Mese: dicembre 2013

Roberto Ciotti: No more blue(s)

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“Se dovessi voltarmi indietro, e guardare in faccia la mia vita fino a questo momento, sorriderei. Un sorriso lento e cosciente che si farebbe spazio tra la mia barba. Una smorfia a occhi chiusi, seduto comodo su una sedia, con le gambe stese e le braccia intrecciate. Le direi: non ti ho mai tradita, sono sempre rimasto fedele a me stesso. Lei, calda e sensuale, dura e nervosa. Lei, che si è sempre fatta sentire fin dentro lo stomaco. Malinconica e potente spinta vitale, orgoglio e fatica, gioia e pena. Nessun compromesso, nessun interesse, solo amore, solo passione. Io c’ho creduto. Detta così, la frase sembra banale, ma vi giuro che crederci sempre, anche quando sei solo e fuori è buio, non è mai facile.”

 

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Sono queste le prime righe di Unplugged – Una vita senza fili, l’autobiografia uscita sei anni fa. Roberto Ciotti voleva fare il calciatore e, invece, è diventato un grande chitarrista blues, sempre controcorrente. Avesse giocato a calcio, oggi si parlerebbe di lui in tutte le televisioni e in tutti i bar. Era conosciuto e apprezzato anche all’estero. Per dirne due, negli anni ottanta fece un tour di quasi due anni con Ginger Baker, il bassista dei Cream, e a maggio ha suonato di nuovo in Senegal.

La sua carriera è iniziata quarant’anni fa, fondando i Blue Morning. Ricordato soprattutto per la colonna sonora del film di Gabriele Salvatores Marrakech Express e per le collaborazioni con Edoardo Bennato e Francesco De Gregori, Roberto Ciotti ha diviso il palco con gente del calibro di Chet Baker, Bo Didley, Joe Cocker e Billy Cobham.

Pochi mesi fa ha pubblicato il disco “Equilibrio precario”; lo stesso che possiamo trovare in molte sue canzoni, tra la precarietà della solitudine e la maturità di una musica che non smetterà mai di emozionare.

Insegnare, imparare, ascoltare, dire il silenzio

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THE WORLD USED TO BE SILENT
NOW IT HAS TOO MANY VOICES
AND THE NOISE IS A CONSTANT DISTRACTION
THEY MULTIPLY, INTENSIFY
THEY WILL DIVERT YOUR ATTENTION TO WHAT’S CONVENIENT
AND FORGET TO TELL YOU ABOUT YOURSELF
WE LIVE IN AN AGE OF MANY STIMULATIONS
IF YOU ARE FOCUSED YOU ARE HARDER TO REACH
IF YOU ARE DISTRACTED YOU ARE AVAILABLE
YOU ARE DISTRACTED
YOU ARE AVAILABLE
YOU WANT FLATTERY
ALWAYS LOOKING TO WHERE IT’S AT
YOU WANT TO TAKE PART IN EVERYTHING AND EVERYTHING TO BE A PART OF YOU
YOUR HEAD IS SPINNING FAST AT THE END OF YOUR SPINE UNTIL YOU HAVE NO FACE AT ALL
AND YET
IF THE WORLD WOULD SHUT UP
EVEN FOR A WHILE
PERHAPS
WE WOULD START HEARING THE DISTANT RHYTHM OF AN ANGRY YOUNG TUNE – AND RECOMPOSE OURSELVES
PERHAPS
HAVING DECONSTRUCTED EVERYTHING
WE SHOULD BE THINKING ABOUT PUTTING EVERYTHING BACK TOGETHER
SILENCE YOURSELF

John Cassavetes, Opening Night (1977) poi in Savages, Silence yourself intro (Matador Records / Pop Noire, 2013)

Questo breve focus non pretende di essere esaustivo su un argomento che affascina, divide, allontana, concilia, cerca dentro di sé le ragioni o le non ragioni, come avviene con le grandi riflessioni che spingono il pensiero umano a porsi in difficoltà con se stesso, il lotta con i suoi limiti, per espandersi e nutrirsi, autorigenerarsi.
Spiegare cosa sia il silenzio è di per sé un’operazione paradossale e qui non si tenterà di farlo ma di dare degli indicatori, delle direzioni percorribili o meno; ‘silenzio’ è una parola che esiste (potremmo dire semplificando) per opposizione, esiste quando non c’è, e nel non esserci si presentifica, in un presente marchiato dal frastuono che talvolta si tramuta in un vero e proprio ‘disagio acustico’ in cui quotidianamente siamo immersi, e che ci fa ritornare a pensare di aver bisogno, di aver necessità di ricercare qualcosa che si è perso, di incagliarsi in un ragionamento che porta a sconfinamenti, derive, di pensiero, di intuizione, di concezione. Nel 2011 all’interno della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Arezzo) nasce l’Accademia del Silenzio, un luogo-progetto accessibile, predisposto alla possibilità di fruizione di ciò che il mondo contemporaneo difficilmente concede con libertà, secondo numerose declinazioni che abbracciano più discipline, e soprattutto fanno perno sull’indagine filosofica.

silenzio come appagamento
silenzio voluto
silenzio cercato
silenzio pieno, non vuoto
parole di silenzio
silenzio consistente
compatto eppure leggero
consenziente
affermativo
consolatorio
ricordo, non dimenticanza
pregnanza.

.              (Lalla Romano, “Diario ultimo”, Torino, Einaudi, 2001)

Una pratica di educazione al silenzio, di ricerca attorno ad esso, in Occidente è sempre più voluta, come ben esprimono i versi di Lalla Romano citati anche da Duccio Demetrio nel suo volume I sensi del silenzio. Quando la scrittura si fa dimora (2012), e che con Nicoletta Polla-Mattiot, autrice di Pause. Sette oasi di sosta, sull’orizzonte del silenzio (2012) ha istituito appunto l’Accademia citata. I due sono tra i primi studiosi e saggisti ad aver pubblicato dei brevi volumi per Mimesis Editore (Milano-Udine) in una collana dedicata e che esplora molteplici direzioni e possibilità, artistiche, filosofiche e antropologiche, che concernono la cura o la speculazione, attorno al tema ‘pregnante’ del silenzio, senza dimenticare la letteratura, la poesia e la musica come bacino in cui confluisce un immaginario culturale ampio e anche destrutturato attorno a questo tema. Al progetto scientifico infatti partecipano Franco Loi, Emanuela Mancino, Carlo Sini, Francesca Rigotti, Marcello Sesa-Bianchi e altri, i quali indagano, esplorano, ribaltano, mistificano e demistificano in brevi volumi, il polimorfismo del silenzio, seguendo diagonali di ogni genere, concedendo spunti ma intessendo anche domande, sollevando questioni che riguardano un orizzonte più ampio di quello filosofico, che concernono perciò il campo dell’esperienza umana quotidiano, e oltre.
Esperienza significa assimilare al tema del silenzio anche quello vicino del ‘tacere’, del non-detto, consapevole, imposto, imposizione consapevole e inconsapevole; atavico silenzio questo, che − poniamo due facili esempi − tesse le fila da un vecchio detto in cui si afferma che “alle donne si addice il silenzio” così come si addice all’uomo ‘vuoto’, sino all’incomunicabilità espressa dal celebre quadro di René Magritte Les Amants del 1928, nelle sue diverse versioni, tacita, non-più-comunicabilità. Eppure, nel Novecento, una cruciale riflessione musicale attorno al silenzio, vale la pena ricordarlo, è stata posta da John Cage (di cui si può leggere anche qui), il quale affermava che “il silenzio accade”, ed è quindi non soggetto a intenzionalità. Partendo dal verificarsi del silenzio, (in)controllabile, non-volontario (che cozza in parte dunque con lo ‘zittire’ e dello ‘zittirsi’), viene da chiedersi come sia possibile mettere in atto la plausibilità di insegnare la ricerca del silenzio, del ritagliarsi un proprio autonomo spazio silenzioso nel quotidiano vivere. Solamente spostando l’affermazione di Cage, rendendoci muti però all’ascolto, come suggeriscono le Savages nello spoken intro del primo album Silence Yourself  facente parte del brano Shut up (citazione dal film La sera della prima di John Cassavetes), un invito o una preghiera, a cercare se stessi nella velocità, nel tutto (all in all is all we are recitava Kurt Cobain) rendendosi però silenti, silenziosi, e trasferendo ‘l’accadimento’ del silenzio in un campo più ampio, quello in cui in cui il rumore che rende distratti ma anche disponibili sia la molla che faccia muovere verso la fattività del silenzio. Un campo aperto, in cui consapevolezza e inconsapevolezza del capitare del silenzio si dibattano, in cui soprattutto si traducano e si dicano in ‘atto’ e in una lotta di posizioni inconciliabili, conciliabili solamente con la contraddizione di cui il ‘silenzio’, così come (per dirne alcuni altri) la voce, il tempo, lo spazio, l’anima, dio, il mondo e l’uomo − che produce tutto ciò − ordinariamente vivono.

