Giorno: 19 novembre 2013

l’irragionevole prova del nove (gc) – 5

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l’irragionevole prova del nove – 5

Complicatibus: – Senza soluzione, senza soluzione di continuità: senza soluzione di continuità non c’è soluzione.

Simpliciter: – Non c’è soluzione? Proprio non c’è soluzione?

Complicatibus: – Proprio non c’è soluzione di sorta, se non impropria: non c’è proprio senza improprio.

Simpliciter: – Non c’è soluzione di sorta?

Complicatibus: Non proprio, non proprio di sorta: l’impropria sorte?

Simpliciter: – I numeri della sorte?

Complicatibus: – Estratti dalla sorte. A caso. E tratti a sé. O fuor di sé. A tratti a tratti.

Simpliciter: – Un ritratto dei tratti? un quadro a tutto tondo?

Complicatibus: – No, no! Un quadro solo e soltanto quadrato, e non ancora quadrato, piú tosto a soqquadro, e protratto, un tratto protratto.

Simpliciter: – A che pro? per cosa?

Complicatibus: – Per cosa: per comporre, scomporre, ricomporre un periodo senza periodo, un tempo senza tempo, un costrutto senza costrutto, un luogo senza luogo.

Simpliciter: – Ma come? Lei sta forse per dire qual cosa dei numeri dell’ultimo numero?

Complicatibus: – Per dire cosa, o cosa dire per?

Simpliciter: – Ricomponiamo i numeri del prodotto, dunque.

Complicatibus: – Per il prodotto dei numeri, per la somma dei numeri del prodotto dei numeri, dunque.

Simpliciter: – Dunque?

Complicatibus: – Dunque il prodotto dei numeri: l’ultimo prodotto.

Simpliciter: – L’ultimo ritrovato?

Complicatibus: – L’ultimo ritrovato, ma perso nell’insieme.

Simpliciter: – Ritrovato perso?

Complicatibus: – Nell’insieme perso e insieme ritrovato.

Simpliciter: – Il recupero d’un oggetto smarrito?

Complicatibus: – D’un oggetto? Potrebbe darsi il caso che questo oggetto sia un soggetto,  ecco,  un soggetto smarrito;  ma,  forse,  questa  è  un’altra storia, una storia che potrebbe darsi il caso di scrivere, sa, il soggetto è soggettivo di tante storie. Chi sa, prima o poi, forse, ma non ora.

Simpliciter: – Di cosa allora?

Complicatibus: – Di cosa.

Simpliciter: – Ma ritrovata per cosa? Per cosa persa?

Complicatibus: – Persa per cosa. Per cosa ritrovata. Di cosa persa per caso. Di cosa per caso ritrovata.

Simpliciter: – Non è che per caso ha ritrovato l’ultimo numero?

Complicatibus: – Quest’ultimo numero è prodotto dalla somma delle somme dei numeri del prodotto dei primi due numeri.

Simpliciter: – Quali primi due numeri? Se ne sono incontrati tanti!

Complicatibus: – Quanti e quanti primi due numeri. E quali e quali primi due numeri. E quanti e quali: ma anche questa dei quanti e dei quali è un’altra storia, una storia da finire, prima o poi, ma non ora, non ora che  non c’è ora, non ora che non c’è dove, non ora che non c’è come, non c’è come finirla, ancora.

Simpliciter. – Ora è ora di finirla con le altre storie: finiamo prima questa. Finiamola.

Complicatibus: – Il prodotto dei numeri, dunque, dei primi due numeri, dunque, che non sono né l’uno né il due: ricorda? I primi numeri, quelli non detti, quelli taciuti: ricorda?

Simpliciter: – Ricordo i non detti? ricordo i taciuti? Come ricordare se non detti, come ricordare se taciuti?

Complicatibus:  –  Lei non ricorda i non detti?  Lei ricorda solo e soltanto  i detti inesatti? i primi due numeri detti inesatti?

Simpliciter: – Il quattro e il tre?

Complicatibus: – Il quattro e il tre, parti della somma delle due cifre dei numeri dei prodotti delle due cifre dei primi due numeri, di questi primi due numeri, detti non detti, detti taciuti.

Simpliciter: – I primi due numeri detti non detti, detti taciuti?

