Giorno: 13 novembre 2013

in-side stories #22 – Otto piccole memorie

berlin 2011 - gm

Otto piccole memorie

#1 Carluccio

Carluccio credo che alla fine si buttò giù dal balcone. Era un tossico. Abitava poco distante dal palazzo dove vivevo io. Ero un bambino, poi un ragazzino, sapevo solo che si drogava e che quindi dovevo stargli distante. Mi ricordo che sorrideva sempre, a vuoto, nel vuoto. Aveva la barba poi non l’aveva più. Aveva i capelli lunghi poi non li aveva più. Una volta mi ha rivolto la parola. Avevo in mano le figurine Panini dei calciatori. Mi chiese di mostrargliele, lo feci. La prima era una con i due calciatori raffigurati in piccolo, quelli di serie B, la squadra poteva essere la Pistoiese, non ricordo. Ricordo che disse: «Chist’ tene ‘a barba tale e quale a me.» Si fece una grossa risata, mi restituì il mazzetto di figurine e se ne andò. Quella fu l’unica volta in cui mi rivolse la parola.

#2 Aldo Serena

Le partite di Italia ’90 le guardavamo nel giardino della vecchia casa dei miei. Gran mondiale, l’Italia giocava molto bene. Schillaci, Baggio eccetera. E sappiamo anche com’è andata. La sera d’Italia-Argentina avevamo tutti il fazzoletto tricolore, li aveva fatti la mamma di un mio amico. Perdemmo ai rigori, sbagliarono Donadoni e Serena, ma il nostro tormento fu riversato solo su quest’ultimo. Alcune ore e molte lacrime dopo, solo un amico non sapeva rassegnarsi. Se ne stava seduto sul marciapiede davanti casa, scuotendo la testa in silenzio. Ogni tre o quattro minuti la sollevava per ripetere sempre la stessa frase: «Serena, comm’è possibile a fa tera’ nu rigore a Serena?» Andò avanti tutta la notte.

#3 Aggia partì

Aveva i capelli ricci e camminava a passo rapido per il paese. Avanti e indietro. Lo incontravi un po’ ovunque nelle zone più centrali. Lo sguardo proiettato oltre. La mano destra appoggiata sulla spalla, come la si tiene quando si trasporta qualcosa. A qualsiasi domanda rispondeva: «Aggià partì.». Il sacco immaginario ben stretto e andava via.

#4  La maestra

La maestra era pure la moglie del dottore. Aveva una bacchetta di legno per suonarcele (molto raramente) sulle mani. Diceva solo «Apri!» Tu aprivi e te la beccavi. Una volta stavamo litigando in classe. Siccome ero il più alto, due mi tenevano e uno me le dava. Avevo in mano una penna e l’istinto primordiale di difesa. Piazzai la penna nella fronte di uno dei due alle mie spalle. Cominciò a venire giù parecchio sangue, intanto la maestra era tornata. Ci separò e ricostruì la questione a suo modo. Il ragazzo venne medicato. Lei si rivolse agli altri due e disse: «Cosa vi mettete contro di lui, non lo vedete che è una bestia.» Non ho mai saputo se lei volesse riferirsi soltanto alla mia stazza. Tornai a casa piangendo e quella sensazione di sentirmi dire Bestia non l’ho mai scordata.

#5 Mio zio

Avevo la febbre alta e restai a dormire da certi zii. Lui, lo zio, era un mito, un personaggio. Non ho mai sentito così tante balle in vita mia come da lui. Balle che smentiva e riconfermava a seconda dell’occorrenza. L’ho visto imbrogliare facendo il solitario. Era divertente. Nel cuore della notte mi svegliò per chiedermi se volessi un bicchiere di sciroppo all’amarena, la richiesta mi sembrò talmente assurda che risposi di sì. La febbre il giorno dopo scese.

