Giorno: 17 dicembre 2013

l’irragionevole prova del nove (gc) – 7

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l’irragionevole prova del nove – 7

Complicatibus: – Di punto in bianco la notte, di nero dipinto il giorno, capovolti sossopra:  ma, forse, questa  è un’altra storia, è la storia del sole e della luna, del sole di notte, della luna di giorno, sossopra capovolti. O forse è la stessa: forse tutte le storie non sono che un’unica storia. E dunque anche la storia della ferocia è un’altra storia d’un’unica storia.

Simpliciter: – Ma quale storia e quali storie? Qui c’è solamente un disordine delle storie senza storia, senza economia, senza unità. Altro che unica storia! Ma che storie racconta? Quale storia racconterà, ora?

Complicatibus: – Quale storia desidera che Le conti, ora? Ora, ora Lei desidera forse il racconto dell’ora?

Simpliciter: – Ora o mai piú.

Complicatibus: – Ora e mai piú: mai piú prima, e mai piú dopo. Forse non c’è tempo. Lei è tentato dal tempo: dalla possibilità del tempo possibile. Lei non vive l’impossibilità di avere tempo, di esserci tempo. Lei vive solo e soltanto di possibili possibilità. Non c’è possibilità, se non impossibile; non c’è tempo, se non impossibile.

Simpliciter: – Lei è impossibile; e impassibile. Ha abbandonato la storia del quadrato per una storia senza storie.

Complicatibus: – Forse ogni storia è senza storie. E dunque anche la storia del quadrato è senza storia; o è appunto una storia per; una storia che passa, che attraversa, una storia che passa attraverso altre storie, che attraversa i passi di altre storie; una storia che produce, senza produrre, un prodotto: questo frutto senza frutto, di una storia finita, da farsi infinita. O viceversa.

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – Di una storia infinita, da farsi finita. O ancora,  di  nuovo: di una storia finita o infinita, finita e infinita, da farsi disfatta.

Simpliciter: – Lei fa, e Lei disfa. Ma proprio non Le si confà nessuna storia? Si lasci andare. Si abbandoni.

Complicatibus: – Forse abbandonarsi è lasciarsi andare, è lasciarsi essere: è lasciarsi essere improprio, è lasciar essere tutte le storie insieme: fare con, non senza. Fare di piú, non di meno.

Simpliciter: – Non di meno Lei fa sempre di meno.

Complicatibus: – Non di meno, forse non si può fare a meno del meno. Forse: a meno che.

Simpliciter: – A meno che?

Complicatibus: – A meno che tutto il meno non faccia la differenza.

Simpliciter: – Il meno fa la differenza, di fatto, come potrebbe non farla?

Complicatibus: – Non fare a meno del meno, fa dunque la differenza, e insieme fa l’indifferenza: alla somma, della somma, dalla somma.

Simpliciter: – Lei è indifferente. Ora Lei è indifferente alla somma, al prodotto, al quadrato: ora Lei è indifferente a tutto.

Complicatibus: – L’indifferenza è una non differenza, è una mancanza di differenza. L’indifferente è una mancanza di differente, è un non differente: è dunque uguale. Uguale e contrario. Non fare a meno del meno, dunque, a meno che non sia al piú uguale, e contrario. Dunque, dire del meno è dire del piú, e del meno.

Simpliciter: – Lei si muove senza muover passo. Lei è fermo. Lei è oltremodo fermo.

Complicatibus:  – Qua e là, è stato detto: questo modo oltre c’è chi dice che sia un nodo, c’è chi dice che abbia una sorta di moto, se pur immoto. Di passo in passo muove, d’un moto immoto, insieme,  tutti i passi, passando da parte a parte, da verso a verso, dalla differenza all’indifferenza, dalla somma di sopra alla somma di sotto, al prodotto, al quadrato, in un legame, il nodo appunto, tra l’uno e l’altro passo, tra l’una e l’altra parte, tra l’uno e l’altro verso, tra dire e non dire la differenza che è differente e indifferente, uguale e contraria alla somma, in un legame tra la somma di sopra e quella di sotto: un legame tra dire il sono minuto e non dire parola.

Simpliciter: – Lei non dice piú una parola in cui ci sia fondamento: Lei dice tutte le parole senza fondamento.

Complicatibus: – Un legame, un nodo: forse un dono.

Simpliciter: – Un dono? quale dono?

Complicatibus: – Un dono che non abbia necessità, che non sia necessario; un dono che non abbia utilità, che non sia utile; un dono che non abbia profitto, né interesse, che sia senza profitto, che sia senza interesse.

