Mese: gennaio 2014

Flashback 135 – Legge

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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L’edicolante finge indifferenza e continua a seguire ogni mia mossa tra gli scaffali; il fatto che abbia sconfinato nella sezione libri, sembra averlo messo a disagio. Oggi non ho chiesto nessuna rivista musicale e nessun fumetto dal nome strano: la risposta, ormai ho imparato, sarebbe stata “mi dispiace, non c’è”. Ormai ci abbiamo fatto l’abitudine entrambi. Davanti a me, nella fila in basso, dietro una sfilza di Sellerio blu, in ordine sparso si notano dei libretti grigi con il logo de Il Sole 24 Ore. “Quelli si vendono in abbinamento con il giornale, ma non li compra mai nessuno”. Se voglio, aggiunge, posso non acquistare il quotidiano. Mette tutto in un sacchetto e poi, curioso, mi chiede cosa ne farò mai di tutti questi libri. “Li leggo”, rispondo sorridendo. “Contento tu”, risponde, smettendo di sorridere.

© Marco Annicchiarico
© Nella foto particolare di Apparenze (di Rosa Mangano)

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La poesia di Elena Carletti – di Roberta Sireno

San Paolo - foto gm

di Roberta Sireno



Se si tratta di inseguire un percorso dove la propria storia diventa non-storia, e quindi semplice suono vocalico e consonantico ridotto fino al limite stesso del silenzio, tale è la poesia inedita di Elena Carletti, nata nel 1987 a Pesaro. È un linguaggio che può essere definito spiraliforme per la sua capacità di captare segnali, anche ridondanti e frastornanti della realtà, e quindi di precipitare con essi nel bombardamento dei significanti, in una sorta di fobia del suono, che si prolunga all’infinito:

un boato prolungato
filamentoso
di luci blu
———blu di basso burrone
blu bottone (che infilo
che sfilo dall’asola aperta)
un boato proteso
———(un ponteggio)
sopra buche d’abisso teso

*

ci cammino sopra in punta di
pensiero ci cammino e la realtà
traballa come bolle in mezzo all’aria
e ho sotto le suole
un nero nulla e ho sotto un fiume
di tenebra e un cuore acceso
e brillo come una stella
esplosa brillo e anniento l’aria
——-bianca a mezz’aria
bagliori e luci e faci e scoppi
pirotecnici
——-(boati prolungati)
e brillo
bianca
e ballo folle
di splendore
morendo così

algida

a mezz’aria

Il paesaggio sonoro, ridotto alle componenti minimali del linguaggio, come in una serie rapida ed irrazionale di numeri matematici, diventa motivo corporale di «canto», un canto che si fa «nonnulla» per l’impossibilità di attingere qualcosa di puro al di là della materialità verbale:

io non sono io non parola ma vago nulla
io catino riempibile di segni o di segnali o di significanti che non
che mai che però tutto e tutto che però sempre
smarrito senso – smarrito oggetto duro – io non sono
io corpo che orina io spina nell’alba io indicibile nonnulla

È proprio dalla nullificazione – espressa in modo ossessivo dall’indicatore grammaticale del non – che l’io poetico decide di partire heideggerianamente alla ricerca del fondamento per l’accadimento autentico del linguaggio. Adottando come padre lo sperimentalismo neoavanguardistico, dove pure si proponeva «l’afasia del linguaggio» in una società cristallizzata e incapace di cambiamento tanto da inglobare i soggetti nella catastrofe, quelli di Elena Carletti sono invece tentativi, anche sottilmente aggressivi e provocatori, di trascinare con sé la materia verbale per immortalare un senso o significato pienamente libidico, che però subito si perde nella deiezione quotidiana. Siamo di fronte a un vero e proprio soggetto che, nel momento di vocazione corporale, si ritrova imprigionato in una macchina verbale, la cui funzione rimane quella di sibilare tra i «canini acuminati»:

Canto corporale

Ricondotta ancora allo schianto del pianto nel petto.
Accanto a cani dai canini acuminati: l’accanimento al canto.
(Il chiaro conteggio consonantico, il cauto e vocalico componimento).
Vorrebbe penetrare nei fonemi, vorrebbe dissolversi nel suono,
ma sono soltanto le spalle o i seni a saltarle sempre alla schiena,
così tanto aggressivi, così solidi e pieni che non si sfanno,
che non vibrano tremando tra corde vocali ma che stanno
e che stanno e che stanno corporali, fissati, così tristemente mortali.

La ricerca verbale nella poesia di Elena Carletti non è opposizione linguistica, ma sottrazione ad un montaliano fossilizzarsi del reale, dove «è accaduto / che tutti ancora parlano / e il mondo / da allora è muto». È quindi presa di posizione nella claustrofobia della parola, che esprime la propria inadeguatezza al presente, ad una realtà che vede il sogno linguistico sfilacciarsi: quel che rimane è un solitario senso di leggerezza, quasi utopica, di fuoriuscita dal proprio corpo, da un «ventre» che brucia, per immergersi nella dispersione.

vagavo sola
————nei buchi d’ozono
————nei buchi d’ossigeno pieno
vagavo volando leggera
vagavo fiera su buchi neri
su laghi d’inchiostro
d’agosto vagavo nel caldo
nei caldi infuocati del cranio

vagavo leggera senza
sentenze senza
maglie di ferro a proteggermi
dal niente che dilaga
che si propaga sui laghi
e sui buchi oscuri
————come sinistri ossari

ma io vagavo ancora
leggera mongolfiera dal ventre ardente

————[bruciando mi elevo e muoio
————ma piano
————bruciando io amo
————tutto il panorama sotto]

vagavo sempre piano
perdevo il corpo
———————-cellula per cellula

nei fori un ago mi passava
————–nei fori mi faceva
————————-trapunta di stella nera

Significato e significante mirano continuamente a quella unione originaria, dove il soggetto si fa tutt’uno con l’oggetto, con il rischio della perdita. Pure Zanzotto aveva sottolineato come la rincorsa verso l’autenticità può avvenire soltanto attraverso «l’oltraggio»: superando la soglia imposta dal silenzio, si può procedere oltre, compiendo un passo in avanti verso nuove soluzioni formali e linguistiche. Gli infiniti giochi grammaticali, semantici e fonetici, che vogliono rendere la parola principio vitale, possono giungere in casi estremi a un discorso privo di oggetto, e quindi diventare «metalinguaggio». Ma la poetica di Elena Carletti, per quando possa essere percepita come linguaggio allo stato puro, può diventare nel tempo lavoro concreto di un sottobosco, in cui il bosco affonda le radici, e quindi ricchezza di un brusio minore da cui prende forma il suono ansioso e palpitante di un’epoca, quella odierna, dove il disamore linguistico è spinta in avanti, movimento e materiale di ricostruzione.

Mai più senza # 5: “La sicurezza degli oggetti”

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

cover

A. M. Homes, La sicurezza degli oggetti, MinimumFax 2001, traduzione di Martina Testa

Dall’anello alla madeleine, dalle armi del compagno all’Horcrux, sarebbe inimmaginabile introdurre in due parole il ruolo dell’oggetto nella letteratura.
Protagonisti o espedienti, incubi o trofei, simboli, nemici da annientare, veicoli di ricordi o proiezioni, feticci o catalizzatori, gli oggetti letterari (inclusi ovviamente gli oggetti che stiamo qui per considerare) sono terreno fertile per dinamiche che la psicanalisi avrebbe gioco facile a ripercorrere. Sta all’abilità di dosaggio del narratore far sì che questa scienza affondi senza pietà nel gioco di specchi della finzione, per renderle arduo – e terribilmente divertente – disimpigliarsi da una certa carica magica e rituale.

