Giorno: 8 dicembre 2013

Fascia numero tre (il ritorno dei cuccioli d’uomo)

2013-12-07 14.26.04

(Le madri spiano i loro figli crescere. Godono della loro bimbitudine dal momento in cui a reggerli basta l’avambraccio a quando iniziano a cambiare la voce. Comincia, dopo, un’avanzata che riguarda tutti. Nell’anagrafe lo scarto può essere qualunque, ma una soltanto la sua direzione.

I professori di scuola media spiano i loro alunni crescere. Riscuotono bimbi dagli occhiotti enormi e i corpicini striduli, e li scortano fino al confine tra il cucciolo e l’uomo. Poi, semplicemente, tornano indietro e ne attendono di nuovi. Mentre la loro linea anagrafica prosegue, ricevono a ritroso. E come se non bastasse questo scandalo, un altro se ne deve sopportare: nessuna Madre Natura prevede che le sorti di un bimbo andato riguardino il professore che l’ha visto andare.

E poi ci sei tu. La terza fascia, l’Idonea, la Convocata per dieci giorni o più, quella per cui il cortometraggio si riduce a pannello di fototessere con didascalie scritte al volo. Non fai in tempo ad abituarti alla fitta con cui le viscere si adattano al tuo ingresso in classe – quell’inaspettato, mai voluto, istinto materno che ti coglie tra il “non mi pagano abbastanza” e il “che ci fa quell’altro in piedi sulla sedia” – che dovrai affrontarne un’altra ben diversa alla tua uscita definitiva. Perché tu sei l’Eternamente Mobile e la Sempre Innamorata, e per ogni nome che sarai riuscita a mandare a mente avrai dieci visi di cuccioli d’uomo in agguato in piena notte, e non c’è durezza che tu possa costruirti perché sia mai diverso da così.)

Tutto inizia con te che vieni chiamata per una supplenza di cui tempi e contenuti rimangono mistero di Fatima fino alla stipula del contratto. Passi la sera della vigilia a pregare di non essere presa; rispolveri tutte le nuances dell’apparato fonico di un canide: guaisci di nostalgia per i bimbi della scorsa tornata; ringhi al ricordo di tutti quei registri da compilare; uggioli per la tempistica che potrebbe costringerti a mandare a scatafascio gli altri tre progetti che si tenevano in piedi grazie a un delicato equilibrio architettonico chiamato “rapsodia di stuzzicadenti”.

Ti presenti alle otto sapendo che sarete in tanti; uno sarà il Prescelto, gli altri finiranno a fare colazione in un bar, smadonnando per il freddo e la levataccia improba e augurando al suddetto tre scrutini settimanali da otto ore ciascuno.
Quando il tuo nome coincide con quello del Prescelto, abbracci tutti. La prima cosa cui pensi è se hai abbastanza olio di semi, a casa, per fare quella parmigiana di melanzane fritta due volte che è il vanto della tua famiglia. Per quanto sia matematico il percorso che ti ha portato fin lì, vuoi portarne una teglia che ricopra le scrivanie di chiunque abbia avuto a che fare con il tuo modulo di convocazione.

Due minuti e ventisette secondi più tardi sei in classe.

Sono venticinque.

Hanno undici anni.

C’è un’unica età, ormai, che sei in grado di riconoscere quando cammini per strada, e sono gli undici anni. Con le tue idee orientative riguardo all’anagrafe offendi inavvertitamente le signore e traumatizzi gli adolescenti, ma non manchi un undicenne di una settimana; non importa quanto sia precoce o ancora bambino – la sua undicennità ti richiama, ti scompone le viscere, ti attiva una chimica interna più vicina alle gatte che all’uomo.

Vi spiate. Vi studiate alzando la coda. Comincia già a dispiacerti, perché escludi nella maniera più categorica di poter imparare i loro nomi e più di un paio delle loro abitudini. Dopo qualche giorno, li riconosci fuori dalla scuola per la loro cartella, rispondi loro per nome quando ti chiamano di spalle, decritti i loro temi al lume di candela avendo ben presente il faccino cui vorresti urlare in testa.

Anche le colleghe, nel giro di pochi giorni e nonostante la loro permanenza in sala professori sia una danza, cominciano a diventare conoscenti. Le due che si somigliavano per taglio di capelli rivelano lentamente età, gusti, voci, nomi, tempi diversi, e tu sei stata quasi ridicola, in quel tempo nebbioso dei tuoi primi giorni, a non prenderti la briga di distinguerle. Impari quasi tutti i nomi, le materie che insegnano; di una, due, tre, la bevanda preferita al distributore. Tre hanno la tua simpatia, due la tua stima, una la tua gioia all’ingresso in sala professori: il suo carattere ha una forma, c’è un’esistenza coerente e coesa che affiora tra il lessico di cortesia, e per te è un nove.

I nomi sono tutti belli, non riesci a capire se si tratta di botta di culo o della tua condizione di frenesia perenne (c’è il lavoro a renderti felice, ci sono i ritmi a renderti agitata, e i tre caffè alle otto del mattino per il colpo di grazia). Gli adulti spesso hanno un doppio nome, allora creano un composto, o scelgono con quale presentarsi; i bambini con un doppio nome lasciano a te la scelta, come se non avessero ancora deciso a quale aderire con tutta la carica di destino che hanno a potenziale. Tu, che per lavoro crei esseri fittizi e li battezzi e hai questo come attimo dominante del tuo atto di creazione, scegli e scegli bene.