Simpliciter: – Lei è disinteressato. Lei non ha piú nessun interesse. Lei è proprio senza profitto. Non c’è credito da dare alle parole che dice.

Complicatibus: – Non c’è credito da dare alle parole date in dono, per dono. Alle parole dette o non dette, o dette taciute, dette in silenzio, senza parola: non c’è dono con un credito di parole. Né con un debito.

Simpliciter: – Lei è in debito di tante spiegazioni. Lei non si  spiega, né si piega alle spiegazioni.

Complicatibus: – La piega si fa piaga, la ferocia ferisce, non inferisce se non sofferenza,  e interferisce:  la piega si spiega in sé, si ripiega fuor di sé. Si svela velata, svelata si vela: rivela irrilevanza al piú, ai piú.

Simpliciter: – Non c’è senso a ciò che dice.

Complicatibus: – Non c’è senso comune, non c’è senso locale, non c’è senso proprio: proprio non c’è senso. Proprio non c’è senso, se non improprio: proprio non c’è dono, se non impossibile, un dono senza debito nei confronti d’alcuno, un dono senza credito.

Simpliciter: – Lei pare soffrire. Lei soffre.

Complicatibus: – Se si soffre, forse s’offre: s’offre un dono, per dono. S’offre in dono il dono. Il dono del nodo, del legame, del con, della passione e della compassione, del patire e del compatire.

Simpliciter: – Ma Lei sembra non aver alcun legame: le Sue parole sembrano slegate. Non sembrano voler dire niente.

Complicatibus: – Le parole non dicono niente, e dicono tutto.

Simpliciter: – Lei, ora, sembra voler dire qualcosa.

Complicatibus: – A cosa allude?

Simpliciter: – Pare che mostri, pare che un’apparenza voglia mostrarsi: pare che le Sue parole vogliano dire d’un particolare.

Complicatibus: – Mente il particolare un generale che non c’è. O viceversa: mente il generale un particolare che non c’è.

Simpliciter: – Ma se non c’è particolare né generale, che ne resta?

Complicatibus: – Che ne resta del resto? Del resto, non c’è resto.

Simpliciter: – Non c’è resto? Lei è elusivo, riduce l’allusione fino a eluderla del tutto, fino a che non ne rimanga piú niente.

Complicatibus:   –  Nella somma e nel prodotto  non c’è resto;  al contrario, nella differenza, c’è resto, a meno che.

Simpliciter: – A meno che?

Complicatibus: – A meno che i numeri non siano uguali: la differenza di due numeri uguali non produce resto. La differenza di due numeri uguali è uguale a una indifferenza, all’indifferenza.

Simpliciter: – I numeri! L’ultimo numero! l’ultimo numero è forse questo zero cui allude, questo zero che elude, questo cerchio da cui fugge?

Complicatibus: – D’altra parte, due dei tre numeri finora detti, ricorda?,  sono proprio uguali: d’altra parte, sono proprio diversi.

Simpliciter: – Com’è possibile che siano uguali e diversi?

Complicatibus: – Forse per altro verso.

Simpliciter: – Quale altro verso?

Complicatibus: – Ordunque, di questi numeri, che sono il secondo e il terzo numero, il primo dei due, che è anche il secondo dei  detti di sopra, e che è dato dalla somma delle cifre del secondo  numero del prodotto, finito o infinito che sia, il primo di questi due numeri dunque, sempre che la somma or ora detta sia d’una  cifra sola ché, se di due o piú cifre, ha da essere scomposta fino a ridurla all’unità, la quale unità non è detto che sia uno, né che non lo sia, questo primo numero per un verso, e secondo per  altro, pare essere il numero tre, la qual cosa non è un caso qualunque, sebbene sia il nostro caso, che invece è un caso qualunque, questa cifra unica dunque, questo numero, è dunque il tre; il secondo dei due numeri, in vece, o di nuovo, che è anche il terzo dei detti di cui sopra, e che è dato dalla somma  delle cifre  del prodotto  dei primi  due numeri,  e sempre che questa somma sia di due o piú cifre, in quanto, se d’una cifra soltanto, non ci sarebbe bisogno affatto della somma, sebbene per altro verso ce ne sarebbe comunque bisogno il prodotto non sapendo ancora se bastante o meno, se da sé solo sufficiente o insufficiente, se a sé sufficiente e insufficiente ad altro, e viceversa, questo numero dunque, che potremmo dire e sufficiente e insufficiente, essendo il secondo dei due numeri detti uguali e diversi, il secondo numero di questo caso dell’uguaglianza e della differenza, questo secondo numero che è anche il terzo numero di quel caso che ora mai è il quadrato, in questo o quel caso dunque, il numero è il tre, in questo caso dunque sufficiente e insufficiente in quello, in quanto che avrebbe pur potuto non esser tale, ma tal altro, tra l’altro, per altro verso: dunque questi due numeri tre, il primo e il secondo tre, questi due tre insomma son sí uguali, sono tre tutti e due, ma insieme diversi, e unici.

