Mese: novembre 2013

Anna Toscano su Abraham B. Yehoshua, FUOCO AMICO (recensione)

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Abraham B. Yehoshua, FUOCO AMICO, Einaudi, Torino, 2008, pag. 404 – euro 19,00 ebook 6.99

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Quando venne tradotto il primo romanzo di Yehoshua in Italia, lo scrittore già lo aveva pubblicato nel ’77 a Gerusalemme. In Italia erano gli anni ’90 – 95 e L’amante uscì in sordina. Ricordo che lo comprai, in un centro rifornimento biblioteche che all’epoca era per noi studenti un luogo speciale e mistico, per la copertina. Infatti la copertina della collana economica Einaudi allora era tutta bianca con un disegno piccolo e quadrato di un letto sfatto al centro. Una delle copertine più azzeccate che, con il senno di poi, ci fossero in giro. In poco tempo sorte di Yehoshua cambiò in Italia: sicuramente a causa di quel mormorio di passaparola in collegio docenti tra insegnanti, tra compagni di yoga, o vicini di banco di corso. Un tam tam basso e silenzioso che portò un gran fervore intorno a questo personaggio. Da lì a poco comparve in uno dei primi festival di letteratura, a Ferrara. Un festival di letteratura più di dieci anni fa era cosa insolita, tanto da spostare nugoli di persone anche da altre regioni. Oggi il discorso è un po’ inflazionato. E da quelle sue prime comparse, non solo Ferrara ma poco prima a Parma, iniziò a essere familiare il suo viso, il suo accento, e soprattutto quel suo non essere solo un romanziere, ma una persona radicata nella problematica del suo paese e del mondo. Ciò ha sempre reso i suoi personaggi così veri e plausibili, in quell’incrocio fortuito e fortunato che nasce tra l’immaginazione di uno scrittore e la vita visibile. In questi anni sono stati pubblicati molti romanzi di Yehoshua, racconti, libretti di teatro, illustrati per bambini, saggi e articoli sui maggiori quotidiani. Le ristampe credo non si contino più, tanto che quella magnifica prima edizione de L’amante non si trova nemmeno più in internet. In tutti queste pubblicazioni il dibattito tra i suoi lettori, anche quelli di ultima data, si è andato infittendosi. Ma si doveva attendere Fuoco amico, il romanzo che precede La scena perduta, perché un po’ tutti si ritrovassero nello stesso commento “lo Yehoshua d’un tempo”. Ma senza nulla togliere allo Yehoshua che è stato nel frattempo, perché è davvero uno scrittore, perdonate il modo di dire abusato, fedele a se stesso. E non è cosa da poco esserlo per autori in cui, citando il titolo del suo conterraneo Oz, la vita fa rima con la morte.

Ed ecco ritornare la potente polifonia di Yehoshua nella voce di due coniugi che si separano per un breve periodo ma per un lungo tragitto. Un nuovo luogo compare a fare da controcanto alla sempre presente Tel Aviv, la Tanzania: nuovi colori e profumi all’improvviso invadono la sua scrittura.

La vicenda non solo si dipana su paralleli diversi ma anche, come la contemporaneità insegna, su generazioni diverse: sono i due coniugi, che si dividono per una settimana, che danno voce ai loro nipoti, ai loro figli, fino ai loro genitori. In loro tutta l’attualità di essere non solo nonni e genitori, ma ancora figli, con tutto ciò che questo comporta. La guerra obbligatoriamente non è esente dalla narrazione, e si manifesta con il “fuoco amico” che ha ucciso un loro nipote.

In questo romanzo c’è tutto: il conflitto tra generazioni, la vita dell’anziano padre vedovo e malato che vive accudito dai badanti (memorabile la scena del suo tardivo incontro con una fiamma da tempo non incontrata), figli sbadati che non si presentano al richiamo della leva e così finiscono agli arresti, nuore svagate, nipotini con problemi comportamentali, una sorella deceduta per dolore. Ma c’è anche la storia di chi di Israele non ne vuole più sapere, dopo la morte del figlio, e che rifiuta tutto ciò che da lì proviene confinandosi per sempre nel cuore della Tanzania. I due coniugi si separano per una settimana, lui rimarrà a Tel Aviv nel suo affascinante lavoro di produttore di ascensori mentre lei va nel cuore dell’Africa a dare sfogo al suo dolore e pace ai suoi fantasmi, interrompono per poco il loro rapporto quasi simbiotico, per dare voce a un mondo sempre più complesso.

L’elemento che genialmente fa da collante alla narrazione è il ruach, che in ebraico vuol dire sia vento sia spirito: il vento che spira sempre dal deserto israeliano, il vento che invade le cabine degli ascensori in riparazione, ma anche lo spirito di un popolo, di più popoli, di un mondo. E lo spirito dei morti che non dà pace al vento dei giorni.

© Anna Toscano

Flashback 135 – Soldatini

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Ricordo nei primi anni ottanta le tre edizioni del quotidiano La Notte, con quel titolo rosso bombato su sfondo bianco, con le notizie che cambiavano in così poche ore. Ricordo, in una gita con la scuola, quelle rotative che giravano, lasciando odore di inchiostro e pensieri da grande. Tre edizioni al giorno, mattino, pomeriggio e sera. Ricordo che con mio padre andavo a prendere mia madre in fabbrica. Lui si fermava in edicola a comprare l’edizione della notte e poi passava dal bar a prendere un caffè e un sacchetto di patatine. Dentro, come sorpresa, in quegli anni trovavi i soldatini di metallo. Con le lance, con le asce o con il martello. Ritornando a casa, mettevo il nuovo arrivo sulla scrivania, accanto agli altri. Tutti allineati a guardare verso l’armadio. L’uomo nero era avvisato.

© Marco Annicchiarico

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Sicut beneficum Lethe? #6: Christa Reinig

Sicut beneficum Lethe? #6: Christa Reinig

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéalLes fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

 

Christa_Reinig_Gedichte

La sesta tappa di questa rubrica incontra una scrittrice che costituì un punto di riferimento importante tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del XX secolo, tanto da essere definita, in una trasmissione radiofonica che la ricordava nella settimana successiva alla sua morte, avvenuta nel 2008, “icona della letteratura femminista“. Poi, anche per le sue opere, è sopraggiunto un tenace e inspiegabile oblio (il titolo completo della trasmissione menzionata suona infatti, in italiano, “icona dimenticata della letteratura femminista”), fino al momento in cui Birgit Vanderbeke ha deciso di porre l’ultima quartina della poesia der enkel trinkt all’inizio del suo romanzo Si può fare, tradotto in italiano da Paola del Zoppo e pubblicato da Del Vecchio. Al fine di leggerlo e tradurlo, sono andata a cercare l’originale di questo componimento (pubblicato cinquanta anni fa, nel 1963, da Fischer), che scatta e si distende e di nuovo si slancia, alternando il fascino della distruzione alla prospettiva di un nuovo inizio. Ne propongo qui originale e traduzione.

der enkel trinkt

wir küssen den stahl der die brücken spannt
wir haben ins herz der atome geschaut
wir pulvern die wuchtigen städte zu sand
und trommeln auf menschenhaut

wir überdämmern die peripetie
der menschheit im u-bahnschacht
versunken im rhytmus der geometrie
befällt uns erotische nacht

wir schleudern ins all unsern amoklauf
das hirn zerstäubt der schädel blinkt
ein grauer enkel hebt ihn auf
geht an den bach und trinkt.