Dei dieci racconti che compongono la raccolta La sicurezza degli oggetti si può dire senza ombra di dubbio che vanno a comporre una sorta di concept album. Se gli oggetti del titolo e il rapporto che i loro padroni instaurano con loro fanno da collante naturale, protagonista ricorrente è una borghesia periferica e mediamente benestante, nelle sue fasce anagrafiche di adulti dispersi a loro stessi, adolescenti rabbiosi e bambini le cui modalità di iniziazione sessuale avremmo sa il cielo quanto preferito non immaginare. In questa umanità isterica e desolata ma apparentemente impeccabile, l’oggetto è cosa che stana: più che cercato, è demone che piomba e si pone unico appiglio consolatore di un’esistenza senza riferimenti. In questo senso, il gioco psicanalitico cade nell’attimo esatto in cui è dichiarato: oggetti transizionali, meccanismi proiettivi, sono a tal punto smascherati che la vicenda sottesa al racconto non riguarda più il legame con l’oggetto, ma la necessità di sviluppare tale legame; non si mostrerà, insomma, un sintomo per alludere alle cause, ma sintomo e cause verranno sbandierate insieme per mostrare l’assoluta fragilità dell’uomo alle prese con i suoi meccanismi sterili.
Chi ha perduto poco, o non ha compreso il valore di ciò che potrebbe perdere, o, ancora, chi appena si affaccia alla coscienza della perdita, si aggrappa all’oggetto con ferocia. Così in Acchiappare i proiettili al volo, dove il marito di una moglie frustrante passa le giornate in un centro commerciale per assistere a una gara cui non può partecipare, un’auto in palio per chi è disposto a restare in piedi con i palmi sul cofano per giorni. Avrebbe dato qualsiasi cosa per essere tra i concorrenti, perché «man mano che faceva i calcoli mentalmente e si rendeva conto che qualsiasi vita diversa da quella che conduceva era una completa utopia, diventò furioso»; «immaginò come sarebbero stati fieri di lui Mary e i bambini se avesse davvero vinto qualcosa, specialmente una cosa grossa come una macchina». Portare l’oggetto alla tana definisce il maschio alpha; del resto «chi era tutta questa gente nel centro commerciale, che girava con grosse borse della spesa piene di chissà cosa?»
Ma la permanenza alla gara è da spettatore, e il desiderio è (ancora più dichiaratamente) desiderio mimetico. Solo il progressivo distacco dalla famiglia e l’immersione in sé consente di adocchiare un guantone, di cui viene detto:

Avrebbe potuto guarirlo, pensò. Poteva essere proprio quello che gli ci voleva. […] Il guantone gli ricordava le cose più belle della vita. Una volta ce l’aveva, un guantone da baseball, prima che il figlio un giorno lo portasse a scuola e lo perdesse.

 Solo chi ha perso tutto può parlare con distacco. Randy, che cerca il suo fratellino rapendo bambini che gli assomigliano (In cerca di Johnny), e conserva un’unica, eloquente tipologia di oggetto:

“Non mi parlare di legge e ordine. Tutti hanno un telefono e la televisione, e una persona su due ha il videoregistratore e la lavatrice. E il forno a microonde. Non vuol dire che siano più intelligenti. Se ti metti ad accumulare oggetti finisci nei guai. Cominci a pensare che a quella roba ci tieni veramente e ti dimentichi che sono solo oggetti, oggetti fabbricati dall’uomo. Diventano una parte di te e poi quando non ce li hai più ti sembra di essere sparito pure tu. Quando hai della roba e a un certo punto la perdi è come se scomparissi anche tu”.
“Ma tu hai file di bottiglie vuote per tutta la stanza”, dissi io.
“I vuoti non sono roba. Che sei, stupido?”

E colei che ha perso più di tutti, la madre dal figlio in coma protagonista di Esther in the night:

Penso a un ladro. Arriverebbe sulla veranda, girerebbe la maniglia ed entrerebbe in casa mia. Prenderebbe delle cose: il televisore, il videoregistratore, l’argenteria, i miei gioielli, cose che ho raccolto in tutti questi anni, raccolto come simboli del mio matrimonio, cose che a volte sembra che siano esse stesse il mio matrimonio. Io lo aiuterei a riempire i sacchi. Prenderebbe le cose che fanno di me quella che sono, e a quel punto potrei essere un’altra persona.

Questa la scrittura: gelida, senza il minimo lampo lirico e priva di qualsiasi sottinteso. L’occhio – la telecamera, se si preferisce – è spesso puntata ad altezza torace, a seguire le mosse degli arti. La prima persona è fredda e confessionale, la terza pedina il personaggio e lo osserva nei suoi movimenti più minuti, anche i meno funzionali allo sviluppo della narrazione. L’essere umano è un insetto di cui la prosa non vuole lasciarsi sfuggire alcun gesto.

Ciò che non fa di La sicurezza degli oggetti un romanzo a tesi sui legami nevrotici nei confronti degli oggetti è la capacità di mantenere il collante anche alleggerendo alcuni racconti dagli oggetti stessi. Vi sono, infatti, brani in cui rintracciare l’oggetto incriminato è difficile, quando non inutile. Resta tutto ciò di cui si è caricato il libro, e di cui il brano potrebbe vivere di rendita: un’emotività analfabeta e una comunicabilità impossibile, che riguardano coppie quanto generazioni separandole e facendo dei gruppi umani coinvolti nella danza del libro un branco di singoli disposti ad aggrapparsi a qualsiasi realtà tangibile, anche alla più assente.

Glenn Close (Esther) nel film "La sicurezza degli oggetti" di Rose Troche (2001)

Glenn Close (Esther) nel film “La sicurezza degli oggetti” di Rose Troche (2001)

Un discorso a parte merita, per una volta, il film tratto dal libro di cui si è appena parlato.
La sicurezza degli oggetti (soggetto di A. M. Homes, sceneggiatura e regia di Rose Troche, 2001) è uno dei rarissimi casi di film che fa opera grazie al libro da cui ha preso slancio, diventando bellezza a sé stante.
Rose Troche è riuscita in una perfetta operazione matematica: racchiudere le storie disperse del libro e affidarle, intrecciandole senza sbavature, a quattro famiglie vicine di casa in un quartiere bene di una periferia americana, con l’aggiunta del personaggio isolato, ma fondante, del giardiniere comune.
Sulle spalle – solidissime – di Glenn Close sono stati gettati i personaggi di Esther, madre disperata di un figlio chitarrista in coma (nella foto una delle scene più sottilmente geniali del film, una sorta di pietà cui al figlio viene sostituito l’oggetto che lo rappresenta) e dell’adolescente rabbiosa che, in Acchiappare proiettili al volo, costringeva la madre a rimanere in piedi con i palmi premuti sull’auto: caricando così l’auto del racconto del ricatto morale di sentirsi figlia trascurata per colpa di una tragedia. Può capire bene i sentimenti di Esther Dermot Mulroney, colui che “acchiappa i proiettili al volo” ma anche il Jim Train del racconto eponimo, l’uomo che, tornato a casa per sbaglio dal lavoro, si accorge di non conoscere nulla dell’esistenza della sua famiglia, e che a sforzo non corrisponde risultato.
Ma il film è in grado di aprire, anche nella sua profonda tristezza e anche se non per tutti, un piccolo varco di speranza, di comunità. Cosa che il libro nega, se l’unica gioia appartiene a una ragazzina chiusa nell’armadio che accarezza la tata solo attraverso le lenzuola pulite, e scopre l’innamoramento scrivendo lettere d’amore a se stessa.

in-side stories #28: Una passione (parte Saggio ma finisce multitasking)

Biennale architettura 2010 - foto gm

in-side stories #28  Una passione (parte Saggio ma finisce multitasking)

«Un uomo può cambiare tutto ma non può cambiare una passione.» Sandoval, uno dei personaggi principali del bellissimo film Il segreto dei suoi occhi (film del regista argentino Juan José Campanella, premio Oscar come miglior film straniero del 2010), pronuncia questa frase rivolto a Esposito, suo superiore e amico. I due stanno svolgendo un’indagine, cercano un assassino/stupratore, Sandoval dice quelle parole compiendo un ragionamento sulla loro inettitudine.

