Giorno: 30 novembre 2013

Anna Toscano su Abraham B. Yehoshua, FUOCO AMICO (recensione)

fuoco amico 1

Abraham B. Yehoshua, FUOCO AMICO, Einaudi, Torino, 2008, pag. 404 – euro 19,00 ebook 6.99

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Quando venne tradotto il primo romanzo di Yehoshua in Italia, lo scrittore già lo aveva pubblicato nel ’77 a Gerusalemme. In Italia erano gli anni ’90 – 95 e L’amante uscì in sordina. Ricordo che lo comprai, in un centro rifornimento biblioteche che all’epoca era per noi studenti un luogo speciale e mistico, per la copertina. Infatti la copertina della collana economica Einaudi allora era tutta bianca con un disegno piccolo e quadrato di un letto sfatto al centro. Una delle copertine più azzeccate che, con il senno di poi, ci fossero in giro. In poco tempo sorte di Yehoshua cambiò in Italia: sicuramente a causa di quel mormorio di passaparola in collegio docenti tra insegnanti, tra compagni di yoga, o vicini di banco di corso. Un tam tam basso e silenzioso che portò un gran fervore intorno a questo personaggio. Da lì a poco comparve in uno dei primi festival di letteratura, a Ferrara. Un festival di letteratura più di dieci anni fa era cosa insolita, tanto da spostare nugoli di persone anche da altre regioni. Oggi il discorso è un po’ inflazionato. E da quelle sue prime comparse, non solo Ferrara ma poco prima a Parma, iniziò a essere familiare il suo viso, il suo accento, e soprattutto quel suo non essere solo un romanziere, ma una persona radicata nella problematica del suo paese e del mondo. Ciò ha sempre reso i suoi personaggi così veri e plausibili, in quell’incrocio fortuito e fortunato che nasce tra l’immaginazione di uno scrittore e la vita visibile. In questi anni sono stati pubblicati molti romanzi di Yehoshua, racconti, libretti di teatro, illustrati per bambini, saggi e articoli sui maggiori quotidiani. Le ristampe credo non si contino più, tanto che quella magnifica prima edizione de L’amante non si trova nemmeno più in internet. In tutti queste pubblicazioni il dibattito tra i suoi lettori, anche quelli di ultima data, si è andato infittendosi. Ma si doveva attendere Fuoco amico, il romanzo che precede La scena perduta, perché un po’ tutti si ritrovassero nello stesso commento “lo Yehoshua d’un tempo”. Ma senza nulla togliere allo Yehoshua che è stato nel frattempo, perché è davvero uno scrittore, perdonate il modo di dire abusato, fedele a se stesso. E non è cosa da poco esserlo per autori in cui, citando il titolo del suo conterraneo Oz, la vita fa rima con la morte.

Ed ecco ritornare la potente polifonia di Yehoshua nella voce di due coniugi che si separano per un breve periodo ma per un lungo tragitto. Un nuovo luogo compare a fare da controcanto alla sempre presente Tel Aviv, la Tanzania: nuovi colori e profumi all’improvviso invadono la sua scrittura.

La vicenda non solo si dipana su paralleli diversi ma anche, come la contemporaneità insegna, su generazioni diverse: sono i due coniugi, che si dividono per una settimana, che danno voce ai loro nipoti, ai loro figli, fino ai loro genitori. In loro tutta l’attualità di essere non solo nonni e genitori, ma ancora figli, con tutto ciò che questo comporta. La guerra obbligatoriamente non è esente dalla narrazione, e si manifesta con il “fuoco amico” che ha ucciso un loro nipote.

In questo romanzo c’è tutto: il conflitto tra generazioni, la vita dell’anziano padre vedovo e malato che vive accudito dai badanti (memorabile la scena del suo tardivo incontro con una fiamma da tempo non incontrata), figli sbadati che non si presentano al richiamo della leva e così finiscono agli arresti, nuore svagate, nipotini con problemi comportamentali, una sorella deceduta per dolore. Ma c’è anche la storia di chi di Israele non ne vuole più sapere, dopo la morte del figlio, e che rifiuta tutto ciò che da lì proviene confinandosi per sempre nel cuore della Tanzania. I due coniugi si separano per una settimana, lui rimarrà a Tel Aviv nel suo affascinante lavoro di produttore di ascensori mentre lei va nel cuore dell’Africa a dare sfogo al suo dolore e pace ai suoi fantasmi, interrompono per poco il loro rapporto quasi simbiotico, per dare voce a un mondo sempre più complesso.

L’elemento che genialmente fa da collante alla narrazione è il ruach, che in ebraico vuol dire sia vento sia spirito: il vento che spira sempre dal deserto israeliano, il vento che invade le cabine degli ascensori in riparazione, ma anche lo spirito di un popolo, di più popoli, di un mondo. E lo spirito dei morti che non dà pace al vento dei giorni.

© Anna Toscano