Giorno: 3 dicembre 2013

l’irragionevole prova del nove (gc) – 6

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l’irragionevole prova del nove – 6

Complicatibus: – Dunque, anzi ché essere i numeri dell’insieme dei numeri, nell’insieme dei numeri, per l’insieme dei numeri, potrebbe darsi il caso dei numeri del senza, o dell’assenza dei numeri dell’insieme.

Simpliciter: – Lei si corregge sempre.

Complicatibus: – Al contrario Lei non si corregge mai.

Simpliciter: – Lei è proprio incorreggibile.

Complicatibus: – Essendo insomma da farsi questa somma di sotto, potrebbe darsi il caso d’un sottocaso, e, nel caso del sottocaso, d’un sottoquadrato, l’ultimo, e, nel caos del sottocaso, dell’ultimo sottoquadrato, d’un sottoinsieme.

Simpliciter: – Insieme nel sottoinsieme?

Complicatibus: – I numeri, quei primi due numeri: ricorda?

Simpliciter: – E come dimenticarli? E come non ricordarli?

Complicatibus: – Quelli non detti.

Simpliciter: – O detti non detti.

Complicatibus: – Quelli taciuti.

Simpliciter: – O detti taciuti.

Complicatibus: – Quei primi due numeri: dimentica?

Simpliciter: – E come ricordarli? E come non dimenticarli?

Complicatibus: – Detti senza numero, finiti e infiniti.

Simpliciter: – Finitamente infiniti, infinitamente finiti.

Complicatibus: – Prima presi uno alla volta, il primo alla volta del secondo e il secondo alla volta del primo, sebbene non fossero né l’uno né il due, ma un uno e un due, e poi presi insieme.

Simpliciter: – Un uno e un due, presi insieme, e persi.

Complicatibus: – Ora, ancora insieme, di nuovo insieme, in un sottoinsieme presi, a ché il prodotto dìa un esito, sono.

Simpliciter: – Sono preso, e perso. Non esiti ancora. Né oltre. Ora  mi dìa l’esito.

Complicatibus: – Ma l’esito potrebbe darsi proprio nell’improprietà dell’oltre: senza dove, senza quando, senza come, ma insieme.

Simpliciter: – Ma proprio non ha nulla da definire definitivamente?

Complicatibus:  – La totalità del nulla,  la nullità del tutto: l’amore, che non  ha per definizione nessuna definizione, e tutte: il sí del no, il no del sì: l’alternanza senz’alternativa.

Simpliciter: – L’amore? Lei cerca forse di dire… cosa cerca di dire?

Complicatibus: – Cosa dire del forse.

Simpliciter: – Del forse? Cosa dire del forse?

Complicatibus: – Forse, dicendo forse, si cerca di dire qualcosa, di non dire nulla, o di dire tutto, di parte in parte, a pezzo a pezzo: potrebbe dirsi il caso, per esempio.

Simpliciter: – Lei è proprio un caso. Esemplare.

Complicatibus: – Esemplare è copia? O è copia di copia? O è ciò da cui si copia?

Simpliciter: – Quante copie!

Complicatibus: – Forse copiose o forse una sola, soltanto una copia; e non a caso: non a caso potrebbe darsi il caso in cui un caso non sia altro che il caso stesso, e un insieme, l’insieme stesso.

Simpliciter: – Lei, è il caso? Lei, è l’insieme?

Complicatibus: – L’ultimo insieme. L’ultimo caso. O senza insieme, senza caso: senza il caso dell’insieme.

Simpliciter: – Ma, or ora, non è stato detto dell’ultimo caso essere un sottocaso, e dell’insieme un sottoinsieme? E subito dopo non essere piú: Lei dice senza meno.

Complicatibus: – Forse, senza meno, si dice solo il di piú. Non s’era forse detto di fare a meno del meno? Forse non si può fare a meno né meno del meno. Forse non se ne può fare a meno.

Simpliciter: – A meno che?