Ho rivisto il film da poco tempo. Quasi negli stessi giorni Antonio Moresco in un interessante articolo uscito su Ilprimoamore raccontava quale fosse la cosa alla quale non avrebbe potuto assolutamente rinunciare (lui la chiamava dipendenza): camminare di notte. Tutte le notti, d’estate e d’inverno. Con pioggia, neve, vento o afa. O niente. Tutte le notti da un capo all’altro di Milano. Ho cominciato a pensare a «tutte le persone» proprio come dice Sandoval nel film «ma a quella persona», a una persona, cioè a me stesso. Tolto l’amore e gli affetti, qual è la cosa alla quale non potrei rinunciare? Domanda apparentemente semplice ma non così semplice. Riflettevo sulle varie possibilità e mi risultavano tutte, più o meno, scontate. Ma, evidentemente, nessuna passione lo è. Continuava a restare fissata nella memoria l’espressione di Sandoval − «Un uomo può cambiare tutto ma non può cambiare una passione» −, si riproduceva nella mia testa come un mantra. Nel frattempo sono successe due cose che mi hanno colpito particolarmente: (A) il Napoli è stato eliminato dalla Champions League, pur avendo totalizzato un numero assai rilevante di punti; (B) ho riletto per la seconda volta (e adesso per una terza volta) Dieci Dicembre di George Saunders (ed. Minimun fax, 2013). Il punto A mi ha procurato sconforto, delusione, sgomento, tristezza, incazzatura. Il punto B mi ha regalato gioia, ammirazione, comprensione, bellezza, illuminazione. Il rapporto A/B potrebbe essere esemplificato in questa maniera: Ogni eliminazione dalla Champions League è dolorosa / Ogni frase di George Saunders è illuminata. Arrivato a questo punto mi è venuto spontaneo chiudere il ragionamento: le due grandi passioni della mia vita, quelle che non posso cambiare, sono: Il calcio e la lettura. Ma come dicevo poco fa non è semplice la domanda, non è semplice la risposta.

Scena fuori campo

Una mattina, sono a casa, sto aspettando il tecnico della caldaia. Tecnico che non si paleserà. Mi preparo un caffè con la Moka, con la consueta cura. Riempio la parte inferiore della macchinetta fino alla valvola. Mai oltrepassarla. Se non sapete cos’è la valvola non abbiamo più niente da dirci. Aggiungo il caffè, dosando i mucchietti di polvere col cucchiaino, costruendo una perfetta, piccola collina aromatica. Completo l’opera mettendo la parte superiore della macchinetta e chiudo, stretto, stretto. Accendo il gas a fuoco lento, appoggio la moka sul fornello e aspetto. L’attesa del caffè che sale (o che esce) rappresenta una serie di bellissimi istanti, poi arriva il borbottio, poi arriva l’aroma. Spengo e verso nella tazza. Senza zucchero, naturalmente. Riempio un bicchiere d’acqua con gas. L’acqua serve a pulire, a preparare la gola ad accogliere il caffè come si deve. Bevo il caffè a piccoli sorsi. Fine della scena fuori campo.

Tutti questi gesti che si compiono, che io compio, durante la preparazione del caffè, dal primo all’ultimo, sono tutti atti che amo profondamente, ma secondo me non vanno a costituire una passione. Somigliano più a un rituale, a qualcosa che si fa per devozione. A una passione non si può rinunciare, ricordiamo Sandoval. Se un medico arrivasse da me una mattina e, dopo aver letto i miei esami del sangue, mi dicesse che da quel momento io non debba bere più caffè, che farei? Smetterei, ovviamente, con fatica, si capisce, ma la paura sarebbe più forte. Ma se mi dicesse che non devo più guardare una partita del Napoli, oppure di non leggere mai più un libro, ce la farei? Secondo me no, potrei provarci ma la passione non se ne andrebbe. Nel periodo in cui non guarderei le partite, starei sempre a comprare La Gazzetta dello Sport, prendendomi in giro, andrei a cercarmi i gol su Youtube, come se non fosse la stessa cosa. Chiederei, attraverso imploranti messaggini, il risultato parziale di un Napoli – Sassuolo, o che so, di un Napoli – Livorno. Per non parlare dei libri. Immagino con terrore la scena con l’apparizione di questi infermieri/facchini che mi entrano in salotto, e, dietro ordine di non so bene quale primario, mi svuotano le librerie, non trascurando i libri sul divano né quelli impilati accanto al letto, perché NUOCIONO GRAVEMENTE ALLA MIA SALUTE. L’orrore. Il mio futuro da malato consisterebbe nell’aggirarmi nelle librerie indipendenti (senza chiedermi da cosa), in quartieri periferici, leggendo un paio di paginette di nascosto, e subito dopo fischiettare per non dare nell’occhio, sorridendo ai librai. Nelle giornate più difficili, arrivare a rubare una fascetta di D’Orrico e poi correre fuori a vomitare.

Seconda scena fuori campo

Sono seduto al tavolo di casa mia, ho davanti il taccuino e il pc è acceso. Ricopio dal taccuino una poesia su un file word. Controllo che la metrica, pensata (ma condensata) sui piccoli fogli di carta, corrisponda alla mia idea di partenza, sistemo la punteggiatura, cambio una o due parole, controllo l’insieme, salvo il file.

Terza scena fuori campo

Qualche tempo dopo (ore, giorni, settimane) riapro quel file, mi illumino, so cosa fare, dove levare, se aggiungere, se buttare o tenere. Dove scomporre e dove accorpare. So cosa fare e mi piace quel che devo fare. Fine della seconda e della terza scena fuori campo. Magari queste cose le faccio bevendo un caffè, per cui le tre scene fuori campo potrebbero anche stare insieme.

C’è quindi la questione della scrittura. Io scrivo. Mi piace? Sì. Quanto mi piace? Maledettamente, cazzo. Ma scrivere è la mia passione irrinunciabile? La cosa che non posso cambiare? Non lo so. Non so se non dovessi scrivere più cosa farei. Esiste, però, la possibilità che non ne morirei. È tempo che io confessi: da piccolo avrei voluto fare il calciatore professionista. Mai stato abbastanza bravo, l’ho sempre saputo per fortuna. Ogni tanto penso che riuscire a scrivere bene sarebbe come giocare in serie A. Una poesia bellissima e indimenticabile vale quanto un gol in Champions League? Forse, tolti i milioni di euro di differenza tra riuscire in una cosa o nell’altra. E se mi fossi messo a scrivere soltanto perché non so giocare a calcio? Sarà vero? Però la passione per il calcio, per guardarlo, la sofferenza per una sconfitta della tua squadra del cuore non sono surrogati del tuo “avrei voluto fare il calciatore ma…”, sono qualcosa che sta sopra, che viene prima e dopo e che nessuno può controllare. Come nessuno che non è vittima della stessa passione potrà capire cose come: esultare come un bambino, urlare “gol” precipitando giù dal divano, far partire dei vaffanculo al niente, commuoverti. Alla stessa maniera la lettura non è un surrogato della non scrittura. La lettura è qualcosa che viene prima e che viene dopo. Non si può spiegare il piacere che si prova quando si sceglie un libro, sfogliarlo, annusarlo, leggerlo. Amarlo, odiarlo. Isolarti da tutto e da tutti, tu e il tuo libro tra le mani.

In conclusione, tirando le somme, come dicevo, tolto l’amore e gli affetti, le mie passioni vere “quelle che non posso cambiare” sono due, due soltanto: quella per il gioco del calcio e quella per la lettura. Firmato, un uomo banale.

 © Gianni Montieri

***

Paolo Conte  – Cuanta pasiòn

Ma sì, sarà il carattere
o la malinconia
che sta dietro al carattere
come una gelosia
sarà il pensiero vergine
che ha la fantasia
vissuta dal carattere
come la frenesia

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que pasiòn visionaria
y teatral!

Le vigne stanno immobili
nel vento forsennato
il luogo sembra arido
e a gerbido lasciato
ma il vino spara fulmini
e barbariche orazioni
che fan sentire il gusto
delle alte perfezioni

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que vision pasionaria
trascendental!

