né solo e soltanto qualcosa, e dunque mancare, e mancarsi, e mancarci. Forse, però, pur nulla avendo, si può essere qualcosa per qualcuno: per non mancare, per non mancarsi, per non mancarci: per non privare, per non privarsi, per non privarci. O forse non si è, se non niente, e per nessuno.

Simpliciter: – Lei manca di criterio: non c’è criterio nelle Sue parole. Lei non ha criterio.

Complicatibus: – Non c’è criterio, se non senza criterio; non c’è mancanza, se non senza mancanza: non c’è privato, se non senza privato. E non c’è pubblico, se non senza pubblico. Non c’è autore, se  non senza autore. Non c’è esistenza, se non senza esistenza.

Simpliciter: – Ma, Lei, non esiste! proprio non esiste quel che dice: che esistenza è senza esistenza? L’autore: chi è l’autore se non c’è autore? e di che? E cos’è questo pubblico senza pubblico? che vuol dire, ora, questo? E cosa questo privato senza privato? Che vuol dire, ora, quest’altro? Questo pubblico e questo privato; cosa vuol dire, ora, tutto questo? E cosa manca senza mancanze? che  criterio è senza criterio? Lei è privo di senso. Forse Lei non ha altri interessi. Forse Lei non è interessato. Forse Lei non ha altro interesse che non interessarsi di nulla. Lei è disinteressato.

Complicatibus: – Non c’è interesse, se non senza interesse; non c’è senso, se non senza senso.

Simpliciter:  – Lei,  è insensato quel che dice:  Lei è critico, ma senza senso critico. Lei dice senza dire nulla. Lei parla senza parlare, tanto per parlare. Lei parla senza parole. Lei non cerca le parole giuste, Lei non cerca le giuste parole. Lei cosa cerca? Cosa cerca di dire? Lei ha forse un segreto? Lei ha un segreto, forse.

Complicatibus: – Non si cerca, se non quel che non si trova, e questo è forse il segreto. Non c’è segreto se non di quel che è privato, se non di quel che non è pubblico: un privato che non sia segreto sarebbe privato del segreto di esser privato, sarebbe privo del privato esser segreto.

Simpliciter: – Lei mi priva del Suo privato, del Suo segreto. Il pubblico è lí, alla portata di tutti. Il pubblico attende una svolta.

Complicatibus: – Non c’è svolta, se non senza svolte. O forse con tutte le svolte.

Simpliciter: – Lei non svolta. Lei è immobile. Lei non va oltre le solite parole. Lei non passa oltre. Lei non attraversa.

Complicatibus: – Attraverso un verso passare oltre, o ripassando un passo attraversare oltre.

Simpliciter: – Lei non cede, Lei non si decide. Lei dice e disdice. Lei è disdicevole.

Complicatibus: – Forse non si cede, se non concedendosi.

Simpliciter: – Lei non si concede. Lei è incomprensibile. Lei pensa ad altro. Lei, Lei forse pensa ad altro?

Complicatibus: – Forse non c’è cessione senza concessione, forse non c’è comprensione se non senza incomprensione: forse non c’è pensiero se non senza pensare ad altro.

Simpliciter: – Lei, è impensabile il Suo pensiero. Lei non ha conoscenza dell’altro. Lei pensa solamente a sé. Lei non sente quel che Le si dice.

Complicatibus: – Forse non c’è altro. O forse non c’è altro che sentire, e sentirsi: sentire di sentirsi, sentirsi di sentire.

Simpliciter: – Sentiamo allora che altro ha da dire.

Complicatibus: – Dire d’altro, dire d’altro sentire: cedere, e cedersi; concedere, e concedersi; comprendere, e comprendersi.

Simpliciter: – Lei, non si comprende quel che afferma. Lei si nega alla comprensione. Lei non è chiaro. Lei è oscuro.

Complicatibus: – Mente il chiaro un oscuro che non c’è. O viceversa: mente l’oscuro un chiaro che non c’è.