Complicatibus: – A meno che non di meno essere non essere piú, non di piú non essere essere di meno. O da meno. E poi l’or ora non rimanda forse al doppio, al duplice, al duplicato, alla copia esemplare? L’ora di prima non è l’ora di adesso. L’ultimo di prima non è  l’ultimo di adesso. O forse il caso stesso, che non è altro che un caso, potrebbe darsi che sia un sottocaso; e l’insieme stesso un sottoinsieme.

Simpliciter: – Un sottocaso di cosa, allora? un sottoinsieme di cosa, allora? Lei non dà adito a nulla.

Complicatibus: – Non dare adito a nulla, è dare adito a tutto? Tutte le parti sono forse un’unica parte? I sottocasi un unico caso? i sottoinsiemi un unico insieme? i sottoquadrati un unico quadrato?

Simpliciter: – Lei non dà adito a nulla, né a tutto, se non a tutto il nulla quale Lei è. Ma quale unica parte, se non c’è parte, se non ci sono parti? Ma quale tutte le parti, se non è da nessuna parte, se non c’è nessuna parte? In quale caso, se non c’è caso che tenga? In quale insieme, se non c’è insieme che tenga? Quale quadrato, se non c’è forma che tenga? quale quadrato, se non c’è quadro, se non ci sono quadri? Non c’è niente che quadra. Qui, ora, non c’è proprio niente che quadra.

Complicatibus: – Non esserci niente che quadra, è esserci tutto che quadra? è dare forma al quadrato? Se non c’è insieme, è esserci una assenza? è dare presenza all’assenza? Se non c’è caso, è esserci una impossibilità, una improbabilità? è dare possibilità all’impossibile? è dare probabilità all’improbabile?  Se non c’è nessuna parte,   se non ci son parti,  è esserci il tutto? è esserci il nulla?

Simpliciter: – Ma quale tutto? Ma quale nulla? Una parte, si scelga una parte!

Complicatibus: – Una parte da scegliere: una scelta di parte? o una scelta senza scelta? o una scelta senza scelta di parte?

Simpliciter: – Una parte, solo una parte: una parte minima.

Complicatibus: – Una minima parte: una particella?

Simpliciter: – Sia pure una particella, purché ne sia partecipe, purché le sia propria.

Complicatibus: – E perché non impropria?

Simpliciter: – Non impropria è come dire propria?

Complicatibus: – Forse, o forse propria d’improprietà. E perché non due?

Simpliciter: – Non due è come dire… che numero dire dicendo non due?

Complicatibus: – Piú o meno di due, forse non uno né tre.

Simpliciter: – Non uno né tre?

Complicatibus: – Poco piú di uno, poco meno di due; poco meno di tre, poco piú  di due.

Simpliciter: – Poco piú, o poco meno?

Complicatibus: – Tra l’uno e il due, tra il due e il tre, e cosí via.

Simpliciter: – Dire tra l’uno e il due, tra il due e il tre, e cosí via, è dire in mezzo?

Complicatibus: – In mezzo un punto, anzi non uno, né due punti, forse tre punti… tanto per dire poco piú o poco meno, tra dire poco di piú e poco di meno, tra dire uno e due.

Simpliciter: – Tra dire è come dire tra? Che cosa dire?

Complicatibus: – Dire una cosa.

Simpliciter: – Una cosa?

Complicatibus: – O due cose.

Simpliciter: – Due cose?

Complicatibus: – Due cose da dire. Due, per dire tanto per dire una cosa soltanto. Due cose da dire, tanto poco per dire due particelle: due particelle per un’unica parte. Due cose da dire, tanto poco per dire due mezze parole per un’unica parola.

Simpliciter: – Due cose da dire per dire una cosa soltanto: ma che cosa? e due particelle per un’unica parte: ma che parte? e due mezze parole per un’unica parola: ma che parola?

Complicatibus: – Tante due mezze parole per un’unica parola; tante due particelle per un’unica parte; tante due cose da dire per una cosa soltanto.

Simpliciter: – Tante sí, ma quali?

Complicatibus: – E tali e quali, e quante e quanti: forse la gran copia?

Simpliciter: – La gran copia?