Più son pallide e languide
le donne nell’ andare
e meglio sanno esprimere
il morbido sbandare
che arriva dai vulcani antichi
e dalle onde del mare
che sulle terre tiepide
si sporgono a danzare

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que pasiòn visionaria
y teatral!

Le musiche difficili
son spiriti dannati
che dal naufragio invocano
interpreti spietati
ma, dato che contengono
occulte persuasioni,
ti strappano anche l’ anima
insieme ai pantaloni

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que vision pasionaria
trascendental!

l’irragionevole prova del nove (gc) – continua

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cari sventurati lettori,

dispiacemi per quanti di voi erano in attesa del gran finale, la nona di nove puntate di questo dialogone, e non lo dico gran dialogo ché potrebbe apparire autotributarmene una grandeur che non ha, che non ho,  ma non ci sarà qui di seguito nessun’altra puntata, e la davvero irragionevole ragione di ciò ella è che la ‘provoletta’, – cosí amo definirla tra amici, – verrà incartata a breve in un poco voluminoso volume dalla Smasher Edizioni.

Sette anni sono passati dalla prima stesura, e, –  a parte i sentiti ringraziamenti ad Anna Maria Curci, che con infinite grazia e pazienza ha postate le precedenti puntate, qui su poetarum, e a Giulia Carmen Fasolo, che leggendole ha follemente deciso di editarle in un tutt’uno, e sperando che sia al meno questa volta una “ragionevole follia”,  –  ripeto oggi la dedica che mi si scrisse allora:

“a f.c. e a fiornando questo gran minuto foglio o feuilletton”,

loro, miei compagnisegreti per sempre, sanno perché.

teqnofobico chiocciola @lias gc @lias giovanni campi

Francesca Marzia Esposito – Particelle blu

berlin - east side gallery - foto gm

PARTICELLE BLU

I piedi si fermarono puntuali a metà banchina. Si sedette, stiracchiò le gambe, controllò le punte delle scarpe, erano in ordine. Qualcuno attraversò il suo campo visivo poi diventò un profilo sfocato nella distanza. Seguì i tondini di gomma nera che lastricavano la metro senza giorno né notte, ritrovò il distributore di merendine. Sul fianco, sul metallo, una scritta nera, bella, le o tonde, le righe regolari.

Eri seduto di fronte a me in un vagone della verde. Ti ho seguito fino alla mobile, ho pensato, solo se si gira. Hai delle Adidas a strisce verdi. Sono la ragazza con le ballerine nere, ho visto che mi guardavi le caviglie. Alla stessa ora, domani, ci sarai? 14-4-12

 

Arrivò una folata di vento e dietro il treno. Entrò inghiottita da uno shanghai di gente, aveva le guance a chiazze rosse, pulsavano, su un finestrino appannato un dito aveva scritto Tea nella condensa. Spingevano, pressione di corpi, di deodoranti scadenti, aliti cagliati, capelli unti. Trovò un punto vuoto su uno dei pali centrali, ci si puntellò con due dita. Fece il conto, erano passati sette mesi. Cercò un buco dove appoggiare lo sguardo, trovò una spalla con forfora, una cintura borchiata, pantaloni a vita bassa, una moltitudine di scarpe maschili appuntite, certe color biscotto, fibbie lucide di metallo, stringhe troppo corte, le stringhe sono troppo corte sulle scarpe degli uomini.

Al capolinea la mobile era sbarrata da un treppiedi, si incolonnò sulla sinistra, uomini e donne di spalle procedevano nella stessa direzione, fece le scale lasciandosi assorbire dal formicolio di corpi che risalivano all’aria.

Che sete.

Magari poi mi chiudo in bagno, faccio una doccia calda, così lui mangia prima.

Sbucò alla luce metallica della sera, un’insofferenza quando arrivava sera. E la mattina, troppe aspettative, la mattina, troppa roba da sostenere. Il pomeriggio le piaceva, durava meno, era più affrontabile. Sul viale i lampioni formavano un tunnel di luce continua, la gente le macchine i motorini, tutti bagnati di giallo. Sulla destra c’era un bar.

Magari mentre aspetto mi prendo una mezza minerale.

Invece lo vide comparire a fine pensiero, in orario come al solito. Edo le schioccò un bacio sulla guancia, sganciò la borsa dalla spalla di Giada e se la caricò assieme alla tracolla del mac. L’altra mano la infilò nella tasca del cappottino nero.

Odio quando fa così, mi sforma tutte le giacche, e devo sempre stare attenta a non lasciarci dentro niente.

Sai cosa ho visto prima in metro?

Se ci muoviamo riusciamo a passare al Super.

Edo affondò la mano nella tasca, fece per trascinarla.

La scritta, è ancora lì.

Edo si fermò sul cordolo del marciapiedi, Giada gli rimbalzò di fianco. Una tizia da dietro li superò, attraversò col rosso, le cuffiette nelle orecchie, la testa ficcata nella sciarpa, fece appena in tempo a superare l’incrocio, poi un’auto spazzò l’aria, luci rosse in allontanamento.

Le cose troppo veloci non esistono.

Pazzesco se ci ripensi, no?

Giada lo guardò, Edo non si mosse, era di profilo, stava pensando al Messico, faceva parte della sua scaletta di cose da fare prima di morire, iniziava a guadagnare bene, si poteva permettere una serie di chicche che i suoi amici non potevano nemmeno sognarsi.

Al buio, la sera, Edo pensava di meritarsi una vita migliore di quella.

Al buio, la sera, Giada pensava di meritarsi una vita migliore di quella.

Al buio, la sera, la tizia con le cuffiette pensava di meritarsi una vita migliore di quella.

Un semaforo rosso schiaffo bloccato, Edo sfilò la mano dalla tasca di Giada, schiacciò il pulsante pedonale, la testa in loop, campi lunghi, una jeep, una strada, sole ovunque che sgrana la vista, brucia pensieri. Non ne aveva mai parlato con Giada, lei aveva paura dell’aereo, dei viaggi, dei posti sconosciuti. Si voltò, fece per darle un buffetto sulla guancia, poi tornò con gli occhi all’incrocio, la faccia di Giada fissa sulle Adidas precise ben allacciate di Edo. Scattò il verde, lui fece un gancio col dito, lei sincronizzò il passo.

C’era silenzio tra le auto parcheggiate, si sentiva il rumore della ghiaia sdrucciola sotto le suole. Giada si lasciava guidare, testa bassa a cercare sassolini. Edo puntò il portachiavi alla cieca, due fari si accesero, si spensero. Scattarono le sicure, sul sedile posteriore depositò borsa e mac. Azionò il riscaldamento, il tremolio sotto al sedere diventò calore sui piedi. Giada e Edo, due profili paralleli in attesa che i vetri si scongelassero.

Non avrei mai immaginato che poi l’avresti letta.

Tutta colpa delle tue caviglie sexy.

Fece per toccarle sotto al polpaccio, uno dei loro gesti in codice. Il parabrezza si spannò, Edo infilò la retro. C’era un poster gigante inquadrato nel finestrino di Giada, una ragazza bellissima, delle mutande piccolissime, gambe lunghissime, i capelli biondissimi. Mai un pelo, una ruga, un brufolo, solo il rosso lucido della bocca, sui manifesti delle ragazze bellissime.

Poi la ragazza bellissima rimase lì stesa su un fianco, sospesa nel buio in fondo alla strada. Poi le luci azotate delle finestre, poi il viale, la luna, come un cerchio di latte molle, la luna.

Edo frenò inchiodando, Giada rinculò dentro la cintura, si voltò a guardare fuori dal finestrino. Una fila di auto scorreva lentamente, alla guida teste concentrate, memorie azzerate, stanchezza compressa, bisogni urgenti. La fila si bloccò, le capitò nel riquadro il mezzobusto di una donna, le mani aggrappate al volante, la fronte a ridosso del tergicristalli, una ruga sul setto nasale le concentrava la faccia.