il nipote beve
noi baciamo l’acciaio che tende i ponti
noi abbiamo scrutato il cuore degli atomi
noi polverizziamo le città poderose in sabbia
e tamburelliamo su pelle umana
noi stendiamo il crepuscolo sulla peripezia
dell’umanità nel pozzo della metropolitana
sprofondati nel ritmo della geometria
notte erotica ci assale
noi scagliamo nel cosmo tutta la nostra furia omicida
il cervello va in polvere il teschio scintilla
un nipote grigio lo solleva
va al ruscello e beve
Christa Reinig
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Christa Reinig, nata a Berlino nel 1926, dopo l’apprendistato – come fioraia –  e il lavoro in fabbrica, poté conseguire solo nel 1953 la maturità liceale e iscriversi all’Università. Si iscrisse dapprima alla Arbeiter-und-Bauern-Fakultät (“Facoltà degli operai e degli agricoltori”), studiò in seguito storia dell’arte e archeologia. Divenne archivista e, nel  1957, collaboratrice al Märkisches Museum di Berlino. Christa Reinig cominciò a pubblicare le sue prime poesie (nel 1946 aveva pubblicato il racconto Ein Fischerdorf – “Un villaggio di pescatori”) alla fine degli anni Quaranta, incoraggiata, tra l’altro, da Bertolt Brecht, che l’aveva conosciuta come redattrice della rivista satirica del dopoguerra “Der Ulenspiegel”, che dal 1954 si sarebbe chiamata “DDR-Eulenspiegel” . Da quando, a partire dal 1951, i suoi scritti – poesia e prosa breve, dai tratti laconici e dal piglio impertinente dell’umorismo berlinese, ben distanti dalla politica letteraria perseguita dal partito al potere, la SED – non furono più stampati nella DDR, Reinig pubblicò soltanto con case editrici della Germania occidentale. Per le poesie ottenne nel 1964 il Premio letterario della città di Brema. Dall’Ovest, dalla Germania federale, dove si era recata per ritirare il premio, non fece più ritorno. Fu a Roma nel periodo 1965/66,, come vincitrice di una borsa di studio all’Accademia Tedesca di Villa Massimo. Christa Reinig è morta a Monaco di Baviera nel 2008.

© Anna Maria Curci

Librai per un giorno – Venezia

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Librai per un giorno
sabato 30 novembre 2013 gli autori vi aspettano nelle librerie di Venezia e di Mestre per chiacchierare, consigliare e sfogliare libri.
A Venezia gli scrittori vanno a fare i commessi in libreria per aiutare le librerie. Lo stesso giorno la medesima iniziativa si tiene anche negli Stati Uniti: un gesto concreto per contrastare la crisi. Una buona scusa per curiosare in libreria, comprare un libro consigliato da uno scrittore, scegliere un regalo per Natale. Entrate, guardate, toccate, sfogliate, chiedete. I libri non sono tutti uguali, e neanche le librerie. Quello che trovate sugli scaffali dipende dai gusti del paron de casa e dalle esigenze dei suoi lettori. L’importante è entrare. Apprezzerete tutto quello che possono offrire le librerie veneziane: libri, passione, servizio, festa, svago, amicizia.Questa iniziativa è promossa da Venezia città di lettori

con il patrocinio dell’assessorato al Commercio del Comune di Venezia

 
Cafoscarina Michela Scibilia [mattino], Alberto Fiorin [pomeriggio]
Don Chisciotte Fabio Amadi [mattino], Marco Crestani [pomeriggio]
Giunti Sant’Aponal Davide Busato [mattino], Michela Scibilia [pomeriggio]
Giunti Strada Nova Andrea Molesini [mattino], Davide Busato [pomeriggio]
Marco Polo Tiziano Scarpa [10–11], Fulvio Ervas [11–13], Anna Toscano [pomeriggio]
Mare di Carta Cristiano Dorigo [mattino], Paolo Ganz [pomeriggio]
Miracoli Marco Crestani [mattino], Paola Zoffoli [pomeriggio]
Punto Einaudi Tiziano Scarpa [11.30–13], Tiziana Plebani [pomeriggio]
Studium Alessandro Marzo Magno [mattino], Cristina Gregorin [pomeriggio]
Toletta Paola Zoffoli [mattino], Alberto Toso Fei [pomeriggio]
Ulisse & Co Alberto Fiorin [mattino], Elisabetta Tiveron [pomeriggio]
Wellington BooKs Robin Saikia [mattino], Carla Toffolo [pomeriggio]

Cartoline Persiane#8

parigi

Caro Rhédi,

l’ultima volta che ti ho scritto ero a Palermo, adesso mi trovo a Parigi. Devi sapere che per molto tempo in passato queste due città si sono contese il ruolo di centro culturale europeo (sono stati degli intellettuali siciliani a dirmelo). Bene, non so a che punto del confronto siano arrivati, ma ti dico subito che Palermo per me vince e convince, molto più che l’altra. Insomma, credo davvero che Parigi sia la classica mosca scambiata per elefante. C’è tutt’intorno un’aria di provincia irrimediabile, hanno voglia di alzare torri e fondare musei pieni di refurtiva. Ti faccio qualche esempio.

In tutti i caffé c’è qualche giovane scapigliato che scrive guardandosi intorno come se vedesse le idee che volano. Resiste insomma questa visione dell’arte ingenua, loro direbbero naïve, che fa un po’ ridere, come se tutti i ventenni in disordine dovessero diventare un novello Rimbaud. Ce n’è già stato uno, può bastare, direi! I giovani siciliani sono molto più concreti, anche perché il primo che viene beccato in quegli atteggiamenti assorti e trasognati viene prontamente deriso e strattonato, come dev’essere.

Un altro esempio di immaturità collettiva: non riescono ad accettare il loro clima. Appena c’è un lembo tenue di sole li trovi tutti sdraiati sugli argini del fiume, tremando per il freddo. Sono ridicoli, no? A Palermo, quando fa caldo fuori stagione, e capita spesso, mica si mettono il cappotto per protesta!

Altra cosa: il cibo. Mangiano di continuo formaggio. Fanno tanto gli evoluti, e poi hanno una dieta da pastori! La toilette è invece una specie di celletta o cabina stretta, dove si mortifica il corpo quasi vergognandosene. Il bagno di clausura è una prova evidente del cattolicesimo trionfante, molto più che Notre-Dame. Ma poi, a proposito di toilette, parliamoci chiaro: sono sporchini. Davanti al bancone dei bar ti scricchiolano le scarpe sopra briciole e gusci, negli ascensori si trattiene il fiato, dentro i tunnel della metro ci pisciano. Tu sai meglio di me che la sporcizia del corpo rimanda sempre a una sporcizia dell’anima: infatti i camerieri sono sgarbati.

Qui è pieno di immigrati siciliani diventati artisti, che cantano la nostalgia della terra d’origine. Questa è la prova che al sud si vive meglio, mica si diventa nostalgici per capriccio o convenzione! Cantare in francese, però, mi sembra solo un inasprimento della pena. Tra l’altro, nel cimitero di Père-Lachaise per quarant’anni è stato sepolto il compositore catanese Vincenzo Bellini, poi riportato in patria. Ma ti rendi conto? Non gli bastano le opere d’arte, questi provano a fregarsi pure i cadaveri! E ti ho spiegato nella cartolina precedente quanto laggiù siano attaccati alle loro salme.

Infine, ed è l’aspetto più sorprendente, a Parigi capita spesso di vedere maschi che si baciano fra loro, e nessuno che protesti o almeno si scandalizzi platealmente. Il percorso verso la normalità sembra ancora molto lungo. In Sicilia l’uomo è uomo, poche storie.