Complicatibus: – Per una volta, per una volta o l’altra, per tutte le volte, per l’ultima volta, insieme, o per la prima, per la prima volta insieme, per la prima e ultima volta insieme, ancora, di nuovo: insieme, di sotto, per l’ultimo numero, tutte le parole insieme,  tutte le parti insieme, tutte le cose insieme.

Simpliciter: – Come interpretare tutto insieme?

Complicatibus:  – Cosa interpretare: tutto l’insieme? o l’insieme del tutto? o il tutto dell’insieme? Forse non c’è da interpretare nessuna parte: se pure ci fosse questa gran copia, non c’è copione da seguire. Quella del copione è un’altra storia, con dei personaggî, con delle parti, una storia forse con una storia, o con tante storie, non una storia senza storie; una storia con dei luoghi, dei tempi, non una storia senza dove né quando. Una gran copia, dunque, ma senza copione. Una storia a braccio che non abbraccia nessuna storia.

Simpliciter: – Lei, e le Sue parole!

Complicatibus: – Forse Lei è una parola senza parole, una parte senza parte, né parti; una cosa senza cose, una idea senza idee, un pensiero senza pensieri; una definizione senza definizioni, o con tutte e nessuna; una forma senza forma, un quadrato senza quadrato: un quadrato senza quadrato: un frutto senza frutto, un verso senza verso. Un numero senza numero.

Simpliciter: – L’ultimo numero è ancora senza numero, ed è di nuovo senza numero: un nuovo numero senza numero, ancora. Come leggerlo? come leggere quest’ultimo numero se senza numero?

Complicatibus: – Si potrebbe dare il caso d’una lettura indifferente.

Simpliciter: – Una lettura indifferente? Lei pare essere fondamentalmente indifferente.

Complicatibus: – Mente il fondamentale un fondamento che non c’è, ma potrebbe darsi pur anche il caso in cui vi sia una lettura non indifferente. Non si diceva esser forse legati da un prodotto indifferente, che è somma, o differenza, uguale e contraria?

Simpliciter: – Che modi di leggere sono questi?

Complicatibus: – È un modo senza modi.

Simpliciter: – Lei è smodato!

Complicatibus: – Pur tutta via, c’è chi dice che abbia, questo modo di leggere senza aver modo di leggere, questo tempo di leggere senza aver tempo di leggere, in luogo del luogo comune, o locale, o proprio, di leggere, che ne abbia, dunque, uno improprio, non locale, non comune. Altri dicon che abbia, questo modo senza modi, una sorta di moto, se pur immoto. Altri ancora che il modo senza modi non sia altro che un nodo, non si sa  però se da annodare o da sciogliere.

Simpliciter: – Lei pare contraddirsi sempre.

Complicatibus: – Al contrario Lei non si contraddice mai! O, che è lo stesso, Lei non si contraddice mai?

Simpliciter: – Lei è proprio una contraddizione in termini.

Complicatibus: – Tradotto in altri termini, per altro verso, un altro verso, un altro termine.

Simpliciter: – La termini con questi termini.

Complicatibus: – Tradotto in altri versi, per altro termine, un altro termine, un altro verso.

Simpliciter: – Che termini!

Complicatibus: – Che termini? Un termine può essere tradotto in  tanti termini, un verso in tanti versi. Un verso può essere tradotto in tanti termini, un termine in tanti versi.

Simpliciter: – Che fine fa il termine, in questo modo?

Complicatibus: – Il primo termine o il secondo?

Simpliciter: – Ma non s’era detto non esserci termine di paragone?

Complicatibus: – Dunque, non ha fine il termine.

Simpliciter: – Non ha fine?

Complicatibus: – Né fine.

Simpliciter: – Non ha fine né fine?

Complicatibus: – Né la fine ha forse un termine.

Simpliciter: – Che fine è senza termine?

Complicatibus: – Forse non c’è fine, né fine; non c’è inizio, né principio: forse non c’è termine.

Simpliciter: – Tanti termini per dire che non c’è termine?