*La foto è di Barbara Leung.

© Alessandra Trevisan

Ingeborg Bachmann, Il tempo prorogato

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La prima raccolta in volume di poesie di Ingeborg Bachmann, Die gestundete Zeit (Il tempo prorogato), fu pubblicata 60 anni fa, nel dicembre 1953. La lettura e l’ascolto dei testi − in quegli anni Bachmann collaborava, tra l’altro, con Radio Bremen e dai microfoni dell’emittente ebbe occasione di leggere molte delle poesie che andava componendo − conferma ancora oggi quello che, all’indomani della pubblicazione della raccolta, il critico Gunter Blöcker, come ricorda Antonella Gargano nel saggio Tra il possibile e l’impossibile: la sfida di Ingeborg Bachmann, vi aveva individuato come caratteristica della lirica bachmanniana, non assente, peraltro, dalla sua prosa: l’intrecciarsi e sovrapporsi di concretezza e astrazione, la capacità, in altre parole, di «dare figura all’astratto.» Nel volume Il pensiero raccontato. Saggio su Ingeborg Bachmann (Laterza 1995), Aldo Giorgio Gargani mette in rilievo, in queste liriche,  l’uso di avverbi temporali (per menzionarne alcuni: bald, presto, schon, già, nicht mehr, non più), che si riferiscono al mondo da rappresentare eppure indicano al contempo una scadenza (Frist). «Die gestundete Zeit della raccolta delle liriche della Bachmann vuol significare che il tempo non è il neutro e lineare scorrere indifferente di istanti, ma è un tempo che esige prese di posizioni, decisioni, dunque che è un tempo urgente. L’urgenza del tempo è tutt’uno con l’impegno etico della scrittura della Bachmann.» (L’affermazione di Gargani è a pagina 13 del testo menzionato). Dalla raccolta Die gestundete Zeit ho scelto due testi, che riporto qui di seguito nell’originale e nella mia traduzione. (amc)

 

Die gestundete Zeit

Es kommen härtere Tage.
Die auf Widerruf gestundete Zeit
wird sichtbar am Horizont.
Bald mußt du den Schuh schnüren
und die Hunde zurückjagen in die Marschhöfe.
Denn die Eingeweide der Fische
sind kalt geworden im Wind.
Ärmlich brennt das Licht der Lupinen.
Dein Blick spurt im Nebel:
die auf Widerruf gestundete Zeit
wird sichtbar am Horizont.

Drüben versinkt dir die Geliebte im Sand,
er steigt um ihr wehendes Haar,
er fällt ihr ins Wort,
er befiehlt ihr zu schweigen,
er findet sie sterblich
und willigt dem Abschied
nach jeder Umarmung.

Zieh dich nicht um
Schnür deinen Schuh.
Jag die Hunde zurück
Wirf die Fische ins Meer
Lösch die Lupinen.

Es kommen härtere Tage.

Il tempo prorogato

Verranno giorni più duri
Il tempo prorogato revocabile
appare all’orizzonte.
Presto dovrai allacciare la scarpa
E ricacciare i cani nei cortili,
ché le interiora dei pesci
si sono raffreddate al vento.
Arde misera la luce dei lupini
Il tuo sguardo segue la traccia nella nebbia:
il tempo prorogato revocabile
appare all’orizzonte.

Dall’altra parte ti affonda l’amata nella sabbia,
sale sui suoi capelli svolazzanti,
le tronca la parola,
le ingiunge di tacere,
la trova mortale
e acconsente all’addio
dopo ogni amplesso.

Non ti cambiare
Allacciati la scarpa
Ricaccia indietro i cani.
Getta i pesci nel mare,
Spegni i lupini.

Verranno giorni più duri.

Ingeborg Bachmann (qui per ascoltare il testo letto dall’autrice)
(traduzione di Anna Maria Curci)

.

Alle Tage

Der Krieg wird nicht mehr erklärt,
sondern fortgesetzt. Das Unerhörte
ist alltäglich geworden. Der Held
bleibt den Kämpfen fern. Der Schwache
ist in die Feuerzonen gerückt.
Die Uniform des Tages ist die Geduld,
die Auszeichnung der armselige Stern
der Hoffnung über dem Herzen.

Er wird verliehen,
wenn nichts mehr geschieht,
wenn das Trommelfeuer verstummt,
wenn der Feind unsichtbar geworden ist
und der Schatten ewiger Rüstung
den Himmel bedeckt.

Er wird verliehen
für die Flucht vor den Fahnen,
für die Tapferkeit vor dem Freund,
für den Verrat unwürdiger Geheimnisse
und die Nichtachtung
jeglichen Befehls.

Tutti i giorni

La guerra non è più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
si è fatto quotidiano. L’eroe
resta distante dalle battaglie. Il debole
è avanzato nelle zone di fuoco.
L’uniforme del giorno è la pazienza,
l’onorificenza la stella dimessa
della speranza all’altezza del cuore.

Viene conferita
quando non succede più nulla,
quando smette di martellare l’artiglieria,
quando il nemico è diventato invisibile,
e l’ombra di armamento perenne
copre il cielo.

Viene conferita
per la fuga dinanzi alle bandiere
per la prodezza dinanzi all’amico,
per lo svelamento di segreti indegni
e la non osservanza
di qualunque comando.

Ingeborg Bachmann (qui una registrazione del 1953: Ingeborg Bachmann legge Alle Tage)
(traduzione di Anna Maria Curci)

Qualcosa di inabitato (Stelvio Di Spigno, Carla Saracino)

2013-12-24 17.40.40

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Stelvio Di Spigno

*

Quadranti

Quanti fascicoli di luce, quanti sguardi innevati,
e mattine il cui carico è dolore dovrà attraversare
questo corpo corale di tutte
le gioie distrutte, i disamori, le cadute,

prima che il tempo di ognuno anche per me
si esaurisca, sulla soglia di casa, o rinculando
con montagne di parole nella mente, guardando
solo il cielo, facile da vedere qui da Anzio,

quando, per non odiare gli uomini, storci il collo,
distrai gli occhi, punti a caso dentro una stradetta
senza uscita,

e i lavori in corso sono la sola certezza
che tutto si riabitua e si riabita,
ma non saremo noi a goderla, la felicità promessa.

*

Napoli rivisitata

Forse hai capito quale festa ti dà gioia,
se Ognissanti o Natale, mentre previeni
il vento ottuso del porto, con tutti
quei presepi di barche e budelli,
e fuori c’è l’aria secca dei palazzi, e sembra che il Vesuvio
bruci elettricità nell’atmosfera: un giorno
andammo con mio nonno a leggere le pietre
nella grande vasca della stazione,
e su di loro c’era un volto napoletano.

Città di fame immonda e solo da guardare: oggi
lavoro lontano, non posso vederti invecchiare,
hai un saluto per tutti nelle asole bollenti,
e passi in umiltà senza domandare
che i tuoi arrivi siano scaltri la sera, che si disfi
quella mole di infamia che ti fa nera, che una mano
infili nel fitto dei tuoi vicoli una riserva umana
di latte impiantato tra colli e caserme.

Ogni volta che hai pianto ti ho visto
perdere a dadi ogni verginità, e come
se fossi una madonna abbandonata
in una delle mille edicole di quartiere,
ho cercato la tua essenza da amare
dentro un barattolo di complimenti a ore,
sapresti regalarmi ancora un po’ di castità
fermarti dove si passa dal diluvio alla sciagura,
essere in tempo per salvare ancora te
dalla tua storia  e insieme prendermi e farmi
ancora tuo, come quando ero
uno dei tuoi fantasmi arroventati.

*

Diario, 2.1.2004

Andrea è in Francia e io me ne sto qui,
cercando di guarire ma peggioro –
È tremendo
come può avvoltolarsi
la vita intera a un gambo di ortica,
succhiarne tutto il succo,
bollire sulle labbra, morire di bruciore,
credendolo piacere.

.

*

Carla Saracino 

*

Non parlare, vita d’una volta.
Ogni scrittura sul foglio
della fatica di ricordare
è dilapidazione, preparazione
alla morte.
Sii dentro, sta’ reclusa.

.

*

A poche cose dedichiamo un nome.
Nella vita, come nella menzogna,
i nomi coincidono col cuore.
E a nulla vale crederli.
Loro sanno  cosa non dire.

