Giorno: 22 dicembre 2013

(Ri)leggendo Rocco Scotellaro – 1

Rocco Scotellaro in un ritratto di Carlo Levi

Rocco Scotellaro in un ritratto di Carlo Levi

Il 2013 ha visto due importanti ricorrenze relative alla vita di Rocco Scotellaro: il 19 aprile il 90° anniversario della nascita e il 15 dicembre il 60° della morte. Al «poeta della libertà contadina» Poetarum Silva dedica alcune (ri)letture.

Rileggendo Rocco Scotellaro – 1

Con una nota di Fabio Michieli 

Sempre nuova è l’alba *

Non gridatemi più dentro,
non soffiatemi in cuore
i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
Che all’ilare tempo della sera
s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna –
l’oasi verde della triste speranza –
lindo conserva un guanciale di pietra….

Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l’alba è nuova, è nuova.

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Il cielo a bocca aperta

A quest’ora è chiuso il vento
nel versante lungo del Basento.
E le montagne vaniscono.
E il cielo è fisso a bocca aperta.
Si vede una fanciulla nella gabbia
sopra la Murge di Pietrapertosa
Chi sente il macigno che si sgretola
d’un tratto sulle spalle?
un rumore di serpente
il treno nella valle?
Ognuno è fedele alla sua posta.
Hanno scovato le due cagne
la lepre sul pianoro. Fugge
come lo spirito riconosciuto.

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Padre mio

Padre mio che sei nel fuoco,
che brulica al focolare, come eri
una sera di Dicembre a predire
le avventure dei figli
dai capricci che facevamo:
Tu pure non farai bene dicevi
vedendomi in bocca una mossa
che forse era stata anche tua
che l’avevi da quand’eri ragazzo.

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La pace dei poveri

Il vento muove le calze ai balconi
in questo silenzio cattivo
campa la gatta e la donna con l’ago
e luccicano le tele dei ragni.
Senti che i campanelli
cercano i fuochi a S. Giuseppe
la festa del rione, di domani.
Il nostro marmocchio ignudo
con la pancia gonfia
che vomita vermi
chissà se cercando la legna
domani del Santo
avrà la buona sorte
e le mani pulite di sangue.

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Noi non ci bagneremo

Noi non ci bagneremo sulle spiagge
a mietere andremo noi
e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
Abbiamo il collo duro, la faccia
di terra abbiamo e le braccia
di legna secca colore di mattoni.
Abbiamo i tozzi da mangiare
insaccati nelle maniche
delle giubbe ad armacollo.
Dormiamo sulle aie
attaccati alle cavezze dei muli.
Non sente la nostra carne
il moscerino che solletica
e succhia il nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
non sogna di salire sulle donne
che dormono fresche nelle vesti corte.

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Di terra e di legna secca. Omaggio a Rocco Scotellaro
di Fabio Michieli

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Poeta postumo, Rocco Scotellaro. Postumo per un destino che l’ha strappato alla vita appena trentenne; vita intensa, però, quanto la sua poesia. Morto per un infarto il 15 dicembre 1953, pochi mesi dopo, nel 1954, arriveranno quei riconoscimenti (i premi Viareggio e San Pellegrino) che forse nem­meno in vita si sarebbe aspettato. Postuma arriva sempre nel 1954 la prefazione a È fatto giorno di Carlo Levi, conosciuto nel 1946 e subito considerato il proprio mentore da un giovane Rocco Sco­tellaro che, ritornato nella propria terra dopo la morte del padre (1942), si immerge nel sociale con la stessa passione di cui sono fatti i suoi versi.
È quasi, a guardarlo sotto la luce di certo biografismo che sfocia nell’agiografia (‘colpevole’ Carlo Levi), un personaggio in­ventato Rocco Scotellaro; e non a caso Luchino Visconti plasmerà su di lui il suo ‘Rocco’, perché in lui convergono molti aspetti neorealistici. Ma fortunatamente a tenere il lettore saldamente coi piedi a terra arrivano ogni volta le sue poesie: le introvabili poesie che parlano costantemente della sua terra, dei suoi abitanti, visti da dentro, senza retorica, con doloroso realismo. Quel sud poeticamente ritratto negli stessi anni da Alfonso Gatto, viene scovato e scavato da Scotellaro che pare riscoprirlo dopo il periodo trascorso lontano da casa, tra la fine degli anni Trenta e i primis­simi anni Quaranta del secolo scorso. La partecipazione politica attiva innesca nella poetica di Sco­tellaro una nuova carica che deflagra al punto tale che Carlo Levi vedrà una sorta di nuova “Marsi­gliese” («Marsigliese del movimento contadino») nei versi di Sempre nuova è l’alba. Il sentimento di appartenenza si sposa con la volontà di riscatto raggiunto attraverso la rivendicazione del pro­prio ruolo nella vita sociale avanzata dai “vinti” (per usare una categoria manzoniana, del tutto estranea a Scotellaro).
Si potrà, a ragione, dire che i versi di Scotellaro sono carichi di un’enfasi a volte roboante; una con­tinua perorazione. Sono i versi di un uomo morto trentenne che non ha mai avuto modo di met­tere mano al molto – relativamente al vissuto – scritto, per riorganizzarlo e quindi pubblicarlo. Ma questi stessi versi, insieme agli altri, parlano anche di una fragilità dell’uomo che non si è voluta trattare, vedere, considerare criticamente dopo la sua morte. È un dato, questo, che non deve mai essere taciuto per non perdere di vista il punto di origine della sua poetica, e gli sviluppi interni. Al primo entusiasmo, quasi rivoluzionario, subentra inevitabil­mente la delusione successiva all’elezioni del 1948 (e qui ritornano sempre alla mente i versi sere­niani che ritraggono un più che adirato Saba). Se tutto si origina dalla conoscenza diretta del mondo rurale lucano, è proprio attraverso la poesia che viene ricercato il punto di riscatto sia sociale sia culturale: l’elemento popolare, nel quale Maurizio Cucchi rintraccia pure eco del Pascoli, si innerva perciò inevitabilmente nel comune denominatore neorealista di quegli anni. Lo spaccato storico è questo, e non altro. Estrarre perciò Scotellaro dal suo momento storico e dal suo ambiente naturale è impossibile: la lingua e le immagini di cui sono fatte le sue poesie ritraggono la semplicità della sua terra e della sua gente, quel mondo – dicevo prima – dei “vinti” elevati a protagonisti nel momento in cui la storia sta per cancellarli definitivamente. Ma tutto ciò verrà risparmiato a Scotellaro: lui non vedrà gli esiti disastrosi del miraggio economico degli anni sessanta sul sostrato rurale del suo sud. Soprattutto Scotellaro non vedrà mai l’opera di smantellamento dell’epos rurale messa in atto dalla nota lungimiranza di Mario Alicata (lo stesso che non riconobbe la poesia di Goliarda Sapienza), malgrado le lucide e illuminanti parole di tutt’altro segno pronunciate da Montale sulla poesia del poeta-contadino (formula capestro introdotta da Levi).
Rileggere ora Scotellaro non è compiere una di quelle operazioni tipiche del buonismo imperante anche in poesia oggi: è semmai riprendere contatto con una limpida voce che dal passato non poi così lontano continua a parlarci. Certo, bisognerebbe poterlo leggere in una nuova edizione completa e accuratamente condotta, perché non ci si può affidare alle rare antologie che si premurano ogni tanto di conservarcene la memoria, o sperare nella ristampa di un’edizione data oramai per esaurita.