Complicatibus: – Dunque non c’è termine ai termini. Né al primo, né al secondo; né all’ultimo. C’è sempre un termine ulteriore. Da tradurre. Da tradire. Il primo per il secondo, il secondo per il terzo, e cosí via: l’ultimo per l’ulteriore. Da tradire.

Simpliciter: – Lei, forse, ora, vuol tradire un termine?

Complicatibus: – Potrebbe pur tutta via darsi a capo, questo termine.

Simpliciter: – Il termine a capo?

Complicatibus: – Dunque il termine, anzi ché non al termine, potrebbe darsi a capo, anzi ché non ultimo primo.

Simpliciter: – Un ritorno al primo termine, senza termini ultimi?

Complicatibus: – Un ritorno e un non ritorno.

Simpliciter: – C’è o non c’è ritorno?

Complicatibus:  –  C’è ritorno perché già detto,  qua e là già detto, già.   C’è non ritorno perché forse non ancora detto, né qua né là  forse non ancora detto, forse. O detto senza dire bene, detto male.

Simpliciter: – Detto senza dire bene, detto male?

Complicatibus: – Forse male detto eterno ritorno senza ritorno.

Simpliciter: – Ma dove già detto, dove mal detto?

Complicatibus: – Da qualche parte già detto, già; le due particelle: ricorda?

Simpliciter: – Le due particelle.

Complicatibus: – Ogni particella ha una sua propria linea, un suo proprio verso, un suo proprio universo, un suo proprio vago vagare, siano essi proprî o improprî; posto che le linee, i versi, gli universi, il vagare loro s’incontrino in un punto e formino una parte, questo incontro sarà solo e soltanto di superficie, questa forma  non sarà altro che un frutto senza frutto, una polpa fatta di colpa.

Simpliciter: – Un frutto? una polpa? che frutto è la cui polpa è fatta di colpa? Me… la mostri.

Complicatibus: – Da capo?

Simpliciter: – Da capo fino in fondo.

Complicatibus: – Non c’è fondo in questo termine, non c’è profondo in questo termine.

Simpliciter: – Lei, non è profondo quello che dice.

Complicatibus: – Non c’è profondità né spessore.

Simpliciter: – Lei spesso non ha spessore né profondità.

Complicatibus: – Due particelle che collimano ma solo in limine, che combaciano ma solo ai margini,  e il loro urto:  uno scontro,  un incontro di  orli, un risvolto a niente rivolto, un termine a capo senza volto.

Simpliciter: – Un capo senza volto?

Complicatibus: – O con tanti volti.

Simpliciter: – Lei mostra tanti volti. Lei è un mostro.

Complicatibus: – Non è nient’altro che quel termine a capo in fine mostra.

Simpliciter: – A capo o in fine?

Complicatibus: – Quel termine, quella parte fatta di parti, non fatta di parti, quell’aborto di parola fatta di particelle, quel frutto senza frutto, quella polpa fatta di colpa, quel primo termine, ma non il primo, un primo termine che segue da altri, che è seguito da altri, che spesso è inseguito da tanti; quel termine posto a capo, sí, ma a  capo di che?

Simpliciter: – A capo di che?

Complicatibus: – Forse di che non sia altro che soltanto se stesso, di tutto se stesso senz’altro, di tutto se stesso senz’altra cosa. Posto a capo senza fine né principio, forse soltanto un andare a capo senza andare a capo: un capoverso per gli ultimi versi, per gli ultimi due versi, per il primo e ultimo verso prima dell’ultimo verso, prima dell’ultima parola dell’ultimo verso.

Simpliciter: – L’ultima parola! Oh, finalmente l’ultima parola!

Complicatibus. – Dunque, verso per verso, gli ultimi due versi: detto dell’a capo senza principio né fine, detto del termine senza fine né  principio, di questo termine a capo, forse detto per errore frutto senza frutto essendo la sua polpa una colpa, anzi, non una qual si sia colpa, ma appunto la colpa, la prima colpa, da cui discendono tutte le colpe a venire, il tradire, il tradirsi, il tradire se stessi, il tradire il tradimento:  il frutto è  e non è senza frutto.