Simpliciter: – Lei non fa chiarezza. Lei s’oscura. Lei, il suo volto è scuro.

Complicatibus: – Di punto in bianco di nero dipinto il volto al sole rivolto, di punto in nero di bianco dipinto il volto alla luna rivolto, per dire tanto per dire una cosa o un’altra: non c’è chiarezza né oscurità, c’è solo e soltanto il mentire un volto rivolto, o capovolto, ecco, capovolto sossopra, per mentire un’altra storia che non si fece storia, che è solo e soltanto memoria. Una eco, che non era ancora sòno, ma solo e soltanto una voce, che diceva e non diceva, che si sentiva e già non si sentiva: già, non si sentiva piú, già.

Simpliciter: – Lei divaga. Lei se ne va, via.

Complicatibus: – Via, non c’è altra via che non avere via, e questa è la via: via, non avere via di scelta è esserci in fine la propria impropria via.

Simpliciter: – Lei non sceglie.

Complicatibus: – Non si può forse scegliere di non scegliere?

Simpliciter: – Che scelta è senza scelta? Non c’è scelta senza scelta.

Complicatibus: – Forse, forse potrebbe darsi una vocazione.

Simpliciter: – Lei, Lei pare non avere nessuna vocazione.

Complicatibus: – Forse. O forse la vocazione non è nient’altro che agire la voce.

Simpliciter: – Lei non agisce, Lei è inattivo. La sua voce non si sente, né alcuna voce Lei sente. Lei non sente nulla. Lei proprio non sente nessuno. Lei non sente.

Complicatibus: – Anzi ché non sentire, anzi ché non sentirsi dire d’altro, dire d’altro ancora, di nuovo: mentire di dire altro di nuovo, ancora; mentire di dirsi altro ancora, di nuovo; mentire di dirci altro di nuovo, ancora.

Simpliciter: – Lei, ora, mente? o finge di mentire? Ora, ora vorrei sentirla. Vorrei sentire la sua voce. Vorrei sentirle dire una parola – solamente una parola, –  vorrei sentirla di nuovo: Lei, la parola.

Complicatibus: – Di nuovo, ancora: ancora, di nuovo. Una parola,  solo e soltanto una parola. O forse nessuna parola: niente, niente di nuovo, niente ancora.

Simpliciter: – Ancora niente. Ancora nessuna parola. O le stesse parole di sempre, la stessa parola di sempre: niente. Niente di nuovo. Niente di nuovo sotto al sole.

Complicatibus: – Forse la luna, forse la luna sossopra, forse la luna sossopra di nuovo, o  forse la luna sossopra di nuovo tutto:  tutto capovolto sossopra. Il sole, capovolto, sossopra alla luna; la luna sossopra, capovolta, al sole. Tutto capovolto sossopra a niente; e niente sossopra capovolto a tutto.

Simpliciter: – Che cos’è questa natura, che appare, che scompare? E cosa questo sole, che appare, che scompare? e cosa questa luna, che appare, che scompare? Di che natura sono? Di quale natura sono? Lei non è naturale. Lei è innaturale. Che cosa sono queste parole? Cosa è questa parola?

Complicatibus: – Queste parole sono quelle parole, questa parola è quella parola: una parola è la parola, un’altra parola è la stessa parola, uguale e diversa, capovolta sossopra. È la parola che contiene tutte le parole, e nessuna; e tutte le definizioni, e nessuna.

Simpliciter: – La dica, a ché possa sentire di nuovo; a ché si possa sentire, di nuovo; a ché ci si possa sentire, di nuovo.

Complicatibus: – O mentire di sentire, mentire di sentirsi, mentire di sentirci; o mentire d’averne la possibilità: d’avere la possibilità di sentire il sentire, e di non mentire. E d’essercene, in vece, l’impossibilità.

Simpliciter: – Mi menta questa parola.

Complicatibus: – O quella?

Simpliciter: – Mi menta questa impossibilità.

