Giorno: 25 dicembre 2013

Cartoline persiane#10

presepe-napoletano-della-tradizione

Caro Rhédi,

dopo Dinant mi sono spostato verso il Nord del Belgio, e ho raggiunto Bruges. Mi sono fermato una notte sola, faceva un tale freddo che i canali erano tutti congelati, e le ombre dei campanili sembravano fantasmi alti cento metri che mi fissavano ovunque fossi. Stando in Europa sono diventato superstizioso, che ti devo dire. Così sono ripartito subito, cercando un inverno meno rigido, e in pochi giorni sono tornato in Italia.

Mi sono fermato meno a Sud dell’ultima volta, a Napoli. A parte che non tremavo più, intorno a me c’erano cibo, musica, colori, insomma, la vita in tutte le sue forme, e l’allegria contagiosa della gente. Tutti a tirarmi da mangiare, vedendomi deperito, e a urlarmi nell’orecchio, per paura che non sentissi. Questa è gente concreta, che non perde tempo con la scaramanzia. E poi la generosità, Rhédi, la generosità. Non so come dirtelo, ma qui a Napoli hai come la sensazione che non possa mai succederti nulla di male.

Mi sono infilato nella strada dei presepi, S. Gregorio Armeno. Sai cos’è un presepe? Una sorta di rappresentazione sacra, anche se non sono entrato bene nel merito. Le botteghe vendono maschere e statuette di ogni tipo. Ce n’è una caratteristica di qui, si chiama Pulcinella, pare che rappresenti un mendicante del passato, che per nascondere il proprio enorme naso lo copriva con un naso lungo di cartapesta. Per questo si dice il “segreto di Pulcinella”, cioè un segreto evidente a tutti. Capisci, Rhédi? è come se tu, per non far vedere che sei calvo, ti mettessi sulla testa una calotta lucida. Ahah! Scherzo, Rhédi, sei bellissimo. Si vede spesso anche uno strano tipo con la bombetta e il mento prominente, e altre statuine che indossano buffi pigiami celesti, saranno santi del luogo.

Tornando al presepe vero e proprio, si tratta di artigianato finissimo, alcuni personaggi hanno occhi di vetro e abiti di seta, e sembra che da un momento all’altro il panettiere cominci davvero a impastare, e che il pastore possa prendere la via dei monti arrampicandosi per i sentieri di muschio. Confrontando le varie installazioni ho capito chi è il vero protagonista della vicenda, che infatti compare sempre: lo zampognaro. Ci ho riflettuto sopra, e ho concluso che si tratta del rovesciamento di un’altra storia occidentale, quella del pifferaio di Hamelin, che per vendicarsi di un torto subito incantò e portò via tutti i bambini della città. Ecco, nel presepe sembra che stia avvenendo il contrario, tutti tornano, che siano bambini, donne, contadini, o re stranieri.

In Occidente, insomma, ha finito per prevalere un concezione del tempo circolare, come se tutto in qualche modo tornasse, e nulla si perdesse per davvero. Non è confortante? Ma in questa grande allegoria ci sono anche altri ruoli ricorrenti. Un grosso gobbo che tiene in mano un incensiere, e che è cosparso di strani oggetti rossi e affusolati, forse peperoncini. La lavandaia che scende allo stagno fra le oche. E poi la fioraia, il venditore di castagne, e infine una stalla dove riposano un bue e un asino. Nella stessa stalla, un uomo anziano e una donna fissano una culla vuota, e tuttavia sembrano sperarci ancora.

Caro Rhédi, il presepe è una cosa bella.

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@Andrea Accardi