Simpliciter: – Lei muta, muta sempre idea; insomma, si decida: questo frutto c’è o non c’è?

Complicatibus: – In somma c’è interesse, in differenza c’è disinteresse.

Simpliciter: – Lei, quel che dice  pare interessante.

Complicatibus: – Ma potrebbe anche darsi disinteresse per la somma, per quel che resta, se ne resta; e interesse in vece per la differenza, se ne resta: se del resto c’è resto, se di tutto il resto, e del resto di tutto, c’è ancora resto.

Simpliciter: – Pare non restare piú niente che Le desti interesse. Lei dimostra disinteresse, un totale disinteresse.

Complicatibus: – Potrebbe darsi pur anche totale disinteresse per questo, che è interessante, e viceversa interesse totale per quello, che è irrilevante; forse, al di là del frutto, c’è un albero,  che è possibile che produca o non produca frutto, e questo frutto,  se prodotto, o non prodotto, è possibile che, a sua volta, produca interesse, o disinteresse.

Simpliciter: – Che strano ciclo di produzione ha quest’albero, e quante ramificazioni. Mi disegni la sua mappatura: me… la disegni.

Complicatibus: – Non c’è ciclo che tenga in questa storia, non c’è disegno, tanto meno a tutto tondo, né ancora quadrato, al piú potrebbe darsi il disegno dei rami, ma non simmetrici, né lineari, potrebbe darsi un disarticolato squarcio, lacero, una ferita, una mancanza, una lacuna, una sospensione. Anche la storia dell’albero è forse  un’altra storia, quella detta della distanza, in cui l’albero sia capovolto, e il frutto suo,  colto o raccolto, colto e raccolto, esso albero inalberandosi al di sotto, si perda in un punto morto, o in tre punti morti…

Simpliciter: – Siamo giunti a un punto morto.

Complicatibus: – O potrebbe darsi che sia ancora un’altra storia, quella dell’albero, detta della scelta o della vocazione, forse né meno pensata, forse, al piú, depensata.

Simpliciter: – Ma quale scelta può esserci senza pensiero? Quale vocazione se non si voca, né si dice se non i si dice che?

Complicatibus: – Si dice potrebbe darsene di nuovo ancora un’altra, della storia dell’albero, detta della creazione increata, una storia fatta di parole morte, di segni e disegni, e numeri, sí, di numeri, forse gli stessi, forse diversi, forse uguali e contrarî, forse gli stessi diversi: un quattro, un tre, un altro tre. Ma ora questo che significa? che significa quello? che significa questo o quello? che significano questo e quello? essere prossimi alla distanza? essere distanti dal prossimo? che significa tutto ciò?

Simpliciter: – Lei non s’approssima?

Complicatibus: – No?

Simpliciter: – Lei è approssimativo.

Complicatibus: – Sí?

Simpliciter: – Lei è inconcludente.

Complicatibus: – Forse.

Simpliciter: – Lei è sconclusionato.

Complicatibus: – Può darsi conclusione?

Simpliciter: – Lei non porta a termine niente.

Complicatibus: – Un altro termine.

Simpliciter: – Quale altro termine?

Complicatibus: – Per il tutto.

Simpliciter: – Quale tutto?

Complicatibus: – O per una parte del tutto.

Simpliciter: – Quale parte?

Complicatibus: – Da parte a parte: la porta.

Simpliciter: – Quale porta?

Complicatibus: – La porta che si apre.

Simpliciter: – Lei chiude ogni porta. Lei s’apparta.

Complicatibus: – La porta chiusa è aperta dall’altra parte.

Simpliciter: – Lei si rinchiude in sé.

Complicatibus: – Rinchiudersi è aprirsi.

Simpliciter: – Come ci si apre se ci si rinchiude?

Complicatibus: – La porta chiusa all’esterno, è aperta all’interno.

Simpliciter: – Chiusa al fuori, aperta al dentro?

Complicatibus: – O viceversa.

Simpliciter: – Viceversa?

Complicatibus: – La porta aperta all’esterno, è chiusa all’interno.