Simpliciter: – Lei è irriducibilmente riduttivo. Lei dimostra questa supponenza, questa sufficienza, solo perché è mancante, privo di sufficienti supposizioni tali che possano dare un esito, sia esso positivo o negativo. Disponendo di pochi numeri, Lei non pone le basi di nulla, fuorché del nulla. Lei non costruisce nulla, fuorché il nulla. Lei non edifica: Lei è poco edificante. Quel poco che dice, sempre che voglia dire qualcosa, lo distrugge in men che non si dica. Lei è distruttivo.

Complicatibus: – Non disporre che di pochi numeri, forse la indispone? Il Suo disappunto muove da questo appunto che mi fa, appunto da questo appunto? Ponendo in vece punto contro punto si muove il moto, se pure immoto, del contrappunto: tutte le note sono appunto appunti, quelle note e questi ignoti, e viceversa.

Simpliciter: – Come prender nota d’una cosa ignota?

Complicatibus: – Quel che manca, d’altra parte, quel che è privo, o privato, per altro verso, non è del resto che il resto di quel che non manca, di quel che non ne è privo, o privato. Forse un segreto. O forse un segreto privato del privato. O forse che del resto non ne resta nulla, se non cenere, o resti di cenere?

Simpliciter: – Nel caso dell’uguaglianza dei due numeri non ha detto forse che non ne resta nulla, il loro resto in differenza essendo uguale a zero? Insomma, Lei dice di muoversi d’un moto immoto: non  dice in questo modo, in questo modo appunto che Lei solamente chiama moto, o nodo, di non muoversi del tutto? di non muoversi piú nel tutto? di non procedere? di non attraversare? Ha smarrito forse la porta, o la chiave per aprirla? Qui non c’è nessuna porta che porti da parte a parte, non c’è parete, né stanza, né dimora. Non c’è verso che Lei attraversi. Non c’è passo che Lei muova. Lei è immobile: non è oltre; né passa oltre.

Complicatibus: – Al di qua della possibilità che Lei nega, non c’è forse un al di là in cui la denega affermando il suo contrario?

Simpliciter: – Lei intende affermare questa impossibilità?

Complicatibus: – Violare dunque le leggi della proprietà, delle proprietà, del bene, dell’interesse, della somma, del prodotto, tutto ciò è andare oltre, è lasciarsi andare, è lasciarsi essere, è non avere averi, è essere esseri: essere qualcosa per qualcuno, o tutto; essere qualcuno per qualcosa, o per niente.  Per niente  chiedere in cambio.  Un’offerta  senza domanda.  Senza tante domande. E senza risposte, ché forse non ci sono risposte. Proprio non ci sono risposte se non improprie, dunque impossibili. Offrire la propria anima impropria, inanimata, smarrita: distante. Distante da tutto, distante da nulla.

Simpliciter: – La sua disanima Le nega questa virtú, Le è negata ogni virtú.

Complicatibus: – Forse è solo e soltanto un’ipotesi.

Simpliciter: – Quale ipotesi?

Complicatibus: – Essendo una ipotesi, è dunque una possibilità.

Simpliciter: – Quale possibilità mai dà Lei?

Complicatibus: – Essendo un’ipotesi di possibilità della negazione, è forse un frutto, quel frutto che fu detto per errore senza frutto, ricorda?, essendo in vece la sua polpa la colpa, il frutto appunto del frutto: la sua polpa non è che colpa. Forse ogni frutto non frutta che colpa: la riunione di due particelle, superficie su superficie, a sé stanti, in sé essenti, in un condominio di relatività indipendenti e sufficienti ognuno a sé, e pur tutta via in un dominio, dunque un con senza con. Un insieme senza insieme. Un insieme di colpe.

Simpliciter: – Particolare.

Complicatibus: – Uno la dice particolare, un altro in vece generale. Nel particolare è un’ipotesi che sarà, nel generale una che è: ma, essendo un’ipotesi, non è detto che quel che si pensa essere presente lo è, e quel che si pensa essere assente lo sarà, potrebbe essere che l’esser presente dell’è non lo sia, e l’essere assente del sarà in vece lo sia. Forse si dovrebbe procedere passo passo a ritroso.