I cuccioli d’uomo si stupiscono a sentirsi chiamare per nome di battesimo. L’appello diventa, per loro, uno sbattere di ciglia. Spesso hanno bisogno del cognome per essere sgridati con efficacia. Dici loro che la tua è una scelta affettuosa, ti fai bella con quest’idea in attesa che un collega, giustamente, ti ci strangoli. La verità è che i cognomi romani sono per te un mondo nuovo e misterioso e tu sei fisiologicamente incapace di mandarne a memoria fosse pure uno solo. Da te tutti sono Esposito, Russo, Criscuolo, Amato, Proto e altri sett’otto, e tu hai imparato cinque lingue e tre alfabeti e uno strumento musicale a due chiavi ma non sei riuscita a imparare altro cognome che non fosse questo.
Anche loro rifiutano di mandare a memoria te, forse per nemesi. Sarai sempre, per loro, la professoressa D’Amato. Lo sarai sui loro diari, sui quadernini dei voti, sugli avvisi rivolti ai genitori. Se il cielo vuole, lo sarai anche nelle maledizioni al momento del cinque, sviando le punizioni dell’Altissimo.

Ti scopri incapace di mettere note. Ne metti una sola: lui è appeso a una tapparella e tu decidi all’improvviso di essere troppo giovane e troppo preziosa per il mondo delle umane lettere per finire in galera. La collega dell’ora successiva ti trova quasi in lacrime per i sensi di colpa; un’altra ti fa notare, con dolcezza, che hai segnato la nota il giorno sbagliato.

Del resto ignori per quale miracolo non hai ancora smarrito un registro, dato accidentalmente fuoco a un documento ufficiale, sparpagliato temi in giro per corridoi o fatto partire comunicazioni riservate in una involontaria mail di gruppo. La tua sbadataggine ha studiato il codice penale alla voce “scuola” e ha deciso di aspettarti ogni giorno fuori dal cancello, per poi rifarsi comodamente nel pomeriggio. Mai un ritardo, mai un’assenza, solo sigarette fumate illegalmente al volo fuori dal cortile nelle ore di disposizione, denunciandoti tra l’altro sul blog di critica letteraria di cui sei redattore. Del resto ne hai incontrati, per strada, fuori dall’orario scolastico, e hai soppesato l’ipotesi che inghiottire una sigaretta potesse poi non fare così male; e sai che dovrebbe esserci un punto a riguardo nella Ad extirpanda, ma hai sempre detto loro la verità: hai fatto una cazzata da adolescente, e sai che loro saranno più intelligenti di te con i loro polmoni e le loro finanze e non ci cascheranno.
Non usi esattamente questi termini. Sei una persona dal livello di sboccaggio medio-alto, eppure il turpiloquio ti aspetta fuori con la sbadataggine, e varcata la soglia ti scopri la regina del bon-ton verbale. Dentro di te alberga una belva; fuori sei tutta crinoline, e potresti impersonare Angelica se Claudia Cardinale avesse bisogno di una pausa caffè. Sei composta come un’Amish il giorno delle nozze. Ineccepibile. Anche quando hai l’istinto di sbattere scimmiescamente il registro sulla cattedra nel tentativo di attirare un barlume di attenzione, non tiri in causa un santo, non scomodi una parte anatomica, non disturbi un equilibrio tra chi è vivente e chi purtroppo non lo è più. Hai il dubbio che grazie a te Jadis di Narnia sia finalmente riuscita a realizzare il suo sogno di tornare in vita.

L’attenzione va a classi. E a ore. Solo una tuta d’amianto può preservare da una classe turbolenta a ricreazione; altre classi schizzano in piedi in fila composta, militaresca, e si auto-impongono il silenzio mantenendo ai minimi termini il livello di chiassometro, impedendoti così le più normali operazioni, quali fare lezione seduta sulla cattedra con i piedi penzoloni e controllare periodicamente l’orologio a muro sussurrando “per amor del cielo quando vado via di qui”. La media prevede che tu scopra potenzialità che farebbero commuovere a posteriori la tua vecchia insegnante di canto, da sempre impegnata nel tentativo di convincerti che la tua voce ha il potere di trapassare una porta di legno e far accorrere gente dal corridoio al grido di “professoressa che ha si sente male”.

Una volta richiamata l’attenzione come un novello Orfeo, potrai pronunciare la Frase.

Perché l’attimo che tutti dovrebbero vivere prima di lasciare questa valle di peccatori è quello della Frase scaraventata in mezzo ai discoli. Il loro giocare con il concetto nel dubbio che altri ne possano arrivare – l’occhio che si illumina, il braccio steso sul banco con il viso pronto ad appoggiarsi che resta a mezz’aria, silenzioso, disposto all’accoglienza e all’ascolto. Venticinque cuccioli d’uomo in ascolto può essere una scena bastante ad essere felice.
Scorgere quella stessa Frase in un tema declinata in una maniera da farla apparire ai margini dell’illegalità e preceduta da un “come la professoressa ci ha detto” può essere una scena bastante a ritirarsi in clausura, ma non conta. Conta la gioia della prima Frase, e di quella gioia conta il brivido panico della seconda. Perché il tuo programma ministeriale può riguardare gli Urali, le suffragette o l’apocope, ma non sfuggirai a farti impronta di te, e ti ritroverai a sgolarti contro quella prosa a finto tirar via con tutte quelle diamine di ripetizioni e l’abitudine fastidiosissima di parlare di sé in seconda persona, la più orribile tra le maniera di esprimersi.

© Giovanna Amato