Simpliciter: – Aperta al fuori, chiusa al dentro?

Complicatibus: – Potrebbe darsi il caso che non ci sia la chiave, che non esista chiave: che la porta, chiusa o aperta che sia, essendo porta, porti da parte a parte. La porta, avendo un limite, non è un limite. La porta non è solo e soltanto  porta,  chiusa o aperta,  e dunque possibile,  ma è pur anche impossibile: è oltre, è l’oltre. La porta, avendo orizzonti, non è orizzonte.

Simpliciter: – Non c’è limite: Lei non ha limiti. Non c’è orizzonte: Lei non ha orizzonti.

Complicatibus: – Non c’è attesa se non disattesa.

Simpliciter: – Lei è inattendibile.

Complicatibus: – Non c’è solo e soltanto la possibilità dell’attesa, o l’attesa della possibilità che ci sia attesa.

Simpliciter: – Lei non attende piú nulla?

Complicatibus: – Forse. Forse non si attende. Forse si è attesi.

Simpliciter: – Sono atteso? Lei forse mi attende.

Complicatibus: – Si è attesi dall’impossibilità di attendere. Forse non v’è altra attesa che dell’impossibile, del miracolo, della meraviglia.

Simpliciter: – Lei mi meraviglia.

Complicatibus: – Qua e là è stato già detto.

Simpliciter: – Non ricordo dove. Dove?

Complicatibus: – Forse al di qua del dove, forse al di là del dove.

Simpliciter: – Né ricordo quando. Quando?

Complicatibus: – Forse al di là del quando, forse al di qua del quando.

Simpliciter: – Ma come! Ma come senza dove né quando? Come?

Complicatibus: – Forse al di qua del come, forse al di là del come.

Simpliciter: – Come dire come fare?

Complicatibus: – Forse tacere, forse dire tacendo, forse tacere dicendo: forse ricercare il legame tra il sono minuto e il sono muto.

Simpliciter:  –  Lei non offre nessun esito,  se non esitante.  Lei non s’offre. Lei non si dona.

Complicatibus: – Forse la porta offre un esito: la porta senza chiave offre un esito. Forse l’albero offre un esito: l’albero senza frutto offre un esito.

Simpliciter: – Ma senza chiave e senza frutto non c’è possibilità di scelta.

Complicatibus: – Forse che ci sia solo e soltanto possibilità? Forse che ci sia solo e soltanto il possibile?

Simpliciter: – Lei non offre soluzioni, se non insolubili. Lei non offre risposte. Lei ha solamente domande.

Complicatibus: – Non c’è offerta, né dono, né soluzione, né risposta. Lei si limita alla possibilità, al frutto, alla chiave. Lei si limita all’offerta, al dono, alla soluzione, alla risposta del possibile.

Simpliciter: – Essendoci la possibilità, o le possibilità.

Complicatibus: – Non essendoci in vece la possibilità, le possibilità, c’è l’impossibilità, l’impossibile.

Simpliciter: – Non è possibile! Lei è impossibile.

Complicatibus: – Dunque la negazione della possibilità è l’affermazione dell’impossibile.

Simpliciter: – Lei è imprevedibile.

Complicatibus: – Dunque la negazione della previsione, del previsto, è l’affermazione dell’imprevedibile, dell’imprevisto.

Simpliciter: – Lei è, l’ho appena detto, inattendibile.

Complicatibus: – Dunque la negazione dell’attesa è l’affermazione dell’inattendibile, dell’inatteso.

Simpliciter: – Lei mi sorprende. Lei è indefinibile.

Complicatibus: – Dunque la negazione del definito è l’affermazione dell’indefinito, dell’indefinibile.

Simpliciter: – Ma che definizioni sono? che affermazioni sono queste che negano il certo per l’incerto?

Complicatibus: – Forse proprie d’improprietà? Ed essendo tali, violerebbero le leggi della proprietà, cosí da riappropriarsi dell’improprio.

Simpliciter: – Violare le leggi non è andare contro di esse?

Complicatibus: – Andare contro è forse andare incontro.

