Giorno: 23 dicembre 2013

Mai più senza #4 – Speciale

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.
I classici verranno rigorosamente evitati. Le citazioni saranno rigorosamente ridotte al minimo. Ciascun libro talmente assoluto da imporre di essere semplicemente lasciato a dire se stesso verrà abbandonato in partenza.
Ma «esistono iniziative per le quali il metodo corretto è un adeguato disordine».

libro

per M.G., perché non si privi di niente
considerando quanto ancora c’è da amare.

Capisci, adesso, Bulkington? Non ti sembra di cogliere dei barlumi di quella verità mortalmente intollerabile: che ogni pensiero serio e profondo non è che l’intrepido sforzo dell’anima per mantenersi nell’aperta indipendenza del proprio mare, mentre i più sfrenati venti del cielo e della terra cospirano per gettarla sull’infida e servile riva?
Ma poiché solamente nella mancanza di approdi risiede la verità suprema, senza rive e indefinita come Dio, così è meglio perire in quell’urlante infinito che venir ingloriosamente scaraventato sottovento, anche se quella fosse la salvezza! Perché, come un verme, allora, oh!, chi mai vorrebbe strisciare vigliaccamente a terra? Orrore degli orrori! Tutto questo supplizio è dunque invano? Animo, animo, Bulkington! Punta al largo risoluto, semidio! Su dagli spruzzi della tua oceanica rovina, su, dritta, balza la tua apoteosi!

*

“Parla, immensa e veneranda testa,” bisbigliò Achab, “tu che, sebbene sguarnita di barba, pure qua e là ti mostri canuta di muschi, parla, poderosa testa, e dicci il segreto che è in te. Di tutti i tuffatori, tu ti sei tuffata più a fondo. Questa testa su cui adesso brilla alto il sole, s’è mossa tra le fondamenta del mondo. Dove immemori nomi e flotte arrugginiscono, e taciute speranze e àncore marciscono; dove nella sua stiva letale questa fregata, la terra, è zavorrata d’ossa di milioni d’annegati; là, in quell’orrendo regno d’acqua, era la tua più intima dimora. Tu sei stata dove né capanna né palombaro son mai giunti; hai dormito a fianco di tanti marinai, dove madri insonni avrebbero dato la vita per coricarsi. Tu vedesti gli amanti avvinghiati saltare dalla nave in fiamme, e cuore a cuore affondare sotto l’onda esultante: autentici l’un altro quando il cielo con loro apparve falso. Tu vedesti nella mezzanotte i pirati gettare dal ponte il secondo assassinato, che per ore discese nella mezzanotte ancor più fonda dell’insaziabile strozza, mentre i suoi assassini veleggiavano incolumi… e rapide saette squassavano la nave rimasta nei paraggi, quella che avrebbe portato un onesto marito fra protese e anelanti braccia. Oh testa! Tu hai visto abbastanza da schiantare i pianeti e far d’Abramo un miscredente, e non sei capace di una sola sillaba!”

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C’è una saggezza che è sofferenza, ma c’è una sofferenza che è follia. E in certe anime c’è un’aquila dei Catskill che può sia tuffarsi nelle forre più nere sia innalzarsi da esse e farsi invisibile negli spazi assolati. E persino se restasse a volare per sempre dentro alla forra, quella forra è comunque tra le montagne; cosicché persino quando piomba più in basso l’aquila di montagna è sempre più in alto degli altri uccelli nella pianura, persino quando questi s’innalzano.

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I. W. Taber – Moby Dick (1902)