Ps.: Mi è capitato tra le mani uno strano libro intitolato Lettres persanes. Racconta di due persiani in viaggio per l’Europa, e uno di loro scrive di continuo al suo serraglio, per controllare le numerose mogli. Che cretinata, questa del serraglio. Già è difficile con una per volta.
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@Andrea Accardi

in-side stories #24 – Clotilde e Amedeo

Parigi - Museo Rodin - foto gm

in-side stories #24 – Clotilde e Amedeo

Amedeo

Arriva al bar tutte le mattine alle 8,15 in punto. Il bar è sull’angolo tra via Togliatti e corso Europa. Lui arriva a piedi da via Togliatti. L’uomo avrà più o meno cinquant’anni, ben portati, si chiama Amedeo. Veste sportivo. Quasi sempre jeans e pullover pesanti, quasi sempre giaccone nero. Entra e si siede sempre allo stesso tavolino, quello in fondo alla sala, il più vicino alla vetrina. Ha sempre con sé un paio di libri, un taccuino, alcune matite, una penna e un piccolo computer. Il computer non l’accende mai. Potrebbe essere uno scrittore, o un professore di qualcosa, uno studioso. Ordina sempre un caffè, un succo di frutta alla mela, una brioche vuota e una bottiglia d’acqua con gas. Prima che gli venga servita la colazione sfoglia la Gazzetta dello Sport, che il bar mette a disposizione dei clienti. È interista, infatti, quando legge la Gazzetta, scuote spesso la testa. Arriva la colazione, per prima cosa beve il succo di frutta, poi comincia a lavorare. Sfoglia uno dei libri, si ferma su una pagina, sottolinea, annota, poi trascrive sul taccuino. Intanto mangia la brioche e beve il caffè. Poi va avanti a lavorare. Certi giorni legge e basta, in altri scrive fitto fitto. Si ferma al bar poco meno di due ore, tutti i giorni da due anni, dal lunedì al venerdì. Parla solo col barman, nessuno si è mai seduto al suo tavolo, non ha mai ricevuto una telefonata. Se ha un cellulare lo tiene spento, o in modalità silenziosa, probabilmente in una delle tasche. Quando mancano un paio di minuti alle dieci, si alza, raccoglie le sue cose, paga saluta e se ne va, nella direzione dalla quale è venuto.

Clotilde

Lei arriva al bar dalla parte opposta rispetto a quella dell’uomo. Tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, entra alle 10,05. Saluta e aspetta che venga pulito il tavolino in fondo alla sala, quello accanto alla vetrina. La donna potrebbe avere quarant’anni come cinquanta, ha un viso in cui le rughe sembrano comparire soltanto in certe giornate. È sempre molto elegante. Giacche e gonne impeccabili, borse e scarpe sempre abbinate, bellissimi, lunghissimi, cappotti. Mai niente fuori posto se non lei stessa, che non sembra mai rilassata. Si siede, sorridente, ordina un cappuccino, dell’acqua naturale, due pasticcini: uno alla crema e uno al cioccolato. Apre la valigetta e tira fuori: un quotidiano, un taccuino, una penna nera e una rossa, un libro molto grosso, che sembra antico e un altro più piccolo che potrebbe essere un manuale. Potrebbe essere una professoressa, un’esperta di lingue antiche, una giornalista. Fa colazione in questo bar da due anni con regolarità, non ha mai saltato un giorno. Non ha mai modificato la sua colazione. Nessuno si è mai seduto al suo tavolo. Per prima cosa mangia il pasticcino al cioccolato, poi beve il cappuccino. Sfoglia con lentezza il libro antico, poi confronta alcune cose sul manuale e scrive. Scrive in maniera frenetica, sembra sempre che stia per scapparle qualcosa. Poco prima di andarsene legge il  quotidiano. Intorno alle undici e trenta, raccoglie le sue cose e si rimette il cappotto. Sorridendo arriva alla cassa, paga e se ne va. Si chiama Clotilde.

Il barman

Due anni, due anni passati a osservarli. Prima l’uno, poi l’altra. Due anni a indovinare l’esatto momento in cui lui svolterà l’angolo ed entrerà, l’istante in cui arriverà lei dalla parte opposta. Nessuno dei due ha mai cambiato orario, nessuno dei due non ha mai saltato un giorno. Lui esce e dopo qualche minuto arriva lei. Qualche volta sono certo che lei deve aver fatto in tempo a vederlo di schiena prima della svolta in via Togliatti, senza notarlo naturalmente. Due anni che li guardo e che mi immagino le loro vite, vite solitarie non ho dubbi. Due anni che gli preparo le colazioni e non domando loro nulla. Due anni che fantastico sul fatto che, per qualche strano motivo, li vedrei bene insieme. Ho pensato molte volte a escogitare un modo per farli incontrare, ritardare nel fare il conto ad Amedeo, macchiargli il pullover come in uno stupido spot pubblicitario, rubare il taccuino di lei e il giorno dopo scambiarlo con quello di lui. Ho addirittura, follemente, pensato di scrivere un falso biglietto a nome di lui e farlo scivolare tra le cose di Clotilde. Penso a cose del genere ogni giorno, perché sto qui e faccio il barman e perché mi sono fissato che quei due abbiano qualcosa da dirsi. Ma non mai fatto nulla perché ho settant’anni e credo nel caso. Ne so abbastanza per capire che se il caso avesse voluto Clotilde e Amedeo si sarebbero già incontrati e magari innamorati e magari odiati e magari niente.  Quindi li osservo quotidianamente con uno sguardo di simpatia, d’affetto e aspetto che il caso faccia la sua parte mentre io faccio la mia, che è la cura nel preparare le loro colazioni, la discrezione di non porre domande, l’intelligenza di non interferire nelle loro solitudini.

©Gianni Montieri

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Virginiana Miller – Tutti i santi giorni (singolo 2012 – Album: Venga il tuo regno, 2013)

Ho cercato nei poeti, nei dottori e nei profeti,
ma non ho trovato niente, che anche lontanamente
somigliasse a te… così,
ne deduco che non c’è…

Nessun libro che mi spiega
come è fatto il paradiso,
la bellezza di una piega, dove precisamente
nasce il tuo sorriso
benedetto sia il tuo ventre, benedetto il viso
mentre fuori tutto…

Tutto va, va a rovescio ma vedrai,
che in qualche modo si farà, non piangere
perchè, io e te
vivremo altre primavere,
dopo gli inverni,
avremo tutti i santi giorni,
per noi se vuoi… prendermi

E ho sentito abbandonarmi
tutto il sangue dalle vene
che se tu non ti vuoi bene
indubitabilmente te ne voglio io, lo sai, per dio

Chiedi ai filosofi
interroga i teologi,
prega i beati,
vergini e martiri,
aprimi il cuore e finalmente fidati,
chiedi agli storici,
interroga gli oracoli

Tutto va, va a rovescio ma vedrai,
che in qualche modo si farà, non piangere
perchè, io e te
vivremo altre primavere,
dopo gli inverni,
avremo tutti i santi giorni,
per noi…

Benedetto sia il tuo ventre
benedetto il frutto di un sorriso sul tuo viso mentre
tutto va, va a rovescio ma vedrai,
che in qualche modo si farà, non piangere
perchè, io e te
vivremo altre primavere,
dopo gli inverni,
avremo tutti i santi giorni,
per noi…

Io e te
avremo tutti santi giorni…

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ASCOLTA IL  BRANO

“Blumenberg” o dell’onnicomprensiva cura – anche nel tradurre. Intervista di Anna Maria Curci a Paola Del Zoppo

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Anna Maria Curci  intervista Paola Del Zoppo – docente, traduttrice e direttore editoriale Del Vecchio – sulla sua traduzione di Blumenberg di Sibylle Lewitscharoff. 