Complicatibus: – Per ricordare. Detti non detti, detti taciuti per ricordare: prodotti dal ricordo.

Simpliciter: – Per ricordare cosa?

Complicatibus: – Per cosa ricordare, per cosa è il ricordo, per non dimenticare il ricordo, per non dimenticare il non detto: i primi due numeri, da cui tutto deriva, e il nulla deriva.

Simpliciter: – Perché? Perché? Sono di nuovo alla deriva.

Complicatibus: – Di nuovo, e ancora: perché i primi due numeri, perché questi primi due numeri, sí, perché questi sí sono finito e infinito: sono congiunto finito nell’infinito, sono minuto finito congiunto nell’infinito.

Simpliciter: – Nell’infinito dove?

Complicatibus: – Perché i primi due numeri, perché questi primi due numeri, sí, perché questi sí sono parti partecipi del tutto e del nulla.

Simpliciter: – Quali parti? se ne sono incontrati tanti, e tante incontrate.

Complicatibus: – E tanti e tante, e quanti e quante: perché i primi due numeri, perché questi primi due numeri, sí, perché questi sí sono capaci di tutto e di nulla.

Simpliciter: – Quale capacità?

Complicatibus: – Se capaci di tutto incapaci di nulla? e se capaci di nulla incapaci di tutto?

Simpliciter: – Sí, sí.

Complicatibus: – No in vece, in vece no: perché questi primi due numeri, detti non detti, detti taciuti, per ricordare il ricordo, sono proprio capaci di tutto e di nulla, e parti partecipi, e parti e partecipi.

Simpliciter: – Proprio?

Complicatibus: – E sono proprio incapaci di tutto e di nulla senza parti né parti partecipi.

Simpliciter: – Proprio?

Complicatibus: – Non c’è proprietà senza improprietà, né improprietà senza proprietà.

Simpliciter: – Quali proprietà e quali improprietà? quante improprietà!

Complicatibus: – Lei esclama? Intende forse chiamarsi? chiamare un se stesso diverso da sé?

Simpliciter: – Un me stesso diverso da me?

Complicatibus: – Un io stesso diverso dall’io: un sono diverso dal sono? Un essere diverso dall’essere?

Simpliciter: – Sono diverso sono?

Complicatibus: – Sono proprio improprio sono. Essere proprio improprio essere. O avere proprio improprio avere.

Simpliciter: – Non ne abbia a male, ma Lei ha solo improprietà.

Complicatibus: – È proprio l’improprietà del bene che fa sí che ci sia propria la proprietà del male.

Simpliciter: – Il bene improprio?

Complicatibus: – È proprio la proprietà del male che non fa sí che ci sia proprio il bene. O che fa sí che non ci sia bene proprio, ma forse…

Simpliciter: – Forse?

Complicatibus: – Forse Lei, esclamando, si prefissa di chiamare non proprio sé stesso?

Simpliciter: – Mi prefisso?

Complicatibus: – Non proprio, prefissa se stesso, sí, ma diverso da sé, forse capovolto, ma intento a chiamare, Lei: il nome proprio, il Suo nome proprio.

Simpliciter: – Quale nome? quale nome proprio?

Complicatibus: – Non proprio il nome proprio, forse il comune, sebbene…

Simpliciter: – Sebbene? Prefissarsi il bene? Lei, Lei è fuori di sé?

Complicatibus: – Ma, se Lei fosse in sé, viceversa: l’ipotesi è capovolta. Il se è capovolto: ecco, proprio, proprio e improprio. Posto prima del proprio, questo se capovolto, ma che non accresce, e non afferma, bensí sottrae, bensí si sottrae, bensí si sottrae al bene.

Simpliciter: – Il bene che non cresce, e si nega,  si sottrae? E la somma? e il prodotto?

Complicatibus: – La somma al contrario essendo sottrazione, la sottrazione al contrario è somma.

Simpliciter: – La somma sottrazione, la sottrazione della somma? Sottrarre per sommare?