“Oh! Tu limpido spirito di limpido fuoco, che su questi mari io un tempo adorai come un persiano, finché all’atto sacramentale tanto mi bruciasti da portarne tuttora sfregio, adesso ti conosco, limpido spirito, e adesso so che la sfida è il giusto modo d’adorarti. Né amandoti né riverendoti sarai benevolo, e anche odiandoti tu non puoi che uccidere; e tutti uccidi. Non è uno sciocco impavido colui che ora t’affronta.
Io riconosco il tuo indicibile, insituabile potere; ma fino all’ultimo rantolo della mia tellurica vita io contrasterò il suo incondizionato, incompleto dominio su di me. Nel mezzo dell’impersonale personificato, qui sta una personalità. Sebbene al più soltanto un punto, da qualsiasi luogo provenga, in qualsiasi luogo vada, nondimeno, nel mio viver terreno, la regale personalità vive in me e si rende conto dei suoi regi diritti. Ma la guerra è sofferenza, e l’odio dolore. Vieni nella tua più umile forma d’amore, e io m’inginocchierò e ti bacerò; ma, nella tua più altera, vieni come puro potere celeste, e per quanto tu possa varar inter flotte di mondi a pieno carico, c’è qui dentro quella che continua a restar indifferente. Oh, tu, limpido spirito, del tuo fuoco mi facesti, e, da vero figlio del fuoco, io alitandolo te lo rendo. […]
Io riconosco il tuo indicibile, insituabile potere; non ho forse detto così? Né m’è stato estorto; né ora mollo queste maglie. Tu mi puoi accecare; però io posso procedere a tentoni. Tu mi puoi consumare; però io posso essere cenere. Ricevi l’omaggio di questi poveri occhi, e delle mani che fan loro coperchio. Io non l’accetterei. Il fulmine mi saetta nel cranio; le pupille mi dolgono e dolgono; l’intero mio prostrato cervello è come se mi si staccasse dal collo e rotolasse per un intronante terreno. Oh, oh! Pur bendato, pur così ti parlerò. Sebbene tu sia luce, tu guizzi dalla tenebra; ma io son tenebra che guizza dalla luce, che guizza da te! Cessano i dardi; apritevi, occhi; vedete o no? Ecco arder le fiamme! Oh, tu magnanimo! Della mia genealogia ora mi glorio. Ma tu non sei che il mio infocato padre; la mia dolce madre, non la conosco. Oh, crudele! Di lei che ne hai fatto? Ecco il mio enigma; ma il tuo è maggiore. Tu non sai donde venisti, perciò ti dici non procreato; certo non sai il tuo principio, perciò ti dici non principiato. Io so di me ciò che di te tu non sai, o tu, onnipotente. Al di là di te, limpido spirito, c’è qualcosa che non soffonde, per cui tutta la tua eternità non è che tempo, tutta la tua creatività, meccanica. Attraverso di te, attraverso il tuo io fiammeggiante, i miei occhi abbruciati indistintamente lo scorgono. Oh, tu, fuoco trovatello, tu, immemorabile eremita, tu pure hai il tuo incomunicabile indovinello, la tua non compartecipe afflizione. E qui, di nuovo, in quest’altezzoso supplizio, vi leggo il genitore. Guizza! Guizza in alto, e lambisci il cielo! Io guizzo con te, io ardo con te, e volentieri con te mi fonderei: sfidandoti io t’adoro!”
“La lancia! La lancia!” gridò Starbuck. “Guardate la vostra lancia, vecchio!”
Il rampone d’Achab, quello forgiato al fuoco di Perth, rimaneva saldamente assicurato alla sua cospicua forcola, di modo che sporgeva oltre la prua della lancia baleniera; ma il colpo di mare che l’aveva sfondata ne aveva fatto cader il fodero di cuoio slegato, e dall’acuminato barbiglio d’acciaio scaturiva ora uniforme una fiamma di pallido fuoco forcuto. Mentre silenzioso il rampone ardeva come una lingua di serpente, Starbuck agguantò Achab per il braccio. “Dio, Dio è contro di voi, vecchio: finitela! Questa traversata è malevola! Mal cominciata, mal continuata. Lasciatemi bracciar in croce i pennoni, finché possiamo, vecchio, e guadagnato un vento favorevole dirigiamo a casa, per mettersi in una traversata migliore di questa.”
Afferrate le parole di Starbuck, l’equipaggio in preda al panico corse immediatamente ai bracci, sebbene a riva non fosse rimasta una sola vela. Sul momento tutti i terrorizzati pensieri dell’ufficiale parvero i loro ed essi gettarono un grido quasi d’ammutinamento. Ma scagliate sul ponte le maglie tintinnanti di un parafulmine e ghermito il rampone ardente, Achab lo brandì in mezzo a loro come una torcia, giurando di trafiggere con quello il primo marinaio che soltanto si provasse a slegare una cima. Pietrificati dal suo aspetto, e vieppiù rifuggendo il dardo infocato ch’egli impugnava, gli uomini costernati rincularono, e Achab parlò nuovamente.
“Tutti i vostri giuramenti di cacciare la Balena Bianca vi vincolano allo stesso modo del mio; e cuore, anima, corpo, polmoni, vita, tutto il vecchio Achab s’è vincolato. E perché sappiate su quale tono gli batte il cuore, guardate: così io spengo l’ultima paura!” E con un solo impetuoso soffio estinse la fiamma.
Come nell’uragano che spiazza la pianura gli uomini fuggono la vicinanza d’un gigantesco olmo solitario, la cui altezza e vigorìa lo rendono tanto più malsicuro in quanto miglior bersaglio per la folgore, così a quell’ultime parole d’Achab molti dei marinai scapparono via da lui atterriti per lo sgomento.

Herman Melville, Moby Dick – traduzione di Alessandro Ceni, ed. Feltrinelli, 2007.

Frontespizio della prima edizione di "Moby Dick", Harper&Collins, 1859

Frontespizio della prima edizione di “Moby Dick”, New York, Harper&Brothers, 1851