Giorno: 20 dicembre 2013

Flashback 135 – Giubberosse

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Anche se non parla, si capisce subito che qualcosa lo tormenta. Dopo essere sceso dall’auto, mirando a una porta immaginaria, calcia con forza un sasso. E mentre entrambi attraversano la strada in diagonale, il sasso e lui, di colpo una lucertola esce da un cespuglio. Alzando una polvere leggera li supera in pochissimi istanti e salta addosso al sasso, immaginando una preda in fuga. Lui continua a parlare dei suoi dubbi, i soliti, usando ampi gesti come a ingigantire le cose mentre io continuo a pensare a quella lucertola che, nel frattempo, è scartata di lato tornando a nascondersi in mezzo all’erba. È comparsa dal verde ed è scomparsa nel verde, sollevando polvere e lasciando noi due sospesi tra gesti e domande. Solo quando inizio a rispondere, dopo pochi minuti, la lucertola riattraversa la strada.

foto di Rosa Mangano
© Marco Annicchiarico

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Rosario Palazzolo – Una specie di

 

parigi 2010 - foto gm

Rosario Palazzolo
Una specie di

La stanza è una stanza che non c’è nessuno.
La porta bianca è aperta e io mi infilo col passo bello svelto, sparato, senza tanta
paura.
C’è la càscia.
Ci sono le sedie.
Il tavolino con la radio e il telefono.
Basta.
La radio fa una musica, la solita che fa.

Quaranta dovrebbe arrivare presto, speriamo.
È già la terza volta per me, e per questo so preciso che saremmo dovuti arrivare
insieme, e aspettare insieme, io e lui.
Passano assai minuti e non succede niente.
La musica della radio, io, questo tempo pericoloso.
Mi hanno informato più poco delle altre volte, stavolta.
Mi hanno detto che non mi devo preoccupare.
Perchè sarà un Sacramento fasullo.
Me l’ha detto il mio solito cugino coi baffi.
Io ho chiesto Perché?

Passano due ore.

Quaranta è secco, ha una faccia tipo scolorita.
Penso questo quando lo vedo, che mi pare già scolorito, pronto a scomparire, una
lapide con le gambe, un fotografia che cammina.
Spunta dalla porta e mi fa un segno con la testa, verso sopra e verso sotto, con la
testa.

Si strascina la borsa con la dote.
Piglia la strada più corta e si va a sedere.
E nel mentre rimane zitto zitto.
E zitto zitto.
La minchia, penso.

Io, secondo me, penso che i silenzi allungati sono pericolosi, pericolosissimi.
I silenzi corti, no.
I silenzi corti anzi ci devono stare, ché magari stai dicendo una minchiata e allora
quei silenzi corti ti servono per ritrattare.
Invece, nei silenzi allungati, si muovono i mille perché.
Coi silenzi allungati non sa mai dove vai a infilarti.
Magari ti infili nei dubbi.

Io, di questo Sacramento fasullo, ne so poco, ché non l’ho fatto mai.
Non so se bisogna dire oppure starsi zitto.
Manco Quaranta dice niente.
Aspettiamo la telefonata.
Aspettiamo la telefonata.
Aspettiamo la telefonata.

Passano quattro giorni e in quattro giorni nessuno parla.
Nel silenzio, però, succede una cosa stramba.
Ogni poco Quaranta è come se trema.
No, aspetta, non è proprio un tremare.
È…
La minchia, penso.

Dopo quattro giorni, squilla il telefono, faccio squillare per due volte, poi acchiappo
la cornetta, un tiro di fiato e rispondo, dall’altra parte dicono È ora.
Questo mi aspettavo, questo dicono.
Richiudo.

Quaranta comincia a spogliarsi, e nel framentre fa degli sbuffi di fiato che mi pare
una gomma sbucata, e trema.
Io faccio la pietra.
Quasi vorrei fermarlo per dirgli che così non va bene, che prima deve consumarsi il
Sacramento, che c’è tutto il rituale, prima.
Ma poi è come se mi sento che sono cretino, ché sicuro che Quaranta saprà il fatto
suo.
Pure il mio.