Simpliciter: – Lei ora si tira indietro. Lei indietreggia. Lei è ritroso, ma senza pudore, a dire finalmente qualcosa. Forse non ha piú niente da dire, non ha piú numeri, né quelli del piú, né quelli del meno.

Complicatibus: – Volto all’indietro non si può dire che fine certo mente certa mente fine di qualcosa che forse né meno ha avuto inizio. O viceversa.

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – Volto il volto all’indietro non può dirsi fine, di qualcosa, né darsi fine, se non mentendo che questo qualcosa abbia avuto inizio, certo o incerto.

Simpliciter: – Mi menta una certezza, mi menta un’incertezza: mi dica per una volta l’inizio, mi dica c’era una volta.

Complicatibus: – Forse non c’era nessuna volta per dire c’era una volta, forse non c’è nessuna volta per dire c’era una volta, solo e soltanto una volta, o per dire una volta o l’altra; ma forse anche questa volta, queste volte, l’una volta o l’altra, sono altre storie di quella unica storia senza storie. Nel quadrato non c’è nessuna volta, c’è solo e soltanto una memoria che non si fa storia, una memoria che muove e rimuove moti immoti che non si piegano, che non si spiegano, che si dispiegano in pieghe infinite, in piaghe infinite. Ma insieme ci son forse tutte le storie, le storie d’una memoria altra che si è fatta storia, con tutte le parole dette, e con quelle non dette; e sopra tutto con quelle non dette, con le dette taciute, che non sono dicibili, che sono inesprimibili, o che sono dicibili solo se impossibili a dirsi, e esprimibili solo e soltanto se impossibili a esprimersi.

Simpliciter: – Lei, se cosí posso esprimermi, si esprime senza esprimere niente: Lei è inespressivo. Sembra estraneo a qualsiasi cosa. Non sembra toccare nulla, né qualcosa sembra che La tocchi; anzi non appena fa per toccarla, o non appena sta per esserne toccato, Lei fugge, ne fugge. Lei è intoccabile, né vuole esser toccato: Lei non tenta piú nemmeno di dire qualcosa. Lei non ne vuol sapere piú nulla.

Complicatibus: – Forse che non si possa dire senza saperne nulla? Forse che si possa dire qualcos’altro di quel di cui se ne sa tutto? Ma già è stato detto, già: già tutto è stato detto, già.

Simpliciter: – Non ricordo che Lei abbia già detto tutto; Le manca ancora qualcosa, anzi piú di una cosa, anzi, di qualsiasi cosa Lei manca di dirne il piú. Lei è mancante: Lei ha piú d’una mancanza.

Complicatibus: – Forse non se ne può dire che la mancanza: la mancanza d’una parte. O forse non se ne può dire che una parte, una parte di questa parte che manca, che è mancante, che è mancanza, solo e soltanto una parte, che non sostiene nulla, in quanto parte, in quanto parte di parti, o, in quanto il tutto essendo infinito e dunque insostenibile, figurarsi di dire che esiste una parte che lo possa sostenere, una parte inesistente, una figura senza figura.

Simpliciter: – Lei è insostenibile. Cosí Lei sfigura, cosí Lei si sfigura.

Complicatibus: – Forse ci si trasfigura per non figurare, per andare al di là della figura. C’è chi ha detto che ogni cosa che passa è una figura. Non tentare di dire né meno piú qualcosa non è forse tentare di non dire né di piú,  né di meno,  di quel che è stato detto,  o di quel  che è stato taciuto, di quel che è stato detto non detto? Al di là della figura c’è un’altra figura? o è una figura altra? o è una figura senza figura? o è una figura che non figura tra le figure? o è una figura che non si figura? o è una figura che non ci si figura? Una figura che passa è appunto passante: un passo dietro l’altro avanti, o avanti un passo dietro l’altro, uguale e contrario; un verso dietro l’altro avanti, o avanti un verso dietro l’altro, contrario e uguale, la figura è passeggera. Pur tutta via è andante, è via via andante; e conduce, ed è condotta.

Simpliciter: – Dove conduce Lei? Non c’è via dove sia: dov’è Lei? Forse che sia, questa via, che non ha via d’uscita, una via di fuga?

Complicatibus: – Avere dove andare non è essere dove andare; non aver dove andare è forse essere. O forse non si è da nessuna parte, e ci si lascia andare via, e si lascia andare via, e lascia andare via, via. Via, c’è solo e soltanto condotta d’andare: lasciare essere con, lasciarsi essere con; lasciare essere insieme, lasciarsi essere insieme. Abbandonare, abbandonarsi.