Simpliciter: – Lei sta violando tutte le leggi di simmetria del quadrato, dell’essere quadrato, del fare quadrato. Non c’è legge che Lei non violi. Lei va oltre lo stabilito. Lei va oltre l’ordine prestabilito. Lei è disordinato. Lei è instabile.

Complicatibus: – Al di là o al di qua dell’ordine, c’è il disordine. Oltre l’ordine del giorno, cui si potrebbe dare il titolo di variationi sull’evento,  c’è il disordine della notte. Ma si potrebbe anche dire viceversa: il disordine del giorno e l’ordine della notte; e il titolo lo stesso. Al di là o al di qua della stabilità, c’è forse instabilità. Pur tutta via, essendo instabile, potrebbe stare dentro con ferocia, essere dunque fuori di sé.

Simpliciter: – Lei non mette ordine. Anzi, Lei confonde: Lei mi confonde. Lei confonde il giorno con la notte, cosí, di punto in bianco; e poi stare dentro, ma essere fuori; e ancora, la ferocia:  cos’è questa ferocia di punto in bianco?

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l’irragionevole prova del nove – 1

l’irragionevole prova del nove – 2 

l’irragionevole prova del nove – 3 

l’irragionevole prova del nove – 4

l’irragionevole prova del nove – 5

“[Ecosistemi]” (L’arcolaio 2013) di Gianluca D’Andrea. Alcune poesie

Gianluca D'Andrea, [ecosistemi]

.

Ora il vuoto sbriciola
minuzie estive,
senti la polvere di primavera
su pianure esterne.

Oggi non si accettano i salti,
la gioia condivisa

nella creazione
sperma sulle spalle
spruzzi e zampilli
escrescenze d’arti e tronchi imbestialiti

una lingua sulla scarpata
l’accesso negato
e il mondo risospinto nell’arcadia
dei rapporti.

.

***

Bave animali invertono i suoni
percussioni invasive
il mondo è un altro ordine
evirare la possanza dei monti
una figura somma, delinquere minerali

oggi invento la mia lingua
su scarpate fossili
slanci di pietra

e mi arrocco
vedo le labbra del disgusto – la lebbra –
putredini, ossate maleolenti
sul mio viso

chiuso nella valle
dove chi detiene si appresta
appronta la montatura

striature di nero
nella gloria, fuori alibi
l’ircocervo si spulcia
rilasciando fioriture e detriti.

.

***

SENSITUDINE

Ammazzano a più non posso,
che poi carne è carne offende
il pudore che la lingua salta
nei video o nelle strane fermate
in cui s’inventa una storia d’amore.

Sono allo stremo della decenza stravolta
e ancora una volta l’origine affianca
un valore alla massa
e fa dello slancio un ordine,
per quanto occluso,
un desiderio d’amore.

.

***

ISOLAMENTI

Distrutto sia il pastore da se stesso,
case su case e nuove architetture
sciamano nello scarico del cesso.

Distratto dal rumore del tuo mondo
s’increspa la mia pelle e le storture
di membra che scaracchiano l’immondo.

Amori, fresche acque, dolci storie
romantiche di un tempo, graffi estorti
a un uomo strangolato, alla memoria
di candide violenze, grembi sporchi.

.

***

IMBRATTAMENTO

Sporcare per dare un ordine al caos
è già un paradosso, sgorgare per dare
senso a una vita in comune
non è un dilemma. Sul versante
della dissacrazione l’azione non è riuscita,
più sobria sarebbe la candida
espressione del tutto si muove come l’autore
vuole o toccare altri tasti, da questo
(«questo» all’infinito) l’errore.
La finzione è già del bambino che gioca
e attraversa il suo tempo.

Il fatto poi che un’idea
debba violentare la primigenia carenza
è il modo di fare in modo
che un mondo s’inventi una speranza,
come vivere in comune un’emozione
o l’emozione di essere fuori di sé,
nell’estasi d’adorazione,
splendore che riluce dove oscuro è.

.