Alla radio un tizio parlava di cibo, Edo era affamato, quarantacinque minuti di palestra, svestirsi mangiare, abbrutirsi davanti alla tele. Giada si raddrizzò, la sua gemella trasparente nel vetro si sovrappose al via vai che ricominciava.

Bisognerebbe cancellarla.

Edo alzò di tre tacche il volume.

L’auto prese l’onda verde, scivolò planando nel dislivello sotto il cavalcavia. Lo stomaco di Giada si svuotò, un filo di nausea salì in gola, si allentò la sciarpa. Edo si era incantato, la velocità gli faceva così, gli disintegrava tutto il resto, lo faceva inabissare in un tunnel di onde alfa. Cose da fare prima di morire, lanciarsi col paracadute. Frenò di colpo, diede una manata a stampo sul clacson, una catena improvvisa di macchine all’incrocio.

La nausea si trasformò in saliva, lo stomaco si riempì di succhi gastrici.

Edo rimase con gli occhi puntati sui fari dell’auto davanti, un vuoto musicale alla radio riempì l’auto.

Non dormo da te stasera.

Allora salta la palestra, mangiamo fuori.

Lo sapevo che si sarebbe seccato.

Sottocasa il Super era ancora aperto, Edo le ripeté le cose da comprare, disse di aspettarlo lì davanti, il tempo di una doccia. La macchina fece tic-tic-tic, come se dovesse esplodere invece di parcheggiare. Nel quadrante del cruscotto si illuminò la sagoma di un’auto in pianta, mano a mano che lo spazio della manovra si riduceva, il video diventava giallo arancione rosso.

Giada infilò un euro, slacciò una catenella da una fila lunga di carrelli incastrati uno nell’altro davanti all’entrata. Fece abbastanza presto, alla cassa c’era poca gente, riempì due sacchetti, lasciò fuori la mezza naturale, bevve a canna mentre tornò al portone. Citofonò.

Sali non sono ancora pronto.

Invece lei lasciò lì le buste e attraversò.

Le vetrine erano specchi bui, si vide riflessa, una donna qualsiasi in cappottino nero. Un negozio era ancora illuminato, la donna fantasma sparì assorbita da una vetrata che esponeva tempere tubetti tele pennelli. La vetrina successiva era una porta, Giada si fermò, la spinse. Una pioggia minuscola di note  cosparse dall’alto appena entrò, al bancone non c’era nessuno, dopo poco dal retro sbucò un uomo che allargò le braccia, le lasciò cadere lungo i fianchi, Saremmo chiusi, disse.

Il display di un telefonino si illuminò sul bancone, iniziò a compiere una rotazione sul suo asse. La stanza si concentrò sull’aggeggio che continuava a vibrare, a roteare, lampeggiava verde, non smetteva. L’uomo stordì gli occhi da tutte le parti.

Venticinque anni, venticinque anni che siamo sposati, ventiquattro che abbiamo il colorificio, lavoriamo otto ore fianco a fianco, tutte le sere si dimentica di chiudere la porta davanti e arrivata quest’ora mi chiama e, sa cosa mi dice?

Cosa?

Dove-sei.

Giada sorrise.

Lei non è sposata, è evidente.

Sul volto di Giada c’era spazio per un sorriso, la distanza, il silenzio.

Allora, cosa le do?

Spray blu, buio blu.

L’uomo aprì una scaletta, la piazzò tridimensionale davanti a una libreria di dorsi di latta etichettati da bollini che sfumavano per gradazione e colore, si arrampicò piano in cima. Venticinque anni fa sua moglie gli assicurava la scala, una mano poggiata sul polpaccio, lo guardava a mento in su.

Giada pagò, uscì.

Le buste del Super non ancora vuotate si trovavano sul ripiano angolo cottura. Edo era in piedi, di coccige appoggiato al frigo, l’orecchio attaccato al cellulare. Squillava, dava libero, cadeva la linea. Prima lo stordimento, poi il nervoso, la fame, l’incazzatura. Cose da fare prima di morire?

La metropolitana era un deserto al neon, come se fossero tutti arrivati o partiti per sempre. La scritta elettrica diceva tre minuti di attesa. Tre minuti sono un sacco di tempo, a Milano. Una luce bucò il tunnel, arrivò una strisciata di colore ad alta velocità. Nel vagone una puzza di piscio le si infilzò tra gli occhi. Giada superò dei sacchetti lerci di roba arrotolata, un paio di gambe scomposte dal sonno, delle ciabatte con alluci a vista incrostati da tempo e sporcizia. Si sedette in fondo al vagone, scese dopo quattro, il barbone rimase lì, la pelle rosso cotenna, la faccia appesa in un sonno violento, vertiginoso.

Il distributore di merendine, la fiancata metallizzata, Eri seduto di fronte a me in un vagone della verde. Ti ho seguito fino alla mobile—

Tirò fuori la bomboletta, la agitò, la vernice fece rumore di palline di ferro grippate emulsionate. Si guardò intorno, solo la banchina che si stringeva nel punto di fuga. Spruzzò, particelle di colore prima rade, poi compatte, la scritta sparì, rimase un pezzo di cielo blu cobalto senza stelle.

La luna era un’ostia di luce sospesa nel vuoto della notte, in tasca il telefono vibrava chiamate perse.

Ho voglia pizza e birra.

Milano di pizzerie ne trovi quante ne vuoi. Difatti alla prima entrò, chiese un tavolo vicino alla finestra, il cameriere tolse un coperto. Non aveva mai mangiato da sola in pubblico. Arrivò la birra, sempre lo stesso messaggio, Dove sei.

La schiuma le fece solletico al labbro superiore, gli occhi diventarono liquidi. Il cameriere portò la pizza in equilibrio su una mano. Giada tagliò uno spicchio fumante, il filo di mozzarella fece una curva lunga elastica.

Sette mesi fa. Giorno dopo giorno qualcosa di impercettibile, di microscopico, lentamente l’aveva intaccata, corrosa, sbriciolata. Non c’era altro da dire, non c’erano grandi scenate da fare, solo l’esito naturale di una parabola che terminava diversamente da come immaginato.

Nell’angolo della sala una coppietta di quelle con gli occhi addosso avevano nel piatto la stessa cosa.

È solo questione di tempo.

Dovrei comprarmi un paio di orecchini tipo quelli di lei.

Il telefono accanto alla birra pulsò intermittente e silenzioso molte volte, poi si spense. La batteria si scaricò definitivamente quando uscì fuori. L’aria pungeva di umido, provò a riaccenderlo, niente.

Una pizza e una birra dodici euro, non è tanto, di solito almeno il doppio, ovvio.

Giada infilò le mani nelle tasche, sentì con le nocche la fodera liscia, fredda, fece per cercare alla cieca qualcosa, una caramella, un foglietto, un biglietto, niente, solo fodera liscia, e fredda.

 

© Francesca Marzia Esposito

 

 

27 gennaio (inedito)

berlino 2009 foto gm

Il 27 gennaio dobbiamo ricordare
è questa la particolare memoria
che scherza e mette insieme flash
così nello stesso giorno io ricordo
l’Olocausto e il cielo azzurro d’agosto
in cui ho visitato un campo di sterminio

e poi nella stessa piccola scatola
-pensando a madri che non hanno potuto
a padri che non hanno vissuto- compare
una donna in minigonna che balla
con il figlio in braccio e canta
“ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao”

***

© Gianni Montieri – inediti 2014

Daniele Santoro, Sulla strada per Leobschütz

Santoro_Leobschuetz

Daniele Santoro, Sulla strada per Leobschütz  (La Vita Felice 2012)

