Giorno: 9 dicembre 2013

Anna Maria Carpi – Un padre naturale

biennale architettura 2010

Un padre naturale

Un incipit

Non prenderlo.

Il cucciolo, bianco con dei puntini neri sulle orecchie, da un probabile ascendente dalmata, apparteneva a quelli della pensione del piano di sotto, che lo lasciavano spesso per strada o per le scale, tanto che lui si era accodato a Paola e quando rimaneva solo veniva a piangere alla sua porta.

Non prenderlo, ti dico, ribadisce Alfio.

Sera di dicembre. Dalla finestra di cucina si vedevano le luci dello scalomerci di porta Vittoria e di là giungevano a tratti anche pietosi lamenti di bovini da macello che avrebbero passato la notte rinchiusi nei vagonimerci in sosta.

A un nuovo uggiolio dal pianerottolo, lei balza in piedi:

Come fai a lasciar fuori questo cirillino! Io non posso resistere.

Alfio detestava ogni dissennato non posso resistere, ma lei era già alla porta e già rientrava in cucina con la bestiola in braccio, e la depositava sull’unica sedia munita di cuscino. Lui le lancia un’occhiata di odio: ma il fortunato, con un guaito di soddisfazione, ci si era già acciambellato, e di lì non l’avrebbe più mosso nessuno, e anche il “cirillino” gli resta per sempre, d’ora in poi si chiama o così o Cirino.

Nuova occhiata di odio, insieme al crac di una sedia rovesciata: con un rauco “volevo ben dire, ci risiamo”: Alfio va a chiudersi nel suo studio. In cucina è rimasta accesa la radio che trasmette di quella musica settecentesca, di Bach o altri che lei liquida come ‘gnigo-gnigo’ e, siccome è probabile che per il resto della sera lui non ricompaia più, lei va subito a spegnere.

A dire il vero, Paola gli aveva giurato che non avrebbe preso altri animali. Perché a farli incontrare, forse per loro disgrazia, già era stato un animale. Durante una di quelle passeggiate del dopocena che anni prima intraprendevano da single intorno a casa: sciolta dal guinzaglio, la Nina, la bastardina di Paola, era volata abbaiando furiosamente contro lo sconosciuto e Paola aveva dovuto correre da lui a scusarsi e lui fra sé aveva constatato che bella donna, che sguardo intenso, ecc. ecc., e con la massima eleganza aveva chiesto di poterla rivedere, e dopo qualche tempo si erano messi insieme.

A un tratto a Paola viene in mente che il piccolo possa avere fame. In frigo c’è un avanzo della cena. Paola tira subito fuori il piatto e lo posa per terra davanti a Cirino. Lui scende dalla sedia, lappa tutto in un attimo e torna sulla sedia. E a dormire dove lo metto? C’era la cassetta da frutta con dentro un vecchio guanciale sfasciato in cui aveva dormito la Nina. Paola non aveva avuto cuore di gettarla via: la va a recuperare nel ripostiglio e la piazza dove stava prima, nel vuoto fra credenza e armadio delle scope, poi prende su il piccolo e ve lo sistema. Tu, da bravo, stai qui.

Di là, nello studio, c’è ancora luce: Alfio si è messo a scrivere. Ma non dura mai a lungo,  sulle dieci si corica. Da tempo i miei dormono separati, lui nel suo studio e Paola nella stanza da letto comune. Perché il sonno di lei, leggero, frantumato da smanie e farneticamenti, disturba quello tutto filato di lui.

Così anche questa sera lei si corica da sola nel lettone e prende dal cassetto del comodino un blocknotes a quadretti dove segna le cose da fare il giorno dopo e i pensieri profondi, così li chiama, che le vengono sfaccendando durante il girono. Che in casa loro l’artista sia Alfio è un equivoco.  La vera vocazione letteraria ce l’ha lei. Lei di letterature ne ha addirittura due, questa scarabocchiata e quella fuggevole, orale: se solo trova qualcuno che la sta ad ascoltare, è una favolosa reporter della vita.

Con suo dispiacere non hanno figli. Ahimé, non sarà anche perché  lei ha passato i quaranta?