Complicatibus: – Mentire di sentir cedere, o di sentirsi cedere; mentire di sentir concedere, o di sentirsi concedere; mentire di sentir prendere, o di sentirsi prendere: mentire di sentir comprendere, o di sentirsi comprendere.

Simpliciter: – Lei non comprende, Lei non comprende nulla. Lei non è comprensivo.  Lei proprio  non ha nessun modo per comprendere.  Lei non ha nessuna comprensione: di niente.

Complicatibus: – Niente si comprende, se non l’incomprensione. Proprio non c’è modo di comprendere, se non senza modo, proprio non c’è comprensione, se non impropria: incomprensibile, appunto. O forse è questo appunto ad essere incomprensibile: appunto questo appunto, questa nota. Una nota a margine, ora mai ignota, un verso ora mai perso, che non si trova, che non si ritrova, che è preso dal sapere di non poter essere piú saputo; una parte minima, o un minimo sono, un sòno minuto, a parte, per trovarsi, per ritrovarsi, per non piú perdersi,  per non piú perdere, per esser preso dal non saper l’impossibilità di  sapere, dal non sentire l’impossibilità di sentire, dal non comprendere l’impossibilità di comprendere. Tutto, tutto è incomprensibile.  Tutto, tutto è improprio; tutto, tutto è impossibile.

Simpliciter: – Non c’è proprio la possibilità di comprendere? Qualcosa, al meno. Qualcosa di piú.

Complicatibus: – Di piú qual cosa? Al meno qual cosa? Al meno di piú, al piú di meno, questa qual cosa, o quella; questo qualcosa, o quello, per qualcuno, o per nessuno: un po’ di piú, al meno; un po’ di meno, al piú. Comprendere solo e soltanto l’impossibilità di comprendere la possibilità del piú, o del meno; e di comprendersi, e di comprenderci: la possibilità della somma, o della differenza; della somma differenza di sotto, della differente somma di sopra; della somma somma questa volta, e quella, e della differente differenza, di sotto, di sopra; o forse sossopra, insieme uguali, insieme diverse, la somma differente differenza somma, tutto insieme, sossopra capovolte. Tutto, tutto insieme capovolto sossopra.

Simpliciter: – Lei ha messo a soqquadro il quadro, e i quadri tutti, e il quadrato. Lei non è quadrato, Lei non fa quadrato. Lei non è inquadrato, Lei è fuori campo. Lei è indefinito, Lei è indefinibile. Lei non ha regole, Lei è fuori dal quadro, e dai quadri. Lei è fuori.

Complicatibus: – Forse. O forse essere fuori è essere dentro.

Simpliciter: – Lei, è proprio fuori luogo quel che dice.

Complicatibus: – Essere fuori luogo, appunto, essere fuori luogo è essere dentro. O forse essere fuori luogo è essere altrove, fuori dal luogo comune, in un luogo altro. Essere altrove non è forse essere dove è l’altro? non è forse essere insieme?

Simpliciter: – Lei non si addentra. Lei è ai margini. Lei è marginale. Come si può essere fuori dal luogo comune se si è insieme, in un qualche dove, che Lei, solamente Lei, dice altrove? Lei si estrania, Lei è estraneo a tutto.

Complicatibus: – Non c’è luogo comune, che non sia anche estraneo; non c’è luogo proprio, che non sia anche improprio: in luogo di dire del luogo comune c’è solo e soltanto un luogo non comune di dire il luogo comune, un luogo estraneo, per chi è estraneo al luogo comune, un luogo altro, per dove è l’altro, appunto altrove.

Simpliciter: – Lei è altrove. Dove è questo altrove? Non esiste questo luogo. Dove è Lei?

Complicatibus: – Fuori da ogni dove, dentro ogni dove; dove dovunque, dove nonunque: dove tutte le storie sono un’unica storia, e tutte le parole un’unica parola; dove tutti i versi sono un unico verso, e tutti i passi un unico passo;  dove tutte le figure  sono un’unica figura,  e le imagi un’unica imago. E tutte le definizioni un’unica definizione, e nessuna. Forse l’ultima, forse la prima.