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Ha in epigrafe quattro versi di Paul Celan, riportati nell’originale in tedesco, la raccolta di Daniele Santoro Sulla strada per Leobschütz. Titolo e versi palesano un programma preciso e coraggioso: il confronto della scrittura in versi con l’indicibile, l’inaudito, sterminio, Sonderkommando, marce della morte,  Shoah. Quei quattro versi di Celan, da Cenotaffio, suonano così nella traduzione di Giuseppe Bevilacqua che riporto qui: «Colui che qui dovrebbe giacere, non giace/ in alcun luogo. Ma giace il mondo accanto a lui./ Il mondo, il cui sguardo s’aprì / a tanti e tanti fiori.» Dire di chi non giace in alcun luogo – eppure il mondo giace accanto a lui – è l’obiettivo tracciato e perseguito con la tenacia della memoria, il rigore della ricerca, la profondità del sentire da Daniele Santoro. Nella bella prefazione, Giuseppe Conte precisa che non ci troviamo dinanzi a un libro lirico, né a un libro narrativo, ma a un libro epico ed etico. Concordo con questa chiara affermazione e aggiungo che l’opera si compone di un insieme di quadri  che portano con sé e trasportano, Sulla strada per Leobschütz, appunto, e fino a noi che leggiamo e ascoltiamo, esattezza della ricostruzione storica insieme a respiro e andamento drammatico. L’uso alternato di tempi verbali, imperfetto, passato remoto, passato prossimo e presente, ne è una prova. Nei due movimenti del testo che ferma l’attenzione su Joseph Mengele è l’imperfetto a prevalere:

joseph mengele

I

quegli accurato, solenne nella sua uniforme verde
dirigeva l’orchestra con abnegazione
grande

tre battute a sinistra, una battuta a destra
e mai che lo sfinisse il Melodramma

(p. 11)

nuda non ha reagito porta invece il passato prossimo già nel titolo:

nuda non ha reagito

lei si è lasciata fare, nuda non ha reagito
ma sonagliere d’ossa, senza un grammo
d’occhi, sfinita per la fame, indifferente.

quelli dopo aver fatto hanno tirato su
le brache se ne sono andati in ghingheri
ridendo sghignazzando dopotutto
lo sfizio era costato a ognuno una patata.

(p. 23)

In altri componimenti il passaggio dal presente al passato unisce la desolazione della disumana quotidianità alla irreversibilità della tragedia:

l’autocarro

arriva l’autocarro col cassone aperto e
sta a motore acceso, intanto che di fretta
salgono quelli senza fare storie, guardano
nel vuoto, come inebetiti
tra loro un Uomo e il suo affettuoso gesto della mano
– era mio padre e fu l’ultima volta che lo vidi

(p. 37)

C’è una ricerca molto accurata dietro ogni episodio, ogni testo. Il valore di documento storico di ciascun componimento nulla toglie, tuttavia, alla forza evocativa della scrittura. A chi legge può capitare, così, di operare collegamenti con altre testimonianze da Auschwitz. Questo è stato per me il caso della poesia

la sua preghiera

Calma
la sua preghiera a sera, viva fiamma
illuminava il cuore
e lo stringeva forte.

Peccato che durasse poco lo stupore
se dalla branda il tonfo della morte…

(p. 30)

Ho immediatamente associato i versi al la vicenda di Massimiliano Kolbe. Proprio su questo punto ho rivolto a Daniele Santoro il quesito circa la fonte di ispirazione del componimento e la sua risposta è stata un ulteriore passo lungo la strada per Leobschütz: «Sì, ho pensato anche a Kolbe e Neururer, anche se in effetti la poesia mi fu inizialmente ispirata dalla rilettura de “La notte” di Elie Wiesel: nel libro l’autore evocava, in un breve passaggio, il ricordo di Akiba Drumer, che a sera di rientro nel blocco cantava melodia chassidiche; era una voce così grave e profonda la sua che – scrive Wiesel – spezzava il cuore di tutti gli internati. Ho immaginato allora che quel canto rappresentasse per quei prigionieri un momento di straordinario stupore, una pausa di pace in tutto quell’universo di umana Malvagia e quivi ho immaginato – quello che poi dico all’ultimo verso – la fine di quell’incanto…ancora una volta il trionfo della Morte.»

Voci si alzano, sommesse o più forti, contro il latrato della morte e il sotterraneo incessante tentativo di negazione. A queste voci ha dato corpo e forma e storia Daniele Santoro.

la libertà dell’uomo

Straniero amico compagno di questa sciagura senza senso
è qui che si separano le nostre strade; addio.
Tu nella luce scegli, in luminoso viaggio e io qui nel buio
ancora qui nel buio che brancolo per martoriare
insanguinate terre appiccicato a cosa poi nemmeno io lo so
se è istinto di sopravvivenza o solo per paura della morte
o per vigliaccheria di non sapere opporre estrema libertà
al carnefice, la libertà dell’uomo ch’è sì cara, amico,
la libertà dell’uomo ch’è sì cara.

di Te che non conosco nome, nazionalità so quanto basta
so la parola dello sguardo millenaria antica nella sofferenza
e so la breve intensa gioia, l’incanto che si prova se a rapirci,
se a liberarci dall’angoscia è giusto una misura di stupore,
una bellezza che dia senso, amico, come quella sera
che puntavamo al cielo gli occhi e ci sorprese
il pieno delle stelle immenso il firmamento

(p. 54)

____________________________________

Daniele Santoro è nato nel 1972 a Salerno, dove si è laureato in Lettere classiche, e vive a Roma dove insegna. Suoi testi poetici e di critica sono stati pubblicati in varie riviste, tra cui «Studi Danteschi», «Gradiva. International Journal of Italian Poetry», «Caffè Michelangiolo», «Erba d’Arno», «Sincronie», «La Mosca di Milano», «Il Monte Analogo», «Italian Poetry Review». Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Diario del disertore alle Termopili (Nuova Frontiera, 2006); Sulla strada per Leobschütz (La Vita Felice, 2012).

Rewiring the brain! Il cervello rimodellato dalla lettura

proust e il calamaro  

Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge (V&P, 2009)


Ogni progresso viene dalla lettura e dalla meditazione.
Le cose che non sappiamo le impariamo leggendo.
Le cose che abbiamo imparato le conserviamo meditando.
 
Antica sentenza

 