Complicatibus: –  Ecco, appunto,  proprio e improprio insieme:  si sottrae il  numero al numero, si sottrae il numero ai numeri, si sottrae il numero ai primi due numeri, a ché il prodotto di essi, il prodotto dei primi due numeri senza numero, ecco, dei primi due numeri detti senza numero, dei primi due numeri non detti, taciuti, o detti non detti, detti taciuti, detti sottratti, e cosí detti solo e soltanto per ricordare quel che è il ricordo e di sé e del sé diverso da sé, e dell’essere se stessi e dell’essere altro da sé, o sia cosí detti solo e soltanto per ricordare il ricordo o del non essere altro che sé o del non essere che altro da sé, o ancora cosí detti solo e soltanto per ricordare quel che è il ricordo del se e del se capovolto, per ricordare quel che è il ricordo del non detto: il sono minuto: a ché questo prodotto, dunque, finito nell’infinito dove, finito nell’infinito quando, finito nell’infinito come: a ché questo prodotto, dunque, finito nell’infinito periodo: a ché esso prodotto dei primi due numeri, presi uno per volta: a ché esso prodotto dei primi due numeri persi insieme: a ché esso sia probabile, e insieme improbabile.

Simpliciter: – Uno alla volta, insieme, probabile, improbabile?

Complicatibus: – Uno alla volta, probabile; insieme, improbabile.

Simpliciter: – Uno alla volta: partiamo dall’uno alla volta. Essendoci l’uno, non può che partirsi dall’uno.

Complicatibus: – L’uno, che si parte alla volta di cosa? L’uno, che è il primo numero dei numeri del piú, della somma dunque, che si parte, che parte se stesso dunque, che parte ha?

Simpliciter: – Che parte ha?

Complicatibus:  –  Forse  non ha parte,  forse è una parte,  forse è una parte senza parte né parti.

Simpliciter: – Che parte è, se non ha parte?

Complicatibus: – Ma, se si parte, che parti hanno, e sono, queste parti dell’uno?

Simpliciter: – Le parti dell’uno?

Complicatibus: – Ma, se si parte, che parti sono, e hanno, questi parti dell’uno?

Simpliciter: – I parti dell’uno?

Complicatibus: – È uno, tanto per dirne uno? o è uno, poco per dirlo uno?

Simpliciter: – Tanto poco? Tanto o poco?

Complicatibus: – L’uno, determinato nella sua indeterminatezza, che si parte, parte alla volta di cosa.

Simpliciter: – Lei è determinato solo nell’indeterminatezza.

Complicatibus: – L’uno, una volta partito alla volta di cosa, non è piú uno, ma piú di uno.

Simpliciter: – L’uno è piú di uno? Lei è partito!

Complicatibus: – L’uno è piú di uno, ma meno dell’uno.

Simpliciter: – Piú di uno non è piú dell’uno? Se piú di uno,  meno dell’uno non è possibile.

Complicatibus: – Piú o meno, piú e meno.

Simpliciter: – Se uno è piú di uno, può dirsi che sia due?

Complicatibus: – L’uno piú di uno non è due, non ancora; né due meno di due è uno, non ancora.

Simpliciter: – Non ancora?

Complicatibus: – Potrebbe darsi, potrebbe darsi alla volta del due; ma per far sí che l’uno piú di uno sia il due, può darsi, ecco, può darsi il dodici. Il dodici: ricorda?

Simpliciter: – Lo si è incontrato, mi pare, una sola volta.

Complicatibus: – Una volta sola. Forse, forse s’incontra solo una volta.

Simpliciter: – Solo una volta? E poi mai piú?

Complicatibus: – O una volta per sempre.

Simpliciter: – Per sempre?

Complicatibus: – Sempre per una volta.

Simpliciter: – Uno piú di uno, alla volta del due, per sempre, per una volta soltanto?

Complicatibus: – Per quella volta.

Simpliciter: – Quale quella? Quella volta del c’era una volta?

Complicatibus: – C’era una volta.

Simpliciter. – E poi per sempre?

Complicatibus: – Per questa volta.

Simpliciter: – Quale questa? Lei fa per dire!

Complicatibus: – Per dire.

Simpliciter: – Tanto per dire?

Complicatibus: – Per non dire tanto per dire.

Simpliciter: – Per non dire? Cosa vuol dimostrare? che altro?

Complicatibus: – Altro. Ecco, potrebbe darsi che l’uno piú di uno sia partito alla volta del due, o l’uno non piú uno alla volta dell’altro.

Simpliciter: – Un altro? un altro ancora?