#6 La sessantotto

Una volta, primi mesi a Milano, sulla sessantotto, ho raccontato a uno sconosciuto della mia stessa età, vagamente figlio di papà, esattamente quello che voleva sentirsi dire: «Sono venuto a vivere a Milano a finire gli studi alla Cattolica, intanto coordino l’apertura di uno dei negozi di famiglia qui in città, visto che l’attività al sud va bene, abbiamo deciso di ampliarla anche qui al nord. Per ora apriamo a Milano e a Torino (laggiù se ne occupa mia sorella), più avanti apriremo a Bologna e a Verona. Ci occupiamo di arredi di lusso.» Il coglione: «Che interessante, cioè non l’avrei mai detto e in che zona vivi?» «Guarda, mio padre avrebbe preferito che vivessi in centro, ma io ho preferito una zona centrale ma più tranquilla e abbiamo comprato un attico in via Boccaccio.» «Cavolo, bello, e dov’è il negozio?»  «Via Montenapoleone, apriamo tra quindici giorni, ti saluto devo scendere.»

#7 ‘A ‘Mmarenna

Andavo  in cantiere a pagare gli operai, l’ideale era arrivarci verso mezzogiorno, quando pranzavano. ‘A ‘mmarenna (con una emme all’inizio non rende). Se non avete mai visto una ‘Mmarenna, non avete visto niente. Non meritate le ostriche ma nemmeno le sogliole finché non avrete visto una mezza pagnotta di pane fatto in casa, svuotato dalla mollica e riempito di ogni cosa. Sasicce e friarell’. Puparuol’ e mulignan’. Purpett’ fritte. Frittata ‘e maccarun’. Se arrivavi all’ora giusta c’era sempre qualcuno che ti diceva: «Uè mangiati ‘na cosa ‘nziem’ a nuje.» Che meraviglia. Pezzi di pane così grossi che quasi non riuscivi ad addentare e quell’unto che ti colava dappertutto. Mangiare un pezzo di ‘Mmarenna costava fatica, ma era il giusto prezzo da pagare per un’opera d’arte.

#8 Giggino

I barbieri si chiamavano tutti Giggino (ma l’insegna recitava Luigi), Michele o Rafel’ (ma l’insegna recitava Raffaele). Soprattutto erano centinaia, non credo che esistestesse al mondo una concentrazione così alta di negozi da barbiere. Mentre aspettavi il tuo turno arrivava uno, in completo gessato e l’aria di chi non avesse mai lavorato in vita sua, che chiedeva: «Buongiorno Giggì, comme jamme? Famme ‘o piacere, famme ‘na bella pettinata.» Giggino con estrema cura gli phonava i capelli, senza averli lavati in precedenza e gli cospargeva il capo di lacca, un numero così alto di spruzzate di lacca che credo che l’origine del buco nell’ozono venga da quella bottega. Comunque quel tipo mi incuteva timore, quando c’era lui mettevo via i fumetti e prendevo un più rassicurante giornaletto porno. In quel periodo mia madre voleva che Giggino mi facesse i capelli a caschetto “come tutti gli altri bambini”. Io avevo le onde, le pieghe, i ricci. Il caschetto non riusciva, mia madre ci restava male, il barbiere si mortificava, io ero contento.

© Gianni Montieri

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Simple Minds – Someone, Somewhere (in summertime) – Album: New Gold Dream (81, 82, 83, 84), 1982.

Testo:

Stay, I’m burning slow
With me in the rain, walking in the soft rain
Calling out my name
See me burning slow
Brilliant days, wake up on brilliant days
Shadows of brilliant ways will change all the time
Memories, burning gold memories
Gold of day memories change me in these times

Somewhere there is some place, that one million eyes can’t see
And somewhere there is someone, who can see what I can see
Someone, Somewhere In Summertime
Someone, Somewhere In Summertime
Someone, Somewhere In Summertime

Moments burn, slow burning golden nights
Once more see city lights, holding candles to the flame
Brilliant days, wake up on brilliant days
Shadows of brilliant ways will change me all the time

Somewhere there is some place, that one million eyes can’t se
And somewhere there is someone, who can see what I can see
Someone, Somewhere In Summertime
Someone, Somewhere In Summertime
Someone, Somewhere In Summertime
Someone, Somewhere In Summertime
Someone, Somewhere In Summertime

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