Giorno: 24 novembre 2013

La Domenica (la peste, la pelle e Napoli) e Curzio Malaparte

william kentridge video - foto gm 2013

Erano i giorni della «peste» di Napoli. Ogni pomeriggio alle cinque, dopo mezz’ora di punching-ball e una doccia calda nella palestra della PBS, Peninsular Base Section, il Colonnello Jack Hamilton ed io scendevamo a piedi verso San Ferdinando, aprendoci il varco a gomitate nella folla che, dall’alba all’ora del coprifuoco, si accalcava tumultuando in Via Toledo.
Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo. L’onore di esser liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d’Europa, al popolo napoletano: e per festeggiare un così meritato premio, i miei poveri napoletani, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l’agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, batter le mani, saltare di gioia fra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettar dalle finestre fiori sui vincitori.
Ma, nonostante l’universale e sincero entusiasmo, non v’era un solo napoletano in tutta Napoli che si sentisse un vinto. Non saprei dire come questo strano sentimento fosse nato nell’animo del popolo. Era fuori di dubbio che l’Italia, e perciò anche Napoli, aveva perduto la guerra. È certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra tutti son buoni,  non tutti son capaci di perderla. Ma non basta perdere la guerra per avere il diritto di sentirsi un popolo vinto. Era questa, senza dubbio, una grave mancanza di tatto. Ma potevano gli Alleati pretendere di liberare i popoli e di obbligarli al tempo stesso a sentirsi vinti? O liberi o vinti. Sarebbe ingiusto far colpa al popolo napoletano se non si sentiva né libero né vinto.

© Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi

Luigi Romolo Carrino – Il pallonaro

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Luigi Romolo Carrino – Il pallonaro – ed. goWare collana Pesci Rossi – ebook 4,99

Dopo il bellissimo Esercizi sulla madre (Perdisa pop, 2012), torna Luigi Romolo Carrino con una storia scomoda, dura, romantica. Una storia che racconta il sogno del calcio e che racconta tutto quello che c’è dietro quel sogno. Quello che sta nascosto dentro gli armadietti, quello che non si deve dire. Diego Di Martino giovane talento napoletano, è un predestinato, come si dice laggiù: lo tiene nel sangue. Diego è omosessuale e ha imparato giovanissimo che questa cosa nel mondo del pallone non va bene. Si sa ma non si deve sapere, perché come gli ricorda il suo procuratore, i tifosi perdonano tutto tranne il fatto di essere frocio. Questa cosa di essere ricchione Diego la vive di nascosto, grazie a una rete di marchettari protetta e procacciata da Marco Nanni, il procuratore, che manifesta affetto ma pensa ai soldi, Diego si fa vedere in giro con le escort, ci va a letto, a cena, si fa fotografare. Ma soffre, non è contento. La serie A è il sogno, Diego debutta in una squadra importante del nord e gioca come sa giocare. Da fuoriclasse. La prosa di Carrino è bellissima, tagliente e ironica, beffarda ma profonda, spesso poetica. «Porterò sfiga? Pare che ogni volta che segno io si perde. Il Napoli ci ha ammollato tre palloni tre in venti minuti. Sì, ok. Ero incredulo. Segnare a Napoli davanti a mio padre e nella mia città, contro la squadra che lui non è che la ama. Squaglierebbe il sangue come San Gennaro per il Napoli, si farebbe togliere tutti i denti e sanguinare ogni settimana come a Santa Patrizia per il Napoli. Sono sicuro che quando ho segnato papà, in tribuna, avrà vissuto la contraddizione più grande della sua vita.»
La serie A significa anche Marisa, la rete segreta di calciatori omosessuali o bisessuali che si proteggono a vicenda, si aiutano. Ma Marisa ha anche regole severissime, tra queste c’è quella che prevede che tra gli adepti non vi siano relazioni sessuali o sentimentali. Ma in Marisa c’è Stefano il portiere della stessa squadra in cui gioca Diego. Nasce tra i due una passione irrefrenabile, nasce l’amore. Arrivano i guai. I due non riescono a nascondersi, si baciano in macchina, forse qualcuno li vede. Viene organizzata una spedizione punitiva, coordinata da molti, da Marisa e da chi detiene il potere, i soldi. Capi della tifoseria organizzata trasformeranno quella che doveva essere un’azione per spaventare Diego e Stefano, in un massacro che rischia di compromettere le carriere e quasi le vite dei due. Ma invece accade qualcosa che scuote Diego, qualcosa che è  anche più forte dell’amore: viene fuori  la dignità. La dignità e la forza del sentimento possono cambiare le carte in tavola e le cambiano. Luigi Romolo Carrino ha scritto un bellissimo romanzo, ha scoperchiato le pentole, mentre racconta il calcio con la passione di chi ama quello sport, racconta una storia d’amore e di coraggio, rappresentata in palcoscenici rettangolari: i campi da calcio, i letti, un tavolo di una casa di Napoli dove davanti a un caffè bevuto poco dopo l’alba i cuori si apriranno. Alla gente, vuole dirci Carrino, e quindi anche a tutti quelli che stanno nel calcio, non dovrebbe importare nulla di chi vada a letto con chi. Di un attaccante dovrebbe importare se segna, e se non segna è una chiavica. Ma un attaccante si può pure innamorare di chi gli pare, senza doversi nascondere per questo. Poi ci sarà l’ultima partita e saranno sorrisi, sarà Champions League.