Complicatibus: – Ancora? Ancora, e non ancora: partito alla volta dell’altro, di nuovo.

Simpliciter: – Un nuovo altro? Ancora, di nuovo, un nuovo altro?

Complicatibus: – Dunque, l’uno non piú di uno partito alla volta dell’altro, l’uno piú di uno partito alla volta del due.

Simpliciter: – Il due, Lei non parla mai del due, Lei parla sempre d’altro.

Complicatibus: – Potrebbe darsi che il due non sia altro che l’altro; parlando d’altro, non parlerei d’altro che del due.

Simpliciter: – Parliamone.

Complicatibus: – La volta del due. Dunque, il due: alle volte il due; o il due alla volta di; o due alla volta.

Simpliciter: – Quante volte per un due.

Complicatibus: – Un due? Forse che sia un numero composto? intende forse dire dodici dicendo un due? O forse che il due non sia altro che uno? Il due non è altro che uno?

Simpliciter: – Non dica altro. Il due non è altro che due. Non aggiunga altro.

Complicatibus: – Non dirò piú altro. Né altro piú?

Simpliciter: – Non dica cosí. Mi dica, prima del piú, del due, mi dica, ora, solamente del due, senz’altro, e poi del piú.

Complicatibus: – Prima del piú, e poi del piú, ora, in vece, solo e soltanto del due, senz’altro; e dunque: il due è il secondo numero.

Simpliciter: – Quale secondo numero?

Complicatibus:  –  Il secondo  numero dei numeri  del piú,  il due,  che, non essendo mai primo, non di meno è un numero primo.

Simpliciter: – Il secondo numero primo.

Complicatibus: – Improprio, secondo taluni; proprio, secondo talaltri.

Simpliciter: – Secondo taluni? Secondo talaltri?

Complicatibus: – Secondo talaltro, il numero uno è un numero primo, è il primo numero dei numeri primi; e il due è dunque, dei numeri primi, il secondo.

Simpliciter: – Secondo talaltro. E secondo taluno?

Complicatibus: – Secondo taluno, in vece, c’è chi dice che sia, il due, il secondo numero, il primo numero primo.

Simpliciter: – Il due, il secondo numero, è il primo numero primo secondo taluno? E l’uno?

Complicatibus: – Secondo taluno, c’è chi dice che, l’uno non essendo un numero primo, pur tutta via sia il primo numero, e dunque il primo numero dei numeri non primi. Ma i numeri non primi sono secondi? E a che secondi? Secondi a che?

Simpliciter: – Un secondo! E il tre allora, che è un numero primo, che fu detto non il primo né il secondo dei numeri primi, che ne sarà del tre secondo taluno?

Complicatibus: – Il tre, che è la somma dei primi due numeri del piú, l’uno e il due, uno non primo, secondo taluno, e il secondo in vece  primo, secondo taluno, il tre, dunque, non è che il secondo dei numeri primi, secondo taluno.

Simpliciter: – Ma allora, questa storia è tutta da riscrivere, secondo taluno.

Complicatibus: – Secondo talaltro, non tutta, ma in parte, in qualche parte del tutto.

Simpliciter: – Ma questa è una rivelazione.

Complicatibus: – Potrebbe darsi che sia sí una rivelazione, o forse no, forse è solo e soltanto una rilevazione, ma nell’uno e nell’altro caso qualcuno e qualcun altro la direbbe irrilevante.

Simpliciter: – Me la riveli comunque.

Complicatibus: – Me… la riveli?

Simpliciter: – Me la mostri.

Complicatibus: – Me… la mostri? In due parole?

Simpliciter: – In due parole?

Complicatibus: – La prima parola a capo, ricomposta, la seconda in fine disposta?

Simpliciter: – In fine? ma se non finiamo proprio piú!

Complicatibus: – Non finisce la somma proprio perché ancora da farsi, proprio perché ancora impropria: la somma di sopra potrebbe anche dirsi propria, ma la somma di sotto non può che dirsi ancora impropria.

Simpliciter: – Non può dirsi somma di sotto?

Complicatibus: – Né darsi. Se non impropria. Ancora.

Simpliciter: – Non può darsi somma di sotto?

Complicatibus: – Né farsi. Se non impropria. Di nuovo.