***

CERCAVO LA CLAUSURA

Cercai quel calore infantile,
quel caos d’insorgenze, afrori e ludi
da appiccicare allo studio di parole,
amori madidi e candore
per esperire contatti attuali.

Albedo, lucore di cavi, paesaggi vulcanici
avvertono l’imminenza minerale,
un corpo litico
e la fusione in cui articolare
solidi gesti, cloni,
stimmi febbrili.

.

***

PAROLE – [ALTRI ECOSISTEMI]

La lingua mi è esplosa,
nulla regge
nessuna stessa sorregge
un solo verso,
solo un grumo –

acidi cosmici e condensa,
una polpa viscida,
unta, vischiosa
che s’ama
s’accoppia
s’accavalla
smostrandosi –
dal pallore al groviglio
le membra s’incrostano.

Polpa insincera
è tutto aggettivi
solo salti e dilettanza
nessuna costruzione o sistema,
un solo pensiero
tutto.

.

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Gianluca D'AndreaA tre anni dalla plaquette Evosistemi e a quattro dai testi apparsi in rete già col titolo Ecosistemi, Gianluca D’Andrea amplia la riflessione avviata sin dal 2006 e reinnesta, rivisto nell’impianto, quel primo germe nella nuova raccolta [Ecosistemi] (L’arcolaio, 2013).
Il serrato discorso metapoetico è dilatato per tutta la lunghezza della raccolta, e vien da supporre pure oltre la cornice stessa come fossimo posti tutti innanzi a qualcosa che ancora cresce nell’autore e di conseguenza nella poesia stessa. Una poesia che interroga sé stessa e ricerca in questo procedere non solo la motivazione dell’espressione artistica, bensì la ragione prima di un profondo attaccamento alla vita nonostante tutto il marcio presente nel vivere quotidiano, per superare il marciume stesso (come già notava Stefano Guglielmin all’indomani dell’uscita di Evosistemi). È difatti la costruzione di [Ecosistemi] ad autorizzare una tale ipotesi dal momento che l’ultima sezione porta l’emblematico e polisemico titolo di In-Formare (che risponde a distanza alla prima In-Vo­luto), punto di momentaneo approdo dopo una sorta di gioco a rincorrersi di temi e sezioni (ne siano la prova le due sezioni Ecosistemi Ritorno a Ecosistemi).
La dedica ad Andrea Zanzotto ha l’immediata funzione di contestualizzare questo nuovo percorso e allontanare i capitoli più lirici della produzione precedente di D’Andrea (penso sia a Chiusure sia, e so­prat­tutto, a Canzoniere I, raccolte uscite entrambe nel 2008). Ma la dedica è anche altro: è sia espres­sione del riconoscimento di un interlocutore in assenza, sia il segno di una continuità di dialogo con l’uomo così come è stato condotto dal poeta di Pieve di Soligo negli ultimi vent’anni, con le ultime raccolte. Se i paesaggi geografici sono diversi, uguale è il dolore espresso dai due nel guardare il degrado dell’uomo. La differenza sta nella freschezza dell’invettiva di D’Andrea che non vuole per nulla emulare la voce forte ma stanca del grande maestro. Spetterà ai critici entrare nel reticolato di queste poesie volutamente diseguali nella forma, scelta stilistica che rende all’istante la frantuma­zione di ogni nesso, di ogni nodo.
Spetta invece al lettore – se vorrà – superare l’apparente ostacolo di una lingua forzata nuovamente dal suo interno e lasciarsi condurre in questa inquieta disamina della vita. [f.m.]

Gianluca D’Andrea (Messina, 1976) è poeta, critico e traduttore.
Suoi testi, interventi critici e traduzioni sono disseminate in varie sedi: antologie, riviste italiane e sul web.
Ha pubblicato: Il Laboratorio (Lietocolle, 2004); Distanze (2007, scaricabile al sito http://www.lulu.com); Chiusure (Manni, 2008); Canzoniere I (L’arcolaio, 2008); Evosistemi (Edizioni L’Arca Felice, 2010).
Il suo sito web è all’indirizzo http://gianlucadandrea.wordpress.com.