.

*

Cercare il cuore del secolo nelle case
abbandonate del materano, un pomeriggio,
mentre l’erba stipa sotto terra l’annuncio
del tempo che non vedrai.
Essere nella fiamma del camino d’un albergo
senza bellezza
e fumare il gelo sulle labbra alla fastidiosa cerimonia
della cena.
Essere in tanti dentro se stessi, una volta sola negli altri.

.

*

Alla tua vita imploro una cosa:
restare nascosta dove io passo.
Alla tua vita non chiedo altro che
il colmo di un vile significato.

.

******

Stefano Di Spigno, Carla Saracino, Qualcosa di inabitato, EDB Edizioni, Milano, 2013.

Francesco Accattoli (due poesie inedite)

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Testa o croce

Ride Manfredi coi suoi denti bianchi
parla di froci – parole sue –
con le unghie sudicie di catrame.

Teme che il figlio sia un frutto bacato,
giura che i maschi – a sentire lui –
vengono alla luce senza difetti,

o forse si confonde, di sicuro
insiste che siamo tutti uguali.
Magari lo sapessero i balconi,

i marciapiedi sporcati di sangue,
magari i genitori, i vicini,
il prete che nega l’eucarestia

e poi si eccita in confessione.
C’è scritto che semo tutti uguali
nel muro sotto casa, con la vernice,

col dialetto e qualche errore di misura,
tradito dal tremore della mano,
accanto al più volgare degli insulti.

Bocca non dire, non tremare madre,
a morte i froci sotto il lampione,
ha le lettere tutte scolorite

mentre guarda quanta gente è venuta,
si porta un angelo in processione,
caduto di passaggio verso casa.

***

 

Repetita iuvant

Per vari motivi, se ci pensi
ci spostiamo da certe zone morte,
temendo la morte com’è giusto che sia.
Non danno mai nulla in televisione che
mi distragga, penso ad una targa
che ripete certe cifre, concentro lo sguardo,
resto attento al colore delle autovetture.
Certe volte i fanali m’intralciano
in quel mestiere, allora seleziono una canzone
che ti piaceva, ripeto ad alta voce
una barzelletta sporca. La risata è sempre grassa.
Siamo gente di frazione,
che ha radici d’ulivo nel suo quartiere.
Madri entrambe sole,
posti di blocco e censure,
una stupita curiosità per il microonde.

Ricordati di me nelle preghiere
e portami un fiore a tuo padre.
Ritorna con i passi fino al porto e lì
dove i nostri corpi sono diventati notte.
La sera che ho perso conoscenza,
da una finestra sporcata di neve
qualcosa di sacro:
ho visto la vita tornare,
spostarsi di lato e cadere
nel punto esatto della tua impronta.

***

© Francesco Accattoli

Flashback 135 – L’attesa

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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L’attesa è sempre la parte che procura più danni. In quell’attimo di sospensione, prima che tutto si possa rivelare, si passa dall’estasi all’inferno. Si riesce a pensare di tutto, in un verso o nell’altro, senza mai un attimo di tregua. Il lungomare a quest’ora è quasi sempre vuoto; è troppo tardi per correre sulla spiaggia ed è ancora troppo presto per andare a farsi un bagno. Le barche sono ferme una in fila all’altra e, uscendo dal mare, hanno ormai tracciato un solco tra le pietre. I pescatori, distanti pochi passi, piegano le reti con gesti meccanici, sperando riescano a riempirle. La mia è un’attesa diversa, fatta di parole e di gesti che non tornano. E intanto mi immagino salire su una di quelle barche, per stare fermo in mezzo al mare ad osservarmi. Nell’attesa.

© Marco Annicchiarico

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Richard Matheson – Io sono leggenda (recensione di Martino Baldi)

Matheson

Richard Matheson – Io sono leggenda – Fanucci editore – traduzione di Simona Fefè

***

Io sono leggenda, uscito per la prima volta nel 1954, tradotto in Italia per la prima volta nel 1957 col titolo I vampiri, è probabilmente il più noto romanzo di Richard Matheson. Pietra miliare della cosiddetta fantascienza apocalittica e della narrativa vampiresca, narra la storia di Robert Neville, l’ultimo umano sopravvissuto in un mondo completamente popolato da vampiri.

Il romanzo di Matheson rovescia il modello tradizionale del vampiresco “draculiano”, in cui è il vampiro l’essere eccezionale (e negativo), nel suo esatto contrario, un solo uomo in un mondo di vampiri, aprendo la narrazione a un realismo psicologico e a una tensione esistenziale con pochi pari nella letteratura di genere. Il tema della solitudine e dell’attaccamento alla vita (nonché le inevitabili declinazioni sul suo senso) nutrono una narrazione scarna e cruda, lontana anni luce dai frequenti ghirigori e manierismi del genere vampiresco e, più in generale, gotico. Ne deriva un realismo claustrofobico, in cui ogni conoscenza consolidata, dagli istinti umani più primordiali alla razionalità scientifica a cui Neville si avvinghia nel suo disperato tentativo di salvezza, subisce lo scacco del progressivo ribaltamento del senso consueto su ogni asse possibile, da quello della normalità a quello della positività dei valori. In questo senso Io sono leggenda, nella sua assoluta mancanza di conciliazione tra soggetto e realtà, è anche e forse soprattutto, dal punto di vista letterario, un romanzo di formazione al contrario, un “romanzo di deformazione” che parla della nostra epoca molto più in profondità di tante analisi sociologiche anteriori e posteriori.

Non a caso il libro continua ad essere pubblicato e tradotto con grande fortuna in tutto il mondo ancora oggi, a quasi sessanta anni di distanza dalla sua prima uscita. Certamente la sua longevità deve molto alla notorietà che gli è stata procurata anche dalle diverse rivisitazioni cinematografiche: dal primo adattamento L’ultimo uomo sulla terra (1964), con Vincent Price, forse il più aderente alla trama del romanzo, al più recente ma fedele solo nel titolo Io sono leggenda (2007), con Will Smith, passando per molti altri ispirati dal libro, tra i quali è necessario ricordare almeno La notte dei morti viventi, di George Romero e 28 giorni dopo, di Danny Boyle. Sulla sua eccezionale popolarità la dice inoltre ancora più lunga il fatto che gli siano stati ispirati un episodio dei Simpson, “L’uomo Homega” (incluso in La paura fa novanta VIII) e uno di Dylan Dog, “L’ultimo uomo sulla terra”

Eppure, se tutte queste rivisitazioni hanno contribuito a nutrire l’aura di un vero e proprio cult, nessuna rende giustizia fino in fondo a un libro che straborda dai generi fantastico, horror e fantascientifico a cui è stato associato ed è a tutti gli effetti un classico della letteratura tout court. Perfino il celebre elogio di Stephen King («Matheson è lo scrittore che mi ha influenzato più di ogni altro») va stretto a uno scrittore che, più generosamente, Ray Bradbury ha definito «uno degli scrittori più importanti del XX secolo».

***

© Martino Baldi

Antonio Spagnuolo, Il senso della possibilità

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Antonio Spagnuolo, Il senso della possibilità, Kairós 2013

Nella raccolta Il senso della possibilità di Antonio Spagnuolo la poesia – musa, viandante, sfinge, Euridice –  è evocata in maniera insieme lieve e incisiva ad articolare vita, passioni, attese e rimpianti, in un intreccio di nostalgia e slancio. L’io poetico si volge indietro e, ancora, guarda avanti. Nel farlo, aggiunge qualcosa. Che ciò si manifesti come atto di fiduciosa volontà o, al contrario, come dolorosa constatazione, come balzo o come contrizione, nulla toglie al basso continuo, scansione e metro dei testi: la nota personale e sempre partecipe, alla ricerca di un equilibrio oppure ‘consapevolmente febbrile’. (Anna Maria Curci)

.

Segni

Sono scomparsi,
tutti quei segni che fingevano le note
avvolte nella pigrizia
quello strano connettersi alle mani,
quando il sogno aveva gesti
per aggiungere al sonno il fiducioso
rintocco di campane.
Svolgo ancora incertezze
tra le zone del grigio ed il riverbero
delle illusioni, al respiro che cadenza
gli strappi del ricordo, le sbiadite tracce
di lunghi mormorii, allucinazioni
che sfidavano giorni alla deriva…
Quando ogni magia è svanita
ho conservato per le nuove pretese
le tue labbra a soccorrere finzioni
e a disvelare gli improvvisi ritrovi dell’amore.