Simpliciter: – Non può farsi somma di sotto?

Complicatibus: – Forse che possa dirsi e darsi e farsi somma di sotto, se non impropria?

Simpliciter: – Ancora? Di nuovo?

Complicatibus: – Forse ancora, forse di nuovo: forse sotto le righe o sotto le righe di sotto, o tra un rigo e l’altro, può darsi.

Simpliciter: – Lei va oltre le righe.

Complicatibus: – Forse andare oltre, violare le leggi, è stare tra  le righe, per un certo verso.

Simpliciter: – Si regoli. Si dìa una regolata. Se si va oltre, come restarne dentro?

Complicatibus: – Forse essendo dentro l’oltre? Ma mente il regolo una regola che non c’è.

Simpliciter: – Lei è proprio sregolato. Segua quel certo verso.

Complicatibus: – Ad un verso certo ne segue un altro, di verso, o un secondo, forse incerto.

Simpliciter: – Un secondo verso diverso dal primo?

Complicatibus: – O uguale, se converso.

Simpliciter: – Lei non conversa.

Complicatibus: – O sia uguale sia contrario.

Simpliciter: – Uguale e contrario? Inverso?

Complicatibus: – Inverso, se speculare; controverso, se contrario.

Simpliciter: – Controverso?

Complicatibus: – Potrebbe anche darsi il caso che sia controverso per speculare del contrario, e dei contrarî.

Simpliciter: – Quante contrarietà, quanti versi.

Complicatibus:  –  Lei,  forse, ora  specula  sulla quantità delle qualità della controversia?

Simpliciter: – Vorrei si speculasse della somma, del prodotto, dei numeri, ma non senza mai arrivare all’ultimo, quello definitivo. Dìa un numero per ogni verso finché finiranno. Perché, prima o poi, dovranno pur finire, questi versi e questi numeri.

Complicatibus: – Prima o poi finiti, ma ora finiti e insieme infiniti: insieme, ora insieme, ora insieme sono minuti, finiti e infiniti, ora insieme sono sòno minuto, finito e infinito.

Simpliciter: – Essendo stato detto che il prodotto dei numeri, dei primi due numeri, presi insieme, era improbabile, son per questo detti finiti, e insieme infiniti, i numeri?

Complicatibus: – Probabile.

Simpliciter: – Come fa a esser probabile l’improbabile?

Complicatibus: – Viceversa, potrebbe essere improbabile che sia probabile. E cosí via.

Simpliciter: – Suvvia, non dica cosí: Lei, ora, sia meno probabilista e piú probatorio.

Complicatibus: – Nell’insieme dei numeri e dei versi, o dei numeri dei versi e dei versi dei numeri, è probabile, o improbabile, che il prodotto sia questo o quello, l’uno o l’altro, e che la somma delle due cifre della somma delle quattro cifre del prodotto dei primi due numeri dìa esito positivo o negativo. Lei è forse in attesa di quest’esito.

Simpliciter: – Sono sempre in attesa.

Complicatibus:  –  Ma già l’insieme dei numeri può  darsi che sia o non sia,  che sia principio o fine, che sia vita o morte, che sia amore o disamore, che sia sí o no; dunque resterebbe solo da dirsi l’insieme dei numeri del principio, o l’insieme dei numeri della fine, o del fine, e cosí via: l’insieme dei numeri della vita o della morte dei numeri l’insieme; l’insieme dei numeri dell’amore o del disamore dei numeri l’insieme; l’insieme dei numeri del sí o del no dei numeri l’insieme. E viceversa.

Simpliciter: – Quante probabilità. Quante probabilità vi sono? E viceversa?

Complicatibus: – Viceversa appena dette, e con pena: la morte, il disamore, il no. Ma ve ne sono ancora: certe particelle incerte.

Simpliciter: – Certe particelle incerte?

Complicatibus: – Sul da farsi incerte.

Simpliciter: – Lei non sa piú che fare. Insomma, si dìa piú  da fare.

Complicatibus: – In somma? ma se è ancora da farsi il prodotto.

Simpliciter: – Lei non produce mai nulla. Lei è un essere improduttivo. Produca qualcosa. Venga al dunque.