Apre la borsa con la dote, e con cura ci mette dentro i vestiti che si è levato.
E sbuffa.
Poi piglia quelli nuovi e puliti che gli servono per la Vestitura: si mette i pantaloni,
la camicia, la cravatta.
E trema.
Poi si infila dentro la càscia, e si dimentica la giacca.
Se ne accorge quando oramai è dentro, e con la testa mi fa segnale di passargliela.
È una bella giacca troppo bella.
Coi righini.
Mi sono sempre piaciute assai le giacche.
E soprattutto coi righini.

Quaranta fa un mezzo sorriso che significa Grazie.
Dopo che si è infilato la giacca, piglia la pistola che sta dentro alla càscia e me la
passa.
Poi si attacca il fazzoletto fra mento e testa, come si fa.
Non so che combinare.
Perché è una cosa che non ci sono abituato, balordissima per me.
Lo so, loro hanno deciso così e io non ci posso farci niente.
Noi coi baffi mica giochiamo, ci abbiamo in bocca il punto di vista maggiore, e tu
non puoi capire…
Così ha risposto mio cugino.
Senza rispondere.

Come fa mio cugino quando ci chiedi qualcosa.
Come fanno quelli coi baffi quando ci chiedi qualcosa.

Quaranta non si muove, e io mi fisso a guardargli la giacca, è proprio bellissima.
Mi fisso sui righini che camminano sulla manica.
E lui mi fa un tipo di sorriso e poi mi schiaccia l’occhio, dopo un poco.
Mi fa l’occhiolino, e io capisco quello che mi sta chiedendo.
Gli sparo in testa.
Pum pum, due belli colpi precisi.
La radio canta Volare.

È stato facile, penso.
Era scritto così, penso.
E la porta si apre.
Prendo la borsa mia con la dote ed esco per tornarmene a casa.

C’è la solita tavola apparecchiata.
C’è la caponata di melanzane, gli spaghetti, il vino rosso.
C’è il tovagliato buono, i bicchieri di vetro, i piatti senza sberciature.
Parenti.
Cugini.
E tutti c’hanno facce maliziose.
Facce colorite e serene, ora.

Penso alla tavola nella casa di Quaranta.
La tavola coi parenti di Quaranta.
I fratelli di Quaranta, i cugini di Quaranta.
Se magari ne ha.
Penso che forse nessuno ha cucinato o apparecchiato ché era una cosa saputa.
Penso che ora se ne staranno tutti seduti in silenzio.
Penso che tra un poco cominceranno con gli abbracciamenti accorati e si diranno
Condoglianze.

Qualcuno si farà scolare una lacrima, e buona notte, uno di meno alla prossima mangiata.

Zio Settanta mi batte sulla spalla per farmi che devo mangiare, che devo essere contento.
Io, zero.
Io penso alle mani di Quaranta prima che gli sparo.
Penso alla religione che fanno.
Sembrano le mani di un santo in preghiera.
Se ne stanno bloccate e gentili proprio come quelle dei morti.
Dei santi morti, magari.
Ma nelle mani di Quaranta puoi sentirci tutta l’energia della vita.
La minchia, penso.

Acchiappo una bella forchettata di caponata e me la infilo nella bocca.
L’agrodolce è incocciato.
È difficile incocciare l’agrodolce, troppo difficile.
Ci vuole la memoria del palato e l’esperienza.
Tutte e due.
Questa che mi sto mangiando io è la caponata di mia zia Sessantuno.
E a mia zia Sessantuno non la batte nessuno, e a esperienza e a memoria.

Auguri, auguri a me, nel mentre, gridano, tutti, e ci mettono il mio numero,
Trentanove, pure.
Io, ripenso alla giacca di Quaranta, che era troppo bella.

 

***

© Rosario Palazzolo