Simpliciter: – Che prospettiva è abbandonare per abbandonarsi? Forse Lei abbandona la via di fuga, che è senza uscita, perché ha trovato un punto di fuga? Pare che Lei voglia toccare finalmente un punto, il punto. Lei vuol forse liberarsi? Lei ora è toccante. Lei ora è toccato.

Complicatibus: – Lei ora vuol toccare con mano qualcosa che forse non si può toccare con mano. Lei vuol sentire, Lei vuol provare, Lei vuol provare a sentire, Lei vuol provare a sentire il senso, con mano, Lei vuol dare un senso al senso;  ma, forse,  non c’è senso da dare al senso, forse tutti i sensi sono senza senso.

Simpliciter: – Lei è insensibile. Lei è senza senso. Quel che dice è senza senso.

Complicatibus: – Forse, liberandosi dal senso comune, dal senso proprio, o perdendoli, perdendo i sensi, se ne prende la distanza, ma solo e soltanto per rinvenire, se pure in sogno; solo e soltanto per avvicinare un senso non comune, un senso proprio improprio, un senso altro; o solo e soltanto per riavvicinare, solo e soltanto per riavvicinarsi, e per riappropriarsi d’un senso insensato.

Simpliciter: – Lei prende la distanza: che cos’è quest’altro senso? Lei ha perso il senso, proprio; proprio non c’è senso in quel che dice. Lei disorienta: Lei è disorientato. Lei è distante.

Complicatibus: – C’è una distanza che allontana e un’altra che in vece avvicina.

Simpliciter: – Lei non ha il senso della misura, non ha metro di misura. Come ci si avvicina, se ci si allontana? Come si avvicina, se si allontana? Come avvicina, se allontana?

Complicatibus: – Forse abbandonandosi, ci si approssima; forse allontanandosi, ci si approssima.

Simpliciter: – Lei, è approssimativo quel che dice.

Complicatibus: – Forse, mettendosi da parte, ci si rende prossimi al prossimo: ci si offre, ci si dona.

Simpliciter: – Che donare se ci si mette da parte, che offrire?

Complicatibus:  –  Forse mettendo da parte quello che si è, non ne resta che quel che si sua, quel che  Si   quel che si ha?

Simpliciter: – Lei non ha niente, non ha piú niente: Lei non ha piú niente da dire.

Complicatibus: – O viceversa: forse mettendo da parte quello che si ha, non si resta che quel che si è?

Simpliciter: – Lei non è niente, non ne è piú niente di Lei: di Lei non c’è piú niente da dire.

Complicatibus: – Forse mettendo da parte tutto quello che si ha, e tutto quello che si è, non ne resta che nulla?

Simpliciter: – Lei, da tempo ormai, ha messo da parte tutto: ora Lei si vuol mettere da parte, ma cosí facendo Lei si apparta.

Complicatibus: – Forse, mettendo da parte tutto, non ne resta che nulla.

Simpliciter: – Non ne resta nulla.

Complicatibus: – Se tutto è infinito, mettendo da parte l’infinito, che ne resta? Che ne resta che non sia infinito? Ne resta forse il finito?

Simpliciter: – Prima l’infinito, ora il finito. Ha finito con l’infinito e comincia con il finito. Lei è finito. Lei è infinitamente finito.

Complicatibus: – Ma il finito è finito? o è infinito anch’esso?

Simpliciter: – Il finito è infinito?

Complicatibus: – Forse, mettendo da parte tutto, che si è detto infinito, non ne resta che il finito, che si è detto nulla, ma che nulla forse non è, e dunque non ne resta che una parte, finita: forse una parte di nulla? Ma se il finito, o il nulla, ha una parte,  per farne tutto, del finito, o del nulla, non c’è forse bisogno di altre parti?  e di altri parti?  Dunque, il finito, e il nulla, hanno parti infiniti, e infinite parti; e avendone infinite, e infiniti, di parti, non si può non dire che non siano infinito.

Simpliciter: – Il finito: infinito. Il nulla: infinito. La parte: infinita. Ma che parte è se infinita? che nulla, se infinito? E che finito, se infinito?