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l’irragionevole prova del nove – 1

l’irragionevole prova del nove – 2 

l’irragionevole prova del nove – 3 

l’irragionevole prova del nove – 4

Mai più senza # 3 – “Misery” (una riflessione)

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

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Misery

Potrei sbagliare, ma ho sempre avuto la sensazione che Misery di Stephen King abbia avuto una strana sorte, e cioè l’assoluta predominanza, a immediato richiamo, di uno solo dei suoi aspetti e dei suoi significati. Sia chiaro: nel circuito scrittore/lettore, ciascuno ha l’assoluta libertà, se non il dovere, di ricevere e riverberare la sfaccettatura che preferisce e che più immediatamente tocca le sue corde. Eppure Misery resta, in maniera granitica, un romanzo di sopravvivenza; Misery continua a narrare la storia di Paul Sheldon, scrittore di best-sellers, segregato e seviziato da una fan che non gradisce la morte della sua eroina, Misery, e lo costringe quindi a scrivere un seguito credibile alla sua vicenda.
La “Misery” del titolo è, così, un’antagonista occulta che scaraventa Sheldon in un calvario, l’uscita dal quale è appunto la trama del libro. Questa angolatura permette, nella più sottile delle analisi, di vedere il romanzo come un’acuta polemica contro un meccanismo fagocitante («Tutti vogliono Misery, Misery, Misery. Tutte le volte che si prendeva un paio di anni per scrivere uno dei suoi altri romanzi […] era stato subissato da lettere di protesta»), ma sempre in un’ottica di survival-story, di variante macabra della vicenda di Sheherazade.

C’è un punto di quest’ottica che non mi è mai stato chiaro, e questo per colpa di quel meccanismo di cui sopra: il riverbero della sfaccettatura, la disponibilità a vedere ciò che più ci interessa e a lasciare il resto in disparte, come non destinato a noi. Ciò che io ho sempre visto in Misery è tutt’altro che una storia di sopravvivenza, che è in sé conservazione: vedo in Misery, al contrario, il romanzo di una genesi, possibile grazie a un ciclo di distruzione e rinascita, e la genesi riguarda tanto Paul Sheldon quanto colei che, fin dal titolo, si configura come ben più di pretesto narrativo: Misery.

In questa pièce a due varrà la pena tratteggiare Paul. Paul Sheldon «scriveva romanzi di due tipi: quelli che contano e i bestseller». Odia la sua eroina, al punto da saltare di gioia e liberazione per la sua morte; questo non farebbe di lui un cattivo scrittore, o meglio uno scrittore disonesto, se King non specificasse che il disinteresse si applica ai suoi stessi libri, alle sue parole, alla materia viva dei suoi bestseller: «mentre scriveva quella frase si era messo a ridere così convulsamente da non riuscire più a trovare i tasti giusti sulla macchina da scrivere». Il Paul Sheldon dei libri che contano ha invece appena terminato Bolidi. «Non aveva riso nel portarlo a compimento. Se n’era rimasto seduto davanti alla macchina per scrivere e aveva pensato: amico mio, qui potresti esserti aggiudicato l’American Book Award dell’anno prossimo».
Ecco chi è Paul Sheldon all’inizio del libro: uno scrittore disonesto, nella peggiore delle ipotesi, e uno scrittore ambizioso nella migliore.
È quest’uomo, dopo un incidente automobilistico in una tempesta di neve, a incontrare l’ex-infermiera e sua accanita fan Annie Wilkes. Simbolo del lettore avido (geniale l’idea di omaggiare Misery dando il suo nome a una scrofa), Annie non può credere alla sua fortuna quando ha tra le mani l’uomo che può resuscitare la sua eroina perduta in cambio di ospitalità, assistenza e salute. I termini di questo contratto sono chiari: «Dio ci prende quando Lui stabilisce che l’ora è giunta e uno scrittore è Dio per i personaggi della sua storia, […] ti dirò che si dà il caso che Dio abbia un paio di gambe rotte e Dio si trovi in casa mia a mangiare il mio cibo.»
Difatti. “Simbolo del lettore avido”, si è detto, ma chi sia Annie Wilkes in realtà ci viene detto fin dal primo istante:  

L’idea di Annie Wilkes nel ruolo di idolo africano tratto da Le miniere di re Salomone era forse divertente, ma fin troppo attinente. […] La sensazione che fosse un idolo di un romanzo di fanatismi religiosi non lo meravigliava affatto. Come un idolo, dava una sola cosa: un disagio che si consolidava progressivamente in terrore. Come un idolo, tutto il resto se lo prendeva.