Sostenere che il cervello sia (o resti) uno dei più grandi e affascinanti misteri dell’essere umano torna riduttivo e di certo non porta lontano. Ritorna però utile ricordare che il cervello si organizza in un cablaggio molto più ampio di Internet e dialoga con sé stesso ad una velocità impressionante. La complessità delle reti del cervello si compone di «trillions of connections among billions of brain cells», migliaia di miliardi di connessioni tra miliardi di cellule nervose (T. Delbruck, T. Sejnowski, 2012): Internet ce l’abbiamo in testa! Quanto accade persino nella più semplice delle azioni svolte nel quotidiano ha davvero del sorprendente, se andiamo a scoprire il meccanismo delle attività mentali e intellettive che regola il nostro vivere in ambito chimico-biologico, psicologico ed emotivo. La scienza interessata a comprendere e fissare i termini di questa struttura e la dinamica delle attività cerebrali ha un nome dal dittongo sinuoso e creativo, neuroscienze, ed è tanto creativo quanto scientifico allorché ricercatori e specialisti scoprono l’estensione e il rinnovamento delle connessioni che presiedono allo scambio di messaggi fra neuroni. Conoscere la mappa del nostro cervello aiuta a conoscere qualcosa di noi stessi, delle reazioni interne da cui derivano sentimenti e comportamenti. La mappa del cervello, però, è in perenne mutamento. Non è lo stesso del giorno prima perché i collegamenti fra neuroni «si modificano continuamente nel corso nella nostra vita, trasformandosi e trasformandoci sulle base delle nostre esperienze […] il cervello è geneticamente predisposto per svilupparsi in modo armonico; ma tutte le esperienze che facciamo […] influiscono profondamente sull’architettura cerebrale» (F. Cro).
Nei fatti, la lettura, fra le attività della mente, contribuisce a rimodellare la rete del cervello affinché possano crearsi nuovi circuiti di comunicazione. La prova arriva dal libro della neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge, edito da V&P. Wolf, attualmente alla Tufts University di Boston dove dirige un centro ricerche – il Center for Reading and Language Research dell’Eliot-Pearson Department for Child Development –, si è specializzata ad Harvard (Human Development and Psychology) e le sue pubblicazioni sono indirizzate allo studio neurologico della lettura, del linguaggio e della dislessia. Il libro Proust e il calamaro (ed. orig. HarperCollins, 2007) si costituisce luogo di incontro fra i risultati delle sue ricerche e il lettore (sia di settore sia non-specialista) che si avvicini o approfondisca una disciplina così complessa e interessante. Il titolo concerne da subito una curiosità: cosa c’entra l’autore della Recherche con il calamaro? La neuroscienziata lo rivela dalle prime pagine, Proust e il calamaro sono «modi complementari per capire dimensioni diverse del processo di lettura» (p. 12), dal punto di vista dello scrittore francese, autore del noto saggio Sur la lecture, quale attività ricreativa, dal punto di vista del calamaro per l’attività neurobiologica rappresentata dal lungo assone, cioè la parte costituente il suo sistema nervoso. Ecco nel duplice riferimento la finalità principale del libro, analizzare e mettere in luce per l’appunto la dimensione intellettuale e biologica della lettura e di un disturbo ad essa correlato come la dislessia.
Grande invenzione perciò la lettura! anzi: «è l’esempio per eccellenza di invenzione culturale acquisita che avanza richieste alle strutture cerebrali preesistenti» (p. 12). Grazie alla plasticità neuronale del cervello, leggere ha condotto l’essere umano verso un’evoluzione atta a ricablarne le reti di scambio. In tale prospettiva, l’invenzione della scrittura ha permesso di modificare e ampliare la percezione, di elaborare il pensiero e comunicarlo, influenzandolo. Per esaminare il work in progress del cervello, Wolf parte dalla storia antica e dai primi sistemi di scrittura fino a giungere all’alfabeto e quindi da un’individuazione dei caratteri logosillabici e simbolici fino alla decodificazione delle lettere. Sottolinea, fra l’altro, come la lettura in lingue differenti (prendiamo il cinese e l’inglese, completamente opposte per ramo, tipo e morfologia) vada ad attivare vie nervose diverse, di conseguenza «vie nervose diverse possono essere usate da un solo cervello per leggere scritture differenti» (p. 71). A tal proposito, nel formulare le teorie relative all’efficienza evolutiva e corticale, l’autrice fa notare che il cervello di un lettore dell’antichità classica a contatto con l’alfabeto non era migliore del cervello di un lettore sumero esperiente del sistema logosillabico, bensì erano cervelli diversi la cui elevazione culturale e di pensiero era avvenuta proprio attraverso la scrittura. Per rifarci a Lev Vygotskij: «L’atto di mettere per iscritto parole pronunciate e idee ancora inespresse libera, nel farlo, il pensiero stesso e lo trasforma.»
Durante la lettura le reazioni invisibili del cervello sono molteplici, si realizzano continui processi cognitivi e linguistici nelle varie regioni cerebrali (per citare un esempio, l’area di Wernicke situata nel lobo temporale, deputata alla comprensione del linguaggio) impegnate a codificare nella parola la forma e il riconoscimento del suono e il suo effetto sulla percezione. In sintesi «ogni parola ha 500 millisecondi di gloria» (p. 159) e in quei 500 millisecondi si concentra la corsa a recuperare il nostro sapere su quel termine; un impulso o segnale – uno spike per usare la definizione di Delbruck e Sejnowski – si innesca e parte, raggiunge la corteccia e attiva diversi neuroni, comunicanti fra loro, delle differenti aree corticali. In merito alla visione, e all’attivazione degli impulsi, bisogna rilevare che le parole sono come gli oggetti, con la differenza che un oggetto viene direttamente percepito nella sua entità, mentre le parole vengono elaborate perché riconosciute quali simboli grafici concernenti l’idea e non l’oggetto. Nei 500/600 millisecondi si è completato un processo semantico e di comprensione di quella singola parola da noi valutata pure sul piano emotivo, poiché «la regione limbica ci aiuta anche a stabilire priorità e valutare qualsiasi cosa leggiamo. L’emotività contribuisce a stimolare o lasciare a riposo i nostri processi di attenzione e comprensione» (p. 156). Il dato emotivo spiegherebbe – secondo un’altra attenta ricerca condotta dallo psicologo Ara Norenzayan pubblicata nel 2006 su Cognitive Science (un recente articolo di Hanna Drimalla su Mente & Cervello ci informa di esperimenti correlati a tale ricerca) – le ragioni per cui una storia fantastica o mitologica, fiaba, favola, racconto magico, ecc., riesce ad avere una resa persistente sulla percezione del lettore. Nel tempo l’esperienza di leggere sottintende un modo di scegliere cosa leggere, pertanto la qualità della nostra attenzione e delle nostre scelte dipenderà dai libri che abbiamo vissuto e viviamo poiché «ciò che leggiamo ci trasforma nel tempo» (p. 170). I poeti, aggiunge la neuroscienziata, sono le antenne della società capaci di captare nel miglior modo possibile questo segnale di trasformazione.
Argomento complesso è il disturbo della dislessia di cui si occupa la terza parte del libro, un campo aperto alle prospettive di ricerca e sperimentazione. Tanto illuminanti le scoperte quanto diverse le ipotesi riguardo la genesi del disturbo, i cui orientamenti spaziano da un difetto nelle strutture preesistenti (interessate, queste, al riconoscimento morfo-fonemico della parola) e a difetti di natura circuitale fino all’ipotesi di «un cervello riorganizzato in maniera diversa». Questa organizzazione diversa venne avvalorata dalle osservazioni scientifiche di Samuel T. Orton (1879-1948) il quale ribattezzò il disturbo strefosimbolia, ossia distorsione dei simboli, dovuta ad un difetto di comunicazione fra i due emisferi per cui viene a mancare la normale dominanza emisferica sinistra – responsabile della corretta visione delle parole, dell’individuazione dei suoni, della comprensione del linguaggio –, a carico dell’emisfero destro, deputato a funzioni differenti, relative alla creatività, alla deduzione di schemi, comportando così un disordine nella percezione dello spazio, un capovolgimento di alcune lettere e una difficoltà nella lettura, nell’ortografia e nella scrittura  (p. 201-205). Nonostante la casistica eterogenea del disturbo, gli studi neuroscientifici hanno imboccato la strada giusta per identificarlo e comprenderlo. Sorvegliare le manifestazioni della dislessia significa estendere l’indagine sulla sua stessa natura – non solo in una data lingua, ma su scala interlinguistica – per scoprire «cosa succede quando il cervello non riesce a imparare a leggere». Con molta probabilità la dislessia potrà rivelarsi non un difetto come generalmente concepito, bensì «un esempio straordinario delle strategie usate dal cervello a scopo di compensazione: quando non può svolgere una funzione in un modo, il nostro cervello si riorganizza per inventarne, letteralmente, un altro» (p. 215). Il deficit ci permetterà di cogliere una differenza strutturale del cervello o un diverso modo di costituirsi nella sua configurazione per far fronte alle difficoltà! Forse ciò non può (o al contrario potrebbe) spiegare una particolare tendenza al talento e al genio da parte del dislessico.
Tuttavia l’indagine scientifica sta rilevando che studi sulla morfologia cerebrale e sui cambiamenti neuronali – di notevole importanza le pagine dedicate agli studi sul planum temporale (p. 221-223) – possono essere un indicatore molto utile riguardo la causa o la conseguenza della difficoltà di lettura e predispone la scienza a ripensare geneticamente la dislessia. Nondimeno questo disturbo diviene una prova, «un’attestazione evolutiva quotidiana che sono possibili differenti organizzazioni cerebrali» (p. 233).

Grazie a Maryanne Wolf riusciamo a esplorare da vicino l’avventura scientifica e spirituale della lettura, esperienza decisiva per la formazione della civiltà e per la comprensione dell’uomo. Se davvero «we are what we read» per dirla con Joseph Epstein, allora nella lettura riscopriamo le aspettative di un progresso umano, intellettuale e creativo.