Complicatibus: – La parte, se è parte, finita, e non è tutto, infinito, è appunto una parte, o una parte d’appunto, ma per essere il tutto di questa parte, non ha forse bisogno di piú e piú parti, di infinite parti? di parti infiniti? Il nulla, se è nulla, finito, e non è tutto, infinito, è appunto un nulla, o un nulla d’appunto; ma per essere il tutto di questo nulla, non ha forse bisogno di piú e piú parti, di infinite parti? di parti infiniti? Il finito, se è finito, e non è infinito, è appunto finito, o l’appunto finito; ma per essere del tutto finito, non ha forse bisogno di piú e piú parti, infiniti, e infinite?

Simpliciter: – Lei è partito.

Complicatibus: – Ogni parte si parte. Ogni parte si parte in parti infiniti, in parti infinite. Ogni parte di parola in parti infiniti. Ogni parola in parole infinite. Ogni verso in versi infiniti. Ogni passo in passi infiniti. Ogni figura in figure infinite. Ogni imagine in imagini infinite.

Simpliciter: – Ma quali immagini. Lei non ha immagini. Lei non  immagina nulla. Lei non ha immaginario.

Complicatibus: – Tutto si parte, anche la parte, anche il finito, anche il nulla: forse per un tutto altro? forse per un altro tutto?

Simpliciter: – Tutt’altro: non ha null’altro da dire che non dire nulla. Lei non si orienta. Lei disorienta.

Complicatibus: – Orientarsi per avere dove andare? per avere un orizzonte? per avere un limite? per avere un’attesa?

Simpliciter: – Per non perdere il filo. Lei ha perso il filo. Lei non cuce nessuna storia. Questa storia del quadrato non ha trama che tenga, né intreccio, né snodo. Anzi, non appena se ne intravede un se pur esile ordito, un se pur esile órdine, un se pur esile filo conduttore che leghi questo a quello, che l’uno possa cucire all’altro, Lei appunto non fa altro che scucirlo, slegarlo. Lei non produce che strappi, Lei non fa altro che produrre laceri squarcî. Lei distrugge tutto. Lei è distruttivo.

Complicatibus: – Non si ha orizzonte, non si ha limite, non si ha attesa; non si ha trama, non si ha filo, non si ha storia. O, forse, si ha solo e soltanto questo, appunto questo, questo appunto: un filo strappato, lacero, che squarcia la possibilità di una storia. O, forse, è solo e soltanto questa impossibilità a farne in vece una storia o a darne, di questa storia del quadrato, una possibilità, e di quelle altre un’altrettale possibilità.

Simpliciter: – È l’impossibilità che ne fa una possibilità? Lei è inconcludente. Lei è sconclusionato.

Complicatibus: – Nato alla sconclusione? Un altro termine del termine che non ha termine: un’altra fine della fine che non ha fine, né fine. Le parole sono questo appunto: parti di parti. Le parole sono appunto questo: appunto di appunti. Le parole note sono ignote note, e note di ignote note. Le parole ignote sono note, e ignote note di note. Le parole sono ipotesi senza ipotesi: un se senza se, un sé senza se, un se senza sé, un sé senza sé.

Simpliciter: – Lei è fuori di sé.

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l’irragionevole prova del nove – 1

l’irragionevole prova del nove – 2 

l’irragionevole prova del nove – 3 

l’irragionevole prova del nove – 4

l’irragionevole prova del nove – 5

l’irragionevole prova del nove – 6

George Saunders – Dieci dicembre (raccontato da Andrea Pomella e Gianni Montieri)

dieci dicembre

George Saunders – Dieci dicembre – ed. Minimum fax – euro 15,00 – ebook 7,99 – traduzione  di Cristiana Mennella

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La versione di Andrea 

Ho letto Dieci dicembre di George Saunders (Minimum Fax, traduzione di Cristiana Mennella) su suggerimento di Gianni Montieri. Gianni era talmente preso dai racconti di Saunders da dimenticarsi di scendere alla fermata giusta della metropolitana. Mi sono detto che in un libro non può esserci niente di più promettente di questo.

E così ho comprato Dieci dicembre e l’ho letto. L’ho letto due volte, a distanza di un mese. Non mi è mai capitato di leggere un libro due volte a distanza di un mese. O forse sì, tanto tempo fa; quella volta il libro era Una questione privata di Fenoglio. Possono essere tanti i motivi per cui uno sente il bisogno di leggere un libro due volte a distanza di un mese. Il mio motivo è che la prima volta che ho letto Dieci dicembre le mie aspettative sono andate deluse.