Dar fuoco al manoscritto di Bolidi è il primo atto di potere da parte della Dea. E qual è la reazione di Paul Sheldon, scrittore disonesto e ambizioso, messo di fronte alla scelta tra il dolore fisico e la sua creatura? Lungi da noi giudicarlo (siamo su un piano esclusivamente simbolico), ma Bolidi brucia.

Kathy Bates, Oscar per il ruolo di Annie Wilkes nel film "Misery non deve morire" di Rob Reiner

Kathy Bates, Oscar per il ruolo di Annie Wilkes nel film “Misery non deve morire” di Rob Reiner

La Dea vuole Misery di nuovo in vita. Il Paul Sheldon della “serie-Misery” – il Paul Sheldon di Bolidi – avrebbe potuto cominciare Il ritorno di Misery con l’eroina semplicemente in vita. Ma la Dea si oppone: Misery era morta; bisogna trovare una maniera onesta di resuscitarla. La scrittura ha regole cui Paul deve ubbidire. Deve farlo, sì, per restare in vita; eppure nel metaromanzo che da questo momento si svilupperà, in quella materia sempre più ostinata che affiorerà letteralmente sotto gli occhi del lettore, con una grafia sempre più incerta (si inizia con pagine dattiloscritte cui mancano lettere, si prosegue con fogli annotati a penna), Paul si accorge di doverlo fare perché la trama si delinea; perché i tasselli vanno al posto giusto; perché “c’è un tema qui, Paul, è la trama che attraversa tutto. La trama che è alla base di ogni cosa. Non la vedi?
È stata Annie, certo, il pubblico vorace (e munito di accetta), a chiedere, a dare il la; ma le conseguenze sono state più profonde. Annie, nello sguardo di Paul, non è più solo il pubblico. In sé lo è: è archetipo del pubblico che Paul si è meritato, una donna di cultura medio-bassa, infatuata di bestseller, che dà alla scrofa il nome della sua eroina. Occorre che il dolore trasfiguri l’immaginazione di Paul perché Annie compia il salto, e diventi non solo l’aspettativa, ma la musa terribile. Annie è la circonferenza da cui l’opera parte e a cui l’opera torna, l’impulso a scrivere e lo sguardo che accoglie la scrittura. Annie è tutto ciò che non è dolore – ne è sorgente e unica consolazione – del corpo scrivente, ma anche il fuori-dalla-scrittura, il suo punto di partenza e il suo approdo. Quando incontra questo, Paul diventa uno scrittore.

Non solo sopravvivenza, quindi, ma genesi di un libro e soprattutto genesi di uno scrittore.
Si è parlato di Sheherazade, e il paragone, infatti, è presente nel libro; ma non a caso è gestito in maniera particolare. In questo gioco di ruoli, anche le metafore saltano: Paul non è Sheherazade di un’Annie Re di Persia, le sue storie non sono solo la maniera di aspettare il disgelo perché la sua macchina si veda sotto il ciglio della strada. Paul arriva a un punto in cui è lui per primo a confondere la sua sopravvivenza con la sopravvivenza del suo manoscritto. Il pensiero di Sheherazade è “se smetto di raccontare, io muoio”; il pensiero di Paul Sheldon diventa “se muoio, io smetto di raccontare”. Non è in Annie che va cercato il Re. «Tu sei stato – e ancora sei – Sheherazade per te stesso.»

Che effetto farebbe se ti facesse bruciare ‘Il ritorno di Misery'”? bisbigliò la vocetta interiore facendolo sussultare. Mentre gli si ottenebrava la coscienza, concluse che gli avrebbe fatto male, sì, terribilmente, che in confronto a quel dolore, quello che aveva provato quando ‘Bolidi’ era stato ridotto in ceneri, sarebbe apparso come il dolore di quell’infezione ai reni messo a confronto con quello che aveva provato quando lei aveva calato l’ascia e gli aveva tagliato via il piede, esercitando sul suo corpo la sua autorità editoriale.