Giorno: 6 gennaio 2014

‘Bodiniana’ anno cento (1914-2014)

Ma tu luna, le incognite finestre
illumini del Nord,
mentre noi parliamo,
nel fondo di quest’esule provincia
ove di te solo la nuca appare.

Vittorio Bodini

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Si sa, in Italia si procede per centenari, se non a volte per decennali, pur di trarre dal sempre più spesso immeritato oblio autori degni invece d’essere non solo ricordati: degni d’essere coltivati come piante rare capaci di germogliare e trasportarsi in terre nuove, e fertili, col vento dei lettori (poco più di un soffio, mi dite?).
Vittorio Bodini (1914-1970)Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970) è uno di quegli autori di cui si sarebbe perso il ricordo se non fosse stato per l’azione coraggiosa e pregiata delle edizioni Besa, che con tenacia e perseveranza, soprattutto nel corso degli ultimi dieci anni, o poco meno, ha rimesso in circolazione le opere edite e moltissimi inediti con due distinte operazioni: la pubblicazione nel 1997 di Tutte le poesie, edi­zione curata da Oreste Macrì (già responsabile delle edizioni mondadoriane del 1972 e del 1983), ossia del critico ‘blasonato’ che più si spese all’indomani della scomparsa dell’amico Bodini affinché non finisse nel silenzio; a questo volume, riedito a partire dal 2004, ha fatto seguito negli anni l’avvio della ‘Bodiniana’, collana che raccoglie le singole opere corredandole di un commento det­tagliato e puntuale a cura di Antonio Mangione. Sicché, a ben vedere, il lettore volenteroso, potrebbe facilmente recuperare i versi e le prose bodiniane, per immergervisi e scoprirne l’importanza. Im­portanza, è bene dirlo subito, che risiede nella forte connotazione meridionale, o meglio nell’attrazione verso temi del Sud. Aspetto questo che può avvicinare l’esperienza di Bodini a Leo­nardo Sinisgalli e anche al contemporaneo – ai tempi dell’esordio poetico di Bodini – ma destinato a essere postumo Rocco Scotellaro, nonché al dialettale Albino Pierro, tutti e tre, da notare, poeti lucani e non pugliesi. (altro…)

Francesco Filia – Epifanie (due prose)

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Essere seduto lì, perfetto, in poltrona, senza più niente, neanche quel chiodo mistico conficcato nella tempia che altri chiamano mal di testa,  in un coma alimentare, concentrato come un Buddha napoletano intorno alla propria pancia, punto archimedeo del nulla che sto diventando, via digestiva all’assoluto. Il sottofondo della tv – il discorso del presidente, il circo gli acrobati, Alberto e Stephanie di monaco, i clown,  gli elefanti a festa, la nostra vita – il vociare sempre più remoto dei parenti – generazioni accatastate in pochi metri quadri – e sapere finalmente che non c’è altro, mai, neanche un baluginio di luci oltre la  finestra e l’incalzare dei botti di fine anno. Ma ora importa solo quest’istante di perfetta padronanza di sé pur non padroneggiando niente, se non, un attimo prima, l’ultimo schiaccianoci rimasto, un lasciarsi andare lentissimo nell’odore di fritto delle madri, aggrapparsi per un istante alla legge di un padre che si nasconde dietro un enigma di baffi fuori moda. Essere trasparente a se stesso nel torpore che avanza dallo stomaco – in un bruciore di fondo che nessun Maalox potrà sconfiggere – e risale come una lentissima marea fino a inondare il cervello. Anche questo finire non ha più nessun valore, rimanere per sempre riflesso sulla superficie lucida della guantiera dei dolci, nessun prima nessun dopo solo un’origine che prende forma in uno sbuffo d’aria mal camuffato, in una palpebra che cala sempre più come un piombo a coprire la vista. Forse ritornare è solo questo digerire quel che non siamo stati, nient’altro, senza paura senza più angoscia, ma una somma e una sottrazione che si azzerano. Buona fine, buon inizio. Un inizio e una fine che coincidono, finalmente, in un ultimo rigurgito esofageo. Perfetto.

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Nel momento in cui anche l’ultimo mobile fu portato via  rimase solo l’alone dei quadri sul bianco delle pareti. Perlustrata un’ultima volta la casa si mostrò nel suo volto vero, livido, come il negativo di una vecchia foto. Ogni cosa svanendo aveva lasciato solo la propria ombra, un ultimo spasmo di vita remoto, un odore di grigio, un dolore impresso in un’impronta sul pavimento. Forse aveva avuto e avrebbe ancora avuto le sembianze di una casa vuota il mondo senza vita, quando scomparso anche l’ultimo uomo, la ruota dei giorni avrebbe di nuovo assunto la trasparenza di un ghiaccio perenne, uno stare immobile, uno scorrere lentissimo di ombre sulla lastra eterna della necessità, come immagine riflesse nel vetro di questa finestra. Continuò ancora  per qualche minuto a perlustrarla stanza dopo stanza – poi non ci sarebbe mai stato più niente da spostare, da guardare – con passo lento e circospetto, sollevando e riappoggiando i piedi sul pavimento con estrema cautela, quasi a non voler lasciare nessuna impronta. Bisognava lasciar incontaminato il luogo del crimine, il crimine di quella che era stata la sua vita. Ora lui non poteva più incidere sugli eventi, poteva solo osservare con il distacco di un perito o con lo sguardo allucinato di un testimone oculare. Ora quella che era stata da sempre la sua casa non aspettava più nessuno, niente, se non l’aria che gonfia l’intonaco del soffitto, un bolla di spazio immobile,  il pulviscolo che rotea pianissimo, il mondo muto risucchiato nella crepa di un battiscopa.

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© Francesco Filia