(p. 30)

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Solitudine

Ho cercato di spezzare il pane
fra gli amici che restano
per quelle parole che segnano ancora
una sottile speranza di fulgore.
Ed ogni bisbiglio insapora il quotidiano,
ai primi appelli dello sgomento,
per i miei attimi a volta digressivi:
fibrillanti granelli di una probabile
illusione del prodigio,
Così ho consumato l’antico presagio
quasi che le bugie trascritte
potessero giocare…
a carezzare il legno di un liuto.

(p. 31)

.

Richiami

Torno ai richiami della tua custodia
in curve di magnolie, nello scirocco indeciso,
e il movimento è un tonfo di carotidi incrinate,
di isterie e di rimandi.
Sovraccarico d’anni fingo certezze
tra le ombre asimmetriche
per dragare le note di un sospetto:

imbrattavo le notti, mentre la sera spezza i tendini
per l’impazienza della monotonia.
Non resta che l’occasione dello smarrimento
amaro tra i graffiti che tracciammo,
così come le molle d’orologio,
le pulsanti invasioni,
l’invito a ciondolare tra gli agguati
sull’orlo del sorriso che non stacca.

(p. 32)

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Viandante

Come viandante rimetto al cielo
il soffio della mia filigrana,
le ombre diluite di ogni mia passione,
per nascondere il segno del timore.
Ripiego il fondo delle sere alla preghiera,
quali incertezze da sospendere,
infrante dal divino sortilegio,
per ogni tempo, per ogni luce ancora,
che costringa la voce al sussurro.
Trasparenza è la notte nei frammenti
di vocali o di sospetti
per concedere infinito al volto
sempre nuovo, anche nel ritardo.
A chi tocca ormai diventi cenere,
dopo tante illusioni
trascinarsi sperando nuove luci.

(p. 77)

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In memoria di Elena – IX

Le ultime parole
sono cadute sulle tue labbra, tra i tuoi denti,
serrati per la morte,
morte improvvisa,
nel medesimo fremito del silenzio.
Riapri quel tratteggio
che sconvolge, che ripete il senso
dei minuscoli frammenti incasellati
nel tuo viso,
deserto, vagabondo,
ormai tormento di messaggi e sapori
fuori da ogni tempo.
Per i vecchi detriti ora non c’è abbandono,
e filtra lo sgomento mosaici dal lento
cesellare.
Non ho pazienza e non giunge carezza
che abbia il sapore di una nuova mano.

(p. 95)

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Antonio Spagnuolo è nato a Napoli, dove vive, il 21 luglio 1931.
Poeta e saggista , è specialista in chirurgia vascolare presso l’Università Federico II di Napoli. Si è dedicato sin dal 1953 alla ricerca poetica con riscontri critici di notevole interesse. Redattore negli anni 1957-1959  della rivista“Realtà” (diretta da Lionello Fiumi e Aldo Capasso), ha fondato e diretto negli anni 1959-1961 il mensile di lettere e arti “Prospettive letterarie”. Condirettore della rivista “Iride” negli anni 1975-1976, fondatore e condirettore della rassegna “Prospettive Culturali” negli anni 1976-1980, ha fatto parte della redazione del periodico “Oltranza” negli anni 1993-1994. Nel 2007 ha realizzato l’antologia di poeti contemporanei Da Napoli/verso (Editore Kairòs), presentando giovani autori al fianco di una scelta schiera di storicizzati; sono seguite l’antologia Frammenti imprevisti (Editore Kairòs 2011), e l’antologia L’evoluzione delle forme poetiche (Kairòs 2013). Ha pubblicato numerosi volumi quasi tutti premiati più volte. – Tradotto in inglese, francese, spagnolo, greco. Nel volume Ritmi del lontano presente Massimo Pamio prende in esame le sue opere edite tra il 1974 e il 1990. Con il saggio Come l’ombra di una nuvola sull’acqua (Editore Kairòs 2007), Plinio Perilli rivisita i volumi pubblicati fra il 2001 e il 2007. Antonio Spagnuolo dirige in internet il sito “Poetry dream” (http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com ). Il suo ultimo volume di poesie Il senso della possibilità riceve il primo premio assoluto al “Concorso della Città di Sant’Anastasia 2013”-

Cartoline persiane#10

presepe-napoletano-della-tradizione

Caro Rhédi,

dopo Dinant mi sono spostato verso il Nord del Belgio, e ho raggiunto Bruges. Mi sono fermato una notte sola, faceva un tale freddo che i canali erano tutti congelati, e le ombre dei campanili sembravano fantasmi alti cento metri che mi fissavano ovunque fossi. Stando in Europa sono diventato superstizioso, che ti devo dire. Così sono ripartito subito, cercando un inverno meno rigido, e in pochi giorni sono tornato in Italia.

Mi sono fermato meno a Sud dell’ultima volta, a Napoli. A parte che non tremavo più, intorno a me c’erano cibo, musica, colori, insomma, la vita in tutte le sue forme, e l’allegria contagiosa della gente. Tutti a tirarmi da mangiare, vedendomi deperito, e a urlarmi nell’orecchio, per paura che non sentissi. Questa è gente concreta, che non perde tempo con la scaramanzia. E poi la generosità, Rhédi, la generosità. Non so come dirtelo, ma qui a Napoli hai come la sensazione che non possa mai succederti nulla di male.

Mi sono infilato nella strada dei presepi, S. Gregorio Armeno. Sai cos’è un presepe? Una sorta di rappresentazione sacra, anche se non sono entrato bene nel merito. Le botteghe vendono maschere e statuette di ogni tipo. Ce n’è una caratteristica di qui, si chiama Pulcinella, pare che rappresenti un mendicante del passato, che per nascondere il proprio enorme naso lo copriva con un naso lungo di cartapesta. Per questo si dice il “segreto di Pulcinella”, cioè un segreto evidente a tutti. Capisci, Rhédi? è come se tu, per non far vedere che sei calvo, ti mettessi sulla testa una calotta lucida. Ahah! Scherzo, Rhédi, sei bellissimo. Si vede spesso anche uno strano tipo con la bombetta e il mento prominente, e altre statuine che indossano buffi pigiami celesti, saranno santi del luogo.

Tornando al presepe vero e proprio, si tratta di artigianato finissimo, alcuni personaggi hanno occhi di vetro e abiti di seta, e sembra che da un momento all’altro il panettiere cominci davvero a impastare, e che il pastore possa prendere la via dei monti arrampicandosi per i sentieri di muschio. Confrontando le varie installazioni ho capito chi è il vero protagonista della vicenda, che infatti compare sempre: lo zampognaro. Ci ho riflettuto sopra, e ho concluso che si tratta del rovesciamento di un’altra storia occidentale, quella del pifferaio di Hamelin, che per vendicarsi di un torto subito incantò e portò via tutti i bambini della città. Ecco, nel presepe sembra che stia avvenendo il contrario, tutti tornano, che siano bambini, donne, contadini, o re stranieri.

In Occidente, insomma, ha finito per prevalere un concezione del tempo circolare, come se tutto in qualche modo tornasse, e nulla si perdesse per davvero. Non è confortante? Ma in questa grande allegoria ci sono anche altri ruoli ricorrenti. Un grosso gobbo che tiene in mano un incensiere, e che è cosparso di strani oggetti rossi e affusolati, forse peperoncini. La lavandaia che scende allo stagno fra le oche. E poi la fioraia, il venditore di castagne, e infine una stalla dove riposano un bue e un asino. Nella stessa stalla, un uomo anziano e una donna fissano una culla vuota, e tuttavia sembrano sperarci ancora.

Caro Rhédi, il presepe è una cosa bella.