Blumenberg o dell’onnicomprensiva cura  – anche nel tradurre

Intervista di Anna Maria Curci a Paola Del Zoppo

Anna Maria Curci – L’atto del tradurre, come ben metti in evidenza nelle due pagine che compongono La scatola nera del traduttore e nelle quali i lettori si imbattono – piacevolmente e con profitto – al termine della tua traduzione di Blumenberg di Sibylle Lewitscharoff, è sempre il risultato di un processo che non ammette scorciatoie o riduzioni sbrigative, ma richiede la paziente ricerca di nessi, di ‘ganci’ in una catena che si potrebbe proseguire all’infinito. Nella cassetta degli attrezzi, rigorosamente ‘plurale’, con un’ampia scelta di opere di consultazione, non deve mancare, ad esempio, un dizionario etimologico, ché, per dirla con le tue parole, «ogni parola va agganciata alla sua storia». In un’opera come il romanzo di Lewitscharoff, che si nutre letteralmente dell’incontro e della sistematica mescolanza tra i più disparati ambiti esistenziali, aree del sapere, spazi della conoscenza, registri della comunicazione e forme di espressione, tradurre si rivela operazione di straordinaria complessità. Ci sono – e non potrebbe essere altrimenti, in considerazione del personaggio che dà il titolo al romanzo, il filosofo Blumenberg – espressioni che vanno rese con la chiarezza disarmante della precisione. Questo è, a mio parere, il caso di un nodo concettuale, che diventa nel testo il titolo del sesto capitolo: onnicomprensiva cura. Per quali vie e attraverso quali scelte, nel ricostruire la storia delle parole, sei giunta a questa definizione?

Paola Del Zoppo – Accidenti che domanda! Sono davvero felice che tu mi chieda proprio di quella scelta, che ha rappresentato, in effetti, lo snodo della mia traduzione. Mi basta ricordare che a quel punto della traduzione mi sono fermata per più di due settimane. Quel titolo, infatti, come acutamente riconosci, rappresentava il centro delle scelte, linguistiche e traduttologiche, ma anche relative alla ricca componente intertestuale letteraria e filosofica del testo di Sibylle Lewitscharoff. Era una svolta. In passato mi sono occupata del Faust di Goethe. E del Faust c’è tantissimo in questo testo, parodizzato, esaltato, rielaborato, addirittura citato. La stessa figura di Blumenberg che evoca San Girolamo nel suo studio, a sua volta immagine di Faust nella sua stanza gotica che si accinge a tradurre il Vangelo di Giovanni, è un’immagine che fa da sostrato a tutta la narrazione. È un atto di riconoscimento della tradizione letteraria e del bisogno costante della sua rielaborazione senza cadere nella banale negazione della sua necessità, ma insieme è un’affermazione dell’importanza della conoscenza a distanza traslata su un testo fondante della storia del pensiero tedesco – e non solo. E insomma, anche la “Sorge” è uno di quei personaggi del genere femminile “altro”, né terreno né ultraterreno, che popolano il Faust, con più densità nella sua seconda parte. Allora, trovandomi di fronte ad Allumfassende Sorge, il titolo a cui fai riferimento, a me subito è venuto in mente che Sorge potesse essere reso con “cura”, ma ho esitato a lungo. Mi tornava continuamente alla mente il titoletto della piccola riflessione di Benedetto Croce relativa al Faust proprio su quel “nome proprio”: Cura, Sorge, preoccupazione. Dunque, trattandosi di Blumenberg, con sullo sfondo la figura di Isa in preda alla depressione (la cui diagnosi, negli anni Ottanta non era ancora tanto diffusa) ecco che la parola ansia ha reso, fino all’editing finale, la parola Sorge, e infatti in alcuni punti l’ho poi mantenuta. Quello che ha guidato però la scelta definitiva è quell’attributo predeterminante, che infatti poi ho spostato in avanti. Perché la cura incarnata in quel capitolo è presente in tutte le sue declinazioni, parodizzata nella figura intensissima – e non del tutto positiva – di Käthe Mehliss, la suora che si “prende cura” delle piante e che pare intraveda il leone; denigrata nell’immagine dell’amico malato e di Blumenberg che ne rifugge, che teme il contatto con la decadenza fisica; ma è anche, e soprattutto, l’onnipresenza del leone, che per Blumenberg è la prova di un riconoscimento. Doveva necessariamente essere “innalzata di un grado”, rimandare alla metafisicità. Ansia era un concetto per me troppo terreno, che infatti nel secondo capitolo Blumenberg usa – e lì l’ho lasciato – per trattare la necessità umana di consolazione per la morte. Tutto stava in quell’attributo. Con Allumfassend si richiamava di nuovo prepotentemente il Faust. La “Gretchenfrage” era già intuita nel testo nel primo capitolo nel termine Weltbenenner, laddove io non avevo potuto far altro che cimentarmi in “denominatore”. Quando Gretchen chiede a Faust se crede in Dio, lui le dice più o meno, per cavarsi d’impaccio: Non è che non ci creda, ma chi può nominarlo, chi può dire “io credo”? E subito dopo lo chiama “der Allumfassend, der Allerhalter”, cioè colui che tutto contiene, colui che tutto tiene, colui che tutto comprende, che qui si faceva appunto attributo della cura, che diventa in sé onnicomprensiva, non è solo l’azione o l’atteggiamento di un essere in sé, eventualmente, metafisico.

AMC – La scrittura di Lewitscharoff ha un ritmo sicuro, che scandisce in maniera convincente l’impianto, molto ben articolato. Nulla è tolto a questo ritmo, proprio dell’originale, dalla traduzione, la quale rende i crescendo e i diminuendo dell’originale, il manifestarsi, di volta in volta, di un Leitmotiv, che caratterizza passioni dei personaggi – Bella del Signore di Albert Cohen, la musica di Patti Smith – ovvero accompagna un’apparizione tanto inconsueta nella vita reale quanto costante nella convincente finzione narrativa. Ci sono passaggi nei quali questo ritmo ha l’incedere e le figure del linguaggio lirico, come nel trittico di aggettivi «palpabile, peloso, giallo», che, nelle prime pagine del libro, segue l’affermazione: «Il leone era là.» Quale criterio ha guidato il tuo procedere nella resa di passaggi di questo genere?

PDZ – Innanzitutto grazie perché mi dici che non si è perso questo senso del ritmo. Comunque cerco di rispondere in breve: non sempre allo stesso modo. Nei casi che tu citi mi sono basata su una compensazione: il tedesco Habhaft, fellhaft, gelb – che è diventato palpabile, peloso, giallo – è una sorta di climax, ritmico ma anche concettuale. Habhaft e fellhaft, nel senso, rimandano a una situazione ancora di dubbio, non sono così “definitivi” quanto quel “giallo” deciso che descrive l’immagine, ma soprattutto, avevo bisogno che si sentisse quella tangibilità del suono data dalla ripetizione interna, che nel ritmo, peraltro, crollava sulla vocale più chiusa e sull’occlusiva finale: «Der Löwe war da. Habhaft, fellhaft, gelb.» Blumenberg pian piano definisce l’apparizione e pian piano la accetta come presente. Renderlo in modo uguale non si poteva, ma ho cercato di rendere i suoni più aperti all’inizio (con il “là” in cesura) e la ripetizione della seconda parte delle parole con un’allitterazione forte. Per il resto, relativamente al ritmo, la scrittura di Lewitscharoff è così potente, che mi sono lasciata accompagnare, mi sono accordata al suo suono ondeggiando al suo ritmo, come scrivevo nella nota. Proprio come per un accompagnamento musicale.