Alfio è impiegato in una pubblica biblioteca cittadina, con un orario non troppo rigoroso, rientra nel tardo pomeriggio e, poiché il cane ormai c’è e fra la casa e lo scalomerci si stende un  prato vuoto, un bel giorno gli viene in mente di portarlo laggiù – dopotutto gli si è affezionato. Là fuori Cirino c’era già stato insieme a qualcuno della pensione del piano di sotto che forse sperava di abbandonarvelo, ma questa è la prima volta che ci va con un vero padrone, e che il padrone, liberatolo dal guinzaglio, lo fa correre avanti e indietro e pare rallegrarsi del suo abbaiare di pazza gioia. Quando arrivano sul  prato, Alfio prende a lanciargli dei sassi, lui schizza come una palla e glieli riporta trionfante. Alfio si curva e si rizza: raccatta e lancia, ansima, suda, ma sente che questo forzato su e giù della schiena gli fa un gran bene – in realtà ha ancora un’ottima schiena, malgrado la vita sedentaria – e torna a casa rinfrancato.

Passa un mese. Incredibile, Paola è incinta! Mi congratulo, signora, dice il ginecologo, ma più di tanto non mi meraviglio, è raro anche in donne più giovani trovare una freschezza di tessuti interni pari alla sua.

 Paola rincasa trionfante, e non può non gettare in faccia ad Alfio questo splendido elogio. Alfio ha un brivido.

Lo so, fa lei, per te ogni particolare carnale è ripugnante. Sai cosa penso? E’ chiaro! La sterilità dipendeva da te.

Alfio si raggomitola su se stesso.

Ma sì, dipendeva dalla tua fiacca di sedentario.

Così, cari amici, il mio vero padre è stato il cucciolo Cirino.

***

© Anna Maria Carpi

NELL’ATELIER

NELL’ATELIER

 

Prepareresti un tè? mi chiese, senza distogliere lo sguardo dalla sua opera.

Certo, risposi, ne prenderò anch’io. Ovviamente non ero stato abbastanza incorporeo, mentre alle sue spalle sbirciavo la tela.

Tornai dopo qualche minuto col vassoio: due tazze fumanti, un piattino con due spicchi di limone e lo zucchero che lei teneva a dosare da sé, avida di dolcezza com’era. Non si girò, così osai interromperla baciandole l’ansa tiepida tra collo e spalla, facendola squittire nella maniera infantile dei nostri giochi amorosi.

Grazie, mi amor, disse, recuperando la concentrazione persa per un attimo. Nel suo quadro due papaveri rossi sbocciarono senza preavviso. Sedetti anch’io al mio cavalletto, quindi aprii e respirai il primo tubetto di colore, esitando. Nel suo portatile il terzo capitolo dell’audiolibro taceva ancora, così dissi: vorrei cambiare, uscire dai miei soliti colori.

La pittrice raccolse dopo qualche secondo: non avere fretta, smonta la tua ansia… raccomandò … e non scegliere i colori, lascia che siano loro a scegliere te.

Va bene, dirò alla mia ansia di non avere fretta… sorrisi, e continuai … lavoriamo con i colori, cioè con qualcosa che in pratica non esiste…

Stai scherzando, ribatté lei, qualcuno ha detto che sono i tasti con cui si suona la nostra anima, esistono, esistono…

E invece non esistono in sé, non sono una qualità intrinseca degli oggetti, replicai.

So dove vuoi arrivare, non m’importa.

Proseguii tenace: tanto per cominciare non tutti gli esseri viventi possono vederli, quindi non esistono oggettivamente. Il mondo non è fatto di cose colorate, i colori che percepiamo sono solo particelle di luce riflessa che gli oggetti respingono senza assorbire.

Questo lo so, affermò ostentando pazienza, ma non m’importa.

Sono radiazioni elettromagnetiche, incalzai (ormai ero partito in quarta), e si comportano come onde.

Radiazioni? Ma allora i colori sono pure pericolosi? ironizzò l’artista.

Spiritosa … dissi piccato.

Ma che significa che sono“onde”? chiese, mi piace l’idea di associare i colori a delle onde cromatiche… del resto il verde-acquamarina ed il blu-oltremare hanno le onde nel nome, non trovi?

Buona questa! ammisi di malavoglia, comunque “si comportano come onde” significa che i colori hanno una frequenza e una lunghezza d’onda misurabili, e poi… che ne so! Non sono un fisico…

Bene, sentenziò lei, continua a non fregarmene assolutamente nulla. I miei colori esistono, ed hanno nomi che nemmeno t’immagini. Io parlo con loro, e se dicessi, per esempio, al mio “verde-ideale” che non esiste, mi prenderebbe per matta. Sorrise e riprese: se un mio quadro ti cattura è perché i miei colori non solo esistono, ma vivono, e ti scrutano. Non t’illudere, non sei tu che guardi, è il quadro a guardare te… ma non chiedermi di spiegartelo. Il fatto è che tu vuoi capire ogni aspetto della realtà che ti circonda, andare al nocciolo delle questioni, sempre; la tua curiosità è onnivora e insaziabile… ma per molte cose io voglio solo percepire, sono tutt’occhi, pelle, cuore … sono profumo, sono sentimento. Ho lottato per essere così, e non tornerò indietro.