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@Andrea Accardi

Un Natale di Antonia Monanni (di Luigi Bernardi)

biennale architettura - foto gm

Luigi Bernardi mi regalò questo racconto due anni fa. Lo pubblicammo nei giorni di Natale, mi sembra passato un secolo, o forse di più. Oggi lo ripubblico, abbracciando Luigi, ovunque sia, e Buon Natale, comunque la pensiate. (gm)

***

Un Natale di Antonia Monanni (di Luigi Bernardi)

«Dottoressa Monanni, può venire nel mio ufficio?»
«Arrivo subito, capo.»
Antonia Monanni aveva abbassato svelta la cornetta, prima che il Procuratore capo potesse ribadirle poco civilmente che non voleva essere chiamato capo.
Era uscita dalla sua stanza, aveva percorso il tortuoso corridoio della procura, evitando le scorciatoie che l’avrebbero di sicuro condotta a perdersi nei meandri del palazzo di Giustizia. Quando aveva bussato all’ufficio del Procuratore capo, era ormai disposta a scommettere lo stipendio di un mese sul motivo della chiamata.
Avrebbe vinto. Di lì a dieci giorni sarebbe stato Natale e, come sempre, si poneva il problema di chi avrebbe dovuto coprire il turno fra i sostituti procuratori. Le ultime quattro volte Antonia Monanni si era offerta volontaria. Non aveva una famiglia e da troppo tempo quello di Natale gli sembrava il giorno più insulso dell’anno. Meglio lavorare che restarsene inebetiti a ragionare sul senso della vita e sull’imbecillità degli uomini. Lo stesso valeva ovviamente per Capodanno. Natale e Capodanno, i due giorni più tragicamente idioti che l’uomo si fosse mai inventato.
«Si accomodi, dottoressa Monanni.»
Antonia Monanni si era seduta.
«Mi scusi se vengo subito al dunque, ma ho un mucchio di arretrati da sbrigare», aveva borbottato il Procuratore capo con un tono vago di accusa, quasi che fosse stata la Monanni a volerlo incontrare e non viceversa. «Ho notato che quest’anno non si è offerta volontaria per il turno di Natale.»
«Ha notato bene, capo.»
«Non mi chiami capo, non lo sopporto. Quante volte glielo devo ripetere», aveva risposto il Procuratore capo innervosendo il tono della voce. Ad Antonia Monanni pareva che gli si fossero anche drizzati i capelli, per un attimo si era perduta nel pensiero dell’utilità di comandarne a piacere il movimento. Si era annotata mentalmente di sviluppare il ragionamento, due minuti dopo lo aveva già dimenticato.
«Va bene, ma non si arrabbi», aveva risposto mordendosi la lingua per non aggiungere “capo”.
«Allora?» aveva insistito il Procuratore capo, pedante.
«Allora cosa? Ah, sì, il turno. No, non mi sono offerta volontaria. Cambia qualcosa?»
«No, non cambia nulla, tanto di turno ci sarà lo stesso. In compenso la lascerò libera per Capodanno. È contenta?»
«Mettiamoci d’accordo, capo. E non s’incazzi se la chiamo capo perché è questo che è, c’è scritto pure sulla targhetta fuori dalla porta. Se faccio il turno di Natale voglio anche quello di Capodanno. Tutti e due o nessuno.»
Il Procuratore capo, pur senza nascondere un’aria accigliata, non aveva ribattuto, ma si era limitato a segnare in rosso il doppio turno di Antonia Monanni sul planning tutto scarabocchiato che teneva sotto gli occhi per poi congedare rapidamente la sostituta con un gesto eloquente della mano. “Stronzo”, aveva bofonchiato la Monanni uscendo dall’ufficio.
Il turno di Natale sarebbe una pacchia se i poliziotti e i carabinieri non fossero più incazzati del solito. Antonia Monanni li capisce. Quasi tutti hanno una famiglia con la quale festeggiare, una fidanzata, qualcuno che permetta loro di sopravvivere incolumi alle festività. Non come lei che ha giusto un gatto che fatica a distinguere il giorno dalla notte, visto che non fa altro che dormire e reclamare i suoi croccantini preferiti. Natale la fa diventare più perfida del dovuto. Loro incazzati, lei perfida, una malaugurata convergenza che ogni volta che si verifica genera aneddoti sui quali il palazzo di Giustizia vive di rendita per un buon paio di settimane. La condizione necessaria è che qualcuno si metta in testa di compiere un crimine il giorno di Natale, proprio in quella città, sotto la giurisdizione di Antonia Monanni. Le probabilità sono scarse, ma credere alle statistiche è come condannarsi alla ritorsione.
Si è svegliata presto, come al solito. Ha riordinato malamente casa. Per l’ennesima volta si è ripromessa di chiamare un’agenzia specializzata perché non è più rimandabile una pulizia in grande stile, soprattutto ai vetri e in cucina. Non lo farà dato che puntualmente dimentica ogni decisione alla quale non può dare seguito immediato.
Finito di sistemare, sente il bisogno di un bel bagno, si fa il terzo caffè che beve a piccoli sorsi mentre si è già adagiata nella vasca, dove non manca di fumarsi anche un paio di sigarette. Si lava, si asciuga, si pettina, indossa dell’intimo raccolto a caso dal cassetto, un paio di pantaloni pesanti e un maglione. Si sdraia sul divano e si mette a leggere un libro. Si augura che, se proprio deve accadere qualcosa, almeno avvenga prima dell’ora di pranzo, così non dovrà neppure pensare al cibo, accontentandosi di mangiare qualcosa dove capita. Il libro ha una storia avvincente ed è ben scritto, se va avanti con quel ritmo di lettura lo finirà prima di mezzogiorno.
Finalmente qualcuno ha avvertito la necessità di pubblicare un’edizione decente dei romanzi di Rex Stout con Nero Wolfe, i suoi gialli preferiti anche nelle traduzioni malconce in cui era stata costretta a leggerli in passato. Le mancano trenta pagine per finire il primo della serie, quando il telefonino si mette a pigolare con quella sua suoneria fastidiosa che ogni volta si ripromette di cambiare. Risponde. Sono i carabinieri. La informano che in caserma si è presentato un tipo. Sostiene di avere ammazzato una donna, il cadavere, come se volesse tenerlo sott’occhio, lo ha ficcato nel bagagliaio della sua station wagon, posteggiata proprio davanti al portone della caserma. Antonia Monanni si fa dare l’indirizzo che peraltro già conosce, ringrazia tra sé e sé il presunto omicida per averle tolto il peso di dover preparare il pranzo, e comunica che arriverà in venti minuti.
L’assassino è uno degli uomini più brutti che Antonia Monanni abbia mai visto. Di statura largamente inferiore alla media, poco più di un metro e mezzo, i capelli stopposi che sembrano appiccicati con la colla, la corporatura sgraziata che si indovina sotto un cappotto pesante lungo fin quasi ai piedi. La cosa peggiore è comunque la faccia, che si restringe a forma di muso di topo sotto due occhi da rospo, enormi e sporgenti. Ha detto di chiamarsi Egisto Diotallevi e dev’essere il risultato di chissà quanti incroci genetici sbagliati. Più che a un uomo piccolo fa pensare a un nano grande. Ha cinquant’anni, risulta celibe, residente in un paesotto della campagna.
Il cadavere è vestito e in ordine, a esclusione del sangue che ha inzuppato tutti i vestiti, i pantaloni, uno strato di tre fra maglie e maglioni, un giubbotto. È una donna di quarant’anni, di cittadinanza moldava, alta circa un metro e settanta, corporatura energica. Sul volto le è rimasta un’espressione dura, quasi di sfida. Dal giubbotto emerge il manico di un coltello da cucina, la lama è tutta piantata nel costato. Dev’essere morta all’istante.
Come un ometto di venti centimetri più basso di lei abbia potuto accoltellarla in pieno petto, e poi caricarla cadavere nel cofano della propria auto, è una dinamica che Antonia Monanni non riesce a spiegarsi. Prova a scherzarci su con i carabinieri, ma quelli sono tutti incazzati per via del Natale. Non le rimane che interrogare il reo confesso, che l’aspetta nell’ufficio del comandante.
«Mi fa portare un panino e una bottiglietta di acqua naturale dal bar?» chiede all’appuntato, mentre rientra in caserma dopo avere salutato il medico legale, arrivato in ritardo e con una faccia che non aveva bisogno di spiegazioni.
«E perché non un bel piatto di tortellini?» replica acido l’appuntato. «È Natale, non c’è neanche un bar aperto. Se vuole un caffè c’è la macchinetta, ma ci vogliono gli spiccioli e non dà il resto», e abbassa la testa fingendo di dover scrivere qualcosa d’importante su un foglio. “Stronzo”, bofonchia Antonia Monanni avviandosi lungo il corridoio.
Detesta gli uffici dei carabinieri. Sanno di vecchio, ci sono mobili che devono aver sentito parlare di qualche guerra, pareti che da decadi reclamano una tinteggiatura, pavimenti dai quali esalano zaffate di muffa, per non parlare di quella interminabile fila di calendari, appesi diagonalmente uno dopo l’altro, che vorrebbe stracciare, mese dopo mese e anno dopo anno, come fa con i libri che detesta.