Simpliciter: – L’ultima. Ora l’ultima.

Complicatibus: – L’ultima ora?

Simpliciter: – Lei domanda quel che Le si è domandato. Lei non ha risposte. Lei non ha soluzioni.

Complicatibus: – Non aver soluzioni non è forse esserci la soluzione? Non aver risposte non è forse esserci la risposta?

Simpliciter: – Ma quale risposta, quale soluzione? Lei è irresoluto. Lei manca di soluzioni e di risoluzione:  Lei manca.

Complicatibus: – Lei manca? Lei Le manca?

Simpliciter: – Lei è mancante. D’altro canto Lei non ha piú i numeri per dire l’ultimo numero, né parole per avere l’ultima parola. Lei non ha piú argomenti.

Complicatibus: – Non avere argomenti né del piú né del meno, non è forse argomentare del piú e del meno?

Simpliciter: – L’unico Suo argomento è non avere argomenti.

Complicatibus: – Forse non si argomenta se non dell’argomento, non si parla se non del parlare, non si dice se non del dire, non si scrive se non dello scrivere, non si ha tema se non del tema.

Simpliciter: – Lei non ha tema, Lei è senza tema. Lei argomenta senza argomentare nulla, Lei definisce senza definire nulla. Lei figura senza figurare.

Complicatibus: – Lei figura,  senza figurare: Lei figura senza figurare?  Ma  senza parole, come parlare a qualcuno?

Simpliciter: – Come parlare a qualcuno, senza parole?

Complicatibus: – Forse parlando a nessuno, a nessun altro che non sia appunto l’altro, un altro da sé, o un altro se stesso. Forse dicendo senza dire, o dire tacendo: dire il silenzio, le parole non dette, o dette taciute, solo e soltanto per l’imago della figura, per la figura dell’image. Solo e soltanto tanto sole, antico, nuovo, che pare apparire, e dispare; che pare disparire, e compare. Solo e soltanto per dire quel che è stato già detto, già detto, già, ancora, di nuovo: per un verso ancora, per un verso di nuovo; o per un passo ancora, per un passo di nuovo, un passo che passa oltre, e va via, via. Via, non c’è passo che passi e non passi. Questo rumor di passi non è forse piuttosto un rumor sottile, esile, lieve? non è forse una voce, che si sente, e non si sente? che si sente sentire, e non si sente sentire?

Simpliciter: – Lei non sente alcuna voce, non si sente nessuna voce, tantomeno la sua, Lei non ha voce, Lei non ha voce in capitolo.

Complicatibus: – Ancora di nuovo un altro termine per la fine, per il fine, per la fine che non ha fine, né fine.

Simpliciter: – Lei proprio non la finisce. Mai. Lei ricomincia. Sempre.

Complicatibus: – O forse è da sempre finito: è un capitolo finito, da sempre finito.

Simpliciter: – Proprio finito: è proprio finita?

Complicatibus: – O forse non è mai cominciato: è un capitolo mai cominciato.

Simpliciter: – Chiudiamo questo capitolo.

Complicatibus: – Forse non c’è la possibilità di chiudere alcun capitolo.

Simpliciter: – No?

Complicatibus: – C’è solo e soltanto l’impossibilità di chiudere. O, aprendone un altro, che ci sia questa possibilità?

Simpliciter: – Apriamone un altro.

Complicatibus: – Passo passo, passare da un passo all’altro, da un capitolo all’altro, uno dietro l’altro avanti, o viceversa.

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – Avanti l’altro dietro l’uno, passare oltre, e via. E via cosí, e cosí via: un capitolo tira l’altro, e si ritira.

Simpliciter: – Lei sta capitolando.

Complicatibus: – Non c’è capitolo che non capitoli. O forse c’è sempre un nuovo capitolo: di nuovo un capitolo, ancora, o un capitolo di nuovo, ancora, per ricapitolare.

Simpliciter: – Ricapitolare?