AMC – Assecondare un ritmo così originale –  mi colpisce e  mi convince la tua affermazione: «mi sono accordata al suo suono ondeggiando al suo ritmo» – così come rendere un movimento tanto sicuro quanto inedito richiede lo slancio dell’azzardo, il coraggio di rischiare perfino il corto circuito nel rendere i collegamenti mozzafiato suggeriti da Lewitscharoff, in particolare, nell’uso dell’aggettivazione. Mi sono soffermata a lungo su questo passaggio, collocato all’inizio del settimo capitolo,  N. 255431800: Isa si guarda allo specchio e vede «Un vestito lungo e fluente»Fluttua quel vestito? Scorre? Si distende, placido e ricco, come una lunga capigliatura? O tutte queste cose insieme?

PDZ – Scorre morbido, sì, come i capelli. In effetti era proprio quello il senso che volevo dare, perché l’immagine di Isa qui si accosta in modo molto chiaro a quella di una Ofelia che esce per incamminarsi verso il fiume. Il vestito ne è il simbolo, un richiamo molto chiaro: la stoffa demodé, l’abito che si accosta al corpo senza evidenziarlo, bianco, i bottoni, che richiamano la fabbrica del padre… La figura di Ofelia è anche nell’acqua che piove a scrosci, a cui Isa stessa si associa richiamando continuamente alla mente il romanzo di Cohen con la frase Piove a dirotto, che in realtà nel romanzo non c’è. Inoltre quella “fluidità” dell’abito si richiama alla figura angelica in un capitolo successivo, Dubbia apparizione angelica, quando Isa, appunto, “fluttua” nell’aria. Quindi volevo mantenere tutta l’ambiguità possibile, come un segnale: “Qui c’è di più”. Spesso la Lewitscharoff usa parole da lei formate o accoppiamenti insoliti di aggettivi ma anche di avverbi, proprio per spiazzare, spogliare il lettore della sua Weltanschauung. O anche parole semplici, che si comprendono immediatamente, se inventate sono spie di un atteggiamento: nel primo capitolo il semplice “Apparätchen”, che andava enfatizzato, bisognava notare che era un diminutivo particolare, ed è diventato “apparatucolo”. Spesso il testo mi ha costretto, come tu noti, a rischiare molto, a coniare alcuni moderati neologismi, e di certo, come già avevo dovuto fare con Apostoloff, a ricreare fratture linguistiche e lessicali, eventualmente compensando e sistemandole dove si poteva senza che al lettore italiano apparissero come errori. La parte che mi ha impegnato di più, però, credo sia stato il capitolo Egitto. In particolare nell’evocazione del sogno e delle armonie, ho studiato Spitzer e ne sono uscita spossata e molto arricchita. E credo che sia una caratteristica tipica della scrittura della Lewitscharoff, l’arricchimento per mezzo la sfida.

AMC – La lingua è «strumento magistrale per accostare al pensiero» le manifestazioni più disparate della realtà e dell’irrealtà. Ho preso in prestito qui un passaggio dal tredicesimo capitolo, che porta il nome del «bardo redivivo» Hansi e che ruota intorno a una questione fondamentale, la questione della lingua. Il punto di partenza è rappresentato dalle frasi di Blumenberg sul congiuntivo tedesco: «Gerhard capì solo le prime frasi di Blumenberg. Trattavano del congiuntivo tedesco come strumento magistrale per accostare al pensiero diversi tempi dell’irrealtà, per poi, con l’aiuto di strumenti di misurazione, incrociare il tempo catturato, ciò che nei ricordi era tempo trascorso, e ciò che in essi si era evidentemente depositato come dato di fatto, e trasporlo poi in altri schemi.» La mia domanda riguarda ora proprio l’impresa del trasporre non solo singole espressioni, coppie di aggettivi inusuali o climax allitteranti, ma anche strutture delle quali non esiste il diretto equivalente nella lingua italiana: in quali casi questa impresa si è rivelata particolarmente ardua?

PDZ – Guarda, quella del congiuntivo tedesco è stata una delle montagne più difficili da scalare. Inizialmente volevo rendere la cosa trasponendola completamente, cioè, trattandola come se si stesse parlando del congiuntivo in generale, a prescindere dalla lingua, per agevolare in questo caso il lettore. Ma purtroppo avrebbe eliminato troppo del testo, e quindi ho scelto di segnalare che si trattava di un diverso sistema grammaticale – che dunque permette diversi ragionamenti di filosofia del linguaggio – tramite l’indicazione del “congiuntivo tedesco”. E anche qui il Faust aleggia sia sul testo di Lewitscharoff che sulla mia scelta. Forse più difficoltà si è creata nei casi in cui andavano resi dei suoni specifici, per esempio la R e la S sono simboli, nel libro, del leone e del serpente, e spesso associati a Gerhard e Mehliss. All’inizio del capitolo Optatus, dedicato a Gerhard, c’era per esempio tutto il gioco di parole tra Baur e Bauer, e lì ho dovuto necessariamente inserire una glossa intertestuale. Il suono della R, invece, non è stato un problema, perché mentre a chi parla tedesco appare inconsueto che la R in fine di parola sia arrotata, per noi italiani può essere normale, e lo è anche nel dialetto di Stoccarda, e quindi in molti casi nella pronuncia della Lewitscharoff. Invece, poco più avanti nello stesso capitolo c’era un gioco di parole con la parola Schneckenburger che ho semplificato molto, perché diversi giochi di parole “alti” – ecce homino, dallowayizzata –  sono disseminati per il capitolo e lì era più utile rendere la presa in giro in modo immediato, anche perché quell’incipit è forse uno dei più divertenti e amari in assoluto. Altre sfide: le citazioni da Wittgenstein, in un caso rese con la frase esatta, nota al lettore italiano, altre volte prediligendo il testo di Lewitscharoff. Ah, sì, è poi quell’“ala della finestra” che si spinge verso l’esterno nel capitolo Il leone III. Me la ricordo bene perché se n’è discusso nell’ambito del seminario con l’autrice. È un punto, quello, denso di tutti i richiami parodici al romanticismo tedesco e anglosassone, luna, notte, steli, spine, morte, solitudine e solipsismo e anticipa altri sviluppi. Non volevo assolutamente perdere quell’immagine, anche se in italiano l’“ala” della finestra non è nel linguaggio comune. Ma sono stati delle sfide anche tutti i richiami alla Bibbia disseminati nel testo, dalla roccia che sanguina al sostegno divino, e i riferimenti alla letteratura tedesca forse un po’ meno conosciuta. Se «Kein Löwe, nirgends», che ricalca Kein Ort, nirgends di Christa Wolf un pochino riecheggia semplicemente in “Nessun leone, da nessuna parte”, tutto il richiamo a Knöpfe (Bottoni), il famoso radiodramma di Ilse Aichinger, va probabilmente perso. Per esempio lì è stato davvero difficile rinunciare a delle note, che però in questo testo avrebbero tradito l’intenzione dell’autrice. Credo che siano difficoltà di ogni traduzione, scegliere e scartare, e credo o magari è la suggestione, che l’actio per distans sia richiamata anche in questo modus di lettura, anche in questa conoscenza di un testo tramite una lettura che non lo possiede del tutto, e anche a questa idea mi sono ispirata. Nel testo di Lewitscharoff tutto è coerente, e tutto infatti ritorna nel capitolo finale, a chiudere il cerchio della conoscenza. L’ho trovato un libro magnifico.