La poltrona dietro la scrivania è di pelle logora, in alcuni punti sembra smangiucchiata dai topi. Antonia Monanni si siede con circospezione, quasi tema di essere addentata da un roditore nascosto sotto il rivestimento sbrindellato. L’uomo è in piedi di fronte a lei. Ai suoi lati due carabinieri dall’aria vagamente divertita, forse perché lo sovrastano di una trentina buona di centimetri. Gli hanno permesso di togliersi il cappotto. Il corpo magro e sgraziato sembra troppo piccolo persino per l’abito che indossa, un completo grigio chiaro che ricorda, anche nella taglia, quelli dei bambini che fanno la prima comunione. La Monanni non riesce a tenergli gli occhi addosso per più di un istante. Distoglie lo sguardo per il disagio, ma anche per il timore di scoppiare a ridere. Ha il presentimento di che si troverà di fronte alla storia più sconclusionata della sua vita, tanto vale cominciare a dipanarla. Apre la borsa, estrae i documenti che dovrà compilare, punta i gomiti sulla scrivania, parla fissando un punto imprecisato della parete di fronte a lei.
«Mi racconti cos’è successo, dall’inizio», chiede annoiata all’uomo.
«L’ho ammazzata perché cercava di violentarmi», risponde Egisto Diotallevi senza alcuna emozione.
«Questa è la fine. Io le ho chiesto l’inizio», incalza Antonia Monanni. S’immagina la scena evocata dall’uomo e fatica a trattenere il sorriso.
«L’inizio è che ha provato a violentarmi.»
«Mi racconti come.»
«Così, come si violentano le persone.»
«L’ha baciata?»
«No, per carità, con quella bocca marcia che aveva.»
«Allora l’ha toccata?»
«Sì.»
«Dove?»
«Dappertutto.»
«Va bene, dappertutto. Ma da qualche parte avrà pure cominciato?»
«Mi ha tirato per un braccio.»
«E poi?»
«E poi continuava a tirare.»
«Tirare una persona per un braccio non significa violentarla.»
Sembra di essere in una recita di teatro dell’assurdo. Antonia Monanni teme di rimanerne prigioniera. Si stiracchia sulla poltrona come farebbe su quella del suo ufficio. Ricorda dov’è, evoca l’immagine del roditore in agguato, fa un balzo per ricomporsi. Da come parla e dalla tranquillità che esprime, Egisto Diotallevi non sembra appartenere a questo mondo. Meglio provare a dargli una collocazione.
«Che mestiere fa, signor Diotallevi?»
«Lo speaker alla stazione ferroviaria.»
«Non usano le voci registrate?»
«Non hanno capito niente, la gente vuole una voce vera come la mia.»
«Questo non glielo so dire.»
«Appunto, lasci che glielo dica io.»
«Non mi sfidi, signor Diotallevi, non mi conosce abbastanza. Allora, lo fa o no lo speaker?»
«Quando serve.»
«E quando serve?»
«Quando si rompe l’impianto oppure ci sono delle emergenze, tipo un treno che viene deviato su un altro binario.»
«Quindi è la sua quella che ogni tanto sento in stazione. Ha una bella voce, veda di usarla per raccontarmi una storia convincente.»
A dispetto del corpo sgraziato e della faccia da topo, Egisto Diotallevi ha effettivamente una bella voce, oltre che una dizione chiara e una proprietà di linguaggio che non di rado Antonia Monanni ha riscontrato negli assassini. Evita di portare il pensiero alle conseguenze estreme, alle conclusioni sul malessere psichico dell’uomo contemporaneo, ragionamenti inutili e ormai talmente banali che hanno fatto breccia persino nei salotti televisivi. Si concentra sull’interrogatorio. Rimane per un minuto in silenzio, gli occhi sempre fissi sulla parete di fronte.
«Le ha toccato i pantaloni?» domanda come risvegliandosi da un sogno.
«Sì.» Diotallevi non si fa prendere di sorpresa. Sembra pronto a un’altra schermaglia.
«Dove?»
«Dappertutto.»
«Magari si è pure chinata e ha controllato che non ci fosse polvere nei risvolti.»
«Questo no.»
«E allora dove?»
«Sul sedere.»
Sono eoni che Antonia Monanni non sente usare la parola sedere per indicare il culo.
«Sul culo, vuole dire?»
«Non sia volgare.»
Antonia Monanni è come attraversata da una scarica elettrica che fulmina in un istante tutti i relais della pazienza e dell’etica professionale. È un’onda lunga che le scaraventa addosso canzoncine sceme, babbi natali appesi ai muri dei palazzi, scambi di auguri dai contenuti vuoti e risibili, la mania recente di aggiungere un “davvero” a ognuno di essi, degradando il valore di tutti quelli che li hanno preceduti. Natale è il giorno in cui la viltà può mostrare il volto tronfio dell’ipocrisia. L’espressione le si trasforma in un ghigno cattivo, gli occhi in spade fiammeggianti pronte al combattimento finale. I due carabinieri rimasti nella stanza, che fin lì avevano assistito all’interrogatorio senza mostrare la minima attenzione, si danno di gomito.
«Insomma, le ha aperto i pantaloni o no? Le ha tirato fuori il cazzo e si è messa a menarglielo o no? Si è inginocchiata e lo ha preso in bocca? Era vestita o nuda? Ha provato a infilarsi il suo coso nella figa?»
«Si calmi.»
«Si calmi un cazzo. Ha ammazzato una donna che con ogni probabilità non le ha fatto niente di male e viene qui a dirmi che devo stare calma?»
La scarica elettrica che aveva attraversato Antonia Monanni sembra colpire anche Egisto Diotallevi. L’effetto è contrario. Abbassa la testa. I suoi enormi occhi di rospo non cercano più di sfidare quelli della donna che gli sta di fronte, li evitano come una maledizione a cui sanno di non essere più in grado di sottrarsi.
«Non è vero che aveva la bocca marcia», mugola con un tono di voce flebile, a tratti tremolante.
«Quindi vi siete baciati?»
«Ieri.»
«Ieri vi siete baciati e oggi l’ha ammazzata. Cos’è successo di tanto grave fra una cosa e l’altra?»
«Ieri abbiamo fatto anche l’amore.»
«Entrambi consenzienti suppongo. Quindi la storia della violenza era una bugia?»
«Sì, come quella che aveva la bocca marcia.»
«Ieri avete fatto l’amore, stavate bene, suppongo. E allora perché oggi l’ha ammazzata?»
«Voleva che la sposassi.»
«Bastava che le dicesse di no, sarebbe stato più che sufficiente.»
«Lo dice lei.»
«Mi dica dov’è che sbaglio.»
«È rimasta incinta.»
«Ieri avete scopato e oggi è venuta a dirle che era rimasta incinta e pretendeva che la sposasse?»
«Abbiamo fatto l’amore, non abbiamo scopato.»
«Cambia poco, vada avanti.»
«Ieri abbiamo fatto l’amore, questa mattina è venuta a casa mia pretendendo che la sposassi perché era rimasta incinta.»
«E lei le ha creduto?»
«Certo che le ho creduto, se me l’ha detto doveva essere vero.»
Antonia Monanni aggiunge un altro movente impossibile alla sua collezione personale, peraltro già ricca. S’impone di fare su internet qualche ricerca su cosa i maschi sappiano della gravidanza, dei suoi tempi, di come determinarla. Dopo neanche cinque minuti dimenticherà anche questo proposito.
«L’amava?» chiede.
«No, mi piaceva.»
«Non abbastanza da sposarla.»
«No, non abbastanza da sposarla.»
«Così l’ha uccisa, perché non l’amava abbastanza da sposarla.»
Egisto Diotallevi scoppia a piangere, forse per il rimorso, forse perché non sopporta più quella conversazione che l’ha messo alle corde. Strilla come un bambino che fa i capricci, lì dentro non c’è nessuna madre in grado di calmarlo.
Antonia Monanni lo guarda con un’espressione di sufficienza. Ha smesso da tempo di provare pietà per gli imbecilli. Compila il rapporto dell’interrogatorio, lo fa scivolare  sulla scrivania fin davanti all’uomo che intanto si sta soffiando il naso.
«Firmi qui. C’è scritto che ha ucciso la signora Maria Urechean colpendola con una coltellata al petto. Per tutto il resto ci rivedremo al prossimo interrogatorio nel quale sarà assistito dall’avvocato che nominerà come suo difensore.»
Egisto Diotallevi prende la penna e firma senza neppure leggere. Subito dopo ricomincia a piangere, le piccole spalle curve scosse dai singhiozzi.
«Portatelo dentro», ordina Antonia Monanni ai due carabinieri. «Ecco la convalida dell’ordine di arresto.»
«Ma è Natale, quest’uomo non potrebbe far male a una mosca. Riportiamolo a casa, lo terremo d’occhio, le promettiamo che non scapperà.»
«Non rompetemi il cazzo anche voi. Qualche giorno di carcere preventivo non ha mai ammazzato nessuno», sbotta la Monanni, esce dalla stanza, si precipita all’aperto e subito si accende una sigaretta. Sente lo schiaffo del freddo. Ha dimenticato di mettersi il giaccone. Fa per rientrare.
«Spenga la sigaretta, è vietato fumare in caserma», le dice l’appuntato di guardia.
Potesse, Antonia Monanni farebbe arrestare anche lui.