Complicatibus: – O forse non c’è capitolo da ricapitolare, né passo da ripassare; né verso da riversare, né canto da ricantare; né parte da ripartire, né fine da rifinire: né epilogo da riepilogare.

Simpliciter: – Lei ricomincia senza finire, Lei rifinisce senza cominciare. Lei non la finisce. Lei proprio non ha fine.

Complicatibus: – Forse che non abbia mai avuto fine? né forse mai fine s’abbia? Forse che non abbia mai avuto principio? né s’abbia?

Simpliciter: – Lei, ora, si sta insabbiando: Lei non ha principî.

Complicatibus: – Forse non si hanno principî, né principi, di nessun grado, non si hanno  re,  né  regine:  né reggenti,  né principali,  ma solo e soltanto dipendenti, di grado vario.

Simpliciter: – Non c’è capo né coda: Lei liquida tutto senza farlo dipendere da niente. Se esistono dipendenti, non ci può non essere un capo. Se si liquida tutto, deve licenziare: il periodo è finito. La stagione è finita. Ci sono i conti da saldare. Lei è in saldo di fine stagione. Lei è in vendita. Lei si vende. Lei si svende. Lei è in svendita. Lei ha la licenza di licenziare.

Complicatibus: – Avendo licenza di licenziare, forse c’è anche quella di riassumere.

Simpliciter: – Riassumere?

Complicatibus: – O forse non c’è riassunto da riassumere, forse c’è  solo e soltanto un appunto, o una nota soltanto, solo una nota: solo un sono, minuto. Un appunto da riappuntare, una nota da riannotare.

Simpliciter: – A che titolo questa nota? Lei non ha piú titoli. Lei non è titolato. Lei non è titolare di niente. Una nota al merito? un titolo al merito? Lei non ha meriti. Lei non è meritevole, né di titoli né di note. Lei non ha azioni, Lei è inattivo. Lei non agisce. Lei non sa agire. Lei non ha piú proprietà, Lei non ha piú bene né beni. Lei è in passivo. Lei è in debito, Lei è debitore. A che titolo il suo titolo? Lei non formula una formula. Lei non prova una prova. Lei non viene a capo di niente.

Complicatibus: – Forse. O forse non venirne a capo potrebbe dire in fine andarvi? Di nuovo, ancora, a capo volgere in fine; a capo volgersi in fine, e volgerci.

Simpliciter: – Lei forse vuol finalmente volgere al termine?

Complicatibus: – Non c’è un solo volto, né una sola volta, per il termine dei  termini, né per il primo. Forse ci son tanti volti, e tante volte.

Simpliciter: – Lei non va da nessuna parte, proprio da nessuna parte, tanto meno a capo, tanto piú che non ha mai fine.

Complicatibus: – Potrebbe darsi una principale a capo delle dipendenti, per riassumere: per riassumere ancora, di nuovo, una parte, o di antico.

Simpliciter: – Per una volta, per una volta solamente dìa una svolta. Assuma una parte, e la interpreti.

Complicatibus: – Non si hanno parti che non siano parti di parti, né vi sono parti che non abbiano parti di parti.

Simpliciter: – La quarta parte, questa quarta parte del tutto, pare averne infinite: come interpretare questo infinito, questa cosa, questo dato, questo fatto, questo dato di fatto, questa parte?

Complicatibus: – Qua e là è stato già detto, già detto, già: non ci son fatti, non ci son dati i fatti né ci son dati di fatto, non ci son cose che non siano questa cosa qua o quella là, non ci son parti che non siano queste o questi parti, quelle o quei parti, né s’hanno parti che non siano questi e quelli, queste e quelle.

Simpliciter: – Lei varia senza varietà questa parte, pare essere un prodotto di scarto, da scartare.

Complicatibus: – D’altro canto, cosa ne resta?

Simpliciter: – D’altro canto?

Complicatibus: – D’altro verso, cosa ne resta?

Simpliciter: – D’altro verso?

Complicatibus: – D’altra parte, cosa ne resta?

Simpliciter: – D’altra parte? un’altra parte ancora? Non ci sono altre parti: questa è l’ultima. La quarta.