L’intervista è stata pubblicata il 25 novembre 2013 sul blog della casa editrice Del Vecchio, qui. Un vivo ringraziamento alla casa editrice e alla redazione del blog “Senza zucchero”.

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Paola Del Zoppo (foto di Spartaco Coletta)

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Anna Maria Curci (foto di  Spartaco Coletta)

Paola Del Zoppo e Anna Maria Curci all’Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”, Roma. Foto di ©Spartaco Coletta.

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Paola Del Zoppo, nata nel 1975, insegna all’Università della Tuscia ed è traduttrice e direttore editoriale di Del Vecchio Editore. Si occupa prevalentemente di teoria della traduzione letteraria, studi comparatistici e culturali, letteratura poliziesca. Ha pubblicato una monografia sulle traduzioni italiane del Faust di Goethe (Faust in Italia, Artemide), curato alcune antologie di poesia contemporanea tedesca e tradotto poesia e prosa contemporanee dal tedesco e dall’inglese (Gwyneth Lewis, Lutz Seiler, Heinz Czechowsky, Deborah Willis, Max Frisch).

Ritagliando “La raccolta del sale” di Alessandro Brusa

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“Nel Silenzio del suo Sangue”: così Shelley campeggia in esergo a salutare La raccolta del sale di Alessandro Brusa, edito da Perrone lo scorso ottobre. Con questa forza, con accenti posti su silenzio e sangue, si dichiara l’amore di Brusa per i romantici inglesi e subito il primo verso è un invito: «Sei qui, cerchi qualcosa» che suona difatti, un poco parafrasato: “Se sei qui è perché cerchi qualcosa”; oppure, sembra dirci l’autore: “Cerca, avanti, seguimi, seguitemi qui tra le righe, prendetemi con voi, secondo quanto ora vi dirò”. Troviamo infatti confessione, intimità e resa tra queste pagine e ripetute forme di assottigliamento: di parola, di figure, in movimento tra sentimenti e apprendimenti snocciolati in rapida successione. A fior di labbra talvolta, nei casi migliori, e si potrebbe anche azzardare con la mente un ponte con il Giudici di “O minima intenzione a fior di labbro: / di ciò nel fare cose di parole / alunno e fabbro”. Brusa, ecco, lo fa in alcuni momenti con l’accento giusto, con «viso onesto / … sporco magari, e con la parola meno adatta / stesa proprio lì, / sul confine azzurro del labbro». La confessione di cui è portatore si compone progressivamente sulla traccia di una ferita in attesa di cicatrice. Così è che «con fatica mi lasciavo / prestare a quel mondo» portandoci – grazie a un forte, incisivo enjambement – dentro il suo «mondo da riordinare». A questo servirebbe dunque il sale, sparso sulle ferite che l’esistenza sa riservare: a tentare l’ordine, la cucitura, la cicatrice. Raccogliere il sale, raccogliere parole: «: che il sale mi è figlio / e lecca la mia pelle». Da notare il “due punti” utilizzato a inizio verso, qui come in diversi altri passaggi di testo. Lo segnala rapidamente anche Gianfranco Fabbri nella postfazione; si tratta di un indizio che merita una particolare evidenziazione, perché sembra indicare dell’autore una particolare voglia di dire, di spiegare, mettendo sull’attenti il lettore.
Tanto che con l’andare della lettura s’infittisce la misura dell’ascolto, mentre si produce di continuo una volontà di ritagliare versi, isolarne anche soltanto dei frammenti, togliendoli così da un eccesso di “io in azione”, manifestato spesso in incipit («Cammino»; «Ho imparato»; «Mi guardo»; «Mi coloro») proprio per ricondurne senso e portata a occhio e orecchio maggiormente universali. Se «La raccolta del sale è / una stagione… » è l’affermazione con cui l’autore si assegna un margine di tempo per mettere ordine alle proprie ferite mediante la cristallizzazione della scrittura, uno dei versi centrali appare: «e cancello i corpi, di cui sono / lastricate le acque…», reso potente dall’uso, ancora una volta, di un forte enjambement.
Peraltro, a fronte di questa “voglia di ritagliare” prodottasi nel lettore, la tendenza pronunciata in tutto il lavoro è verso la prosa, declinata a un continuo, sotterraneo raccontare/raccontarsi di “un io senza dio” e il “tu” utilizzato di volta in volta altro non è che compagno di strada, sponda necessaria, volano di chiarificazione di quell’io-testimonianza. Un tu e io, tuttavia, posti in dualismo, spesso con nettezza, senza veli, nel cuore di una «malevolenza privata».
Nella seconda sezione, ispirata da “La stella dei perduti” di Dylan Thomas, due versi spiccano e sembrano contenere tutti gli altri: «quel suo spigolo fatto frontiera» in una poesia e in un’altra il verso: «dove il tuo nome è famiglia». L’autore vuole evidentemente fotografare il limite della perdita per condividerlo nel sangue di chi resta, fissandone respiri e battiti. Elemento, la condivisione, ribadito a chiare lettere («Il lutto va condiviso» scrive Brusa) anche nella terza sezione.
Con le ultime due sezioni del libro, dietro l’omaggio manifestato nei confronti di Caproni prima e poi con la significativa citazione del padre dell’autore, Maurizio, si nota una decisa dilatazione dello sguardo, il campo visivo dell’autore davvero allargato, cosicché un po’ di io si perde. Gli occhi allora si puntano sui «giorni in polvere», fino a «scomodare la morte». Uno scatto in avanti, potremmo dunque dire, che porta a sposare in parte quanto si rintraccia al termine, sempre tra le righe di commento regalateci da Fabbri: «Tutto il libro potrebbe quindi apparire come la metafora totale dell’umanità. Un consorzio di membri intesi, più che altro, a rubare al fratello perfino l’anima e il nocciolo della natura umana. E tutto per una sola ragione: quella di non dover nascere di nuovo all’Unicità».

Cristiano Poletti

Emilio Isgrò: da “I funerali di Corrao”

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Emilio Isgrò, I funerali di Corrao, Nino Aragno editore, 2013

 

Sono venuto a chiudere questo occhio
Questo occhio che vide le rose, ma non l’assassino.
Quest’altro è semichiuso, non lo tocco.

 

Sono venuto a parlarti, amico mio,
delle rondini nere, non di Dio;
e come e perché e quando, e in quale luogo,

 

la grandine ti prese in faccia in un mattino
d’agosto, mentre ti svegliavi e c’era il fuoco
nell’aria, come nei versi arabi del tuo destino.

 

Destarsi all’alba non è colpa grave.
Destarsi per morire è imperdonabile.
E tu mi appari desto, senza lacrime,

 

eternamente chiacchierato e muto
come se niente fosse mai accaduto
di quello che sappiamo e che tu sai

 

mentre sale la bara col tuo cappello a falde
posato sul coperchio lucidato a mogano;
e preti e frati con la stola e con il saio

 

ti accompagnano tutti al suono del tamburo
per queste gradinate e queste scale al buio
faticose per me che non ti seguo nella morte.