Dieci dicembre è un libro su cui c’è una pressoché totale unanimità di giudizi. Giudizi che dirli lusinghieri è riduttivo. Eppure, in quei racconti, al principio ho sentito qualcosa di stridente. Nella “voce straordinariamente intonata” e “piena di grazia” di cui parla Thomas Pynchon (uno tra i tanti, stellari endorsement di cui può fregiarsi l’opera di Saunders) ho annusato un certo odore di plastica bruciata. Provo a spiegarmi meglio. Al riparo di un’abilità narrativa portentosa, Saunders costruisce esuberanti storie che raccontano l’istituzione della famiglia e le piccole grandi sofferenze prodotte dalle piaghe dell’America contemporanea, filoni che hanno nutrito il cuore della migliore letteratura d’oltreoceano. Ma lo fa con un rifiuto del conformismo così smaccato da mettere in piedi ogni volta uno spettacolo originalissimo di tecnica. Il terrore di apparire convenzionale innerva ogni frase di Saunders, e questo terrore finisce per falsarne la voce. Ho avuto, in altre parole, l’impressione di trovarmi nel più splendente e moderno lunapark, e di cercare a ogni nuovo giro di giostra l’emozione di una vertigine nuova, per finire col rendermi conto che quella vertigine non era poi tanto migliore di quella che provavo da ragazzino in certi vecchi, miserevoli parchi giochi di periferia.

Perciò, quello che a detta di tutti è il capolavoro di un funambolo della nuova narrativa americana, a conti fatti mi è sembrato poco più che il solito, vecchio trucco postmoderno. Tanto che l’unico racconto che mi è parso davvero indimenticabile è il lapidario Croci, due pagine così nette e dolorose da dire più di quanto non riescano la maggior parte dei romanzi in circolazione.

Allora ho lasciato passare qualche settimana, dopodiché ho preso la decisione di rileggere Dieci dicembre da cima a fondo. Al secondo tentativo sono riuscito a entrare meglio nei meccanismi cognitivi che servono a decifrare i racconti di Saunders. È come se il mio cervello si fosse adattato alla lente deformante che Saunders pone tra i nostri occhi di lettori e le sue storie. E quello che prima mi sembrava poco più che un inganno ottico, in seconda lettura si è trasformato in uno strumento più conforme alla natura del mio sguardo. Ho potuto così godere della vertigine, senza che fossi in continuazione distratto dall’invadenza del congegno. Per questa via ho scoperto l’enorme cuore pulsante di questo scrittore, un cuore così felice da farti pensare che ci siano esseri umani completamente invasi dal dono della narrazione. E George Saunders è innegabilmente uno di questi (leggete Le Ragazze Semplica, una o due volte, a seconda di quanto siete bravi, per farvi un’idea di quello che sto dicendo). Autori che sarebbero capaci di intrattenerti anche solo scrivendo un saluto su un post-it.

Così, ora davvero non so dove sia la verità di questo libro, e quando Gianni mi ha chiesto di farne una recensione per Poetarum, dentro di me mi sono detto: “Cosa potrò mai scrivere senza rischiare di passare per un lettore affetto da schizofrenia letteraria?” In realtà quella che azzardo è una recensione che non può essere considerata come una vera e propria recensione, per il semplice fatto che Saunders è un autore che non può essere considerato come un qualsiasi altro autore. E d’altronde non è neppure necessario che io scriva una recensione coi fiocchi, dal momento che in rete di recensioni coi fiocchi ai racconti di Saunders se ne possono trovare a dozzine, molte delle quali sfoggiano anche più dei canonici fiocchi, quindi è del tutto inutile che io mi aggiunga a questa schiera. A chi non è piaciuto il libro, consiglio di provare a rileggerlo, proprio come ho fatto io. A chi è piaciuto in prima battuta, faccio i miei più vivi complimenti. A chi non l’ha ancora letto (e si presume che una recensione debba rivolgersi in primo luogo a questa categoria di persone), dico: male che vada comprerete un libro e ve ne ritroverete due, due libri diversissimi tra loro, e solo per questo sarà valsa la pena di averci provato.

 © Andrea Pomella

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La versione di Gianni

Quella che segue potrebbe essere una recensione appassionata, ma sarà obiettiva, ve lo garantisco. Ho letto Dieci dicembre due volte. Alla prima lettura saltavo le fermate della metropolitana, alla seconda prendevo appunti. La prima volta, come si fa con un libro di racconti, ho cominciato dall’inizio e ho seguito l’ordine dettato dall’indice. La seconda volta ho cominciato dalla fine, dal racconto che ha lo stesso titolo del libro e che mi aveva commosso particolarmente. Poi ho cominciato a zigzagare, rileggendo prima quelli di cui ricordavo meno cose, che, apparentemente, mi avevano impressionato di meno. In realtà, ma l’ho capito dopo, stavo facendo una delle più banali prove di matematica, stavo cambiando l’ordine dei fattori per verificare se, e cosa, cambiasse nel prodotto. La matematica applicata a Saunders non sbaglia, il prodotto non cambia. Cambiava solo la percezione del lettore. La meraviglia si trasformava in gratitudine. L’ammirazione lasciava spazio al rispetto. L’istinto faceva sedere accanto a sé il ragionamento. La prima lettura mi aveva fatto pensare che non avessi letto nulla dello stesso livello quest’anno, la seconda lettura l’ha confermato e mi ha spiegato il perché.