Complicatibus: – Del resto cosa ne resta?

Simpliciter: – Del resto?

Complicatibus: – Del resto cosa ne resta del resto?

Simpliciter: – Cosa ne resta del resto di cosa? Lei spende, Lei si spende, Lei ha già speso, Lei ha già speso tutto, Lei ha già speso tutte le parole: non Le rimane altro da spendere. Non Le rimane che questa minima parte da spendere: l’ultima parola, l’ultimo numero.

Complicatibus: – Forse ancora un passo, per ripassare la parte.

Simpliciter: – Ripassare la parte? Lei, ora, vuole finalmente interpretare la parte? Lei, ora, vuole finalmente interpretare una parte? Lei ora vuol essere un personaggio? Lei, ora, vuol finalmente figurare?

Complicatibus: – Mente il finale un finale che non c’è, né può esserci. Non c’è infinito senza finito, alla fin fine finito, non c’è figura finita alla fin fine senza figurarsi una figura di carta, una figura di re: dire una figura di re, di nuovo, una figura finita e a capo, di re, ancora, una figura finita di re che mente la fine, un finale di partita, una carta che si scarta, una lettera che non si fa lettera, un segno che non si fa disegno, un punto e una virgola, un sole e una luna, tra parentesi, senza parentesi iniziale, con una parentesi finale, per mentire la fine che non ha avuto inizio, per mentire che si vuole presente, per mentire il presente, l’ora, l’adesso: l’ora e adesso, ad esso, Lei. Appunto Lei. O il re. E il re. Il re di carta che si scarta per un finale di partita,  diverso,  uguale. In ogni capo, alla fin fine, c’è una presenza, e una assenza, un’assenza che si fa presente, una presenza che si fa assente. In ogni finito un infinito a capo, in ogni infinito alla fin fine c’è appunto una finita fine. O solo e soltanto un appunto, o una nota soltanto, e ignota. Un verso diverso, una parte che riparte, che si riparte.

Simpliciter: – Lei non parte, né riparte: non c’è niente da ripartire. Non c’è niente da dividere. Lei non giunge, né congiunge: non c’è niente da congiungere. Non c’è niente da aggiungere. Lei non ha niente da aggiungere? Lei sottrae. Lei riduce. Lei è riduttivo.

Complicatibus: – Appunto: non c’è altro da aggiungere. Tutto è stato già detto, già; tutto è stato già aggiunto, già. O, forse, se non altro, appunto un altro, un altro appunto, appunto un altro appunto, o una nota, una nota a margine, appunto a margine, un appunto a margine, ridotto al margine.

Simpliciter: – Lei, è marginale, ora, quel che dice.

Complicatibus: – Forse non può non esserci che marginalità, non può non esserci che riduzione.

Simpliciter: – Lei, come si sta riducendo!

Complicatibus: – Forse non c’è che ridurre, e ridursi.

Simpliciter: – Lei è ridotto a pezzi: come interpretare questa parte ridotta, questa marginalità cui si riduce, cui ha ridotto il tutto? come interpretare questo passo ridotto, questo passo ridotto a pezzi?

Complicatibus: – Forse non può non esserci altro che ridurre la parte, e il passo: ridurre tutto a pezzi; e mettere ai margini. E mettersi ai margini. Forse non può non esserci altro che ridurre il verso, e il canto: ridurre tutto a  pezzi;  e mettere  ai margini.  E mettersi ai margini.  Forse,  non può non esserci altro che ridurre le figure, e le imagini: ridurre tutto a pezzi, a pezzi; e mettere ai margini, ai margini. E mettersi ai margini.

Simpliciter: – Questa parte è a pezzi. Lei è a pezzi. Questa parte è spezzata. Lei è spezzato.

