Giorno: 15 dicembre 2013

La domenica (i sogni) e Raymond Carver

foto gm

Mia moglie ha l’abitudine di raccontarmi i suoi sogni quando si sveglia. Io le porto il caffè e un bicchiere di succo di frutta e mi siedo accanto al letto; intanto lei si sveglia e si scosta i capelli dalla faccia. Ha la solita espressione di quando ci si sveglia, ma anche lo sguardo di chi torna da qualche parte.
“Allora?”, le dico.
“Roba da matti”, dice lei. “Ho fatto un sogno proprio strano. Ho sognato che ero un ragazzo. Andavo a pesca con mia sorella e una sua amica, però ero ubriaco. Pensa un po’. Non ci si crede. Insomma, dovevo accompagnarle a pesca con la macchina, ma non riuscivo a trovare le chiavi. Poi, quando le trovavo, non mi partiva la macchina. Dopodiché, all’improvviso, eravamo già a pesca, su una barca in mezzo al lago. Stava arrivando un temporale, ma non riuscivo a far partire il motore della barca. Mia sorella e la sua amica non facevano altro che ridere. Ma io avevo una gran paura. E poi mi sono svegliata. Non ti pare strano? Tu che ne dici?”
“Scrivilo”, le ho detto, alzando le spalle. Che altro potevo dire? Io non sogno nemmeno. Sono anni che non sogno più. Oppure sogno, ma non mi ricordo niente quando mi sveglio.
E certo non mi intendo di sogni – miei o di altri. Una volta Dotty mi ha detto di aver fatto un sogno subito prima che ci sposassimo in cui le sembrava di essersi messa ad abbaiare!
Si svegliò e vide Bingo, il suo cagnolino, seduto accanto al letto che la guardava in un modo che le parve molto strano. E così si ricordò che aveva abbaiato nel sogno. Chissà che voleva dire?, si chiedeva. “Era un brutto sogno”, disse. Lo aggiunse al suo libro dei sogni, ma la cosa finì lì. Non ci tornò sopra. Non cercava di interpretare i sogni. Si limitava a trascriverli e poi, quando ne faceva un altro, trascriveva anche quello.
Le ho detto: “Faccio un salto di sopra. Devo andare in bagno”.
“Fra poco mi alzo anch’io. Mi devo prima svegliare per bene. Voglio pensare un altro po’ a questo sogno”.
L’ho lasciata lì, seduta a letto, con la tazza in mano, ma senza ancora aver assaggiato il caffè. Se ne stava lì seduta a riflettere sul suo sogno.
In realtà non avevo più bisogno di andare al bagno e così mi sono preso un altro caffè, seduto al tavolo di cucina. Era agosto, faceva un gran caldo e le finestre erano spalancate. Caldo, sì, faceva proprio caldo. Un caldo boia. Mia moglie e io avevamo dormito giù nel seminterrato per la maggior parte del mese. Comunque, ce la cavavamo. […]

© Raymond Carver, Sogni da Se hai bisogno chiama, traduzione di Riccardo Duranti (ed. Minimum fax, 2000), Einaudi, 2010

Fabio Pasquale – Il lavoro della polvere (recensione)

illavorodellapolvere

Fabio Pasquale – Il lavoro della polvere – Zona Contemporanea – euro 10,00

La prima domanda da porsi, trattandosi di un libro di una ottantina di pagine, è: Romanzo breve o racconto lungo? Risposta: Boh, chi se ne frega. Infatti ce ne freghiamo, ci troviamo di fronte a una storia ben scritta, che si legge con piacere, questo è già molto. La seconda domanda è sul genere, e qui vengono in mente i giochi della settimana enigmistica, si sceglie una parola, si cambia l’ultima lettera e cambia tutto. In molti hanno definito questo libro, un Noir, invece è, più probabilmente, un libro sulla Noia. Togli la erre metti la a e cambia tutto. E poi è un libro sul controllo, sul tentativo di estendere qualche tipo di dominio alla propria condizione. Se è vero che in questo libro qualcuno morirà non per sua volontà, qualcun altro commetterà un furto, qualcuno cambierà di identità, è altrettanto vero che saranno la noia, il procedere monotono delle giornate, la ripetitività delle vite solitarie, a far da spinta, a far desiderare al protagonista il cambiamento. Un uomo decide di cambiare vita, l’occasione gli si presenta una sera in cui ordina una pizza e il fattorino che gliela porta è la sua perfetta copia. Scambio di persona. Lui è in gamba, esperto informatico, lavora in banca, sa che per far funzionare un piano bisogna essere precisi, curare i dettagli, non commettere errori. Il libro di esordio di Fabio Pasquale è costruito nella stessa maniera, i personaggi sono ben tratteggiati, il luoghi descritti altrettanto bene, i meccanismi e gli ingranaggi con cui si sviluppano le azioni sono perfettamente oliati. Un uomo decide, un altro no. Entrambi sperano. Uno inganna, uno viene ingannato. Entrambi vivono soli da parecchio se non da sempre. Entrambi parlano poco. Uno forse si libera, l’altro meno. Uno forse cambia vita, l’altro cambia e basta. E ci sono due donne, la causa e l’errore. Il ritmo è serrato e la riflessione interessante da fare, senza per questo raccontare il finale, è che quando qualcuno sceglie di cambiare tutto di se stesso a cominciare dall’identità, che sia corretta la nostra deduzione sulla noia o meno, in fondo riuscirà a cambiare davvero tutto. Un abitudinario resterà tale, un solitario pure, e così via. Quindi la domanda da porsi alla fine de Il lavoro della polvere è: Che cosa è cambiato? Cosa è realmente cambiato?

© Gianni Montieri

Esco di casa con la faccia del giorno qualunque, un giorno che potrebbe benissimo finire nel passato come spazzatura indifferenziata. Mi muovo rapido, ma non ho l’esigenza di correre, e neppure una valida ragione per farlo. Sento l’acqua scorrere sui capelli, sul viso, sulle mani. Sì, piove. Il cappotto grigio in un attimo diventa più nero che grigio, forse aumenta di peso. Non importa.

Ho sempre odiato gli ombrelli, ho sempre amato l’acqua fredda che cade dal cielo. La doccia si può aprire e chiudere a proprio piacimento, l’acqua fredda che cade dal cielo no: lo decide lei quando iniziare e quando smettere. Pensiamo di avere il controllo sulle cose, di poter decidere, pianificare, anticipare e procrastinare. In realtà controlliamo un cazzo di niente, se non qualche evento marginale, quando ci va di lusso.

Aspetto il tram sotto una nuova pensilina di plexiglass già battezzata dagli artisti della città, quelli che ai signori distinti piace definire vandali. A giudicare dalla sovrapposizione di simboli, calligrafie e colori, pare abbia ricevuto l’estrema unzione invece del battesimo. Vicino alla svastica azzurra scopro che Tony è un gran figo, e appena alla sua destra trovo il cellulare per prendere nel culo i trenta centimetri di un bisex molto socievole. Mi faccio l’idea che l’azzurro non sia un colore adatto alle svastiche. Non importa.

(dal capitolo Due – pag 11 ©Fabio Pasquale)