© Davide Zizza

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Riferimenti dell’articolo

– T. Delbruck, T. Sejnowski, The language of the Brain. Scientific American, ottobre 2012, p. 54-59; ed. it. Il linguaggio del cervello, Le Scienze, dicembre 2012, p. 52-57 (qui l’articolo in lingua originale
Francesco Cro, dall’articolo Il genitore consapevole, su Mente & Cervello, n. 105, anno XI, settembre 2013, p. 52
M. Proust, Sur la lecture, Paris 1906, trad. it. Sulla lettura, Mondadori, 1995 (è possibile leggere un articolo dedicato al tema della lettura con riferimento a Proust a questo link)
Lev Vygotskij, Pensiero e linguaggio, Giunti, Firenze, 2007
Ara Norenzayan, Scott Atran, Jason Faulkner, Mark Schaller, Memory and Mystery: The Cultural Selection of Minimally Counterintuitive Narratives, Cognitive Science 30 (2006) p. 531-553; sulla ricerca di Norenzayan ed altri esperimenti parla l’articolo di H. Drimalla, Nel mondo delle fiabe, pubblicato su Mente & Cervello, n° 97, anno XI, gennaio 2013, p. 62-67 (è possibile consultare il pdf della ricerca qui)
J. Epstein, Plausibile Prejudices. Essays on American Writing, Norton, 1985

Flashback 135 – Luci

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

39

Dietro l’ultimo paese dello stretto si vedono dei lampi a intermittenza quasi regolare. Mi spiegano che lì, in occasione del santo patrono, dopo la mezzanotte sparano sempre i fuochi d’artificio. A dire il vero, aggiungono, accade in quasi tutta la Sicilia. Sulla sinistra la luna è arrossita e si nasconde dietro nuvole grigie. Solo per pochi secondi provo a contare i lampioni accesi lungo la strada, da qui fino alla fine, ma le luci si confondono e io pure. Così guardo le stelle, mentre gli altri sulla spiaggia hanno portato tende, birre e asciugamani, tutti sistemati intorno al fuoco. Guardo le stelle cercandone una da seguire, nella distrazione della musica e delle onde. Ogni tanto una luce si avvicina, si ferma sulla faccia e si allontana. Io riprendo a guardare le stelle, nel mio silenzio.

© Marco Annicchiarico

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John Taggart – Pastorali

copertina_pastorali-grande

John Taggart, Pastorali. Traduzione e introduzione di Cristina Babino, Vydia editore

.

***

CARLISLE INDIAN INDUSTRIAL SCHOOL

Now a college of the military
war college

what was once the Carlisle Indian Industrial School

photograph on a wall of the college
young Indian couple
almost prim almost properly “Victorian”

brooch coat and tie

left unclothed
their eyes flashing/black/unforgettable their flashing black eyes

lesson
for those who would be generals.

.

SCUOLA INDUSTRIALE INDIANA DI CARLISLE

Ora un college di militari
college di guerra
quello che una volta fu la Scuola Industriale Indiana di Carlisle

fotografia su una parete del college

giovane coppia indiana
quasi puritana quasi proprio “vittoriana”
spilla cappotto e cravatta

lasciati spogliati
i loro occhi abbaglianti/neri/indimenticabili i loro occhi neri abbaglianti

lezione
per quelli che saranno generali.

.

***

PASTORELLE 1

Glance to the right all that’s possible
driving south
on 641 what was the old stage coach route
curve on 641 curve and descent
hard on the horses
weight bearing down on them
glance
perhaps all that was ever possible
clearing through the trees at the curve
wide field
brown green brown
where the farmer plowed where the farmer didn’t where he did
glance
and glances
over the years
this is where my ashes are to be scattered
driving south and west.

*

PASTORALE 1

Guardare sulla destra tutto ciò che è possibile
guidando verso sud
sulla 641 quella che fu la vecchia via delle carovane
curva sulla 641 curva e discesa
dura per i cavalli
carico che pesa su di loro
guardare
forse tutto ciò che fu mai possibile
radura tra gli alberi sulla curva
grande campo
marrone verde marrone
dove il fattore ha arato dove il fattore non ha arato dove ha
[arato
guardare
e sguardi
attraverso gli anni
qui è dove le mie ceneri verranno sparse
guidando verso sud e ovest.

.

***

PASTORELLE 7

Mud along the edge of the creek

creek or small river
and low during the summer

low water and increased edge of mud rank smell
in the heat
many rocks exposed slick to touch

the problem is not finding a rock there are
many

the problem is not turning
into a rock

the problem is a problem of how
far how far can I throw myself and how far can I
throw myself again.

*

PASTORALE 7

Fango lungo il margine del ruscello

ruscello o piccolo fiume
e in secca durante l’estate

acqua bassa e margine aumentato di fango odore di marcio
col caldo
molte rocce esposte viscide al tatto

il problema non è trovare un sasso ce ne sono
tanti

il problema non è diventare
un sasso
il problema è un problema di quanto
lontano quanto lontano posso lanciarmi e quanto lontano
posso lanciarmi ancora.

.

***

PASTORELLE 8

Young woman
Amish
green dress black apron translucent white prayer bonnet
strings of her bonnet trailing in the air

rollerskating down the road

by herself alone in the air and light of an ungloomy Sunday afternoon
herself and her skating shadow

the painter said
beauty is what we add to things

and I
chainsawing in the woods above the road
say what could be added
what other than giving this roaring machine a rest.

*

PASTORALE 8

Giovane donna
Amish
vestito verde grembiule nero translucida cuffia da preghiera bianca
i lacci della cuffia si trascinano nell’aria

pattina lungo la strada

tutta sola nell’aria e nella luce di una chiara domenica pomeriggio
lei e la sua ombra che pattina

il pittore disse
la bellezza è ciò che aggiungiamo alle cose

e io
che taglio legna con la sega elettrica nei boschi sopra la strada
dico ciò che si potrebbe aggiungere
che altro se non spegnere questa macchina rombante.

.

***

PASTORELLE 13

“So it did”
turn of phrase of local parlance

what’s said at the end of what’s being said around here

intensifier and clarifier of
what’s being said

what’s being said is “the horse fell in the well” which is saying all
that could go wrong did go wrong there’s nothing left to go
wrong

“so it did” at the end of “the horse fell in the well”

which says it all which
makes it intensely clear there’s nothing left
the horse a dead horse in a well gone dry.

*

PASTORALE 13

“Così è stato”
modo di dire del gergo locale

ciò che si dice alla fine di ciò che si sta dicendo da queste parti

intensifica e chiarisce
ciò che si sta dicendo

ciò che si sta dicendo è “il cavallo è caduto nel pozzo” che è come dire che tutto
quello che poteva andare male è andato male non c’è nient’altro che possa andare
male

“così è stato” alla fine de “il cavallo è caduto nel pozzo”

che dice tutto che
rende intensamente chiaro che non è rimasto nulla
il cavallo un cavallo morto in un pozzo prosciugato.

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Giovanni Raboni (buon compleanno)

ogni anno è il compleanno di Giovanni Raboni, ma anche ogni giorno

Poetarum Silva

giovanni raboni da giovanniraboni.it

Buon compleanno Giovanni

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COMPLEANNO

Nella città vuota, assolata, proiezione
dell’alba. L’orlo della luce
che si flette, degrada. Per
metà a mollo nell’ombra. Dalle gronde
viene un fischio acutissimo, leggero, come
se in un altro quartiere, oltre l’astruso
cerchio del Vigorelli, nel rombo
dell’aria condizionata
nascesse ancora tuo figlio.

ABBASTANZA POSTO

Passa il tempo, ci sentiamo
più grandiosi ogni giorno: però
siamo sempre la gente che tira su il sopracciglio
o si gratta la punta del naso, continuiamo
a pensare che tipi così (quello
che striscia e non ha palbebre quello che fa
l’amore con le forchette e con la corda) siano,
rispetto a noi, qualcuno – a non capire
che c’è abbastanza posto per ciascuno di loro
in ciascuno di noi.

Da “le case della Vetra”  (1955 – 1965) in Tutte le poesie – Garzanti

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So la strada e la neve, so in che casa
abitata…

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