 

Perché seguirti, poi, se posso vivere per te?
Perché morire se mi chiedi di restare?
Io resto qua per chiuderti almeno un occhio.

 

L’altro è mezzo aperto e non lo chiudo
perché tu veda questo figlio scuro
– scuro come uno di Gela o di Marsala –

 

venirti addosso con la lama bianca.

 

Sono venuto a chiudere l’altro occhio.
Non perché tu dorma, ma solo
per impedirti di vedere il mostro

 

e tu ti possa illudere, da morto,
come da vivo ti squassasti l’anima
per quella verità che non sapevi

 

e gli altri paventavano atterriti.
E ti tappo le orecchie e te le blocco
perché tu non ti irriti ai discorsi

 

di commiato, e a tutte queste chiacchiere
che fanno su di te per il rimorso
d’averti abbandonato al tuo destino.

 

Sei tu il vero Oreste che rifonda il vuoto.
Sei tu l’avventuroso cittadino
che dà la voce al niente per esistere.

 

Sei tu l’onesto Pericle dei pastori
che offre l’arte alle pecore e alla capre
perché essa non resti un privilegio

 

di borse e portafogli e penetri nei cuori.
Io ti lego le mani perché tu
non le faccia andare a casaccio nell’aria,

 

magari per la rabbia, e al sacrilegio
non si sommi la rendita e l’oltraggio.
Io ti serro la bocca perché oggi

 

il tuo silenzio pesa più del tuono.
E del resto lo sai amico buono,
mia titubanza storica, mia carità infinita.

 

Non t’ha ucciso Sayfùl, non t’ha ammazzato l’aria.
T’ha ucciso la Sicilia per conto dell’Italia.

 

Emilio Isgrò: biografia
Notizie su Ludovico Corrao

La Domenica (la peste, la pelle e Napoli) e Curzio Malaparte

william kentridge video - foto gm 2013

Erano i giorni della «peste» di Napoli. Ogni pomeriggio alle cinque, dopo mezz’ora di punching-ball e una doccia calda nella palestra della PBS, Peninsular Base Section, il Colonnello Jack Hamilton ed io scendevamo a piedi verso San Ferdinando, aprendoci il varco a gomitate nella folla che, dall’alba all’ora del coprifuoco, si accalcava tumultuando in Via Toledo.
Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo. L’onore di esser liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d’Europa, al popolo napoletano: e per festeggiare un così meritato premio, i miei poveri napoletani, dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l’agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto, di cantare, batter le mani, saltare di gioia fra le rovine delle loro case, sventolare bandiere straniere, fino al giorno innanzi nemiche, e gettar dalle finestre fiori sui vincitori.
Ma, nonostante l’universale e sincero entusiasmo, non v’era un solo napoletano in tutta Napoli che si sentisse un vinto. Non saprei dire come questo strano sentimento fosse nato nell’animo del popolo. Era fuori di dubbio che l’Italia, e perciò anche Napoli, aveva perduto la guerra. È certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra tutti son buoni,  non tutti son capaci di perderla. Ma non basta perdere la guerra per avere il diritto di sentirsi un popolo vinto. Era questa, senza dubbio, una grave mancanza di tatto. Ma potevano gli Alleati pretendere di liberare i popoli e di obbligarli al tempo stesso a sentirsi vinti? O liberi o vinti. Sarebbe ingiusto far colpa al popolo napoletano se non si sentiva né libero né vinto.

© Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi

Luigi Romolo Carrino – Il pallonaro

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Luigi Romolo Carrino – Il pallonaro – ed. goWare collana Pesci Rossi – ebook 4,99

Dopo il bellissimo Esercizi sulla madre (Perdisa pop, 2012), torna Luigi Romolo Carrino con una storia scomoda, dura, romantica. Una storia che racconta il sogno del calcio e che racconta tutto quello che c’è dietro quel sogno. Quello che sta nascosto dentro gli armadietti, quello che non si deve dire. Diego Di Martino giovane talento napoletano, è un predestinato, come si dice laggiù: lo tiene nel sangue. Diego è omosessuale e ha imparato giovanissimo che questa cosa nel mondo del pallone non va bene. Si sa ma non si deve sapere, perché come gli ricorda il suo procuratore, i tifosi perdonano tutto tranne il fatto di essere frocio. Questa cosa di essere ricchione Diego la vive di nascosto, grazie a una rete di marchettari protetta e procacciata da Marco Nanni, il procuratore, che manifesta affetto ma pensa ai soldi, Diego si fa vedere in giro con le escort, ci va a letto, a cena, si fa fotografare. Ma soffre, non è contento. La serie A è il sogno, Diego debutta in una squadra importante del nord e gioca come sa giocare. Da fuoriclasse. La prosa di Carrino è bellissima, tagliente e ironica, beffarda ma profonda, spesso poetica. «Porterò sfiga? Pare che ogni volta che segno io si perde. Il Napoli ci ha ammollato tre palloni tre in venti minuti. Sì, ok. Ero incredulo. Segnare a Napoli davanti a mio padre e nella mia città, contro la squadra che lui non è che la ama. Squaglierebbe il sangue come San Gennaro per il Napoli, si farebbe togliere tutti i denti e sanguinare ogni settimana come a Santa Patrizia per il Napoli. Sono sicuro che quando ho segnato papà, in tribuna, avrà vissuto la contraddizione più grande della sua vita.»
La serie A significa anche Marisa, la rete segreta di calciatori omosessuali o bisessuali che si proteggono a vicenda, si aiutano. Ma Marisa ha anche regole severissime, tra queste c’è quella che prevede che tra gli adepti non vi siano relazioni sessuali o sentimentali. Ma in Marisa c’è Stefano il portiere della stessa squadra in cui gioca Diego. Nasce tra i due una passione irrefrenabile, nasce l’amore. Arrivano i guai. I due non riescono a nascondersi, si baciano in macchina, forse qualcuno li vede. Viene organizzata una spedizione punitiva, coordinata da molti, da Marisa e da chi detiene il potere, i soldi. Capi della tifoseria organizzata trasformeranno quella che doveva essere un’azione per spaventare Diego e Stefano, in un massacro che rischia di compromettere le carriere e quasi le vite dei due. Ma invece accade qualcosa che scuote Diego, qualcosa che è  anche più forte dell’amore: viene fuori  la dignità. La dignità e la forza del sentimento possono cambiare le carte in tavola e le cambiano. Luigi Romolo Carrino ha scritto un bellissimo romanzo, ha scoperchiato le pentole, mentre racconta il calcio con la passione di chi ama quello sport, racconta una storia d’amore e di coraggio, rappresentata in palcoscenici rettangolari: i campi da calcio, i letti, un tavolo di una casa di Napoli dove davanti a un caffè bevuto poco dopo l’alba i cuori si apriranno. Alla gente, vuole dirci Carrino, e quindi anche a tutti quelli che stanno nel calcio, non dovrebbe importare nulla di chi vada a letto con chi. Di un attaccante dovrebbe importare se segna, e se non segna è una chiavica. Ma un attaccante si può pure innamorare di chi gli pare, senza doversi nascondere per questo. Poi ci sarà l’ultima partita e saranno sorrisi, sarà Champions League.