In questi racconti non ci sono luoghi veri e propri, non vengono nominate città, gli interni non sono descritti dettagliatamente, non c’è mai un protagonista; o meglio l’attore principale non esiste senza gli altri personaggi della storia. Saunders lo indica, lo fa vedere con chiarezza e poi gli sfuma i contorni fino a renderlo parte del coro. Alla fine sono tutti protagonisti, contano tutti alla stessa maniera. Nessun racconto è scritto nello stesso modo. C’è quello scritto in prima persona, c’è la voce fuori campo, c’è il diario sgrammaticato, c’è il narratore esterno, c’è un racconto che è composto da una e-mail. Saunders non è banale, mai, oppure le prova tutte per non esserlo, ci riesce e, in fondo, è questo che conta. Ma quello che ci fa innamorare di uno scrittore non è mai la sua tecnica e nemmeno il talento. Ci fa innamorare, invece, quanto di quel mix tra esercizio e dono arrivi dalla pagina a toccarci il cuore, senza retorica. Mi è parso mentre leggevo e rileggevo che quelle parole messe in fila andassero a scovare dei punti nascosti da qualche parte dentro di me e che, una volta trovati, facessero loro una carezza. Cose come questa: «E poi siccome non gli aveva complicato la vita facendo la saputa erano rimasti lì sdraiati a fare progetti, tipo perché non vendiamo qui e ci trasferiamo in Arizona e compriamo un autolavaggio, perché ai bambini non compriamo il Sapientino, perché non piantiamo i pomodori, e poi si erano messi a fare la lotta e lui (chissà perché le era rimasto impresso) mentre la teneva stretta era scoppiato in una risata sbuffa di disperazione, fra i suoi capelli, come uno starnuto, o come se gli venisse da piangere. L’aveva fatta sentire speciale, lasciandosi andare così.»

I temi di Saunders sono quelli classici della letteratura americana che più ho amato. La famiglia (come Carver). Il quotidiano (come Carver). La vita fuori dalle metropoli (come Carver). Il mondo dove il sogno americano non si è realizzato (come Carver). George Saunders non scrive come Raymond Carver nemmeno un po’, ma, tra una storia e l’altra, il buon vecchio Ray mi è venuto in mente diverse volte. Ad esempio nei dialoghi tra due o più persone, Carver era un maestro in questo . Scrivere un dialogo dove parlano più soggetti è molto difficile, pochi ci riescono, Saunders ci riesce. E poi, mi pare che Saunders possegga lo stesso sguardo compassionevole di Carver. Prova pietà, non è cinico. Ho, infine, la sensazione lavori parecchio su ogni singolo racconto, su ogni parola, proprio come Carver. Fine del passaggio nella terra di Raymond.

George Saunders scrive talmente bene che te la fa sembrare facile, ti fa credere che quella roba lì, quella roba perfetta, sia uno scherzo. Provateci e se qualcuno ci riesce mi telefoni. Molto spesso potrebbero venire in mente le fiabe, per delicatezza e per il senso del gioco, per l’apparente leggerezza. Vi verranno in mente e saprete esattamente che le favole non c’entrano ma una certa grazia e una purezza riservata ai bambini, quella sì. Troverete racconti brevissimi e fulminanti come Croci. Futuristici e inquietanti come Fuga dall’aracnotesta. Da restare sgomenti come Giro d’onore o Le ragazze Semplica. Da lasciarci qualche battito di cuore come Dieci dicembre. Più o meno vi ho detto tutto quello che volevo dirvi di questo libro, sia io che il mio amico del piano di sopra ci siamo tenuti distanti dalla recensione classica ma il cuore del libro ve lo abbiamo raccontato. «Un soffio di vento mandò giù dal cielo una raffica di neve vaporosa. Che spettacolo. Perché eravamo fatti così? Capaci di trovare la bellezza in tante cose che accadevano ogni giorno?»

 @ Gianni Montieri