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* Qui una traduzione in tedesco del testo

I ‘versi elastici’ di Francesco Verni

Francesco Verni, Il fido elastico delle tue mutande (Panda, 2012)Poesie o ballate pop-rock? Forse è questa la prima domanda che viene da farsi quando si legge Il fido elastico delle tue mutande di Francesco Verni (Padova, Panda, 2012), raccolta di versi messi insieme in un viaggio durato anni, e che virano – consapevolmente – verso un ibrido tra poesia e canzone, dove l’‘evidenza’ su cui poggia il secondo genere fa da filo conduttore, come anche il tema onnipresente dell’amore che manca o tace, o è sfuggito o non è più ma brucia e ritorna, per comunicare e comunicarsi.
Il grande fumettista Milo Manara, che firma la prefazione qui, ci conferma quanto detto, portando questo tema (appunto ‘pop’) come cardine dei testi, laddove il “fido elastico” è quello della seduzione femminile, rappresentato da un titolo che ha a che fare con il vivere più quotidiano, e che ci dice qualcosa anche sul lavoro fatto sui versi ‘non merlettati’ ma salvati come – potremmo dire – elastici rehearsal, lyrics in prova.
Il campo poetico qui fa da sfondo, è coerentemente rotto, per risultare qualcos’altro ma senza pretese di verità; allora la parola ‘testo’ risulta, a ben sentire (meglio dire ascoltare), appropriata: testo come ‘elastico sostantivo’, sostantivo ‘elastico’. Le immagini di cui l’autore si serve in ogni suo testo non sono strettamente poetiche, ma rispondono ad una logica che dalla poesia prende le distanze, rendendo i versi accessibili, immediati, alla portata di ‘canto’: «Perché ti ho amato troppo/ senza ritegno/ Consolandomi appieno/ d’aver avuto il ruolo/ gratificante e raro/ di fido elastico delle tue mutande./ E non è stato facile, questo te lo giuro,/ sostituirti in un mondo ogni giorno più scuro/ con il più scassato dei lettori cd/ e l’opera omnia degli Ac/Dc.» (L’elastico, p. 11)
Queste sono infatti ballad nate al pianoforte o composte con una chitarra in mano, come le vivrebbe un cantautore che plasma di getto i suoi pensieri per fissarli e poi ‘dirli’; d’altronde il background di Francesco Verni è proprio questo, essendo lui un giornalista musicale di formazione. La musica rock «da doppia chitarra elettrica», altro ‘fido’ elastico di questa raccolta, è nella sua vita prima che nei suoi versi, e ancora potremmo dire sullo sfondo dei suoi testi, non soundtrack ma suono che fa da tappeto e che non poteva mancare qui. La musica, grande collante, libertà consolatoria, libertà di essere e appartenere, libertà elastica.

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francesco-verniFrancesco Verni è nato a Padova nel 1980. È laureato in Scienze della Comunicazione. Lavora dal 2004 come giornalista per il Corriere del Veneto, per il settore cultura e spettacoli. Prima firma musicale, è curatore del blog Rock & Wine.
Ha pubblicato nel 2008 Vite e donnine di Milo Manara (Leopoldo Bloom Editore) e ha curato mostre di maestri del fumetto tra cui Milo Manara e Giorgio Cavazzano.
Ha scritto anche per Padovando, Leggo, Nordest Europa, Corriere della Sera e Corriere Motori.