Toccato, risposi: Lo so querida, lo so …ma così mi fai sentire arido e senza cuore … Al mio tono deliberatamente querulo ridemmo rumorosamente, ed uno sbuffo arancione comparve sulla sua tela.

Subito dopo lei avviò il terzo audio-capitolo di “Kafka sulla spiaggia”, i nostri pennelli sospesero la conversazione.

Dopo circa mezz’ora del nostro silenzio e di Murakami, come se avessimo interrotto il dialogo solo qualche attimo prima, lei rilanciò: io non so come comunicano i colori: non parlano eppure dicono, non suonano eppure vibrano, non si muovono eppure ci toccano… Sono puro “senso”, nel doppio valore di percezione e significato; sono le componenti elementari di una lingua primordiale, lo stupore e l’incanto con cui è possibile elaborare anche raffinate estetiche contemporanee. Ma è un processo che non si esaurisce negli occhi: i nostri occhi sono solo una porta.

Mia Maestra, che belle cose hai detto! esclamai, mimetizzando nel tono giocoso la mia ammirazione. Lei ridacchiò, poi aggiunsi: sai, credo che il cuore occupi gran parte del tuo spazio interiore perché, in fondo, il tuo cervello non ama granché quello che c’è fuori da queste mura. Penso che il tuo mondo traboccante di colori, di leggerezza, di sereno erotismo, la tua “Arcadia”, contenga in sé un rimprovero diretto a tutti noi che lo osserviamo. Tu ci ammonisci in ogni tua opera mostrandoci la vita meravigliosa che potremmo avere se solo fossimo capaci di cercarla, quella vita che sprechiamo ogni giorno nelle brutture e nelle miserie umane. Dietro la gioia dei tuoi dipinti c’è un sommesso lamento, la mascherata sofferenza di un clown obbligato all’allegria. Il tuo sorriso non m’inganna: tu dipingi favole vitali e precarie, felicità in bilico, sogni incredibili che rischiano di dissolversi ad ogni nuova alba. Però non ti arrendi, ti aggrappi tenacemente alle illusioni cui non rinunci mai … è quella la forza che ti rende unica, ciò che amo in te. Lei mi fissò intensamente, trattenendo il sorriso negli occhi, quindi pigiò un tasto del portatile, restituendo allo scrittore giapponese una voce per la sua storia.

Dalle due finestre dell’atelier il sole conveniva per la giusta luminosità, riflessa dagli edifici sull’altro lato della strada.

Visto che luce, oggi? Magnifica per dipingere o… passeggiare, affermai, oltraggiando il silenzio che avvolgeva il romanzo parlante.

Sì, una giornata da dio, confermò lei, mentre zittiva il giovane Tamura Kafka.

Beh, gli dei si trattano bene, dissi, è risaputo. Ma di noi poveri derelitti, quaggiù, chi si prende cura? La storia ci insegna che la giustizia divina non ha mai posseduto un gran talento, come quella degli uomini, del resto.

Sì, può darsi, replicò lei, ma il mio dio non è quello che ci vendono i preti, lo sai, dichiarò. È qualcosa che sento dentro ma è oltre me nello stesso tempo: un mio bisogno.

Lo so, risposi, in fondo i credenti fai-da-te sono quelli che preferisco, si confezionano un padre celeste su misura  e questo li rende immuni dal fanatismo religioso.

Il mio dio consiglia anche la masturbazione e ogni tipo di rapporto sessuale, accentuò lei, perché è un dio d’amore e non chiede a nessuno di rinunciare al proprio corpo; è un dio che ha dettato un solo comandamento: “siate felici”, e non c’è inferno per chi disobbedisce, se non l’infelicità stessa costruita con le proprie mani.

Personalmente scrivo “dio” con la “d” minuscola, confessai, perché non credo che dio abbia inventato gli uomini, credo invece che egli sia un’invenzione degli uomini, che sono quindi i veri creatori.

Quindi gli dei saremmo noi? domandò stupefatta, mentre dal suo pennello una linea d’ombra scuriva un tronco d’albero.

Risposta esatta! lei ha vinto un bacio! dissi, felicitandomi come ogni vero italiano concepito durante la pubblicità tra un quiz e l’altro. Così baciai il suo sorriso, mentre fingeva di respingermi. In quel momento avvertii chiaramente l’approvazione del suo dio, quello dei colori e della libera ricerca della felicità, come pure l’umido dei suoi polpastrelli sul mio viso, sporchi di quel colore verde che non asciuga mai.

 Per Norma