Giorno: 14 dicembre 2013

Giovanna Zulian – Natale

berlin 2009 - foto gm

Natale è svegliarsi e ricordare che hai abbassato la saracinesca. La saracinesca è chiusa oggi, nessuno ti aspetta, nessuno ti parla per il primo giorno da sei mesi. Oggi è silenzio, non odi i dolori del parto di chi doveva nascere, non odi i chiacchiericci isterici e frettolosi di prima mattina al bar, non devi sorridere a nessuno, non devi nulla a nessuno, oggi. E così, nel silenzio della piena mattina, sempre grigia e solitaria, resti nel letto ad ascoltare questa pace. E non senti nulla, nessuna trascendenza, nessun tremore, nessun Dio che si rivela a te, che non sei degno. Dovresti provare terrore di fronte a questo non sentire, invece provi noia, dopo un po’. Una noia che ti fa spalancare sul letto vuoto, lo abbracci tutto nella sua vastità, lo giri, lo rivolti e dopo poco, ancora noia, quindi ti sollevi, la testa  è un vortice, le gambe, la schiena indolenziti, sei rimasto troppo a lungo a letto e non sei abituato. Sei seduto e ti chiedi che fare? Ciondolare per casa, uscire, chiamare qualcuno e farti invitare? Ti rigetti sul letto come un secchio di acqua riempito da una caldaia che perde. Resti così, sbieco, con lo sguardo al soffitto e senti il peso di un anno in più. Sei sempre più stanco ogni Natale che passa. Potrebbe essere l’ultimo, pensi. A gennaio ti daranno gli esiti di alcuni esami: il medico ti ha guardato con occhi grandi, voleva fare il sincero, non preoccuparti troppo prima dei risultati di quel prelievo. Ma tu hai già capito, che il suo buonismo era per farti passare un Natale tranquillo. Come se tranquillo fosse un aggettivo a te consono.  Eppure te lo affibbiavano sempre,  con grafia infantile, nei giudizi di fine quadrimestre. “F. è un bambino buono, tranquillo, educato e posato. Compie il suo dovere con costanza e dedizione; spicca notevolmente nelle materie letterarie, in storia e geografia e nel disegno libero, raggiungendo ottimi risultati, è meno portato per i concetti logico-matematici, ottenendo comunque buoni livelli di comprensione dei suddetti.” E tu sillabavi la bella pagella, dopo che i tuoi te la leggevano ad alta voce e si complimentavano con uno storcere lieve del naso, a causa della matematica e  mentre  pensavi che non era una materia abbastanza calda, che non ti scaldava l’anima come la lettura, il disegno e la grammatica, facevi spallucce dentro  di te, mentre in realtà, nel profondo, ti sentivi incompleto e non così perfetto come avresti potuto. Non solo per la matematica, ma anche perché, sì, nessuno riusciva a vedere che tu eri inquieto- solo nella tua irrequietezza, solo nel dolore che ti provocava il mondo, il dolore delle creature deboli, sacrificate in mezzo al pollaio a donnole impazzite per il sangue, sacrificate a un asfalto sempre troppo nero e caldo, che seccava i cadaveri pressati dalle auto, sacrificate alla chimica di farmaci antisuicidio, gonfiando e sformando una bellissima giovane moglie e madre. Nessuno sapeva, né poteva sapere. Nessuno sa ancora oggi, il tuo sottofondo oltre il muschio e il fango del tuo fisico, nessuno sa che oggi, contro la noia del non avere nulla da fare, oggi che, al mondo nasce e si manifesta lo Spirito, tu entri in te, con tutta la lentezza di chi ha un giorno intero per sé. Un giorno intero per riposare e svuotare, dopo aver guardato l’accumulo di polvere e cose di sei mesi di lavoro incessante, di persone perse, lasciate andare senza aver il tempo di considerare che il tuo letto oggi, sarebbe stato vuoto. Ti trascini fino allo specchio del bagno; mentre pisci con lentezza  prostatica, guardi i segni della stanchezza e del caos che c’è in te. Il viso parla chiaro, sei malato di stanchezza e solitudine. Sei malato di incazzature represse, di parole mai dette, di scopate perse e di scopate aride, secche come le fiche lasciate asciutte sui divani altrui. Ti schifi al ricordo dell’ultima, che non si staccava, alla quale hai dovuto promettere, per potertene andare, che ci sarebbe stato un ancora: non hai il vizio di fare certe cose da ubriaco, così te le ricordi perfettamente quando non hai nulla da fare, a Natale. Ti schifi talmente, che sputi nel cesso schivando il cazzo che, avvizzito, sta ancora pisciando. Sussulti e dici “Centro!”, non pisci fuori per un pelo e sorridi annusando gli effluvi delle tue urine scure e dense perché non bevi mai abbastanza acqua: temi che ti purifichi troppo. La purificazione è timore vero. Se sei troppo lindo dentro, ti toccherebbe essere limpido sempre, non piaceresti a nessuno, non verrebbero a te, non ti racconterebbero le loro disgrazie, i loro sensi di colpa, i loro dolori ,perché tu non avresti parole consolatorie, bensì li affonderesti di più. Sì, perché non è cosa veramente buona e umana consolare. Diffondere il perdono, la guarigione, il bene. Domani o dopodomani, torneranno con gli stessi errori e pene, torneranno a peccare e a chiedere perdono, a implorare che si plachi il dolore della colpa. Torneranno col male dentro, chiedendo la liberazione, la salvezza. Se fossi troppo pulito, affonderesti le loro teste, giù nella merda della fogna di tutti, e diresti “Mangiatene e bevetene tutti, questo il nostro corpo”. Perché siamo infinitamente lerci dentro, incredibilmente putridi, pieni di tumori e escrescenze marcescenti. Diresti “Guadartelo tutti chi siamo, come siamo;  non servono altre parole, solo resa, solo la bandiera bianca, solo dichiararsi vinti e smettere la lotta, lasciare che la spada del nemico ci trafigga, ché il nostro nemico non è uno che risparmia, è uno cui piace vincere facile e, se qualcuno si arrende, lui lo uccide, perché è  una tacca in più segnata sullo scudo. Così, solo se tutti noi ci offrissimo in olocausto, se alla fine, rimanesse Solo – lui e le sue innumerevoli tacche- solo così purificheremmo. Con le morti inutili, senza sacrificio, senza rendere sacro né terreno, né cielo, solo con la gratuità di una fine anticipata, sbalordiremmo il nemico. E si troverebbe Solo, su un vasto letto ad annoiarsi una mattina di Natale”.

© Giovanna Zulian