“L’alfabeto della crisi” di Raffaele Castelli Cornacchia (Italic Pequod, 2013)

castelli cornacchia l'alfabeto della crisiRaffaele Castelli Cornaccia
L’alfabeto della crisi
(Italic Pequod, Ancona, 2013)

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Non è certo un azzardo fare il nome di Ezra Pound ancora prima di cominciare a parlare di questa raccolta di Raffaele Castelli Cornacchia: i Cantos e soprattutto il XLV, quel With Usura che in al­cuni di noi forse risuonerà nelle orecchie per averlo ascoltato a qualche ora insolita alla radio, o ri­pescato più banalmente nella rete di Youtube, rimbalzano più volte nel fitto tessuto di questa nuova raccolta di Castelli Cornacchia. L’alfabeto della crisi, un alfabeto inverso, dalla Z alla A, è canto civile, è fotografia dei tempi. Con questa raccolta il poeta rivendica il suo ruolo nella società che da decenni ormai ha relegato lui e la poesia in un angolo buio, per pochi cultori eletti (spesso senza primarie), e racconta la crisi in ogni sua sfaccettatura; perché non è solo l’economia a essere in crisi: è la società, è l’uomo a non saper più trovare un punto di riferimento, una paio di coordinate utili, quasi non ci fossero più macerie da puntellare e con le quali ricominciare a costruire presente e fu­turo.
Ma è proprio la poesia a sgretolare i pochi muri rimasti in piedi, scindendo ogni singola parola per ricomporla in flussi continui di parole che si inseguono in componimenti a catena; perché non ci troviamo di fronte a singole poesie assemblate, ricomposte in una silloge, bensì a componimenti ar­ticolati in più parti/movimenti (da un minimo di due, Vero, a un massimo di dieci, Zero parole; ma i più tripartiti) nei quali sembra a volte di riconoscere un procedere simile a quello della canzone mo­rale classica, dove si annuncia il tema nella prima stanza per poi svilupparlo nelle successive.
E se tutto questo può far venire il sospetto di essere posti innanzi a una poesia raziocinante, cere­brale, affatto lirica, sappiate che non c’è spazio per il lirismo puro quando la poesia è un’invettiva costata l’estremo sacrificio dell’io, spersonalizzato per effetto di una spoliazione discesa dall’alto («Quanto costa caro, tutto quello che se ne sta nascosto / sotto questa terra / così battuta dalla piog­gia / di questa notte veglie e fresca di città / … / e si potessero immaginare / quanto costano i frutti della terra e dell’acqua e quanto costa / il profumo dei pini svettanti e dei prati senza pietre quanto / quanto rendere ai padroni dei guardiani i loro favori / chiamati prestiti / quando non richiesti così / con un sorriso amaro e un po’ di farina nell’acqua / giornate che lievitano come pane e l’autografo di idoli e di eroi», Zero parole, I).
Con una lunga requisitoria Raffaele Castelli Cornacchia sbatte in faccia a tutti la realtà dei fatti, così come non avveniva dai tempi di Franco Fortini – e, anche in questo caso, non è scomodare un altro mostro sacro per dare una patente di nobiltà a questa raccolta di poesie.
Versi potenti, dilatati oltre ogni misura se è il discorso a richiedere tutto lo spazio necessario, incal­zano il lettore e lo costringono al silenzio e alla riflessione («come se la storia non insegnasse che la storia si ripete / sempre giunge all’appuntamento sempre col vestito giusto / sempre come un co­stume…», Zero parole, II), a valutare anche le incongruenze tipiche della poesia, e perciò anche di questa poesia.

#Fabio Michieli

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Vero
– la demagogia –

I

. Che forme faranno, quei sassi lanciati nell’acqua
quando scorre veloce e forma degli anelli
che partono dal lago di che forma, che diametro
di che colore e per quanto tempo la promessa
quella di un lancio propiziatorio e casuale
presente nell’orecchio di chi gli s’avvicina
negl’occhi speranzosi e illusi di chi passa
e si china, a cercarne fra i canneti l’impronta
la prova circolare del voto d’una promessa
che corre veloce verso valle, senza memoria
sprecando lanci pieni di Atene e di Sparta
cercando di corromperne il flusso della corsa
l’odore naturale di una falsa libertà
di un falso amore di muschio e di schiuma.
.

II

. Hanno la forma dell’ombra d’un corpo sulla riva
le onde cullanti che s’allontanano dall’idea
fissa, che ogni buco nell’acqua faccia rumore
e una fetta di pane bianco a ripararli
i trapezisti e i pagliacci del grande circo
sulle rive d’un fiume che non è certo un lago
non è l’infinito mare di praterie d’acqua
mossa dal vento di pensieri con il passo svelto
portata da una brezza di buoni propositi
increspati come sono certe discussioni
e folli come tutti i geni inascoltati
le prede nelle reti, i raggi senza riflesso
che vanno vicino al mare. Ma solo vicino.

.

*

Quale
– il lavoro –

I

. Pagami alla fine del mese, mia regina a ore
leccami la mia faccia con la tua lingua amaranto
che non vivo per altro lo sai che per il mio di turno
il mio nascere spossato dal travaglio del tuo ventre.

. Sputami dal suolo che aro strisciando solchi di tacchi
ondulati come vermi che divorano il passaggio
di chi mi segue come bandito dalla sua tavola
e allora lasciami nudo, nella schiuma giù al fiume.
.

II

. Occupami tutto il tempo col vendemmiare la tua vigna
disseminata diritta per la strada in fila indiana
e dammi tu il senso che altrimenti io non avrei
che altrimenti non potrei, e che non vorrei, mai avere.

. Annegami nelle lame dei tuoi coltelli affilati
nelle colate del fesso fuso che prendeva le forme
delle gemme di un tempo e gambi di fiori nei cannoni
e lasciami nudo, fra i vapori dalle ciminiere.
.

III

. Afferrami i bicipiti, rassettami i capelli
custodisci negli anni il nostro tesoro di leggi
di regole e di soldi tuoi che altrimenti non avrei
e che altrimenti non dovrei, consolarmi mentendo.

. Accarezzami con le parole suadenti che crepitano
come foglie d’autunno o come orologi a cucù
delle valli che soffiano il calore secco dei forni
e lasciami nudo, così, come fossi fatto di pietra.

.

*

Baciami su quello che ho di più caro
– le banche –

III

. Dolce sarcofago ozioso l’usura
che è soltanto l’immorale intento
d’approfittare del bisogno altrui
nel non avere più campi e lucciole
allo scopo d’abusare di quei corpi
che fanno le sanguisughe nei fossi
e i vecchi che s’orinano sui piedi
per ottenerne per prima la promessa
e poi i vantaggi e le prestazioni
i latrati e gli amplessi repressi
e ci sono mute porte scorrevoli
che accolgono a braccia spalancate
le ricchezze, le paure, le povertà
le aspirazioni da Sacra Famiglia
allo scopo di diluire il sangue
del vostro lavoro e dei vostri furti.

.

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Raffaele Castelli CornacchiaRaffaele Castelli Cornacchia (Castiglione delle Stiviere 1964) vive a Brescia; è insegnante, poeta e autore di testi teatrali. Oltre a L’alfabeto della crisi, ha pubblicato le raccolte di poesie Via Milano (Lampi di stampa, Milano, 2012; secondo classificato al Premio Letterario Nazionale Anna Osti 2012), A meno che (Ennepilibri, Imperia, 2008). Ha pubblicato il romanzo breve Il pacco di Durante (Robin Edizioni, Roma, 2006) e il libro per piccoli lettori Gli abitanti di Colle Bianconero (EdiGiò, Pavia). Suoi lavori appaiono in lavori collettivi e antologie (Lampi di stampa, Giulio Perrone, LietoColle, Fiori di campo) e riviste (Inciquid de iQuindici della Wu Ming Foundation).