© Luigi Bernardi

***
Nota: altri racconti che hanno per protagonista Antonia Monanni sono editi in Niente da capire (Perdisa pop, 2011).

Mai più senza #4 – Speciale

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.
I classici verranno rigorosamente evitati. Le citazioni saranno rigorosamente ridotte al minimo. Ciascun libro talmente assoluto da imporre di essere semplicemente lasciato a dire se stesso verrà abbandonato in partenza.
Ma «esistono iniziative per le quali il metodo corretto è un adeguato disordine».

libro

per M.G., perché non si privi di niente
considerando quanto ancora c’è da amare.

Capisci, adesso, Bulkington? Non ti sembra di cogliere dei barlumi di quella verità mortalmente intollerabile: che ogni pensiero serio e profondo non è che l’intrepido sforzo dell’anima per mantenersi nell’aperta indipendenza del proprio mare, mentre i più sfrenati venti del cielo e della terra cospirano per gettarla sull’infida e servile riva?
Ma poiché solamente nella mancanza di approdi risiede la verità suprema, senza rive e indefinita come Dio, così è meglio perire in quell’urlante infinito che venir ingloriosamente scaraventato sottovento, anche se quella fosse la salvezza! Perché, come un verme, allora, oh!, chi mai vorrebbe strisciare vigliaccamente a terra? Orrore degli orrori! Tutto questo supplizio è dunque invano? Animo, animo, Bulkington! Punta al largo risoluto, semidio! Su dagli spruzzi della tua oceanica rovina, su, dritta, balza la tua apoteosi!

*

“Parla, immensa e veneranda testa,” bisbigliò Achab, “tu che, sebbene sguarnita di barba, pure qua e là ti mostri canuta di muschi, parla, poderosa testa, e dicci il segreto che è in te. Di tutti i tuffatori, tu ti sei tuffata più a fondo. Questa testa su cui adesso brilla alto il sole, s’è mossa tra le fondamenta del mondo. Dove immemori nomi e flotte arrugginiscono, e taciute speranze e àncore marciscono; dove nella sua stiva letale questa fregata, la terra, è zavorrata d’ossa di milioni d’annegati; là, in quell’orrendo regno d’acqua, era la tua più intima dimora. Tu sei stata dove né capanna né palombaro son mai giunti; hai dormito a fianco di tanti marinai, dove madri insonni avrebbero dato la vita per coricarsi. Tu vedesti gli amanti avvinghiati saltare dalla nave in fiamme, e cuore a cuore affondare sotto l’onda esultante: autentici l’un altro quando il cielo con loro apparve falso. Tu vedesti nella mezzanotte i pirati gettare dal ponte il secondo assassinato, che per ore discese nella mezzanotte ancor più fonda dell’insaziabile strozza, mentre i suoi assassini veleggiavano incolumi… e rapide saette squassavano la nave rimasta nei paraggi, quella che avrebbe portato un onesto marito fra protese e anelanti braccia. Oh testa! Tu hai visto abbastanza da schiantare i pianeti e far d’Abramo un miscredente, e non sei capace di una sola sillaba!”

*

C’è una saggezza che è sofferenza, ma c’è una sofferenza che è follia. E in certe anime c’è un’aquila dei Catskill che può sia tuffarsi nelle forre più nere sia innalzarsi da esse e farsi invisibile negli spazi assolati. E persino se restasse a volare per sempre dentro alla forra, quella forra è comunque tra le montagne; cosicché persino quando piomba più in basso l’aquila di montagna è sempre più in alto degli altri uccelli nella pianura, persino quando questi s’innalzano.

*

I. W. Taber – Moby Dick (1902)

“Oh! Tu limpido spirito di limpido fuoco, che su questi mari io un tempo adorai come un persiano, finché all’atto sacramentale tanto mi bruciasti da portarne tuttora sfregio, adesso ti conosco, limpido spirito, e adesso so che la sfida è il giusto modo d’adorarti. Né amandoti né riverendoti sarai benevolo, e anche odiandoti tu non puoi che uccidere; e tutti uccidi. Non è uno sciocco impavido colui che ora t’affronta.
Io riconosco il tuo indicibile, insituabile potere; ma fino all’ultimo rantolo della mia tellurica vita io contrasterò il suo incondizionato, incompleto dominio su di me. Nel mezzo dell’impersonale personificato, qui sta una personalità. Sebbene al più soltanto un punto, da qualsiasi luogo provenga, in qualsiasi luogo vada, nondimeno, nel mio viver terreno, la regale personalità vive in me e si rende conto dei suoi regi diritti. Ma la guerra è sofferenza, e l’odio dolore. Vieni nella tua più umile forma d’amore, e io m’inginocchierò e ti bacerò; ma, nella tua più altera, vieni come puro potere celeste, e per quanto tu possa varar inter flotte di mondi a pieno carico, c’è qui dentro quella che continua a restar indifferente. Oh, tu, limpido spirito, del tuo fuoco mi facesti, e, da vero figlio del fuoco, io alitandolo te lo rendo. […]
Io riconosco il tuo indicibile, insituabile potere; non ho forse detto così? Né m’è stato estorto; né ora mollo queste maglie. Tu mi puoi accecare; però io posso procedere a tentoni. Tu mi puoi consumare; però io posso essere cenere. Ricevi l’omaggio di questi poveri occhi, e delle mani che fan loro coperchio. Io non l’accetterei. Il fulmine mi saetta nel cranio; le pupille mi dolgono e dolgono; l’intero mio prostrato cervello è come se mi si staccasse dal collo e rotolasse per un intronante terreno. Oh, oh! Pur bendato, pur così ti parlerò. Sebbene tu sia luce, tu guizzi dalla tenebra; ma io son tenebra che guizza dalla luce, che guizza da te! Cessano i dardi; apritevi, occhi; vedete o no? Ecco arder le fiamme! Oh, tu magnanimo! Della mia genealogia ora mi glorio. Ma tu non sei che il mio infocato padre; la mia dolce madre, non la conosco. Oh, crudele! Di lei che ne hai fatto? Ecco il mio enigma; ma il tuo è maggiore. Tu non sai donde venisti, perciò ti dici non procreato; certo non sai il tuo principio, perciò ti dici non principiato. Io so di me ciò che di te tu non sai, o tu, onnipotente. Al di là di te, limpido spirito, c’è qualcosa che non soffonde, per cui tutta la tua eternità non è che tempo, tutta la tua creatività, meccanica. Attraverso di te, attraverso il tuo io fiammeggiante, i miei occhi abbruciati indistintamente lo scorgono. Oh, tu, fuoco trovatello, tu, immemorabile eremita, tu pure hai il tuo incomunicabile indovinello, la tua non compartecipe afflizione. E qui, di nuovo, in quest’altezzoso supplizio, vi leggo il genitore. Guizza! Guizza in alto, e lambisci il cielo! Io guizzo con te, io ardo con te, e volentieri con te mi fonderei: sfidandoti io t’adoro!”
“La lancia! La lancia!” gridò Starbuck. “Guardate la vostra lancia, vecchio!”
Il rampone d’Achab, quello forgiato al fuoco di Perth, rimaneva saldamente assicurato alla sua cospicua forcola, di modo che sporgeva oltre la prua della lancia baleniera; ma il colpo di mare che l’aveva sfondata ne aveva fatto cader il fodero di cuoio slegato, e dall’acuminato barbiglio d’acciaio scaturiva ora uniforme una fiamma di pallido fuoco forcuto. Mentre silenzioso il rampone ardeva come una lingua di serpente, Starbuck agguantò Achab per il braccio. “Dio, Dio è contro di voi, vecchio: finitela! Questa traversata è malevola! Mal cominciata, mal continuata. Lasciatemi bracciar in croce i pennoni, finché possiamo, vecchio, e guadagnato un vento favorevole dirigiamo a casa, per mettersi in una traversata migliore di questa.”
Afferrate le parole di Starbuck, l’equipaggio in preda al panico corse immediatamente ai bracci, sebbene a riva non fosse rimasta una sola vela. Sul momento tutti i terrorizzati pensieri dell’ufficiale parvero i loro ed essi gettarono un grido quasi d’ammutinamento. Ma scagliate sul ponte le maglie tintinnanti di un parafulmine e ghermito il rampone ardente, Achab lo brandì in mezzo a loro come una torcia, giurando di trafiggere con quello il primo marinaio che soltanto si provasse a slegare una cima. Pietrificati dal suo aspetto, e vieppiù rifuggendo il dardo infocato ch’egli impugnava, gli uomini costernati rincularono, e Achab parlò nuovamente.
“Tutti i vostri giuramenti di cacciare la Balena Bianca vi vincolano allo stesso modo del mio; e cuore, anima, corpo, polmoni, vita, tutto il vecchio Achab s’è vincolato. E perché sappiate su quale tono gli batte il cuore, guardate: così io spengo l’ultima paura!” E con un solo impetuoso soffio estinse la fiamma.
Come nell’uragano che spiazza la pianura gli uomini fuggono la vicinanza d’un gigantesco olmo solitario, la cui altezza e vigorìa lo rendono tanto più malsicuro in quanto miglior bersaglio per la folgore, così a quell’ultime parole d’Achab molti dei marinai scapparono via da lui atterriti per lo sgomento.