 

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l’irragionevole prova del nove – 1

l’irragionevole prova del nove – 2 

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l’irragionevole prova del nove – 4

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l’irragionevole prova del nove – 6

l’irragionevole prova del nove – 7

in-side stories # 26 – Una preghiera

berlino 2011 - foto gm

in-side stories #26 – Una preghiera

Aveva spento la sveglia e, come era solito fare, ancor prima di aprire del tutto gli occhi, si era dato lo slancio per buttarsi giù dal letto. Il piede destro non arrivò a toccare il pavimento, avvertì qualcosa che bloccava la coscia sinistra. Bestemmiò e aprì gli occhi. La gamba sinistra, dal ginocchio in giù era chiusa in una specie di casa di bambole, bestemmiò di nuovo. Provò a dare uno strattone per liberarsi e urlò di dolore. Il piede era, evidentemente, legato e bloccato dentro la casa. Pensò che avrebbe fatto tardi in ufficio, alla riunione, pensò che comunque nell’altra stanza avrebbe dovuto esserci suo figlio Matteo. Lo chiamò a gran voce.

L’idea di incatenargli il piede dentro una delle case di bambole che possedeva era stata geniale. Aveva scelto con cura quale usare. La più resistente, costruita in legno da un artigiano norvegese, si era rivelata la più adatta. La sera precedente aveva messo del potente sonnifero nel caffè che aveva preparato a suo padre. Un paio d’ore dopo era entrato in camera da letto, aveva legato il piede sinistro del padre a una catena e lo stesso aveva fatto con la parte della gamba, appena sotto al ginocchio, dopo aveva fatto passare entrambe le catene intorno a due ganci d’acciaio che aveva fissato in precedenza dentro la casa. Dopo aver bloccato la casa con dei perni alla rete, attraverso dei fori praticati al materasso, aveva guardato la sua opera con soddisfazione. A tutto questo pensava Matteo Negri alle 7,45, sull’autobus che lo stava portando all’università.

Aveva cominciato a coltivare la passione per quelle case dopo aver letto la sua prima rivista d’architettura. Erano quelli gli studi che avrebbe intrapreso qualche anno dopo. Quelle piccole costruzioni così perfette gli permettevano di avere sotto mano tutta una casa, dentro la sua camera e, successivamente, dentro lo studio ricavato dalla taverna. Le preferiva ai plastici perché erano più vive. Erano reali, le bambole erano persone. C’erano artigiani eccezionali che curavano gli interni fino al minimo dettaglio. Il suo scopo era studiare quegli interni e successivamente modificarli, era diventato bravissimo. Sarebbe stato un grande architetto d’interni. Tutto questo a suo padre non importava, non gli importava della sua passione per le costruzioni, per gli interni, per la ricerca dello spazio in piccoli ambienti. Non gli importavano i trenta e lode, gli importava solo una cosa: Matteo era gay e le case di bambole erano una cosa da ricchioni.

A Giacomo Negri scappava da pisciare, Matteo non rispondeva, non poteva credere che suo figlio gli avesse fatto questo. Aveva cercato il cellulare ma non era sul comodino, il telefono di casa era muto. Erano passate due ore, stava cominciando a sudare freddo, cosa sarebbe accaduto? Cosa avrebbe potuto fare? Fino a che ora avrebbe potuto resistere? Matteo sarebbe tornato a casa? Cominciò a rimpiangere la scelta dell’acquisto della villetta fuorimano. Perché non capiva che gli voleva bene, che quel suo difetto avrebbero potuto curarlo, che poteva renderlo nonno. Perché sua moglie era morta così presto? Urlò con tutto il fiato che aveva in gola e pisciò nel letto.

Le prime quattro lezioni erano andate. Matteo le aveva trascorse tra preoccupazione e euforia. Suo padre meritava una lezione ma forse c’era andato giù troppo pesante. In fondo era anziano, di un’altra cultura, non poteva capire. E invece no, porco cazzo, era un bastardo fascista di merda che lo aveva costretto per anni a fingere in pubblico. Ma fingere che? In fondo lui era un bacchettone: non si drogava, beveva poco, prendeva voti alti. Non c’era niente da fare, suo padre avrebbe anche sopportato l’idea che suo figlio fosse frocio, l’importante era che nessuno sapesse, nessuno parlasse. Potendo gli avrebbe procurato una puttana che facesse la fidanzata di facciata. Ascoltò tutte le lezioni fino alla fine e poi fece ritorno a casa. Aveva detto a Gennaro che quella sera non si sarebbero visti, che avrebbe dovuto parlare con suo padre. Gennaro si era fatto una risata. A lui non gliene fotteva  un cazzo di quello che pensavano i suoi.

