Sicut beneficum Lethe? – 6– Christa Reinig

Sicut beneficum Lethe? – 6– Christa Reinig

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéalLes fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

Christa_Reinig_Gedichte

La sesta tappa di questa rubrica incontra una scrittrice che costituì un punto di riferimento importante tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del XX secolo, tanto da essere definita, in una trasmissione radiofonica che la ricordava nella settimana successiva alla sua morte, avvenuta nel 2008, “icona della letteratura femminista“. Poi, anche per le sue opere, è sopraggiunto un tenace e inspiegabile oblio (il titolo completo della trasmissione menzionata suona infatti, in italiano, “icona dimenticata della letteratura femminista”), fino al momento in cui Birgit Vanderbeke ha deciso di porre l’ultima quartina della poesia der enkel trinkt all’inizio del suo romanzo Si può fare, tradotto in italiano da Paola del Zoppo e pubblicato da Del Vecchio. Al fine di leggerlo e tradurlo, sono andata a cercare l’originale di questo componimento (pubblicato cinquanta anni fa, nel 1963, da Fischer), che scatta e si distende e di nuovo si slancia, alternando il fascino della distruzione alla prospettiva di un nuovo inizio. Ne propongo qui originale e traduzione.

der enkel trinkt

wir küssen den stahl der die brücken spannt
wir haben ins herz der atome geschaut
wir pulvern die wuchtigen städte zu sand
und trommeln auf menschenhaut

wir überdämmern die peripetie
der menschheit im u-bahnschacht
versunken im rhytmus der geometrie
befällt uns erotische nacht

wir schleudern ins all unsern amoklauf
das hirn zerstäubt der schädel blinkt
ein grauer enkel hebt ihn auf
geht an den bach und trinkt

.

il nipote beve

noi baciamo l’acciaio che tende i ponti
noi abbiamo scrutato il cuore degli atomi
noi polverizziamo le città poderose in sabbia
e tamburelliamo su pelle umana

noi stendiamo il crepuscolo sulla peripezia
dell’umanità nel pozzo della metropolitana
sprofondati nel ritmo della geometria
notte erotica ci assale

noi scagliamo nel cosmo tutta la nostra furia omicida
il cervello va in polvere il teschio scintilla
un nipote grigio lo solleva
va al ruscello e beve

Christa Reinig

(traduzione di Anna Maria Curci)

___________________________________

Christa Reinig, nata a Berlino nel 1926, dopo l’apprendistato – come fioraia –  e il lavoro in fabbrica, poté conseguire solo nel 1953 la maturità liceale e iscriversi all’Università. Si iscrisse dapprima alla Arbeiter-und-Bauern-Fakultät (“Facoltà degli operai e degli agricoltori”), studiò in seguito storia dell’arte e archeologia. Divenne archivista e, nel  1957, collaboratrice al Märkisches Museum di Berlino. Christa Reinig cominciò a pubblicare le sue prime poesie (nel 1946 aveva pubblicato il racconto Ein Fischerdorf – “Un villaggio di pescatori”) alla fine degli anni Quaranta, incoraggiata, tra l’altro, da Bertolt Brecht, che l’aveva conosciuta come redattrice della rivista satirica del dopoguerra “Der Ulenspiegel”, che dal 1954 si sarebbe chiamata “DDR-Eulenspiegel” . Da quando, a partire dal 1951, i suoi scritti – poesia e prosa breve, dai tratti laconici e dal piglio impertinente dell’umorismo berlinese, ben distanti dalla politica letteraria perseguita dal partito al potere, la SED – non furono più stampati nella DDR, Reinig pubblicò soltanto con case editrici della Germania occidentale. Per le poesie ottenne nel 1964 il Premio letterario della città di Brema. Dall’Ovest, dalla Germania federale, dove si era recata per ritirare il premio, non fece più ritorno. Fu a Roma nel periodo 1965/66,, come vincitrice di una borsa di studio all’Accademia Tedesca di Villa Massimo. Christa Reinig è morta a Monaco di Baviera nel 2008.

© Anna Maria Curci

3 comments

  1. noi baciamo l’acciaio che tende i ponti
    noi abbiamo scrutato il cuore degli atomi
    noi polverizziamo le città poderose in sabbia
    e tamburelliamo su pelle umana

    è una splendida poesia, voglio leggerne altre

    Mi piace

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