Herman Melville, Moby Dick – traduzione di Alessandro Ceni, ed. Feltrinelli, 2007.

Frontespizio della prima edizione di "Moby Dick", Harper&Collins, 1859

Frontespizio della prima edizione di “Moby Dick”, New York, Harper&Brothers, 1851

(Ri)leggendo Rocco Scotellaro – 1

Rocco Scotellaro in un ritratto di Carlo Levi

Rocco Scotellaro in un ritratto di Carlo Levi

Il 2013 ha visto due importanti ricorrenze relative alla vita di Rocco Scotellaro: il 19 aprile il 90° anniversario della nascita e il 15 dicembre il 60° della morte. Al «poeta della libertà contadina» Poetarum Silva dedica alcune (ri)letture.

Rileggendo Rocco Scotellaro – 1

Con una nota di Fabio Michieli 

Sempre nuova è l’alba *

Non gridatemi più dentro,
non soffiatemi in cuore
i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
Che all’ilare tempo della sera
s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna –
l’oasi verde della triste speranza –
lindo conserva un guanciale di pietra….

Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l’alba è nuova, è nuova.

.

Il cielo a bocca aperta

A quest’ora è chiuso il vento
nel versante lungo del Basento.
E le montagne vaniscono.
E il cielo è fisso a bocca aperta.
Si vede una fanciulla nella gabbia
sopra la Murge di Pietrapertosa
Chi sente il macigno che si sgretola
d’un tratto sulle spalle?
un rumore di serpente
il treno nella valle?
Ognuno è fedele alla sua posta.
Hanno scovato le due cagne
la lepre sul pianoro. Fugge
come lo spirito riconosciuto.

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Padre mio

Padre mio che sei nel fuoco,
che brulica al focolare, come eri
una sera di Dicembre a predire
le avventure dei figli
dai capricci che facevamo:
Tu pure non farai bene dicevi
vedendomi in bocca una mossa
che forse era stata anche tua
che l’avevi da quand’eri ragazzo.

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La pace dei poveri

Il vento muove le calze ai balconi
in questo silenzio cattivo
campa la gatta e la donna con l’ago
e luccicano le tele dei ragni.
Senti che i campanelli
cercano i fuochi a S. Giuseppe
la festa del rione, di domani.
Il nostro marmocchio ignudo
con la pancia gonfia
che vomita vermi
chissà se cercando la legna
domani del Santo
avrà la buona sorte
e le mani pulite di sangue.

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Noi non ci bagneremo

Noi non ci bagneremo sulle spiagge
a mietere andremo noi
e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
Abbiamo il collo duro, la faccia
di terra abbiamo e le braccia
di legna secca colore di mattoni.
Abbiamo i tozzi da mangiare
insaccati nelle maniche
delle giubbe ad armacollo.
Dormiamo sulle aie
attaccati alle cavezze dei muli.
Non sente la nostra carne
il moscerino che solletica
e succhia il nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
non sogna di salire sulle donne
che dormono fresche nelle vesti corte.

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Di terra e di legna secca. Omaggio a Rocco Scotellaro
di Fabio Michieli

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Poeta postumo, Rocco Scotellaro. Postumo per un destino che l’ha strappato alla vita appena trentenne; vita intensa, però, quanto la sua poesia. Morto per un infarto il 15 dicembre 1953, pochi mesi dopo, nel 1954, arriveranno quei riconoscimenti (i premi Viareggio e San Pellegrino) che forse nem­meno in vita si sarebbe aspettato. Postuma arriva sempre nel 1954 la prefazione a È fatto giorno di Carlo Levi, conosciuto nel 1946 e subito considerato il proprio mentore da un giovane Rocco Sco­tellaro che, ritornato nella propria terra dopo la morte del padre (1942), si immerge nel sociale con la stessa passione di cui sono fatti i suoi versi.
È quasi, a guardarlo sotto la luce di certo biografismo che sfocia nell’agiografia (‘colpevole’ Carlo Levi), un personaggio in­ventato Rocco Scotellaro; e non a caso Luchino Visconti plasmerà su di lui il suo ‘Rocco’, perché in lui convergono molti aspetti neorealistici. Ma fortunatamente a tenere il lettore saldamente coi piedi a terra arrivano ogni volta le sue poesie: le introvabili poesie che parlano costantemente della sua terra, dei suoi abitanti, visti da dentro, senza retorica, con doloroso realismo. Quel sud poeticamente ritratto negli stessi anni da Alfonso Gatto, viene scovato e scavato da Scotellaro che pare riscoprirlo dopo il periodo trascorso lontano da casa, tra la fine degli anni Trenta e i primis­simi anni Quaranta del secolo scorso. La partecipazione politica attiva innesca nella poetica di Sco­tellaro una nuova carica che deflagra al punto tale che Carlo Levi vedrà una sorta di nuova “Marsi­gliese” («Marsigliese del movimento contadino») nei versi di Sempre nuova è l’alba. Il sentimento di appartenenza si sposa con la volontà di riscatto raggiunto attraverso la rivendicazione del pro­prio ruolo nella vita sociale avanzata dai “vinti” (per usare una categoria manzoniana, del tutto estranea a Scotellaro).
Si potrà, a ragione, dire che i versi di Scotellaro sono carichi di un’enfasi a volte roboante; una con­tinua perorazione. Sono i versi di un uomo morto trentenne che non ha mai avuto modo di met­tere mano al molto – relativamente al vissuto – scritto, per riorganizzarlo e quindi pubblicarlo. Ma questi stessi versi, insieme agli altri, parlano anche di una fragilità dell’uomo che non si è voluta trattare, vedere, considerare criticamente dopo la sua morte. È un dato, questo, che non deve mai essere taciuto per non perdere di vista il punto di origine della sua poetica, e gli sviluppi interni. Al primo entusiasmo, quasi rivoluzionario, subentra inevitabil­mente la delusione successiva all’elezioni del 1948 (e qui ritornano sempre alla mente i versi sere­niani che ritraggono un più che adirato Saba). Se tutto si origina dalla conoscenza diretta del mondo rurale lucano, è proprio attraverso la poesia che viene ricercato il punto di riscatto sia sociale sia culturale: l’elemento popolare, nel quale Maurizio Cucchi rintraccia pure eco del Pascoli, si innerva perciò inevitabilmente nel comune denominatore neorealista di quegli anni. Lo spaccato storico è questo, e non altro. Estrarre perciò Scotellaro dal suo momento storico e dal suo ambiente naturale è impossibile: la lingua e le immagini di cui sono fatte le sue poesie ritraggono la semplicità della sua terra e della sua gente, quel mondo – dicevo prima – dei “vinti” elevati a protagonisti nel momento in cui la storia sta per cancellarli definitivamente. Ma tutto ciò verrà risparmiato a Scotellaro: lui non vedrà gli esiti disastrosi del miraggio economico degli anni sessanta sul sostrato rurale del suo sud. Soprattutto Scotellaro non vedrà mai l’opera di smantellamento dell’epos rurale messa in atto dalla nota lungimiranza di Mario Alicata (lo stesso che non riconobbe la poesia di Goliarda Sapienza), malgrado le lucide e illuminanti parole di tutt’altro segno pronunciate da Montale sulla poesia del poeta-contadino (formula capestro introdotta da Levi).
Rileggere ora Scotellaro non è compiere una di quelle operazioni tipiche del buonismo imperante anche in poesia oggi: è semmai riprendere contatto con una limpida voce che dal passato non poi così lontano continua a parlarci. Certo, bisognerebbe poterlo leggere in una nuova edizione completa e accuratamente condotta, perché non ci si può affidare alle rare antologie che si premurano ogni tanto di conservarcene la memoria, o sperare nella ristampa di un’edizione data oramai per esaurita.

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* Qui una traduzione in tedesco del testo