«Papà stai bene? Papà?»

«Matteo, ma come vuoi che stia? Ho sete, liberami. Mi sono pure pisciato addosso e mi scappa da cacare. Ma cosa cazzo ti è saltato in mente? Liberami per favore, io ti voglio bene, lo sai.»

«Lo so che mi vuoi bene papà, anch’io ti voglio bene. Tra poco ti libero.»

«Dammi dell’acqua per favore.»

Giacomo era ridotto a un cencio; sudato e pallido da far paura. Matteo lo guardava come se non lo riconoscesse, qualcuno che non conosceva.

«Prendi, bevi. Bevi piano.»

Giacomo bevve tutta l’acqua in un sorso.

«Grazie figlio mio, liberami per favore. Liberami Porcodio!»

«Che fai papà bestemmi? Stai calmo non siamo qui per questo, tra poco ti libero, prima però dovrai farmi un favore.»

«Tutto quello che vuoi. Vuoi più soldi? Una macchina nuova? Vuoi fare un viaggio, sì?»

«Voglio che tu ripeta una preghiera insieme a me, una specie di mantra, vedrai ti piacerà. Preghiamo insieme papà? Come quando mi portavi a messa?»

«Se è questo che vuoi, dammi ancora un po’ d’acqua. Che preghiera è?»

Matteo gli riempì un altro bicchiere d’acqua.

«Voglio che tu ripeta con me: “Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay”, sarà il nostro rosario papà, vedrai dopo staremo meglio, dopo tutto sarà più facile, sei pronto papà?»

Giacomo bevve ancora.

«Tu sei pazzo, tu non sei gay. Mio figlio non è gay.»

Matteo tirò fuori dalla tasca della felpa una pistola e la puntò su suo padre.

«Tuo figlio è gay, tuo figlio ti sta puntando una pistola come un vero uomo, tuo figlio con piglio autoritario ti sta ordinando di pregare.»

«Stai caaaalmo. Va bene, va bene, calmati, se è questo che vuoi.»

Matteo cominciò il mantra e Giacomo lo seguì. Fuori era notte fonda, come ogni mantra le parole si levarono e dal coro diventarono suono. Un suono a volte quieto, a volte strozzato. Un loop come le loro vite.

«Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay…»

«Grazie papà, è stato bello vero? Sapevo che ti sarebbe piaciuto, che avresti capito.»

Giacomo non disse nulla, aveva gli occhi gonfi, stava piangendo. Matteo smontò la casa di bambole, staccò le catene dal gancio e lo liberò. Sparò a suo padre mentre questi pronunciava la parola: Grazie.

© Gianni Montieri

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Aretha Franklin – I say a little prayer 1968 (scritta nel 1967 da B. Bacharach e Hal David per Dionne Warwick) – Album: Aretha Now

The moment I wake up
Before I put on my makeup
I say a little prayer for you
While combing my hair, now,
And wondering what dress to wear, now,
I say a little prayer for you

Forever, forever, you’ll stay in my heart
and I will love you
Forever, forever, we never will part
Oh, how I’ll love you
Together, together, that’s how it must be
To live without you
Would only be heartbreak for me.

I run for the bus, dear,
While riding I think of us, dear,
I say a little prayer for you.
At work I just take time
And all through my coffee break-time,
I say a little prayer for you.

Forever, forever, you’ll stay in my heart
and I will love you
Forever, forever we never will part
Oh, how I’ll love you
Together, together, that’s how it must be
To live without you
Would only be heartbreak for me.

My darling believe me,
For me there is no one
But you

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